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Carceri: saluti ”epistolari” tra i boss detenuti al ”41 bis”

Nel 2008 Giuseppe Gullotti, il capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto già condannato come mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, teneva una fitta corrispondenza, non solo con i propri familiari, ma anche con capimafia di primissimo piano, detenuti al 41 bis e non. Tra questi il capomafia di Brancaccio Giuseppe Graviano, i boss di ‘Ndrangheta Francesco Sergi (arrestato nell’operazione Nord-Sud negli anni novanta e condannato all’ergastolo) e il boss pluriomicida Domenico Paviglianiti (al tempo detenuto e scarcerato lo scorso ottobre) e il capomafia di Buccinasco Domenico Papalia, mandante dell’omicidio dell’educatore carcerario Umberto Mormile, e vertice del “Consorzio”, la struttura di cui hanno parlato diversi pentiti e che vedeva la compartecipazione della ‘Ndrangheta, di Cosa nostra, la Camorra, e la Sacra Corona Unita.
Il dato è emerso nel corso di un video dibattito organizzato dal Movimento delle Agende Rosse, in occasione del XXVIII Anniversario della strage di Capaci, dal titolo “Mafia e depistaggi: il carcere come centro occulto di potere – 28 anni senza Giovanni Falcone, 28 anni di menti raffinatissime”.
Durante il suo intervento l’avvocato Fabio Repici ha portato alla luce l’esistenza di certi scambi epistolari che dimostrano come negli ultimi anni l’applicazione del 41 bis abbia avuto dei buchi madornali. “Io ho scoperto documentalmente che non solo la impermeabilità dei messaggi verso l’esterno alle volte ha subito qualche ‘defaillance’, ma anche che non esiste l’impermeabilità nelle comunicazioni tra i più importanti capimafia, che possono tenere corrispondenza epistolare tra di loro da una struttura di 41-bis a un’altra struttura di 41-bis”.
Le lettere sono finite agli atti del processo che vede imputato l’ex pm di Barcellona Pozzo di Gotto (poi anche giudice a Milano), Olindo Canali, chiamato a rispondere di corruzione in atti giudiziari per favorire Cosa nostra. Il reato contestato sarebbe avvenuto tra il 1997 e il 14 aprile 2000, in merito alle attività che Canali svolse in relazione al primo processo per il triplice omicidio Geraci-Raimondo-Martino del 4 settembre 1993. Accusati del delitto erano Carmelo D’Amico, oggi collaboratore di giustizia che con le sue dichiarazioni ha tirato in ballo il magistrato, e Salvatore Micale e Canali si occupò del caso come “applicato” alla Procura di Messina.
Il motivo del sequestro era quello di cercare i riscontri a quanto disse Carmelo D’Amico sulle missive inviate da Gullotti ad una sua parente affinché si consegnassero dei soldi ad un avvocato. “La lettera mi fu sottoposta – mise a verbale il collaboratore di giustizia – Notai che c’era scritto una frase del tipo ‘Si devono portare i soldi…’. In quella lettera Gullotti sembrava si riferisse alla necessità di consegnare dei soldi agli avvocati, ma io capii subito che si riferisse al denaro che doveva essere consegnato a Canali e Cassata. Io non feci nulla perché non sapevo come avvicinare quei magistrati. Successivamente fui arrestato“. La Procura reggina si mise sulle tracce di quella lettera fino a certificarne l’esistenza.
Da evidenziare, inoltre, che oltre all’imputazione per il triplice omicidio 1997-2000, a Canali, D’Amico e Gullotti si contesta anche la corruzione finalizzata all’esito favorevole del giudizio di appello del processo Mare Nostrum e alla revisione per l’omicidio Alfano.
Il prossimo 23 settembre, data in cui è stata fissata l’udienza preliminare, i tre si troveranno davanti al giudice.

Scambi epistolari
Leggendo gli atti si apprende che Gullotti aveva diversi contatti con altri capimafia e che nell’anno 2008 l’ufficio Censure del carcere di Cuneo non ha proceduto al blocco della corrispondenza, evidentemente valutando che dietro quegli scambi, che non riguardavano certo parenti o congiunti, non vi fosse alcun messaggio in codice, ma semplici scambi di auguri per la Pasqua, il Natale o piccoli aggiornamenti sullo stato di salute personale.
Eppure, leggendoli, non solo appare evidente il collegamento tra altri soggetti criminali appartenenti a famiglie mafiose differenti. Addirittura di altra organizzazione criminale. “Stiamo parlando di soggetti che si muovono in organizzazioni dentro le quali delle volte ci sono situazioni di crisi – aveva sottolineato Repici durante l’incontro – Questo è un modo mantenere le relazioni interne alle organizzazioni mafiose. Queste comunicazioni sono corpo di reato di 416 bis”.

Buona Pasqua a Papalia
In effetti lascia quantomeno perplessi leggere i contenuti di alcune lettere che appaiono al limite del diritto del detenuto (che può inviare missive). Il 18 marzo 2008 Domenico Papalia, dal carcere di Carinola (quindi non era detenuto al 41 bis) scrive al “Sig. Giuseppe Gullotti”. Colpisce il tono reverenziale, con l’uso del “Voi”, ma soprattutto la conclusione della missiva: “Vi prego di salutare i Paesani e coloro che ho lasciato e sono ancora lì. Da qui vi saluta Attinà e Paesani”.
Ovviamente, è facile pensare che quando qualcuno manda saluti ai “paesani” ad un soggetto detenuto al 41 bis non si tratti di gente comune, ma di capi mafia. L’occasione delle feste diventa un pretesto, magari per mantenere salde “vecchie alleanze” o “consolidarne di nuove”. Del resto che Cosa nostra, ‘Ndrangheta e Camorra siano parte di un Sistema criminale integrato, capace di dialogare anche con altri poteri, è ormai raccontato da diversi addetti ai lavori, dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ed anche reso evidente da diversi accertamenti investigativi.

Auguri di Natale
Il traffico epistolare tra boss appare ancora più fitto in prossimità di Natale e dell’anno nuovo in arrivo. E’ del dicembre 2008 la missiva inviata a Giuseppe Graviano, al tempo detenuto nel carcere Opera di Milano. Un aggiornamento sulle proprie condizioni di salute, un saluto per i familiari del capomafia di Brancaccio, una dichiarazione di “stima”, “profonda amicizia” e l’augurio “di trascorrere serenamente questo Santo Natale, così pure spero i tuoi cari, con l’augurio che il prossimo Anno Nuovo sia messaggero di buone novelle”.
Dello stesso periodo sono gli scambi con Pavaglianiti e Sergi, entrambi detenuti nel carcere di Ascoli Piceno.
Il primo, sempre sottoposto a regime di carcere duro, indirizzava una lettera al carcere di Cuneo, dove si trovava Gullotti, in cui diceva espressamente: “vi prego di salutarmi i miei paesani e di fargli gli auguri da parte mia. Qui vi salutano i vostri compaesani”.
E cosa dire dello scambio con Francesco Sergi il quale comunicava a Gullotti di altre lettere che si sarebbero perse (“Quando sono arrivato qui gli ho scritto una cartolina e voi mi avete risposto con una lettera e poi ho risposto alla vostra lettera e non ho più avuto risposta perciò sono sicuro che o la mia o la vostra si è persa e come con voi mi è successo con tanti altri a cui ho scritto e non ho mai avuto risposta”).
E poi aggiungeva: “da qui vi saluta tanto Peppinno (…) Vi prego di salutare i miei corregionali e tutte le persone che ritenete opportuno”. E tra le carte compare anche la risposta di Gullotti che a sua volta replicava: “vi prego di salutarmi Salvatore e lo zio Peppino”.
Come ha giustamente sottolineato Repici nel suo intervento, è difficile credere che lo zio Peppino sia un parente o un congiunto di Gullotti ed è legittimo dubitare che dietro a certe parole usate possa esservi un “linguaggio criptico”. In questi scambi si intravede come nelle carceri si sviluppino e si mantengano alleanze anche tra chi è apparentemente lontano.
In queste settimane, le problematiche sul mondo delle carceri sono tornate alla ribalta dopo le scarcerazioni dei boss mafiosi, anche grazie all’emergenza coronavirus, che erano detenuti tra il “carcere duro” ed i circuiti di “Alta sicurezza”. Ma è da tempo che appare evidente che sul “41 bis” vi sia una nuova partita da giocare. Le sentenze dello scorso anno da parte della Cedu e della Corte costituzionale hanno aperto ad uno scenario che di fatto rischia di svuotare definitivamente il concetto stesso del 41 bis. Proprio la scorsa settimana la Consulta è intervenuta nuovamente sul punto dichiarando incostituzionale il divieto assoluto di scambio di oggetti di modico valore (ad esempio i generi alimentari o per l’igiene personale e della cella), tra i detenuti sottoposti al regime del 41 bis appartenenti allo stesso “gruppo di socialità”.
Nell’ultimo anno, all’interno delle carceri italiane, è stata riscontrata la presenza di diversi telefonini cellulari diffusi nelle sezioni dei detenuti di “alta sicurezza”, e in un caso anche al 41 bis. Di questo si è parlato lo scorso dicembre in una riunione presso la Procura nazionale antimafia, a cui parteciparono i capi delle distrettuali antimafia e l’ex capo del Dap, Francesco Basentini. Sul tavolo della discussione vi era proprio l’impermeabilità del “41 bis”, che fino a quel momento non era apparso tra le linee programmatiche del Dipartimento di amministrazione penitenziaria.
Da allora il Dap è stato rivoluzionato con le dimissioni dello stesso Basentini e del direttore dell’ufficio detenuti, Giulio Romano, e l’arrivo di un nuovo capo, Dino Petralia, e del vice, Roberto Tartaglia.
La sensazione è che a 28 anni dalle stragi la partita sul 41 bis non si è affatto interrotta, spostandosi su altri piani.
Quel che si dovrebbe capire, però, è quel che ha ribadito pochi giorni fa il Procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri ovvero che “un capomafia può comandare anche con il movimento delle ciglia e su di una sedia a rotelle. Se dopo 20 anni al 41 bis se non si è pentito, il suo silenzio merita rispetto nella logica mafiosa e i suoi desideri vanno esauditi. Ecco perché è pericoloso. L’ergastolano fa una scelta: è in carcere perché non intende collaborare con la giustizia e spiegare quello che ha commesso con i suoi sodali”. Il resto sono solo chiacchiere.

Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)