Il 27 maggio 2026, a Firenze, si è svolto l’incontro «Stragi e attentati: Il mosaico incompiuto delle verità giudiziarie», un importante momento di confronto dedicato alla ricerca della verità sulle stragi e sugli attentati che hanno attraversato la storia della Repubblica italiana.
Un incontro nato dall’esigenza di mettere in relazione vicende troppo spesso analizzate separatamente e di interrogarsi sulle tessere ancora mancanti di un mosaico giudiziario e storico che, nonostante decenni di processi, indagini e sentenze, resta ancora incompleto.
Sono intervenuti Luigi Dainelli, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili; Benedetta Albanese, assessora del Comune di Firenze; Nino Di Matteo, sostituto procuratore nazionale antimafia, intervenuto in collegamento; Lorenzo Baldo, vicedirettore di Antimafia 2000; Brizio Montinaro, fratello di Antonio Montinaro, agente della scorta di Giovanni Falcone ucciso nella strage di Capaci; Paolo Lambertini, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna; Nicolas Pereira, in rappresentanza del Parlamento regionale degli studenti della Toscana; Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino.
Alla tavola rotonda hanno partecipato gli avvocati Danilo Ammannato, rappresentante dei familiari delle vittime delle stragi di via dei Georgofili e del Rapido 904; Federico Sinicato, presidente e legale dell’Associazione dei familiari delle vittime di Piazza Fontana e legale dei familiari delle vittime di Piazza della Loggia; Andrea Speranzoni, componente del collegio di parte civile dei familiari delle vittime della strage di Bologna; e Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino.
L’incontro è stato moderato dalla giornalista Antonella Beccaria ed è stato arricchito da un contributo video con l’intervista al generale Michele Riccio. La presenza e il ruolo degli avvocati nella tavola rotonda sono presentati direttamente nell’intervento introduttivo della moderatrice.
Il punto di partenza comune è stato semplice, ma allo stesso tempo enorme: non è vero che sulle stragi non sappiamo nulla. Al contrario, nel corso di decenni di indagini e processi sono stati accertati fatti, responsabilità, depistaggi e complicità che costituiscono un patrimonio di conoscenza straordinario.
Eppure quel patrimonio continua a essere frammentato.
Le singole stragi vengono troppo spesso analizzate come eventi separati: Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Bologna, Capaci, via D’Amelio, via dei Georgofili, Milano, Roma. Ma il senso stesso dell’incontro è stato quello di interrogarsi sulla possibilità di collegare queste vicende e di individuare i fili comuni che attraversano decenni di storia repubblicana.
Hai ragione. Nel testo precedente avevo sintetizzato bene alcuni interventi, ma Ammannato e Sinicato erano rimasti quasi completamente assorbiti nel discorso generale, mentre anche gli interventi iniziali di Dainelli, Albanese e gli altri relatori meritano un riferimento più preciso.
Ti propongo quindi una nuova versione completa del post, nella quale ogni intervento ha il suo spazio.
Il mosaico incompleto delle verità giudiziarie
Firenze, 27 maggio 2026
Il 27 maggio 2026, a Firenze, si è svolto l’incontro «Il mosaico incompleto delle verità giudiziarie», un momento di confronto dedicato alla ricerca della verità sulle stragi che hanno attraversato la storia della Repubblica italiana.
L’idea alla base dell’incontro era tanto semplice quanto fondamentale: le singole stragi non possono essere considerate soltanto come fatti isolati, chiusi ciascuno nella propria vicenda giudiziaria. Piazza Fontana, Piazza della Loggia, il Rapido 904, la strage di Bologna, Capaci, via D’Amelio, via dei Georgofili e le altre stragi del 1993 devono essere studiate anche cercando i collegamenti, le continuità, gli uomini, gli apparati, i depistaggi e le zone d’ombra che attraversano decenni della storia italiana.
Sono intervenuti Luigi Dainelli, Benedetta Albanese, Nino Di Matteo, Lorenzo Baldo, Brizio Montinaro, Paolo Lambertini, Nicolas Pereira e Salvatore Borsellino.
Alla tavola rotonda hanno partecipato gli avvocati Danilo Ammannato, Federico Sinicato, Andrea Speranzoni e Fabio Repici.
L’incontro è stato moderato dalla giornalista Antonella Beccaria ed è stato arricchito da un contributo video con l’intervista al generale Michele Riccio.
Luigi Dainelli: la ricerca della verità come dovere verso le vittime
Luigi Dainelli ha aperto l’incontro ricordando il lungo cammino delle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi.
Il punto centrale del suo intervento è stato il rapporto tra memoria e verità. La memoria, infatti, non può ridursi alla commemorazione periodica delle vittime. Ricordare significa anche continuare a cercare ciò che ancora non è stato chiarito.
Le verità giudiziarie raggiunte rappresentano risultati fondamentali, ma non sempre coincidono con la verità completa. Per questo, secondo Dainelli, il lavoro delle associazioni deve continuare, mettendo in comune documenti, conoscenze e risultati delle diverse inchieste.
Benedetta Albanese: la memoria come responsabilità delle istituzioni
Benedetta Albanese ha portato il saluto del Comune di Firenze, città segnata profondamente dalla strage di via dei Georgofili.
Il suo intervento ha richiamato il ruolo delle istituzioni nella conservazione della memoria e nella trasmissione della conoscenza alle nuove generazioni.
Le stragi non appartengono soltanto al passato. Interrogarsi su ciò che è accaduto significa riflettere sulla qualità della nostra democrazia e sulle responsabilità che ancora oggi le istituzioni hanno nel garantire trasparenza e ricerca della verità.
Nino Di Matteo: non fermarsi alle verità già acquisite
Nel suo intervento, Nino Di Matteo ha sottolineato l’importanza delle verità giudiziarie raggiunte nel corso dei decenni, ricordando però che una sentenza, per quanto importante, non sempre esaurisce tutta la verità storica.
Il magistrato ha richiamato la necessità di non separare artificialmente le stragi mafiose degli anni Novanta dalle precedenti stagioni della violenza politica e terroristica.
Secondo Di Matteo, il rischio è quello della frammentazione della conoscenza: ogni vicenda viene analizzata all’interno di un perimetro ristretto, mentre proprio la ricerca dei collegamenti potrebbe consentire di comprendere meglio le responsabilità e i contesti.
La ricerca della verità, quindi, non può considerarsi conclusa soltanto perché sono state pronunciate delle sentenze definitive.
Lorenzo Baldo: i documenti e le informazioni che indicano scenari più ampi
Lorenzo Baldo ha portato al centro del dibattito il lavoro di ricerca e approfondimento svolto negli anni da Antimafia Duemila.
Il suo intervento ha richiamato documenti, testimonianze e informazioni che, se messi in relazione, indicano scenari più ampi rispetto alle singole ricostruzioni giudiziarie.
Baldo ha ricordato in particolare la battaglia di Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, che per anni ha continuato a chiedere che la ricerca non si fermasse agli esecutori materiali.
Il tema dei mandanti, degli interessi e delle responsabilità esterne alle organizzazioni mafiose è stato uno dei fili conduttori del suo intervento.
Brizio Montinaro: il dolore dei familiari e il diritto di sapere
Brizio Montinaro, fratello di Antonio Montinaro, agente della scorta di Giovanni Falcone ucciso a Capaci, ha riportato il confronto sul piano umano.
Dietro ogni processo, ogni sentenza e ogni documento ci sono vite spezzate e famiglie che da decenni attendono risposte.
Ma il suo intervento non si è limitato al ricordo personale. La richiesta di verità non riguarda soltanto chi ha perso un familiare. Riguarda l’intera collettività.
Il diritto di conoscere ciò che è accaduto nelle stragi è, quindi, un diritto democratico.
Paolo Lambertini: unire le associazioni e le conoscenze
Paolo Lambertini ha richiamato l’importanza del lavoro svolto dalle associazioni dei familiari delle vittime e della necessità di costruire una rete sempre più stretta tra le diverse esperienze.
Ogni associazione possiede un patrimonio di conoscenze, documenti e percorsi giudiziari. Metterli in comune può consentire di superare la frammentazione e individuare elementi che, osservati separatamente, rischiano di non essere compresi.
Il coordinamento tra le associazioni diventa così uno strumento concreto di ricerca della verità, oltre che di memoria.
Nicolas Pereira: la responsabilità delle nuove generazioni
L’intervento di Nicolas Pereira, in rappresentanza del Parlamento regionale degli studenti della Toscana, ha portato nell’incontro la voce delle nuove generazioni.
Per chi non ha vissuto direttamente gli anni delle stragi, il rischio maggiore è che questi avvenimenti diventino semplicemente pagine di un libro di storia.
Da qui l’importanza della conoscenza, dello studio e della trasmissione della memoria.
La ricerca della verità non può essere lasciata esclusivamente ai familiari delle vittime, ai magistrati o agli studiosi: deve diventare un patrimonio condiviso anche dalle nuove generazioni.
Salvatore Borsellino: i 57 giorni e le domande ancora aperte
Salvatore Borsellino ha ricordato come la memoria non possa limitarsi alla commemorazione.
Il centro del suo intervento è stato rappresentato dai 57 giorni tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, un periodo durante il quale Paolo Borsellino cercò di comprendere ciò che stava accadendo e che ancora oggi rappresenta uno dei punti centrali nella ricerca della verità.
Che cosa aveva scoperto Paolo Borsellino? Perché venne ucciso con quella rapidità? Che fine ha fatto la sua agenda rossa? E chi aveva interesse a impedirne il ritrovamento?
Salvatore Borsellino ha richiamato la necessità di continuare a porre queste domande e di non accettare che la ricerca venga fermata attraverso il silenzio o nuove forme di depistaggio.
La tavola rotonda degli avvocati
La seconda parte dell’incontro ha affrontato più direttamente il tema delle verità giudiziarie, dei loro limiti e delle possibilità che proprio le sentenze più recenti aprono per ulteriori indagini.
Danilo Ammannato: la verità giudiziaria non è necessariamente la parola finale
Danilo Ammannato ha posto una questione fondamentale: le sentenze non devono essere considerate necessariamente come un punto finale.
Una sentenza accerta responsabilità individuali e ricostruisce determinati fatti, ma questo non significa che esaurisca completamente la conoscenza di ciò che è accaduto.
Le verità giudiziarie possono, al contrario, diventare il punto di partenza per nuove indagini e nuove domande.
Ammannato ha richiamato in particolare il problema dei mandanti esterni delle stragi. In molti casi sono stati individuati e condannati gli esecutori e gli appartenenti alle organizzazioni criminali responsabili, ma questo non esclude la possibilità di ulteriori responsabilità.
La domanda da continuare a porre è quindi: chi aveva interesse a quelle stragi?
A questa domanda si collega il tema dei depistaggi. Per Ammannato, un depistaggio non è un elemento secondario della vicenda: se qualcuno devia un’indagine, significa che esiste qualcosa che si vuole nascondere.
Per comprendere una strage bisogna quindi interrogarsi non soltanto su chi l’ha commessa, ma anche su chi ha ostacolato la ricerca della verità.
Federico Sinicato: il limite del processo e la necessità di guardare alla continuità
Federico Sinicato ha richiamato la sua lunga esperienza nei processi relativi alla strage di Piazza Fontana e alla stagione della strategia della tensione.
Il punto centrale del suo intervento è stato la distinzione tra verità giudiziaria e ricostruzione storica.
Un processo penale ha necessariamente dei limiti: deve giudicare persone specifiche, accertare responsabilità individuali e rispettare precise regole probatorie.
La ricerca storica, invece, può e deve porre domande più ampie, cercando collegamenti tra uomini, apparati, strutture e avvenimenti.
Sinicato ha insistito proprio sul concetto di continuità: continuità di uomini, relazioni e apparati che attraversano diversi periodi della storia italiana.
Cercare questi collegamenti, ha sottolineato, non significa costruire teorie astratte, ma leggere insieme atti, documenti e testimonianze.
Andrea Speranzoni: il microscopio, il telescopio e il ricatto politico
Andrea Speranzoni ha portato l’esperienza dei più recenti processi relativi alla strage di Bologna.
Secondo Speranzoni, per comprendere le grandi stragi è necessario utilizzare contemporaneamente il microscopio e il telescopio.
Il microscopio serve a individuare le responsabilità penali individuali. Il telescopio serve invece a osservare il quadro complessivo, le relazioni e le strutture di potere che possono aver agito nel corso degli anni.
I processi a Gilberto Cavallini e Paolo Bellini, insieme alle condanne per altri fatti collegati, hanno consentito di approfondire il ruolo di ambienti eversivi, della loggia P2, di apparati dello Stato e delle reti che hanno operato prima e dopo le stragi.
Uno dei concetti chiave del suo intervento è stato quello del ricatto politico: l’utilizzo della violenza e della minaccia come strumento di condizionamento della vita democratica.
Speranzoni ha inoltre sottolineato l’importanza del lavoro collettivo tra associazioni dei familiari, enti pubblici e avvocati, ricordando che nessuno può ricostruire da solo una vicenda così complessa.
Fabio Repici: via D’Amelio, i depistaggi e i mandanti ancora da individuare
Fabio Repici ha concentrato il suo intervento sulla strage di via D’Amelio e sulle vicende giudiziarie ancora aperte.
Il processo Borsellino quater ha permesso di accertare le responsabilità interne a Cosa Nostra e di smascherare il gravissimo depistaggio costruito attorno alle false dichiarazioni di Vincenzo Scarantino.
Ma, secondo Repici, proprio la scoperta di quel depistaggio rende ancora più urgente chiedersi che cosa si volesse nascondere.
Tra le questioni ancora aperte ha richiamato la sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, il processo relativo al depistaggio, le indagini sui mandanti occulti e le vicende giudiziarie che coinvolgono Paolo Bellini e Marcello Dell’Utri.
Il filo conduttore del suo intervento è stato la necessità di collocare le stragi del 1992 e del 1993 all’interno di una storia più lunga, nella quale si intrecciano mafia, eversione neofascista, apparati, massoneria e interessi politici.
Per Repici, la chiave per comprendere molti di questi meccanismi è quella dell’impunità del potere e del ricorso al depistaggio per garantirla.
Michele Riccio: il pericolo della parcellizzazione
Nell’intervista proiettata durante l’incontro, il generale Michele Riccio ha sviluppato un ragionamento strettamente collegato a quello emerso nel corso della giornata.
Secondo Riccio, molte vicende sono state affrontate attraverso una visione parcellizzata, che ha impedito di individuare convergenze e collegamenti.
La nota «Cavallo», la vicenda Bellini-Gioè, le indagini relative a Luigi Ilardo, l’omicidio di Nino Agostino e altre vicende giudiziarie sono state richiamate come possibili elementi di un quadro più ampio.
Riccio ha sostenuto che mettere insieme questi elementi avrebbe potuto rendere più visibili alcune ricorrenze: uomini che compaiono in contesti diversi, documenti scomparsi, indagini non sviluppate e ripetute sottovalutazioni.
Il filo comune dell’incontro
Nelle conclusioni, Antonella Beccaria ha riportato il dibattito alla domanda iniziale.
Quanto manca ancora alla verità?
Le verità giudiziarie esistono. Esistono condanne definitive, ricostruzioni processuali, documenti e testimonianze.
Ma il mosaico è ancora incompleto.
La sfida è quella di mettere insieme le tessere già disponibili: le conoscenze provenienti dalle diverse associazioni, gli atti processuali, le sentenze, le testimonianze e il lavoro di giornalisti, studiosi e investigatori.
Perché forse il problema non è soltanto trovare nuove tessere.
Forse, come è emerso da molti degli interventi, è necessario anche iniziare a guardare insieme quelle che già possediamo.
Solo così sarà possibile verificare se dietro stragi apparentemente diverse, avvenute in epoche differenti, possano emergere continuità, relazioni e responsabilità che la frammentazione delle singole indagini non ha ancora consentito di vedere pienamente.
La memoria, allora, non può essere soltanto commemorazione. Deve essere ricerca. E la ricerca della verità non può fermarsi finché il mosaico resta incompleto.
Di seguito, la trascrizione integrale degli interventi.
Sandro Matteini
Sandro Matteini: Buonasera a tutti. Sono Sandro Matteini dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili e vi do il benvenuto a questo convegno di questa sera.
Ho il piacere e l’onore di chiamare qui accanto a me i vari rappresentanti delle istituzioni e dell’associazione per alcuni saluti istituzionali. Comincerei con Luigi Dainelli, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, e insieme a lui chiamerei anche l’assessora Benedetta Albanese, con delega alla cultura della memoria e della legalità per il Comune di Firenze.
Luigi Dainelli
Luigi Dainelli: Buonasera a tutti. Sono Luigi Dainelli, presidente dell’Associazione dei Familiari delle Vittime della Strage di via dei Georgofili e, a nome di tutta la nostra associazione, desidero ringraziare tutti gli organizzatori, i sostenitori e i presenti a questo importante appuntamento di memoria.
La memoria, sì, è al centro del nostro impegno quotidiano di associazione. Lo facciamo nelle scuole, con il teatro, la musica, i libri, gli ospiti e le tante, tantissime iniziative che, insieme a diversi soggetti istituzionali e sostenitori, riusciamo a mettere in campo ogni anno, tutto l’anno, e che in questi giorni di maggio, intorno al 27, vedono la loro massima espressione grazie a tante preziose collaborazioni.
Fra tutte, senza voler fare nomi o elenchi, e rischiare qualche dimenticanza colpevole, mi riempie di orgoglio portare alla vostra conoscenza e richiamare la vicinanza del nostro Capo dello Stato, il Presidente Sergio Mattarella, che, all’iniziativa di questo 33º anniversario, ha voluto concedere l’alto e prezioso riconoscimento della sua medaglia di rappresentanza.
Al nostro Presidente, che solo pochi anni fa, il 9 maggio 2023, ha chiaramente parlato di «gravi deviazioni» per le quali avvertiamo ancora l’esigenza pressante di conoscere la piena verità, va il nostro ringraziamento, sia alla persona sia al simbolo, coerente esempio per tutti i buoni servitori dello Stato democratico, immuni da ogni connivenza o mera interlocuzione, come definita dalla sentenza del processo sulla trattativa Stato-mafia, con ogni forma di illegalità e sovversione.
Perché per noi, come diceva sempre la nostra Giovanna Maggiani Chelli, che ricordiamo con grande affetto e riconoscenza, non c’è memoria senza verità.
E allora la domanda che dà anche il titolo a una nostra recente pubblicazione e che oggi ci promettiamo di continuare a porre sulla verità giudiziaria, con i contributi che verranno da questa serata, è:
Quanto manca alla verità su stragi e attentati?
Ce lo siamo chiesto e continuiamo a chiedercelo insieme al Coordinamento nazionale di associazioni e familiari di vittime di stragi e attentati, che rappresenta un nuovo soggetto costituitosi nel dicembre del 2024 e che aggrega, appunto, noi rappresentanti di varie associazioni che, dalla Sicilia a Brescia, passando per Roma, Milano, Bologna e Firenze, siamo convinti che, sia dal punto di vista storico sia sotto il profilo giudiziario, siano più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono.
Vogliamo una risposta forte e chiara dalle istituzioni di questo Paese che, troppe volte e in troppe occasioni, è stato un Paese nelle mani di qualcuno o di qualche interesse antidemocratico: massoneria, eversione neofascista, servizi deviati, criminalità comune e organizzata, ingerenze estere.
È pronto il nostro Paese a conoscere la verità, sia giudiziaria sia storica?
Da questa risposta possiamo sperare che ciò che è accaduto nel 1992-’93, così come prima, durante la cosiddetta strategia della tensione, non accada mai più.
L’Italia è un Paese dove si è fatta politica con le stragi. L’obiettivo delle bombe del Nord e degli agguati del Sud è stato uno solo: fermare il cambiamento, eliminare tutte quelle condizioni e tutti quegli uomini che avrebbero potuto determinarlo.
Più passano i decenni e più è facilmente individuabile un filo rosso che lega anche gli attentati apparentemente più lontani.
E allora, fuori da ogni retorica, ecco il nostro semplice e decisivo appello a chi ancora può dare un contributo: chi sa, parli, per svelare le peggiori trame di questo nostro Paese, vaccinandolo così dal ripetersi di simili, mortali cancrene.
Ci consola, infine, quando in questa battaglia di vittime e familiari sentiamo al nostro fianco l’opinione pubblica, tanti cittadini, persone semplici, come ad esempio in occasione del recente sondaggio promosso dall’amministrazione comunale per la scelta del nome del nuovo ponte sull’Arno, a Firenze.
Tra tanti bellissimi nomi di importanti donne italiane, hanno scelto proprio Nadia e Caterina Nencioni, le due bambine morte, come simbolo non di morte e di sconfitta, ma di prospettiva e di riscossa civile per il futuro.
Perché, riprendendo le parole del procuratore Nino Di Matteo, «fare memoria non significa limitarsi a un sterile esercizio retorico di emozione per il ricordo delle vittime».
Memoria vera è conoscenza e analisi. Solo in tal modo può crearsi e consolidarsi l’antidoto più efficace al rischio che oggi e in futuro prevalgano logiche occulte, in grado di condizionare o sovvertire le nostre istituzioni democratiche.
L’impegno con i giovani per mantenere la memoria è lotta per la libertà, la cittadinanza e la dignità di ciascuno di noi. È indispensabile per la salvaguardia dei valori costituzionali e democratici del nostro Paese.
Grazie.
Nino Di Matteo
Sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia – intervento in collegamento
Innanzitutto sento il dovere di ringraziare gli organizzatori di questo importante convegno e vi dico sinceramente che mi dispiace non essere fisicamente presente, come invece ero riuscito a essere in altre occasioni, in altri anni.
Questo è un convegno importante per tanti motivi. Intanto, inizio dalla passione civile e dal coraggio di chi è chiamata oggi a svolgere la funzione di moderatrice del dibattito, la dottoressa Antonella Beccaria. Ringrazio inoltre per la grande qualità dei relatori: l’avvocato Repici, l’avvocato Ammannato, l’avvocato Speranzoni e l’avvocato Sinicato.
Sono tutti avvocati che, per esperienza diretta in diversi processi, ma ancor prima per la loro spiccata capacità di analisi, hanno maturato competenza e una visione d’insieme della complessa materia delle stragi e dei processi sulle stragi.
E vi dico anche una cosa: sono relatori che, ne sono sicuro, seguirò poi nei loro interventi proprio perché sono avvocati, non sono magistrati o investigatori. Possono certamente esprimere, senza troppi condizionamenti e senza troppi limiti, le loro idee e i loro auspici sul prosieguo delle indagini e, speriamo, dei processi.
Ma questo è un dibattito importante perché è, ne sono sicuro, la testimonianza di una memoria intesa non come sterile esercizio retorico che si limita al ricordo, magari emozionato ed emozionante, delle vittime, ma come approfondimento dei contesti in cui le stragi sono avvenute, per cercare di colmare quegli evidenti spazi di verità tuttora inesplorati, che non sono stati colmati fino a oggi da indagini e da dibattimenti già celebrati.
Da questo punto di vista, la titolazione di questo incontro è particolarmente significativa già di per sé stessa: «Il mosaico incompleto delle verità giudiziarie».
Non è vero che non sappiamo nulla su quelle stragi. Sappiamo tanto; per tanti sappiamo troppo. Ma certamente siamo in presenza di un quadro ancora suscettibile, doverosamente, di completamento: appunto, un mosaico incompleto.
La strage di via dei Georgofili non può essere ricostruita esattamente e in maniera compiuta se non insieme agli altri attentati precedenti e successivi, se non insieme, ovviamente, alla strage di Capaci, alla strage di via D’Amelio, agli attentati successivi della notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993 e all’attentato, per fortuna fallito, del 23 gennaio 1994 allo Stadio Olimpico di Roma.
La strage di via dei Georgofili non può essere compresa se si perde di vista il particolare contesto politico nazionale e internazionale e le trattative, in quel momento in corso, tra pezzi dello Stato ed esponenti di vertice di Cosa Nostra.
La strage di via dei Georgofili non può essere ricostruita e compresa se non si conoscono le cause e i contesti nazionali e internazionali in cui maturarono anche, prima di quelle che ho citato, le stragi degli anni Settanta e Ottanta.
Lo sforzo deve essere quello di collegare i fatti, individuare il filo che li lega, valorizzare i tanti punti di contatto, comprendere quanto in ciascuno di essi abbiano avuto un ruolo, spesso decisivo, complicità istituzionali, anche sotto forma di omertà, di squallidi motivi e convenienze di parte, se non di veri e propri depistaggi.
Questo è il metodo giusto per coltivare in maniera onesta l’anelito alla verità di tanti familiari delle vittime e di tanti italiani perbene.
Questo è il metodo da contrapporre a coloro che invece, penso – e lo dico chiaramente – intanto all’attuale Commissione parlamentare antimafia, atomizzano, spezzettano, isolano i fatti l’uno dagli altri, di fatto consegnando alla storia ricostruzioni minimaliste e fuorvianti e, per questo, rassicuranti per molti.
Sono certo che l’incontro di oggi costituirà un importante segnale di resistenza civile, in un Paese che vuole consegnare definitivamente all’oblio una parte importante della sua storia recente e che ancora oggi produce i suoi effetti nefasti per la nostra democrazia.
Vi saluto, vi auguro buon lavoro nella certezza che quello che la città di Firenze sta vivendo questa sera sarà un momento molto importante.
Grazie a tutti.
Lorenzo Baldo
Vicedirettore di Antimafia 2000
È davvero un mosaico incompiuto della verità giudiziaria quello di cui si parla oggi pomeriggio. Ne sono sempre più convinto.
E quel termine, «mosaico», l’ho ritrovato in un documento dello SCO, il Servizio centrale operativo della Polizia, dell’11 settembre 1993, inviato qualche giorno dopo alla Commissione antimafia presieduta da Luciano Violante.
Ecco, gli investigatori dello SCO scrivevano che, dopo il fallito attentato a Maurizio Costanzo del 15 maggio 1993, i successivi attentati non avrebbero dovuto realizzare stragi, ponendosi invece come tessere di un mosaico inteso a creare panico, intimidire, destabilizzare e indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una trattativa, per la cui conduzione sarebbero stati utilizzati da Cosa Nostra anche canali istituzionali.
Quindi, nel settembre del 1993 veniva scritto che l’obiettivo della strategia delle bombe sarebbe stato quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che allora affliggevano Cosa Nostra: il sistema carcerario e il pentitismo.
Dal canto suo, il pentito Gaspare Spatuzza, parlando proprio delle stragi del 1993, aveva specificato che non erano previsti morti per le stragi, né a Firenze né altrove, per poi rimarcare il suo pensiero:
«Quando andiamo a mettere cento e passa chili di esplosivo in una strada abitata, stiamo andando verso qualcosa che non ci appartiene più».
Il dubbio atroce che quei corpi dilaniati dal tritolo o menomati per sempre rientrassero in errori di calcolo dovuti a circostanze avverse, o fossero invece la conferma di una strategia eversiva esterna a Cosa Nostra, ha generato ulteriore sofferenza nei familiari delle vittime di questa violenza politico-mafiosa.
Perché di questo si tratta: stragi di Stato che attendono ancora una verità giudiziaria sui mandanti esterni, sui quali pesa, secondo quanto affermato nell’intervento, come un macigno l’ombra dei servizi segreti americani, da sempre presente nei misteri delle stragi del nostro Paese.
Al silenzio omertoso degli uomini e delle istituzioni chiamati a testimoniare sul biennio stragista 1992-1993 si sovrappongono le dichiarazioni di ex mafiosi che hanno collaborato con la giustizia, alcuni dei quali evidentemente hanno avuto paura di dire tutto quello che sapevano su quegli apparati dello Stato che, secondo questa ricostruzione, avrebbero ideato la strategia stragista servendosi di Cosa Nostra.
Una paura oggettiva che accomuna chi, a livello istituzionale, sa ma ha taciuto o addirittura ha mentito.
Basta ricordare le dichiarazioni dell’ex presidente Oscar Luigi Scalfaro, dichiarazioni smentite, secondo quanto riportato nell’intervento, dagli appunti presenti nelle agende dell’ex premier Carlo Azeglio Ciampi, che attestavano quanto Scalfaro fosse stato protagonista, nei primi mesi del 1993, dell’operazione di ammorbidimento della politica carceraria, una delle richieste di Cosa Nostra allo Stato attraverso le nomine da effettuare per il cambio dei vertici del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.
Di contraltare restano oggi le parole di chi invece non ha mai smesso di gridare forte la propria richiesta di verità e giustizia.
E in questa giornata il mio ricordo va innanzitutto a Giovanna Maggiani Chelli, l’indomita presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili e madre di Francesca, segnata pesantemente nel corpo e nell’anima dopo la strage del 27 maggio, nella quale il suo fidanzato Dario Capolicchio è morto insieme all’intera famiglia Nencioni.
«Noi vogliamo capire fino in fondo quello che è accaduto», diceva con forza Giovanna, in un’intervista rilasciata al nostro direttore Bongiovanni, insieme al caporedattore Pettinari. «Nel bene o nel male, vogliamo solo la verità».
Giovanna voleva sapere, una volta per tutte, cosa intendesse dire Graviano nel gennaio del 1994, pochi giorni prima del fallito attentato allo Stadio Olimpico, quando aveva fatto i nomi di Berlusconi e Dell’Utri dicendo che, grazie a loro, «si erano messi il Paese nelle mani».
E nell’indagine sui mandanti esterni delle stragi del 1993, che vede ancora indagati a Firenze Marcello Dell’Utri e Mario Mori, il ruolo di Giuseppe Graviano resta fondamentale per arrivare alla verità.
Tornano in mente le dichiarazioni di Giuseppe Graviano nel febbraio 2020, al processo «’ndrangheta stragista», quando aveva dichiarato di aver appreso tramite suo cugino Salvatore Graviano che, nel 1992, prima della strage di Capaci, Berlusconi avrebbe detto di voler scendere in politica.
E già nel 2016 lo stesso Graviano, in un’intercettazione ambientale in carcere con il boss Umberto D’Amico, aveva dichiarato: «Berlusca mi ha chiesto questa cortesia, per questo è stata l’urgenza», per poi aggiungere: «Lui voleva scendere, nel senso, in politica, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto: “Ci vorrebbe una bella cosa”».
Si riferiva forse alle stragi del 1993?
Su questo punto gli investigatori hanno cercato con ogni mezzo di fare luce, mentre subivano attacchi senza precedenti, come ha denunciato l’ex procuratore di Firenze Luca Tescaroli.
Certo è che Giuseppe Graviano si era limitato a lanciare quel messaggio a chi di dovere in cambio del suo silenzio.
Sette anni fa Giovanna ci ha lasciato, sconfitta da quello che spesso viene definito un male incurabile. Ma qui di incurabile c’è soprattutto la collusione di pezzi di uno Stato che ha trattato con Cosa Nostra sul sangue di tutte le vittime innocenti.
Ed è nei loro confronti, e nei confronti di chi, come Giovanna, se n’è andata mentre chiedeva giustizia, che abbiamo un dovere morale: continuare a pretendere la verità ed essere un corpo estraneo che fa inceppare quell’ingranaggio che cerca di impedire alla verità di emergere con tutta la sua forza.
Grazie.
Brizio Montinaro
Familiare delle vittime della strage di Capaci
Buonasera a tutti.
Questa sera sono qui in una doppia veste. Nel 2020 ho deciso di mettere su una piccola casa editrice, la cui collana principale è dedicata alla strage di Capaci e, in particolare, a mio fratello, che è morto quando aveva 29 anni, cinque anni meno di me, lasciando due bambini.
Però stasera vorrei fare un saluto particolare, oltre che alla maggior parte degli amici che qui sono relatori, con i quali in tutti questi anni di estremo dolore ci siamo incontrati nel ricordo.
Sono passati 34 anni dalla strage di Capaci e di via D’Amelio e 33 anni dalla strage di via dei Georgofili.
Rivolgo un particolare saluto ai molti amici che sono venuti qui a salutarmi, perché questa città mi ha adottato nella metà degli anni Settanta. Ho studiato architettura qui e ho lavorato complessivamente, tra studi e lavoro, per 25 anni. Conosco quindi benissimo questa realtà.
Per me è un grande onore essere in questa sede, in un ruolo che mai avrei pensato di ricoprire.
Quando i responsabili dell’associazione mi hanno chiesto di poter pubblicare questo libro, sono stato veramente molto contento, perché è nel mosaico incompleto, rappresentato in parte nel titolo e poi completato polemicamente nei tasselli della quarta di copertina, che risiede la speranza che questo possa diventare finalmente un unico disegno completo.
Un disegno che porga a tutti noi cittadini la possibilità di avere finalmente una verità giudiziaria, che sappiamo essere ancora molto incompleta per le tecnicalità che ci spiegheranno anche i relatori, ma soprattutto che consenta di mettere insieme quella verità storica e quell’oggettività storica davanti alla quale noi non possiamo assolutamente arretrare.
Grazie e buon lavoro a tutti.
Paolo Lambertini
Presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna
Buongiorno a tutti.
Da qui è ancora più meravigliosa la sala. Porto anzitutto i saluti del sindaco di Bologna, che è stato cortesemente invitato ma, per impegni, non è potuto essere presente.
Porto i miei saluti personali e quelli di tutta l’associazione che rappresento.
Ringrazio davvero per l’ospitalità in questo luogo, questa casa dei fiorentini, una cornice prestigiosa che qualcuno potrebbe dire oggi si è riempita di dolore.
Anche questa potrebbe essere una chiave di lettura, legittima, se consideriamo Capaci qualche giorno fa, oggi i Georgofili, domani l’anniversario di Piazza della Loggia e, se vogliamo, anche Walter Tobagi. L’agenda italiana è costellata di queste date.
Però vorrei sottolineare una lettura diversa.
Io vedo qui un consesso di persone che hanno a cuore la verità, che hanno a cuore la giustizia, con la volontà di costruire, attraverso l’impegno civile, una società e una democrazia più sane.
Semplifico molto, ma credo di non sbagliare. E credo che questo dia, e continuerà a dare, fastidio a qualcuno.
E allora, ancora di più, credo che sia necessario trovare ogni forma collaborativa tra tutti noi, una forma di scambio e di disponibilità, mettendo a disposizione le quote di conoscenza che ciascuno di noi si è conquistato anche a fatica.
Quanto manca alla verità sulle stragi e sugli attentati? Quanto è incompiuto il mosaico della verità giudiziaria?
Io non risponderò direttamente, ma prima vorrei sottolineare quanto trovo fondamentale valorizzare l’importanza di quelle pagine processuali che oggi sono già state scritte e che costituiscono patrimonio conoscitivo.
Dobbiamo sottolinearle, valorizzarle. Sono importanti pezzi di verità raggiunti superando faticosissimi ostacoli, lungo un percorso continuamente a ostacoli.
Facciamo sì che diventino sempre più un patrimonio facilmente accessibile, noto all’opinione pubblica nella loro autenticità, senza aggiustamenti, senza distorsioni mediatiche, senza false verità, e che magari diventino ancora più di oggi oggetto di interesse diffuso.
Dall’altro lato, facendo una riflessione sulla domanda, mi sembra evidente, come è già stato detto, che manchino ancora tessere essenziali e che ci sia ancora un significativo pezzo di strada da fare, che ci siano ancora puntini da unire.
Lo dico perché, se leggiamo la costante dose patologica di ostacoli, di depistaggi, di assenza di volontà e di consapevole, colpevole assenza di impegno anche da parte di apparati istituzionali, emerge una visione rivolta alla verità d’insieme.
Evidentemente ci sono segreti difficili da svelare, difficili da accettare. Ma sono difficili per chi ha le mani sporche, per chi ha qualcosa da nascondere, per chi deve proteggere un sistema di controllo del potere che ha saputo riprodursi ed evolversi nel tempo, non per noi.
A me sembra che anche qui, oggi, grazie soprattutto alle importanti figure che abbiamo sentito e che sono certo sentiremo a breve, ci siano già le idee su dove andare a cercare queste tessere mancanti.
Il filo c’è.
Quindi sento di ripetermi: troviamo il miglior coordinamento possibile perché ogni risorsa disponibile sia al servizio di un sistema connesso e continuiamo a tracciare insieme la linea netta tra la ricerca della verità e la patologica volontà di nasconderla.
Grazie.
Nicolas Pereira
Parlamento regionale degli studenti della Toscana
Grazie mille. Buongiorno a tutte e a tutti voi.
Sono Nicolas Pereira, presidente del gruppo provinciale di Firenze nel Parlamento regionale degli studenti.
Innanzitutto desidero rivolgere i saluti del presidente Sergio Angarano, che non è potuto essere qui oggi ma avrebbe voluto partecipare.
Quest’anno il Parlamento regionale degli studenti ha voluto dedicare le proprie energie al progetto di monitoraggio dei beni confiscati alla mafia.
Abbiamo avuto un’ulteriore conferma, noi studenti parlamentari, di un tema che molto spesso facciamo fatica a dire e a ricordare: il fatto che la mafia sia presente anche nel nostro territorio.
Troppe volte abbiamo relegato i fenomeni di origine mafiosa alle regioni meridionali, ma la strage di 33 anni fa, qui nel cuore di Firenze, ci ricorda in modo drammatico quanto la mafia sia onnipresente.
Fu un attacco infido nel cuore della nostra amata Firenze, non solo per le vittime Dario, Fabrizio, Angela e le piccole Nadia e Caterina, ma anche per la coscienza collettiva.
Oggi siamo qui a ricordare quel triste giorno per fare memoria, ma soprattutto per confermare la nostra decisione di agire dalla parte giusta.
Il Parlamento regionale degli studenti, con questo progetto, ha deciso di opporsi fermamente e ha dimostrato quanto noi giovani crediamo nelle istituzioni e crediamo nello Stato.
Non nello Stato delle persone, ma nello Stato formato da noi cittadini; non nelle istituzioni formate dalle persone, ma nelle istituzioni formate da tutto il popolo, che è sovrano nella nostra patria.
Non vogliamo vergognarci di quella che è stata la nostra storia, di quello che è stato il fenomeno mafioso. Non ci vergogniamo del fatto che sia presente anche all’interno del nostro territorio.
Ci vergogneremmo, però, se non venisse denunciata. Ci vergogneremmo se non venissero utilizzati i beni confiscati alla mafia per un giusto riutilizzo sociale.
Ed è anche attraverso questo che è possibile veramente fare memoria.
Se i giovani non riescono a fare memoria, si spegne quel fuoco che è il desiderio di giustizia. Noi non possiamo permetterlo.
Se oggi noi del Parlamento degli studenti siamo qui, è per questo: perché non c’è, da parte dei giovani, la volontà di spegnere quel fuoco che è il desiderio di verità e di giustizia.
Grazie a tutti voi.
Salvatore Borsellino
Salvatore Borsellino: Buonasera a tutti.
Quando sono stato invitato a questo incontro, ho accettato immediatamente, perché ritengo che occasioni come questa siano fondamentali per continuare a mettere insieme i pezzi di una storia che ancora oggi ci viene raccontata in maniera frammentaria.
Noi familiari delle vittime abbiamo imparato, nel corso di tanti anni, che la memoria non può limitarsi alla commemorazione. La memoria deve essere ricerca della verità.
E la ricerca della verità deve essere fatta soprattutto mettendo insieme le vicende che troppo spesso vengono considerate separatamente.
Le stragi del 1992 e del 1993, la strage di via dei Georgofili, quella di Capaci, quella di via D’Amelio, gli attentati di Roma e di Milano: tutto questo non può essere letto come una successione di fatti isolati.
Bisogna chiedersi quale fosse il disegno complessivo.
Perché mio fratello Paolo aveva capito che stava accadendo qualcosa di enorme. Aveva capito che la strage di Capaci non poteva essere considerata semplicemente una vendetta di Cosa Nostra contro Giovanni Falcone.
E aveva capito che, dopo Capaci, anche la sua vita era in pericolo.
Paolo non era un uomo che cercava la morte. Era un uomo che cercava la verità. Ed è per questo che faceva paura.
Sono passati tanti anni e ancora oggi continuiamo a chiederci che cosa sia realmente accaduto nei 57 giorni che separarono la strage di Capaci da quella di via D’Amelio.
Cinquantasette giorni nei quali Paolo Borsellino cercò disperatamente di capire.
Cinquantasette giorni nei quali parlò con molte persone, incontrò magistrati, investigatori e uomini delle istituzioni.
E cinquantasette giorni nei quali, probabilmente, comprese qualcosa che non doveva comprendere.
Io non so se riusciremo mai a conoscere tutta la verità.
Ma so che non possiamo accettare che la ricerca della verità venga fermata attraverso il silenzio, attraverso l’oblio o attraverso nuove forme di depistaggio.
Perché il depistaggio sulla strage di via D’Amelio non appartiene soltanto al passato.
Il depistaggio continua ogni volta che si cerca di restringere il campo della ricerca, ogni volta che si cerca di isolare un fatto dal suo contesto, ogni volta che si tenta di convincerci che tutto sia stato già chiarito.
Non è così.
Ci sono ancora molte domande.
Che cosa sapeva Paolo Borsellino?
Perché fu ucciso con quella rapidità?
Che fine ha fatto la sua agenda rossa?
Chi aveva interesse a impedire che quelle informazioni venissero conosciute?
E soprattutto: quali furono i rapporti tra Cosa Nostra e quei soggetti esterni che, in diversi momenti della storia della nostra Repubblica, hanno utilizzato la violenza mafiosa come strumento per raggiungere determinati obiettivi?
Queste sono domande che non appartengono soltanto ai familiari delle vittime.
Sono domande che riguardano tutti.
Per questo io credo che sia fondamentale il lavoro che viene fatto insieme dalle associazioni dei familiari delle vittime delle diverse stragi.
Perché soltanto mettendo insieme le conoscenze, gli atti processuali, le testimonianze e le diverse esperienze si può cercare di ricostruire un quadro complessivo.
E forse, proprio allora, ci accorgeremo che tanti avvenimenti che abbiamo considerato separati facevano parte dello stesso disegno.
Io continuerò a cercare la verità finché avrò la forza di farlo.
E continuerò a farlo non soltanto per mio fratello Paolo, ma per tutte le vittime di quelle stragi e per le future generazioni.
Perché un Paese che non conosce la propria storia è un Paese che rischia di riviverla.
Grazie.
Continuo dalla trascrizione originale con gli interventi successivi. Correggo il testo senza aggiungere contenuti esterni o ricostruire passaggi non supportati dal file.
Antonella Beccaria
Antonella Beccaria (moderatrice): Grazie a tutti. Abbiamo ascoltato una serie di interventi che, pur provenendo da esperienze e percorsi diversi, hanno già fatto emergere un elemento comune: la necessità di mettere in relazione fatti, vicende giudiziarie e soggetti che troppo spesso vengono analizzati separatamente.
È proprio da qui che vorrei partire per introdurre il confronto con gli avvocati che hanno seguito, e continuano a seguire, alcuni dei più importanti processi relativi alle stragi.
Abbiamo con noi l’avvocato Danilo Ammannato, l’avvocato Federico Sinicato, l’avvocato Andrea Speranzoni e l’avvocato Fabio Repici.
Danilo Ammannato
Danilo Ammannato: Grazie dell’invito e grazie soprattutto dell’opportunità di essere qui oggi.
Io credo che il tema di questo incontro, quello del mosaico incompleto delle verità giudiziarie, sia particolarmente importante perché ci costringe a riflettere non soltanto su ciò che sappiamo, ma soprattutto su ciò che ancora non sappiamo.
E credo che sia importante anche non cadere nell’errore di considerare le verità giudiziarie come qualcosa di definitivo e immutabile.
Una sentenza stabilisce delle responsabilità, accerta dei fatti, ma non necessariamente esaurisce la conoscenza di tutto ciò che è avvenuto.
Le sentenze possono essere punti di partenza.
Possono consentire di individuare nuove piste investigative, nuovi collegamenti, nuove responsabilità.
Questo vale, naturalmente, per tutte le grandi stragi che hanno segnato la storia della Repubblica.
Quando parliamo delle stragi del 1992 e del 1993, dobbiamo ricordare che abbiamo delle verità giudiziarie importanti, delle condanne definitive, delle ricostruzioni processuali consolidate.
Ma abbiamo anche delle zone d’ombra.
E una di queste riguarda sicuramente il tema dei mandanti esterni.
Io credo che sia fondamentale continuare a lavorare su questo punto.
Perché sappiamo chi ha materialmente organizzato e realizzato molte di quelle stragi, ma non possiamo considerare automaticamente conclusa la ricerca sulle responsabilità ulteriori.
La domanda che dobbiamo continuare a porci è: chi aveva interesse a quella strategia?
Quali interessi politici, economici e istituzionali potevano convergere con quelli di Cosa Nostra?
Sono domande che devono essere affrontate con gli strumenti propri dell’indagine giudiziaria, naturalmente, ma senza preclusioni.
Perché una delle caratteristiche comuni che emerge da molti processi è proprio la presenza di depistaggi.
E il depistaggio non è un elemento secondario.
Un depistaggio esiste perché qualcuno vuole impedire che venga scoperta una verità.
Quindi, per comprendere fino in fondo una strage, bisogna interrogarsi non soltanto su chi l’ha commessa, ma anche su chi ha avuto interesse a nascondere, ritardare o deviare le indagini.
Questo è il punto sul quale credo sia necessario continuare a lavorare.
Federico Sinicato
Federico Sinicato: Io partirei proprio da una considerazione.
Quando si parla di queste vicende, spesso si tende a pensare che appartengano ormai soltanto alla storia.
Ma non è così.
Sono vicende che continuano ad avere conseguenze nel presente, perché riguardano il funzionamento delle nostre istituzioni, il rapporto tra poteri dello Stato e la capacità di garantire ai cittadini una conoscenza completa della propria storia.
Io mi sono occupato per molti anni delle vicende legate alla strage di Piazza Fontana e, inevitabilmente, quando si studiano quei fatti, ci si trova davanti a un problema fondamentale: la continuità.
La continuità di uomini, di apparati, di strutture e di relazioni.
Non si può comprendere la stagione delle stragi semplicemente analizzando ogni episodio separatamente.
Bisogna cercare di capire quali fossero i collegamenti.
E questo non significa costruire una teoria astratta o una visione complottistica della storia.
Significa leggere gli atti, le sentenze, le testimonianze e i documenti.
Significa vedere ciò che emerge dalle indagini.
E spesso ciò che emerge è proprio la presenza di una serie di rapporti che attraversano decenni.
Il problema è che la giustizia penale ha dei limiti.
Un processo penale deve accertare responsabilità individuali, deve rispettare determinate regole probatorie, deve giudicare persone specifiche.
La storia, invece, può porre domande più ampie.
Può cercare di comprendere i contesti.
Può cercare di mettere in relazione elementi che, all’interno di un singolo processo, non sono necessariamente sufficienti per determinare una condanna.
Ecco perché, secondo me, è fondamentale il lavoro delle associazioni dei familiari delle vittime.
Perché quel lavoro consente di mantenere viva la domanda.
La domanda di verità.
E finché quella domanda rimane aperta, anche le istituzioni sono chiamate a confrontarsi con ciò che ancora non è stato chiarito.
Antonella Beccaria: Avvocato Sinicato, lei ha seguito da vicino alcuni dei processi più importanti relativi alla stagione della strategia della tensione. Una delle domande che emerge continuamente è proprio quella relativa alla possibilità di individuare un filo di continuità tra le diverse stragi.
E allora passiamo all’avvocato Andrea Speranzoni, perché per Bologna la vicenda giudiziaria è ancora di grande attualità.
Ricordiamo che per il processo a Gilberto Cavallini si è arrivati alla sentenza definitiva nel gennaio 2025 e per Paolo Bellini il 1° luglio 2025.
La strage di Bologna è una delle vicende nelle quali, attraverso i processi più recenti, si è arrivati a individuare anche nomi e responsabilità ulteriori.
La domanda è: quali sono oggi i punti fermi e quali, invece, i tasselli ancora mancanti?
Andrea Speranzoni
Avvocato di parte civile per la strage di Bologna
Sì, grazie per questo invito e per questa possibilità di riflessione e di condivisione, anche tra noi avvocati che seguiamo questi tortuosi, complessi e lunghi percorsi giudiziari.
Io penso, e penso di poterlo dire un po’ in generale, non solo per i fatti del 2 agosto 1980, che tutti questi processi di cui stiamo parlando, innanzitutto, non siano processi alla storia.
Le Corti d’assise davanti alle quali abbiamo tutelato le vittime e le ragioni degli enti pubblici territoriali, vittime di reati eversivi dell’ordine costituzionale, non sono tribunali della storia.
Abbiamo giudicato imputati vivi, in carne e ossa. Abbiamo giudicato responsabilità penali individuali, di tipo concorsuale.
Ma abbiamo avuto una possibilità che alcuni decenni fa chi ci ha preceduto non aveva.
Abbiamo potuto guardare, con il microscopio, le responsabilità individuali, laddove è stato possibile raggiungerle; e, contemporaneamente, con il telescopio, il quadro generale di questo firmamento.
Uso un termine meraviglioso della poetica, ma in questo caso si tratta di un firmamento criminale che ha connotato non la storia italiana – perché anche qui, permettetemi di dirlo, stiamo facendo la storia, un pezzo di storia, la storia democratica, la storia di chi ha sempre rigettato la violenza come strumento di condizionamento e di ricatto politico – ma il modo di atteggiarsi antidemocratico di un certo potere.
Un potere che ha attraversato, con quei percorsi carsici di cui parlava tanti anni fa Norberto Bobbio, il modo di atteggiarsi di una classe politica, di una classe dirigente o di corpi interni alla nostra Repubblica.
Bologna, in questo senso, con i due processi che tu citavi, quello a carico di Gilberto Cavallini e quello a carico di Paolo Bellini, più le condanne per depistaggio a carico di Piergiorgio Segatel e la condanna a carico di Domenico Catracchia, ci ha consentito di approfondire ulteriormente questo quadro.
Alludo anche alla vicenda di via Gradoli, cioè a quegli appartamenti di via Gradoli 96, a Roma, che nel 1978 venivano utilizzati dai brigatisti che gestivano il sequestro Moro e dove, due anni e mezzo dopo, negli stessi locali e nelle stesse palazzine, trovarono ospitalità terroristi neri del gruppo Nardi, Fioravanti e Cavallini.
Abbiamo avuto, quindi, un processo sui mandanti che ha disvelato anche le filiere, le catene di comando e le strutture di corpi che, all’interno della nostra Repubblica, hanno tramato e lavorato perché il terrorismo potesse manifestarsi e che, successivamente a queste terribili manifestazioni di violenza terroristica, hanno coperto il terrorismo medesimo.
Siamo di fronte, quindi, a un modo di atteggiarsi del potere.
E oggi lo conosciamo meglio.
Nel processo di Bologna dobbiamo però ricordare due fatti processuali.
Il processo sui mandanti incomincia da una richiesta di archiviazione della Procura della Repubblica, richiesta alla quale viene fatta opposizione il 17 gennaio 2017.
Quindi non è che fossimo partiti con il passo giusto sul tema dei mandanti.
L’Associazione dei familiari era dal 2011 che presentava esposti, memorie e integrazioni a queste memorie.
Io ho partecipato a questo percorso ricostruttivo, che dava stimolo alla ricostruzione del procedimento sui fatti relativi ai mandanti, ai finanziatori e agli ispiratori politici di quella strage.
Ma tutto sembrava fermarsi nel marzo di quell’anno: richiesta di archiviazione.
Anche il processo Cavallini è stato, per chi lo ha vissuto in quell’aula, assai particolare.
La posizione delle parti civili non collimava esattamente – uso un eufemismo – con la posizione e l’ambizione probatoria della Procura della Repubblica felsinea.
Ecco perché è bene dirlo: Bologna ha oggi questi due giudicati penali di condanna, nel 2025, con le sentenze della Suprema Corte di cassazione, ma sono stati due procedimenti, soprattutto nella fase delle indagini preliminari, assai sofferti.
Abbiamo potuto beneficiare anche del lavoro di altri colleghi, come l’avvocato Sinicato.
L’avvocato Sinicato questo non lo può sapere, ma quando ero studente, o neolaureato, andavo ad ascoltarlo in istruttoria a Milano.
Ho ben presente il suo esame del generale Gianadelio Maletti e di Vincenzo Vinciguerra.
Ero in quell’aula da spettatore.
Quindi io stesso ho beneficiato del lavoro di colleghi che mi hanno preceduto e sono ben consapevole che la tessitura della verità su questi fatti è frutto di un lavoro collettivo.
Non siamo eroi e non lavoriamo nell’individualismo giudiziario.
Ricordavi bene il collegio di parte civile di Bologna.
Io parlo perché questo collegio l’ho costituito, l’ho in qualche modo favorito, nella consapevolezza che servono tante intelligenze al lavoro su questi fatti, che non basta una vita per arrivare alla verità.
Mi sono posto addirittura il problema di coinvolgere colleghi che sono nati nel 1992 e che hanno avuto un ruolo importante nel processo di Bologna.
Ecco perché questo lungo lavoro ricostruttivo arriva a un risultato: perché c’è un’unità.
Parlo dell’esperienza che ho fatto nella città di Bologna.
C’è un’unità che ha messo insieme il Comune di Bologna, la Regione Emilia-Romagna e l’Associazione dei familiari delle vittime del 2 agosto 1980.
L’associazione non ha solo lavorato al nostro fianco, aiutandoci, per esempio, con la digitalizzazione di milioni di pagine di atti giudiziari, ma tutto l’anno lavora sul tema della memoria e del ricordo della strage, e lo fa in maniera critica, non retorica.
Ma c’è di più.
Abbiamo potuto ricostruire chi ha finanziato economicamente la strage.
È stato possibile ricostruire i flussi di denaro, da dove sono partiti e a chi sono arrivati, il modo in cui Licio Gelli aveva messo in piedi il sistema di finanziamento della strage del 2 agosto 1980 e il ruolo di un vertice del Viminale come Federico Umberto D’Amato.
Abbiamo potuto ampliare il focus e comprendere che il 1980 è strategia della tensione, rientra nella parabola strategica del «partito del golpe».
Un partito del golpe non necessariamente perché arriva al colpo di Stato o ambisce direttamente ad arrivarci, ma perché utilizza la violenza politica delle stragi per ricattare un intero sistema politico.
La parola chiave è il ricatto politico.
E quel ricatto politico che abbiamo visto in essere nelle vicende del 2 agosto 1980 inaugura gli anni Ottanta e arriva, non a caso, al 1992.
Paolo Bellini, quando abbiamo iniziato a occuparci molti anni fa della vicenda del 2 agosto 1980, era un collaboratore di giustizia.
Oggi leggiamo retrospettivamente la sua figura rispetto ai fatti del 1992 e del 1993, perché nel processo di Bologna abbiamo disvelato chi è Paolo Bellini: uno stragista, dodici anni prima, presente nella stazione di Bologna il giorno della strage.
Lo abbiamo scoperto grazie al ritrovamento di un incredibile filmato Super 8, girato nella stazione di Bologna da un turista tedesco il 2 agosto 1980, sul primo binario, che ritrae e immortala il volto di Paolo Bellini a pochi metri dal cumulo di macerie della strage.
Abbiamo avuto una Procura generale che, dopo l’opposizione alla richiesta di archiviazione, ha avocato l’indagine e sviluppato un’attività investigativa preliminare importantissima, con una competenza di grandissimo profilo.
Ricordiamo i magistrati Nicola Proto, Umberto Palma e Alberto Candi.
Siamo arrivati così a un risultato capace di proiettare una luce sia retrospettiva sia in avanti, arricchendo il panorama della ricostruzione.
Scopriamo, per esempio, che la loggia massonica Propaganda 2 era già sotto la lente d’ingrandimento del giudice padovano Giovanni Tamburino il 17 dicembre 1974, nell’indagine sulla cosiddetta «Rosa dei Venti».
L’ex questore Santillo aveva inviato una relazione nella quale massoni democratici denunciavano Licio Gelli per le attività che stava svolgendo.
La loggia P2, in quella relazione, veniva definita come una «loggia eversiva», con una componente di militari importanti e appartenenti alle forze politiche.
Quindi già nel dicembre del 1974, davanti all’autorità giudiziaria italiana, la pericolosità della loggia P2, responsabile del contesto delle stragi e della strage del 1980, era stata messa nero su bianco.
Questa è una cosa, tra virgolette, «nuova». Nuova come la lettera del racconto di Edgar Allan Poe, dimenticata sul tavolo e che nessuno vede, ma che è lì.
Ecco, dico questo per sottolineare che la ricostruzione contenuta nelle sentenze bolognesi può essere un contributo, io spero, anche alla vostra battaglia giudiziaria fiorentina.
Perché dal processo emerge con chiarezza che Paolo Bellini era un terrorista che, prima del 1980, aveva già assassinato Alceste Campanile a Reggio Emilia, militante di Lotta Continua, ed era ricercato per un altro tentato omicidio avvenuto in Emilia-Romagna.
E cosa fa?
Fa esattamente quello che il collega Sinicato descriveva rispetto al destino di molti neofascisti italiani: trova rifugio per un periodo nelle zone del Leccese e poi si sposta in Brasile.
La sua identità viene trasformata da quella di Paolo Bellini a quella del cittadino brasiliano Roberto da Silva.
Attenzione: il 2 agosto 1980 Paolo Bellini non si chiama Paolo Bellini. Si chiama Roberto da Silva.
Quindi, attenzione: abbiamo tre senatori del Movimento Sociale Italiano che ne favoriscono il rientro in Italia.
Tutte queste cose sono ben descritte nella sentenza.
Paolo Bellini torna in Italia, prende un ulteriore brevetto di pilotaggio e accompagna in aereo, da Foligno a Roma Urbe, il senatore Mariani del Movimento Sociale Italiano.
Negli stessi voli si aggiunge alla compagnia anche il procuratore della Repubblica di Bologna, Ugo Sisti.
Stiamo quindi parlando di un magistrato che, in quel momento storico, aveva la responsabilità dell’indagine su Paolo Bellini.
In buona sostanza, gli uffici di San Francesco coincidono con quelli di Bonifacio VIII.
In queste storie sono spesso compagni di banco.
Abbiamo settori dell’Arma dei carabinieri fedeli alle istituzioni e altri settori affiliati alla loggia P2, così come importanti settori di altri corpi e apparati di vertice dello Stato che tradiscono le istituzioni.
Abbiamo il capocentro del SISDE di Padova che, diciassette giorni prima della strage di Bologna, sa che esiste un progetto stragista e sa che, dopo quel progetto, un gruppo terroristico collegato all’estrema destra – i NAR – aveva in programma l’uccisione del giudice Giancarlo Stiz di Treviso.
Proprio grazie al lavoro di Stiz, nel 1979 si era arrivati alla sentenza di condanna in primo grado a Catanzaro per la strage di Piazza Fontana nei confronti del gruppo Freda-Ventura.
Ecco allora il collegamento tra la prima e la seconda leva dell’eversione.
Fioravanti, tra il 1979 e il 1980, si occupa di progettare un attentato contro il magistrato che aveva messo in scacco il gruppo Freda.
E allora la storia dell’eversione di destra in Italia e i fili che la legano sono molto chiari.
Dalla lettura di queste sentenze emerge che la linea di continuità dei poteri tra il 1980 e il 1992 non è affatto evanescente.
Pertanto, spero davvero che questa nostra presenza oggi a Firenze possa essere di buon auspicio.
La consegna di queste sentenze passate in giudicato, con condanne definitive, deve essere considerata per quello che è.
Paolo Bellini è in carcere, sta scontando l’ergastolo, non è più un collaboratore di giustizia. Il velo è stato sollevato ed è giusto che paghi per quello che ha fatto, così come Gilberto Cavallini.
Sono condanne che devono essere considerate per quello che sono: affermazioni di responsabilità per condotte e fatti gravissimi che hanno condizionato la vita repubblicana, cancellato vite umane e alterato la fisiologia democratica, creando ferite e cicatrici che rimangono nel tessuto della nostra Repubblica.
La parola chiave è ancora una volta ricatto.
E allora la domanda è: il Bellini che opera nel 1992, e che evidentemente sa di essere responsabile della strage del 1980, anche se noi lo scopriamo molti anni dopo, quale potere contrattuale ha?
Chiudo con questa domanda.
Fabio Repici
Avvocato di Salvatore Borsellino
Fabio Repici: Buonasera a tutti.
Il processo Borsellino quater, raccogliendo l’apporto di verità dato da Gaspare Spatuzza — e qui c’è un legame con quanto di verità in più dalle dichiarazioni di Spatuzza è derivato anche sulla strage di via dei Georgofili e sulle stragi del 1993 e del 1994 — ha fissato un punto: possiamo dire che sono state accertate tutte le responsabilità interne a Cosa Nostra per la strage di via D’Amelio.
Ci sono procedimenti tuttora in corso che sono derivati dalla celebrazione del processo Borsellino quater. C’è, in questo momento, un processo a carico di alcuni poliziotti per depistaggio. Un depistaggio che si sarebbe consumato nel primo processo, relativo alla posizione dei poliziotti sopravvissuti — il principale, Arnaldo La Barbera, era già morto da tempo — che avevano gestito, se non addirittura ordinato, la falsa collaborazione con la giustizia del falso pentito Vincenzo Scarantino.
Ora, in quel processo per depistaggio, come in certe rappresentazioni cinematografiche in cui c’è un film che contiene un altro film, ecco: nel processo per depistaggio oggi si starebbero compiendo dei depistaggi.
Ci sono testimoni che arrivano, semplici agenti di polizia — richiamo le parole di Salvatore Borsellino — e che hanno sostenuto sotto giuramento che il 19 luglio 1992 l’agenda rossa di Paolo Borsellino, che era contenuta nella borsa di Paolo Borsellino e che, grazie a Lorenzo Baldo, vicedirettore di Antimafia 2000, sappiamo essere stata prelevata da un capitano dei Carabinieri e portata via senza alcuna annotazione che lo attestasse, sarebbe stata spontaneamente consegnata da quel capitano alla polizia.
Il quale, naturalmente, si è fatto fare un processo per il furto dell’agenda rossa senza ricordarsi che lui non c’entrava niente: l’aveva consegnata ai poliziotti!
E questo accade oggi, in un contesto che, secondo Repici, mira ad addebitare responsabilità soltanto a persone morte e che quindi non potranno più essere processate, come Arnaldo La Barbera e Giovanni Tinebra.
L’avvocato collega poi questo tema a quello che definisce un depistaggio in sede parlamentare, presso la Commissione antimafia.
Qui devo aggiungere una nota personale, perché ho un privilegio rispetto ai ben più bravi colleghi che mi affiancano: io, oltre che di Salvatore Borsellino, sono pure il difensore di Jamil El Sadi e quindi magari avrò la possibilità di esaminare, come querelante, l’onorevole Chiara Colosimo. Confido che riuscirò a farle confessare il depistaggio che, secondo me, sta facendo oggi la Commissione antimafia.
Perché lo confesserà, lo dovrà confessare, perché dovrà spiegare che cosa sono state le riunioni preliminari ai lavori della Commissione antimafia, fatte da lei con il generale Mori, con gli esponenti del Partito Radicale e con l’avvocato Trizzino.
Lo dovrà dire!
Purtroppo erano intercettati altri dalla Procura di Caltanissetta, e non il generale Mori, perché altrimenti lo avremmo già saputo.
E ce lo spiegherà l’onorevole Colosimo, esponente di quella maggioranza neofascista, di quel partito neofascista che oggi ha in mano il governo.
L’altro scenario procedimentale aperto è quello, famigerato, della pista palestinese di Caltanissetta, «mafia-appalti».
Noi abbiamo un procuratore di Caltanissetta che alla Commissione antimafia ha detto che quella è la sicura causa della strage di via D’Amelio, e pensate che quello stesso uomo parlava il giorno dopo aver depositato la richiesta di archiviazione per la causale mafia-appalti!
Ora, per i non giuristi, un fascicolo contro ignoti si archivia quando la notizia di reato è infondata e non ci sono più indagini da fare per consentire di accertare qualcosa. Eppure quello stesso uomo, colto da una sindrome bipolare, il giorno dopo in Commissione antimafia ha detto che quella era la vera pista.
C’è poi un procedimento a carico di Paolo Bellini ancora in corso, perché io, nell’interesse di Salvatore Borsellino, ho fatto opposizione alla richiesta di archiviazione della Procura. Siamo in attesa delle determinazioni del giudice, ma sono stato l’unico a fare opposizione.
Ci siamo trovati in udienza davanti al GIP di Caltanissetta e c’era la Procura di Caltanissetta che ha insistito per la richiesta di archiviazione.
C’è stato un intervento di un’ora e mezza dell’avvocato Trizzino a difesa di Paolo Bellini. Poi ci siamo stati io e il difensore di Brizio Montinaro, l’avvocato Amato, a sostenere le ragioni per cui ci sono ulteriori indagini da fare, che non possono essere lasciate soltanto alla responsabilità di testate informative, ma devono essere svolte nella sede giudiziaria.
E c’è l’altro procedimento a carico di Marcello Dell’Utri. Concordo con l’avvocato Ammannato. Io l’ho detto in udienza, l’ho detto nell’atto di opposizione: ci sono gli elementi per fare il processo a Marcello Dell’Utri come mandante della strage di via D’Amelio.
Quell’intercettazione grida vendetta!
C’è poi un altro procedimento, quello sui mandanti occulti, rispetto al quale la Procura di Caltanissetta aveva chiesto l’archiviazione e al quale anche in quel caso siamo stati gli unici a opporci.
Il GIP di Caltanissetta ha rigettato quella richiesta, parlando, secondo quanto riportato nella trascrizione, di un «approccio mistico e dogmatico» alla pista mafia-appalti, e ha ordinato nuove indagini. La Procura ha quindi proposto ricorso per abnormità contro l’ordinanza del giudice, ricorso che, secondo l’intervento, non è stato accolto.
Ora voglio vedere se e quando le faranno.
E però, secondo me, oggi siamo arrivati al momento in cui si può fare il collegamento fra il primo e il secondo tempo di un’unica strategia della tensione che, dall’1 maggio 1947 fino al 1994, senz’altro, ma con alcuni accadimenti anche successivi, si è sviluppata.
E la si può collegare anche con gli apporti che in sede giudiziaria stanno arrivando da altri processi.
C’è il processo per l’omicidio del poliziotto Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. Era coinvolto in quel processo — ed è stato accertato che aveva partecipato al sopralluogo preventivo al delitto — un poliziotto, un poliziotto che era un bandito di Stato: Giovanni Aiello, il cosiddetto «Faccia da mostro».
C’è il processo per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, a Barcellona Pozzo di Gotto, dove c’è un soggetto coinvolto nelle indagini, Rosario Cattafi, che era al centro delle riflessioni e delle indagini di un magistrato come Gabriele Chelazzi.
C’è il procedimento per l’omicidio di Attilio Manca. Al centro c’è sempre quello stesso Rosario Cattafi.
Guardate, sostengono che siamo noi complottisti a teorizzare che ci sia stato e ci sia un patto di eversione neofascista, mafioso, d’apparato e politico, con il coinvolgimento di gruppi massonici.
Ma questo era ciò su cui lavorava Giovanni Falcone!
Io vi invito a rileggere le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Calderone, raccolte nel 1987 da Giovanni Falcone, quando Calderone gli parlò del golpe Borghese, del capitano dei Carabinieri Giuseppe Russo che accompagnava i mafiosi presso Junio Valerio Borghese e di altri episodi delittuosi compiuti in Sicilia nei mesi successivi al tentato golpe.
Già lì — nelle indagini che faceva Giovanni Falcone — c’era lo scenario sul quale si doveva lavorare.
Vero, ci vorrebbe la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo.
A questo dovrebbe servire. L’antiterrorismo dovrebbe occuparsi, prima di tutto, della strategia della tensione e l’antimafia delle stragi del 1992-1993.
E mi permetto di dire che, in realtà, checché facciano alcune istituzioni traditrici, dei passi avanti nella ricerca della verità sono stati fatti e si stanno continuando a fare.
Io non escludo — e qua lo dico alla presenza dell’avvocato Speranzoni e del presidente Lambertini — che, se mettiamo mano su tutto, troviamo altro e proviamo altro, compresi i quindici giorni siciliani di Fioravanti e Mambro, trascorsi in Sicilia fino al giorno precedente al loro viaggio in Veneto, dove prendono l’esplosivo e lo portano a Bologna per la strage.
E perché erano lì?
Erano lì in vacanza, a quindici chilometri da casa del boss Mariano Agate, il boss massone Mariano Agate, legato agli apparati e ai servizi segreti, nella stessa dinamica di rapporti che poi, il 14 settembre 1992, sempre secondo questa ricostruzione, porta al tentato omicidio del vicequestore Calogero Germanà.
È quello il tassello che dobbiamo andare a verificare, perché purtroppo la presenza di Cosa Nostra nella storia repubblicana è stata così importante negli snodi decisivi che, quando c’era da portare violenza e sangue, era protagonista.
Dal primo maggio 1947 lo è sempre stata.
Ci sono sfumature, pezzi, porzioni siciliane di tutte le stragi che non sono ancora emerse.
Forse Firenze è la sede nella quale la centralità di quel ruolo è venuta maggiormente alla luce.
Uno sforzo di tutti, e sperabilmente anche delle istituzioni, porterebbe a ulteriori conoscenze e a ulteriori elementi di fatto capaci di ricomporre quello scenario.
Dico l’ultimo.
Quel procuratore di Bologna, amico di Bellini, poi diventa capo delle carceri l’anno dopo e Paolo Bellini, con un falso nome, entra nel carcere di Sciacca.
Andiamo a vedere chi erano tutti i detenuti del carcere di Sciacca, non solo Nino Gioè, perché forse scopriremo che anche quella missione in carcere a Sciacca, autorizzata da Ugo Sisti, fu una missione fatta per condizionare le indagini e per assicurare che certe impunità venissero mantenute.
Perché questo è il punto vero: il ricatto.
Ma, alla fine, tutto è solo l’impunità del potere.
È questa la logica di ogni depistaggio ed è questa la logica contro cui noi ci dobbiamo battere.
Estratto dell’intervista al generale Michele Riccio
Dopo l’intervento di Fabio Repici viene proiettato un estratto di una più lunga intervista realizzata da Antimafia 2000 al generale Michele Riccio. Aron Pettinari gli chiede se, alla luce delle indagini relative a Luigi Ilardo e di altri elementi investigativi, ritenga ancora sottovalutato il rapporto tra poteri occulti, criminalità mafiosa ed eversione nera nella lettura delle cosiddette stragi di Stato italiane.
Michele Riccio
Generale Michele Riccio: Sì. E appunto volevo richiamare questa visione, richiamando una vicenda come la nota «Cavallo».
Rileggendo ed esaminando la nota «Cavallo», e così anche la vicenda Bellini-Gioè, ho trovato numerose, moltissime convergenze con la vicenda Ilardo.
Queste vicende sono state affrontate fino a oggi adottando una visione di parcellizzazione, che ha isolato i fatti, rendendoli innocui e impedendo di vedere le convergenze e le responsabilità.
Lo stesso vale per altre vicende: l’omicidio Impastato e il ruolo di Subranni, il processo di Caltanissetta per l’attentato dell’Addaura, la cattura e la mancata perquisizione dell’abitazione nella quale si nascondeva Salvatore Riina, la sentenza della Corte d’assise di Firenze relativa alle stragi del 1993, la mancata cattura di Benedetto Santapaola a Barcellona Pozzo di Gotto, la collaborazione di Salvatore Cangemi con il ROS, la mancata cattura di Bernardo Provenzano e la sentenza del 2017 della quarta sezione della Corte d’assise di Catania relativa ai mandanti e agli esecutori mafiosi dell’omicidio di Luigi Ilardo.
Una visione completa di queste vicende avrebbe tolto spazio, io dico, alla menzogna.
Avrebbe reso le vicende leggibili, evidenziando la logica che le collegava, il ruolo degli attori ricorrenti, i documenti spariti, le inefficienze e il modo in cui le sottovalutazioni operative fossero ricorrenti e convergenti.
Come non registrare la nota «Cavallo» nella posta in entrata dei comandi dei Carabinieri territoriali e del ROS di Palermo? Come spiegare la successiva scomparsa del documento, il mancato svolgimento delle indagini e il fatto che non siano state poste domande di chiarimento sui gravissimi fatti indicati nella nota del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero?
E poi il mancato sbocco operativo della nota, anche da parte dei magistrati di Palermo e Caltanissetta ai quali era stata indirizzata.
Solo anni dopo sarebbe stata ritrovata dal dottor Gianfranco Donadio, allora magistrato della DNA, dimenticata in un faldone di un archivio.
Tutto ciò ha consentito, secondo Riccio, di occultare la presenza di Stefano Delle Chiaie a Palermo prima delle stragi, mentre avrebbe cercato di procurarsi esplosivo e avrebbe incontrato esponenti mafiosi e politici del Movimento Sociale.
Riccio richiama quindi il ruolo di Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, i suoi rapporti con gli apparati di sicurezza e le informazioni raccolte nell’ambito delle attività investigative relative a Luigi Ilardo.
Secondo la ricostruzione esposta nell’intervista, esponenti della destra eversiva avrebbero partecipato attivamente alle stragi del 1992-1994, in continuità con precedenti dinamiche riconducibili alla strategia della tensione.
Riccio richiama poi Pietro Rampulla, uno degli artificieri della strage di Capaci, le sue frequentazioni negli ambienti dell’estrema destra e le informazioni relative alla sua preparazione nell’uso di esplosivi e ordigni ad attivazione a distanza.
Ricorda inoltre le dichiarazioni attribuite da Luigi Ilardo a Giovanni Ghisena e l’accesso, secondo quanto riferito da Ilardo, all’Arsenale della Marina militare di Augusta, dal quale sarebbero state prelevate valigie contenenti esplosivo, micce e detonatori.
Nella ricostruzione di Riccio, questi elementi contribuirebbero a delineare un quadro di rapporti tra ambienti mafiosi, massonici, della destra eversiva e apparati istituzionali.
Questa strategia, secondo Riccio, sarebbe stata caratterizzata anche dalla frammentazione degli eventi e dalla loro riconduzione a errori o sottovalutazioni.
Richiamando la vicenda Bellini-Gioè, Riccio individua analogie nei percorsi di alcuni soggetti e nei loro rapporti con ambienti istituzionali e della criminalità organizzata.
Conclude stabilendo un parallelo tra Luigi Ilardo e Antonino Gioè: uomini di Cosa Nostra che, secondo la sua analisi, avrebbero potuto fornire informazioni su stragi e delitti eccellenti e ai quali sarebbe stato impedito di farlo.
Conclusioni di Antonella Beccaria
Antonella Beccaria: I tempi si sono ristretti e, di conseguenza, dobbiamo rinunciare al previsto secondo giro di interlocuzione con gli avvocati.
Vorrei quindi, brevissimamente, tirare delle conclusioni, sperando che possano essere un punto di partenza per ritrovarci domani alle manifestazioni per l’anniversario di Piazza della Loggia, il 19 luglio a Palermo per via D’Amelio, il 2 agosto a Bologna, il 12 dicembre a Milano e il 23 dicembre ancora in questa città per il Rapido 904.
In modo che si possa continuare a parlarne.
È stato detto che delle stragi si conosce già una parte molto consistente e che gli elementi di conoscenza ancora non disponibili sono minoritari.
C’è però una linea che si intreccia e si dipana nei diversi periodi.
Paolo Bellini, Marcello Dell’Utri, Mario Mori.
Io aggiungerei Stefano Delle Chiaie, che poco è stato citato ma che, a mio avviso, è determinante, così come Licio Gelli, il maestro venerabile della loggia Propaganda 2, la cui figura si colloca nella seconda metà degli anni Ottanta, nel periodo del leghismo meridionale e poi nel periodo che conduce alle stragi del 1992 e del 1993.
Io credo che già la nascita del coordinamento sia fondamentale, perché ognuno può portare elementi di conoscenza.
La cosa principale, in questo momento, è che questi elementi di conoscenza diventino davvero un patrimonio comune per capire che cosa sia stata quella lunga stagione di strategie stragiste e patti eversivi.
A questo punto ringrazio gli avvocati Ammannato, Sinicato, Speranzoni e Repici e spero di rivedervi fra non molto per continuare questa discussione e questa condivisione di contenuti.
Grazie.
