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Dal boss detenuto a Graviano: lettere dal 41-bis “colabrodo”

II boss della ’ndrangheta Francesco Sergi e Domenico Paviglianiti sono “compare Ciccio’’ e “compare Mimmo’’, il capomafia stragista di Brancaccio Giuseppe Graviano è il “carissimo Giuseppe’’: cinque lettere tra il boss di Barcellona Pozzo di Gotto Giuseppe Gullotti e quattro capimafia detenuti, quasi tutti al 41-bis, sfuggite nel 2008 al vaglio della censura e scoperte dall’avvocato Fabio Repici agli atti di un processo in Calabria testimoniano di un 41-bis “colabrodo’’, almeno quell’anno (ma nulla si sa dei successivi), nel quale i mafiosi comunicavano tranquillamente per lettera, scambiandosi gli auguri di Natale e Pasqua. Apparentemente banali, ma dietro i quali, in passato, si sono celati messaggi in codice.

LA GRAVISSIMA FALLA nel sistema di controllo della corrispondenza in carcere è emersa dopo il sequestro ordinato dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Gaetano Paci, il 22 ottobre 2018, dell’intera corrispondenza di Gullotti (14 lettere, in larga parte indirizzate alla sorella Fortunata e alla moglie): in due delle missive si informano i pm che “l’ufficio censure (del carcere di Cuneo, ndr) ha verificato che nell’anno 2008 l’ufficio non ha proceduto al blocco di corrispondenza del detenuto Gullotti Giuseppe’’. Che così, il 9 dicembre 2008, ha potuto scrivere a Graviano, detenuto a Milano Opera: “Carissimo Giuseppe, spero tanto di trovarti bene insieme ai tuoi cari familiari al tuo Michele. Per quanto mi riguarda posso assicurarti di godere ottima salute unitamente ai miei cari. Ti auguro di trascorrere serenamente questo Santo Natale così come spero per i tuoi cari, con l’augurio che il prossimo anno nuovo sia messaggero di buone novelle. Con gli esami a che punto sei? Io sono giunto a conclusione del mio secondo corso di laurea. Concludo inviandoti un calorosissimo abbraccio, ricordandoti sempre con tanta stima e profonda amicizia. Come sempre devi dare un bacio da parte mia al tuo Michele’’. E se il boss di Brancaccio è il “carissimo Giuseppe’’, nelle lettere di Gullotti a Francesco Sergi e Domenico Paviglianiti, quest’ultimo ergastolano scarcerato nell’ottobre scorso, entrambi allora detenuti nel carcere di Ascoli Piceno, sono “compare Ciccio e compare Mimmo’’: per loro Gullotti è “compare avvocato’’ (il boss barcellonese è laureato in giurisprudenza e soprannominato “l’avvocato”), e il primo viene pregato di “salutarmi Salvatore e lo zio Peppino, e di fargli gli auguri da parte mia’’. Nella risposta Sergi si preoccupa della salute di Gullotti (“certo che alla I sezione si sta malissimo per via dell’umidità che c’è e anche per l’allergia che avete, ma spero che vi spostano’’). Missive in partenza ma anche in arrivo al boss barcellonese detenuto a Cuneo: il 17 marzo gli arrivano gli auguri di Pasqua di Domenico Papalia, detenuto a Carinola (Caserta), il boss citato da Nino Gioè, componente del commando di Capaci, nell’ultima lettera prima del suo strano suicidio alle sbarre della sua cella di Rebibbia: “Ricambio di cuore gli auguri per una Pasqua serena per voi e famiglia e con un augurio particolare perché si realizzi ciò che il vostro cuore desidera. Mi auguro di trovarvi bene ed in forma con la salute. Io sto bene. Vi prego di salutare i paesani e coloro che ho lasciato e sono ancora lì’ ’.

“QUESTE LETTERE sono la prova che il 41-bis è l’esatto contrario di ciò per cui era stato concepito – dice l’avvocato Repici, che le ha scoperte agli atti del processo al magistrato Olindo Canali, ex pm a Barcellona Pozzo di Gotto, accusato di corruzione in atti giudiziari per favorire Cosa Nostra –. Ogni volta che si scava su Barcellona vengono fuori cose inimmaginabili per il resto del Paese. Per questo da decenni su quel territorio è stato imposto un cono d’ombra. Per l’omicidio più eclatante della storia barcellonese, quello del giornalista Beppe Alfano, il boss Gullotti ha ottenuto l’avvio del giudizio di revisione. Ora abbiamo scoperto che Gullotti dal 41-bis manteneva contatti con capimafia del calibro di Graviano e Papalia. Cos’altro occorre perché la mafia di Barcellona diventi un’emergenza nazionale?”.

Giuseppe Lo Bianco (Il Fatto Quotidiano, 26 maggio 2020)