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L’intervista – Salvatore Borsellino: «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

Salvatore Borsellino con l’Agenda Rossa (ph Rita Rossi) (clicca per ingrandire)

di Paolo De Chiara

INTERVISTA a Salvatore BORSELLINO/Seconda parte. 
«Sicuramente dal castello Utveggio, se non è stata direttamente comandata l’esplosione, c’è stata la cabina di regia. Il centro del SISDE venne smantellato in fretta e furia dopo la strage. Ogni anno faccio salire i miei ragazzi dell’Agenda Rossa fino al castello Utveggio per far vedere, dalla torretta, come si vede esattamente il portone di via D’Amelio. Da lì, sicuramente, hanno potuto seguire tutti i movimenti e poi, con altre basi nei dintorni come la casa in costruzione dei fratelli Graziano dove c’era un altro punto di osservazione, comandare la strage». Sull’eccidio di via D’Amelio: «La mafia, forse, l’avrebbe ucciso. Ma non così presto. Non era negli interessi neanche della mafia uccidere Paolo, a soli 57 giorni dall’assassinio di Giovanni Falcone. A meno che Paolo non rientrasse nel prezzo, come io ritengo nelle riflessioni che ho fatto, posto dalla mafia per poter portare avanti la Trattativa. E pezzi deviati dello Stato hanno accondisceso a tutto questo. Hanno sacrificato Paolo Borsellino.»

«Gli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato». Le parole di Salvatore Borsellino sono chiare, nette. Non ammettono replica. Lo stesso discorso vale per la morte di Attilio Manca, l’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), massacrato a Viterbo. Un altro “mistero” che si somma ai tanti “misteri” di questo Paese. Da Portella della Ginestra (1° maggio 1947) in poi. Anzi, dall’Unità d’Italia in poi.

Con Salvatore Borsellino abbiamo toccato diversi argomenti. Nella prima parte ci siamo soffermati sulla morte del magistrato Paolo Borsellino (strage di Stato, 19 luglio 1992), senza dimenticare il massacro di Attilio Manca, la schifosa Trattativa Stato-mafia, le stragi, le bombe e la mancata cattura di Bernardo Provenzano.

Iniziamo questa seconda parte con la domanda lasciata in sospeso, legata alla scelta di Salvatore Borsellino di ricordare un’altra vittima di mafia e di Stato, Luigi Ilardo, il confidente del colonnello dei carabinieri Michele Riccio

Ilardo viene ammazzato perché stava consegnando su un piatto d’argento il latitante Provenzano?

«Certo. Provenzano doveva essere protetto e non poteva essere catturato. Penso che la mancata cattura di Provenzano fosse uno dei punti della Trattativa. Provenzano si vende Riina e si assicura l’impunità.

Per proteggere Provenzano viene, appunto, ucciso Attilio Manca, c’è la mancata cattura di Santapaola con quella sceneggiata messa in atto per poterlo avvertire, per farlo scappare. Undici anni di latitanza assicurata a Provenzano che, ovviamente, è in grado di ricattare lo Stato. E, credo, che oggi la cosa continui con Matteo Messina Denaro.

La mancata perquisizione del covo di Riina e, quindi, la possibilità – per chi doveva farlo – di prendere la cassaforte e portarla via con tutti i segreti inconfessabili che doveva contenere

Non sarebbe meglio utilizzare la parola al plurale: Trattative tra mafie e Stato?

«Noi parliamo di Trattativa, ma dobbiamo parlare di Trattative. La Trattativa nel nostro Paese comincia con l’assassinio di Salvatore Giuliano».

Dalla strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947)?

«Sì. Anche quella è una strage di Stato, di Cia, di servizi segreti, di Decima Mas, ect. In nome dell’anticomunismo, purtroppo, in questo Paese si è fatto di tutto. E, appunto, si è instaurata questa collaborazione, questi interessi comuni con la mafia, questa Trattativa vista come un argine verso il comunismo nel nostro Paese. E ha portato a tutto quello che ha portato. A tutte le nefandezze che sono state compiute. Nefandezze, in buona parte, in cui lo Stato si è servito della mafia per compiere i lavori sporchi, per servire gli interessi di chi voleva combattere il comunismo con questi mezzi scellerati.»

È ancora in corso, oggi, una Trattativa Stato-mafia?

«Fino a quando Matteo Messina Denaro sarà a piede libero vuol dire che la Trattativa, sicuramente, è ancora in corso e ancora vigente. Purtroppo ci sono degli apparati che sono invariabili. Ci sono degli apparati di potere che sono a monte dei Governi, al di sopra. Centri di potere che non sono soltanto centri di potere politici, ma sono anche centri di potere industriali per inconfessabili rapporti tra mafia e, appunto, questi ambienti imprenditoriali. È un nodo difficile da spezzare. Dobbiamo ricordarci che una enorme parte del PIL del nostro Paese arriva dall’attività criminale. Questi soldi sporchi rientrano in circolo nell’economia pulita. 

Oggi, con l’avvento della ‘ndrangheta, rispetto alla mafia, che ha ancora una più elevata capacità imprenditoriale, è una cosa che si sta diffondendo e che sta drogando l’economia pulita del Nord.

Nella foto il castello Utveggio Palermo (ph Patricia & Guido Di Gennaro) (clicca per ingrandire)

In un momento di crisi come questo ci sono, al Nord, industriali che non guardano da dove arrivano i soldi che gli vengono offerti. Questo sta drogando l’economia, anche perché sempre maggiori attività vengono acquisite con l’utilizzo di capitali che, sicuramente, non hanno una provenienza pulita.»

Abbiamo parlato di apparati dello Stato. Non si può non ricordare il castello Utveggio di Palermo. E questo ci porta direttamente in via D’Amelio e agli apparati presenti prima e durante la strage di Stato.

«Purtroppo quelle indagini si sono interrotte, quelle indagini che stava portando avanti Gioacchino Genchi. Sono state stoppate e, quindi, non si è andato avanti su quel versante. Però Paolo, sicuramente, sapeva che al castello Utveggio c’era un centro del SISDE. Lo disse negli ultimi giorni della sua vita, anche a sua moglie, aggiungendo di chiudere le finestre della stanza da letto perché dal castello Utveggio potevano spiare.

Sicuramente dal castello Utveggio, se non è stata direttamente comandata l’esplosione, c’è stata la cabina di regia. Il centro del SISDE venne smantellato in fretta e furia dopo la strage.

Salvatore Borsellino e le Agende Rosse (ph Rita Rossi) (clicca per ingrandire)

Ogni anno faccio salire i miei ragazzi dell’Agenda Rossa fino al castello Utveggio per far vedere, dalla torretta, come si vede esattamente il portone di via D’Amelio. Da lì, sicuramente, hanno potuto seguire tutti i movimenti e poi, con altre basi nei dintorni, come la casa in costruzione dei fratelli Graziano dove c’era un altro punto di osservazione, comandare la strage.»

Ed ecco arrivati alla famosa Agenda Rossa di Paolo Borsellino. Sparita subito dopo la strage.

«Per me è uno snodo fondamentale l’Agenda Rossa. Chi ha ucciso Paolo è chi ha prelevato l’Agenda Rossa. Sicuramente».

È stata una mano mafiosa?

«No, assolutamente no. Che cosa poteva interessare ai mafiosi l’Agenda Rossa di Paolo. C’erano riportate delle cose che, sicuramente, non interessavano alla mafia. Ci poteva essere il fatto che Paolo dice ad Agnese (la signora Borsellino, consorte del magistrato, nda) che Subranni era punciutu

E cosa vuol dire punciutu?

«Punciutu non vuol dire colluso con la mafia, ma vuol dire affiliato alla mafia. E cosa poteva significare per Paolo, nei giorni precedenti al suo assassinio, sapere che Subranni, il capo del Ros, è affiliato, addirittura, alla mafia. Deve essere crollato un mondo a Paolo, che aveva una fiducia enorme nello Stato. Io che sono di natura anarchica avevo anche scontri con Paolo su questo argomento. Paolo che aveva una fiducia immensa nello Stato rendersi conto che lo Stato era bacato, addirittura, a quei livelli. Credo che gli aveva proprio fatto perdere la voglia di vivere. Ritengo che a un certo punto Paolo abbia preferito sacrificare la sua vita pur di non continuare a vivere in un mondo in cui lo Stato, in cui tanto credeva, lo stava tradendo. E lo aveva condannato a morte».

Subranni è un nome, insieme ad altri, che appare spesso in determinate situazioni.

«Addirittura, se ben ricordo, nel depistaggio per la morte di Peppino Impastato (Salvatore Borsellino ricorda bene: il generale Subranni per quella vicenda è stato prescritto per favoreggiamento. “Gravi omissioni ed evidenti anomalie investigative”, scriverà il gip di Palermo, nda). Si inizia da lontano per quanto riguarda Subranni.»

Il generale Antonio Subranni è stato condannato, in primo grado, nel processo sulla Trattativa Stato-mafia?

«Sì, certo.»

Il magistrato Di Matteo, nel novembre del 2018, ha dichiarato: «La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Lei è d’accordo?

«Sono assolutamente d’accordo. Ascoltare queste parole mi crea disgusto. Ma questo va al di là dei Governi. Adesso stiamo parlando di Berlusconi, ma non c’era Berlusconi quando è iniziata la Trattativa. Non c’era Berlusconi quando Mancino, mentre Paolo sta interrogando Mutolo, lo chiama al Viminale e gli fa trovare Contrada.

Nessuno dovrebbe sapere della collaborazione di Mutolo e Contrada dice a Paolo: ‘dica a Gaspare che se ha qualcosa da dire lo può raccontare a me’.

Paolo deve aver respirato, veramente, aria di morte nel momento in cui incontra Contrada. Ritengo che abbia incontrato Mancino e che Mancino abbia detto che doveva fermare le sue indagini sull’assassinio di Giovanni Falcone, perché lo Stato stava trattando con la mafia. E come avrebbe potuto reagire Paolo? Deve avere minacciato di rivelare quella Trattativa all’opinione pubblica, di percepirla come reato. A questo punto non esisteva che una possibilità.»

Quale?

«Eliminare Paolo e fare sparire la sua Agenda Rossa. Non solo, ma impedire, come aveva richiesto a gran voce nel suo ultimo incontro pubblico del 25 giugno, di essere chiamato a Caltanissetta.

È possibile che Paolo, il migliore amico di Falcone, l’unico che aveva letto i suoi diari, dopo 57 giorni dalla strage di via Capaci, non era stato ancora convocato a Caltanissetta?

Queste sono le cause concomitanti che hanno portato all’accelerazione dell’assassinio di Paolo.

La mafia, forse, l’avrebbe ucciso. Ma non così presto. Non era negli interessi neanche della mafia uccidere Paolo, a soli 57 giorni dall’assassinio di Giovanni Falcone. A meno che Paolo non rientrasse nel prezzo, come io ritengo nelle riflessioni che ho fatto, posto dalla mafia per poter portare avanti la Trattativa. E pezzi deviati dello Stato hanno accondisceso a tutto questo. Hanno sacrificato Paolo Borsellino.»                

Perché ad un certo punto, dopo le stragi e le bombe del ’92 e del ’93, termina la «strategia della tensione»?

«Perché la Trattativa era stata conclusa. Era arrivata alla fine. Non ci sarà più bisogno dell’ultima strage, quella dell’Olimpico di Roma.»

Cosa significa “la Trattativa era arrivata alla fine”?

«Viene assicurata l’impunità a Provenzano. Viene assicurata l’accettazione dei punti, che non sono soltanto, secondo me, quelli posti nel papello di Totò Riina. Ma ce ne sono degli altri. Viene accettata la richiesta sui benefici carcerari ai detenuti. Tanto è vero che poco tempo dopo il ministro Conso (della Giustizia, nda) decide di mettere fuori 300 condannati al 41 bis. Quando c’è una Trattativa si tratta, da un lato, per ottenere qualcosa; dall’altro si discute su cosa concedere e cosa non concedere. Ad un certo punto si sono messi d’accordo e, quindi, le stragi non erano più necessarie. Infatti, improvvisamente, si fermano.»

Lei ha parlato del depistaggio sulla morte di Peppino Impastato. Anche su via D’Amelio ci sono stati dei depistaggi. Non possiamo non citare la vicenda del falso pentito Scarantino. Ma possiamo parlare di depistaggio di Stato?

 

2 parte/continua

 

Prima parte: L’intervista – Salvatore Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

 

Leggi anche: L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

Prima parte: L’intervista: «Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte: L’intervista – Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte: L’intervista – Riccio: «Non hanno voluto arrestare Bernardo Provenzano»

Quarta parte: Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

 

Per approfondimenti:

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato» 

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

 

L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

 

Tratto da: www.wordnews.it

 

 

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