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L’intervista – Salvatore Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

Salvatore Borsellino (clicca per ingrandire)

di Paolo De Chiara

INTERVISTA/Prima parte. 
Per parlare di un pezzo di storia del nostro Paese abbiamo coinvolto Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Da anni Salvatore conduce la battaglia per la Verità e la Giustizia, condivisa da migliaia di giovani e di cittadini disseminati su tutto il territorio. La loro arma simbolica è l’Agenda Rossa, come quella rubata il giorno della strage in via D’Amelio (19 luglio 1992) dalla borsa del magistrato ucciso dagli apparati deviati dello Stato. «Ritengo che mio fratello sia stato ucciso non perché avrebbe potuto opporsi alla Trattativa, mio fratello è stato ucciso per la Trattiva. È stato uno dei punti della Trattativa l’eliminazione di mio fratello. Perché gli interessi dei pezzi deviati dello Stato e della mafia coincidevano.»

Una strage di Stato. Le “menti raffinatissime” hanno accelerato, hanno voluto la morte del giudice Paolo Borsellino. 57 giorni dopo la strage di Capaci. Una «strategia della tensione» per mettere sotto scacco un intero Paese. Per l’ennesima Trattativa tra Cosa nostra e pezzi deviati delle Istituzioni. Non gli è bastata la morte violenta del giudice Giovanni Falcone, l’amico fraterno di Paolo Borsellino. Serviva un’altra dimostrazione di forza. Si doveva eliminare l’ostacolo più grande, più ingombrante. E nemmeno hanno trovato pace. Il piano prevedeva altri obiettivi: come l’Agenda Rossa (prelevata dalla borsa del magistrato in via D’Amelio subito dopo il botto, con i corpi martoriati e ancora caldi). Ma nemmeno davanti a questa vigliaccata si sono fermati.

Per la verità, l’escalation criminale inizia subito dopo la mazzata del Maxi Processo (Cassazione, 30 gennaio 1992). I secolari accordi sono frantumati. Gli equilibri politici sono saltati. Grazie a una intuizione geniale di Falcone l’AmmazzaSentenze, che chiamava il collega “faccia da provolone”, finisce in un altro ufficio. E l’impianto accusatorio non crolla. Gli ergastoli fanno impazzire i capimafia sanguinari. Siate maledetti.
Per la prima volta lo Stato condanna il vertice di Cosa nostra. Termina, dopo secoli, l’impunità. E la reazione delle bestie (senza offesa per i nobili animali) non si fa attendere.

Il 12 marzo dello stesso anno tocca a Salvo Lima, il braccio destro in Sicilia di Giulio Andreotti (prescritto e, quindi, non assolto per mafia). Due mesi dopo, come già abbiamo ricordato, la strage di Capaci. A meno di due mesi dall’Attentatuni arriva via D’Amelio. Il disegno stragista non finisce con la morte di Borsellino.

Il 17 settembre dello stesso anno è il turno di Ignazio Salvo, imprenditore, mafioso di Salemi legato a Lima. Il 15 gennaio del 1993, grazie ad un accordo, viene arrestato il Capo dei Capi Totò Riina. Ma qualcuno si “dimentica” di perquisire la sua abitazione. Il verbo, però, non è corretto. Non viene fatta di proposito, scientificamente.

Le bombe cominciano ad essere disseminate nel Continente: 14 maggio, l’attentato in via Fauro a Roma (al giornalista Maurizio Costanzo); nella notte tra il 26 e il 27 maggio la strage dei Georgofili, a Firenze, 5 morti (tra cui due bambini) e 48 feriti; 27 luglio, strage di via Palestro a Milano, 5 morti e 12 feriti; 27 luglio le bombe a Roma, due messaggi politici: San Giorgio al Velabro (Napolitano Giorgio è il presidente della Camera) e San Giovanni in Laterano (Spadolini Giovanni è il presidente del Senato).
Quella del 27 luglio è la notte nera della Repubblica. Un black-out investe Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio dell’epoca, Ciampi, parlerà di tentativo di colpo di Stato. Viene convocato in via straordinaria il Consiglio Superiore di Difesa. È una vera e proprio guerra, che lo Stato non ha voluto e non vuole vincere. Il capo della Polizia, Parisi, ipotizza la “matrice mafiosa”.

Nel gennaio del 1994, due anni dopo la sentenza del Maxi Processo, l’epilogo finale: centinaia di carabinieri, impegnati nel servizio d’ordine, devono saltare in aria. È la mancata strage dell’Olimpico di Roma. L’ordine cambia all’ultimo secondo. L’accordo è stato raggiunto con il sangue degli innocenti. Il 18 gennaio, dello stesso anno, nasce Forza Italia.

«La Trattativa continuò – ha affermato nel novembre del 2018 Nino Di Matteo – anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Per parlare di questo pezzo di storia del nostro Paese (“Orribilmente sporco”, come diceva Pier Paolo Pasolini, il poeta massacrato nel 1975) abbiamo coinvolto Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Da anni Salvatore conduce la sua battaglia, condivisa da migliaia di giovani e di cittadini disseminati su tutto il territorio. La loro arma è l’Agenda Rossa (simbolica), proiettata al cielo per chiedere Giustizia e Verità.

 

(clicca per ingrandire)

Siamo partiti dal mese scorso. Dalla scelta di far salire sul palco Luana Ilardo, la figlia del confidente del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, Luigi Ilardo, in occasione del XXVIII anniversario della strage di via D’Amelio (19 luglio 1992) in cui furono uccisi (dalla mafia e dallo Stato) il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti di scorta (polizia di Stato) Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano.

«Dopo aver letto il suo percorso, la rivendicazione della verità e della giustizia sull’assassinio di Ilardo ho pensato che gli assassini di suo padre sono gli stessi assassini di mio fratello. E, quindi, ho ritenuto che fosse giusto, in quel giorno, averla sul palco insieme a me. Noi cerchiamo lo stesso tipo di giustizia, per me gli assassini di mio fratello non sono i mafiosi. La mafia era il nemico che mio fratello combatteva e quando in guerra si viene uccisi dal nemico è una cosa quasi normale. Non è normale, invece, che si venga uccisi dal fuoco che ti arriva dalle spalle.  
Gli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato.»

Sono ancora oggi dentro lo Stato?

«Sicuramente sono ancora oggi. Sono sicuramente dentro lo Stato. Ritengo che mio fratello sia stato ucciso non perché avrebbe potuto opporsi alla Trattativa, mio fratello è stato ucciso per la Trattativa. È stato uno dei punti della Trattativa l’eliminazione di mio fratello. Perché gli interessi dei pezzi deviati dello Stato e della mafia coincidevano. Paolo era uno dei due nemici fondamentali della mafia, erano stati condannati a morte dal plenum della mafia e Paolo doveva essere eliminato perché senza di lui la Trattativa non avrebbe potuto andare avanti. Ritengo che sia uno dei punti posti da chi trattava, all’interno della mafia, l’eliminazione di Paolo, per poter accettare di portare avanti questa Trattativa.»

Ancora oggi, con una sentenza di primo grado, grazie al lavoro di magistrati come Ingroia e Di Matteo, c’è qualche negazionista. Come è possibile?

Salvatore Borsellino con l’Agenda Rossa (clicca per ingrandire)

«Non solo ci sono dei negazionisti ma, purtroppo, c’è ancora di peggio. C’è chi, addirittura, afferma, anche persone che si intendono di legge e professori universitari, che la Trattativa, anche se c’è stata, è giusto che ci sia stata. Si può trattare con la mafia. Ma questo significa, per come sono andate le cose, che si può arrivare, per poter portare avanti una Trattativa con la mafia, ad eliminare gli ostacoli di questa Trattativa. Anche se l’ostacolo è un servitore dello Stato. Mio fratello è stato condannato a morte da pezzi deviati dello Stato. E il suo comportamento, negli ultimi giorni della sua vita, ne è un chiaro esempio.
Paolo non solo sapeva che sarebbe stato ucciso ma sapeva chi aveva deciso di ucciderlo, chi non lo avrebbe protetto, ed erano proprio quei pezzi dello Stato che avrebbero dovuto assicurare la sua sicurezza.
Pietro Giammanco non gli comunica neanche che è arrivato a Palermo il tritolo che poteva servire per lui. Paolo, negli ultimi giorni della sua vita, si comporta proprio come un condannato a morte. Saluta i suoi amici come se, appunto, non dovesse vederli più. Lo vedo come una persona che non solo sa che deve essere ucciso, ma è rassegnato ad essere ucciso. La sua fiducia nello Stato è venuta a crollare, perché sa che dall’interno, da pezzi deviati dello Stato, è arrivata la sua condanna a morte. E si comporta in questa maniera.»           

Ma cosa è la Trattativa Stato-mafia?

«La Trattativa è quello che hanno deciso alcuni pezzi dello Stato. Piuttosto che contrastare la mafia, hanno trattato con la mafia per fermare le stragi. È una decisione assolutamente insensata. Se pezzi dello Stato trattano con la mafia, da un lato c’è lo Stato di diritto che può concedere, se non benefici di legge, qualche tipo di beneficio alla controparte; dall’altra parte, invece, ci sono dei criminali che per alzare il prezzo della Trattativa non possono fare altro che fare quello che sanno fare, cioè altre stragi e altri assassini. Ed è quello che è successo.
Il potere portare avanti la Trattativa, dopo l’uccisione di Paolo, ha portato alla strage di via dei Georgofili, alla strage di via Palestro, ha portato a quella che sarebbe stata la più grande della storia del nostro Paese, cioè la strage che avrebbe dovuto avvenire allo stadio Olimpico. Questo succede quando si tratta con i criminali, e per questa Trattativa hanno assicurato l’impunità a Provenzano che per anni, non è stato soltanto latitante, è stato protetto da pezzi deviati dello Stato.
E per questa protezione si sono dovuti mettere in atto altri omicidi, come quello di Attilio Manca. Aveva visto, sicuramente, qualcuno che non doveva vedere attorno a Provenzano quando è stato operato a Marsiglia.»

Ufficialmente Attilio Manca si è suicidato.

«Sì, facendo l’iniezione con la mano destra, lui che era mancino. Spaccandosi il naso, spaccandosi i testicoli a forza di calci. Una maniera piuttosto strana per suicidarsi.»

In questo massacro c’è la mano della mafia o degli apparati dello Stato?

«Assolutamente non la mano di Cosa nostra, ma la mano degli apparati dello Stato che non potevano ammettere che Provenzano fosse protetto a Marsiglia da quelle persone che Attilio Manca, sicuramente, ha visto attorno a lui. Parliamo di pezzi grossi dei nostri servizi

E ritorniamo al punto di partenza. Ilardo viene ammazzato perché stava consegnando su un piatto d’argento il latitante Provenzano?

 

1 parte/continua

 

L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

Prima parte: L’intervista: «Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte: L’intervista – Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte: L’intervista – Riccio: «Non hanno voluto arrestare Bernardo Provenzano»

Quarta parte: Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

 

Per approfondimenti:

 Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

 

L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

 

Tratto da: www.wordnews.it

 

 

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