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Quarant’anni di mafia: una sintesi (capitolo 4)

Giovanni Falcone

Lo scenario giuridico-legale degli anni Settanta, finora delineato, è terrificante: all’ombra del palazzo di Giustizia di Palermo, dai caratteri quasi kafkiani, si svolgono umoristici processi alla mafia e la condanna è sempre a morte.

Fra i meandri della soffocante palude però, qualcuno inizia a muoversi, intraprendendo un fondamentale percorso di comprensione del fenomeno: di questo sforzo senza precedenti, GIOVANNI FALCONE è senz’altro uno dei protagonisti principali. La costruzione di una nuova consapevolezza ed identità professionale, richiederà un meticoloso lavoro di ricerca da parte del magistrato, chiuso in un ufficio a definire il filo logico e processualmente valido in grado di scardinare l’indolente categoria di «delinquenza organizzata».

 

“Quarant’anni di mafia – Storia di una guerra infinita” scritto da Saverio Lodato (ed. BUR, Biblioteca Univ. Rizzoli)

Capitolo IV

Nel 1978, a trentanove anni, Falcone si lasciava alle spalle una carriera decennale come sostituto procuratore a Trapani, per entrare, a Palermo, nella sezione fallimentare del tribunale. Reati valutari, contro la pubblica amministrazione e casi di bancarotta diventano la nuova quotidianità del giudice fino al giorno dell’assassinio di CESARE TERRANOVA: all’indomani dell’agguato, chiede ed ottiene il trasferimento all’ufficio istruzione, allora guidato da ROCCO CHINNICI.

Dopo più di cinquecento processi arretrati, smaltiti in pochi mesi, nel maggio del 1980, finalmente, il capo-ufficio si rivolge al novello collega: “C’è questo processo Spatola che è molto delicato. La procura nei prossimi giorni lo invierà a noi per le richieste. Questo processo te lo devi fare tu”. La voce corre per tutto il palazzo ed in appena ventiquattro ore, una delegazione di quindici avvocati si reca da Falcone, generosa di complimenti nelle velate raccomandazioni a “maggior giudizio”.

Il giudice realizzerà però pienamente la portata della situazione, all’uccisione di Gaetano Costa: “Pensa un po’, ero proprio sicuro che fosse toccata a te” gli dice un collega, stretto alla mano, davanti alla vittima ancora agonizzante. Non c’è ormai spazio per i ripensamenti.

Forte dell’esperienza giudiziaria in campo economico, Falcone propone un rivoluzionario metodo d’indagine a partire da una semplicissima constatazione: la mafia produce utili ed è quindi sul piano della consistenza patrimoniale che l’attività d’inchiesta deve indirizzarsi; alla prima, segue una seconda ed ancora più stringente conclusione: l’eroina parte per gli Stati Uniti e, se è pagata in dollari, non resta che seguirne il flusso fino alle banche. I frutti non tardano ad arrivare e la svolta è imponente.

Mentre si compilano le schede dei singoli indiziati e si passa ad un minuzioso vaglio la documentazione richiesta ai dirigenti degli istituti di credito palermitani, balza immediatamente all’occhio l’identità dei profili “Michele Sindona” e tale “Joseph Bonamico”.  La verifica del cambio, sotto falso nome, di un assegno di centomila dollari presso la Cassa di Risparmio di Piazza Borsa, avvalorata da un’analisi comparata delle impronte digitali, capovolge drasticamente gli equilibri e membri o anche semplici collaboratori delle cosche siciliane finiscono alla sbarra degli imputati, in numero quadruplicato rispetto agli ordini di cattura convalidati da Costa.

Il contributo del brillante giudice si estende, tuttavia, ben al di là della contingenza del processo Spatola e giunge a colmare le profonde lacune metodologiche dei tradizionali sistemi d’indagine. Frammentati in singole istanze giudiziarie, come in locali a chiusura stagna, essi rendevano di fatto impossibile una visione strutturata ed organica dei fenomeni criminali, volta ad integrarli in un senso che fosse generale e non solamente particolare.

La fatica non è però benevolmente accolta in Italia, seppur gradita dalla rete di collaborazione statunitense: un isolamento professionale sempre meno clemente segue agli strabilianti successi, finché si arriva a contare con le dita le persone di cui potersi fidare. Prima fra queste, agli inizi degli anni Ottanta, è proprio PAOLO BORSELLINO, altro indiscusso protagonista della nuova epoca magistratuale, disperatamente necessaria ed il cui costo si continua tuttora a pagare. Quei giorni sono l’alba del pool antimafia.

Paolo Borsellino

Per chiunque fosse interessato, lascio il link al precedente lavoro: ecco qui. Buona lettura!

Alessandro Pignotti

 

 

Link al libro: “Quarant’anni di mafia” di Saverio Lodato (ed. BUR, Biblioteca Univ. Rizzoli)