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Quarant’anni di mafia: una sintesi (capitolo 2)

I primi capitoli di qualunque libro sono fondamentali, tanto per l’autore quanto per il lettore. Un buon inizio imposta i binari su cui il testo si può sviluppare agevolmente e richiama le linee guida necessarie ad una comprensione adeguata; non è però solo l’aspetto tecnico a contare. Un buon inizio deve poter emozionare, cioè concretizzare realtà ineffabili e legarci in una comune esperienza umana.

La storia della speranza, della lotta titanica e, quasi sembra, inevitabile sconfitta delle troppe vittime, è la nostra, quotidiana. Questo è il segno sotto il quale Falcone, Borsellino e i tanti protagonisti del fronte antimafia hanno indirizzato i propri sforzi, auspicando la nascita di una coscienza collettiva, la sola in grado di vincere.

Seguiamo allora il percorso tracciato da chi ci ha preceduti e procediamo, emozionandoci, in questo e nei prossimi capitoli!

Capitolo II

I Beati Paoli degli anni Ottanta

Alla fine degli anni Ottanta, a Palermo, quattrocentosettantacinque imputati sono citati in giudizio e condannati, in totale, a duemiladuecentosessantacinque anni di carcere. In sede d’istruttoria del famoso Maxi-Processo, il pool antimafia passa in rassegna ogni documento e dichiarazione, anche risalente al decennio precedente. Emerge chiaramente come sarebbe stato possibile, ad uno sguardo attento e consapevole, evitare le tante morti che identificano il percorso mafioso. Le deposizioni di due figure in particolare risultano essere centrali in questo senso: GIUSEPPE DI CRISTINA e LEONARDO VITALE.

Giuseppe Di Cristina
Leonardo Vitale

 

 

 

 

 

 

 

 

Prima di poter però comprendere pienamente l’importanza delle dichiarazioni dei due, è necessario fare un passo indietro e definire, seppur brevemente, la rigida gerarchia piramidale di cui essi sono parte. La base della struttura si fonda sul ruolo ricoperto dall’uomo d’onore: egli è un soldato, sottoposto ad un infrangibile sistema di valori e rappresenta lo strumento attraverso il quale si esprime la volontà mafiosa; immediatamente al di sopra vi è la famiglia assieme al relativo capo, responsabile del controllo di un quartiere, una borgata o addirittura un paese; quando territorialmente limitrofe, in gruppi di tre o più, esse convergono in un mandamento per cui è poi eletto un rappresentante, adibito all’esposizione e difesa degli interessi della propria zona in commissione, il vertice decisionale.

Giuseppe Di Cristina è boss di Riesi e personaggio di spicco del gotha dei trafficanti internazionali di stupefacenti. Egli dischiude informazioni sensazionali e fornisce un dettagliato organigramma della famiglia corleonese, rivelando il casus belli all’origine della rottura con il resto del mondo mafioso: l’uccisione, non autorizzata dalla commissione, del tenente colonnello GIUSEPPE RUSSO. Il motivo che però spinge il riesino non è un sincero pentimento, quanto piuttosto una richiesta di aiuto contro un avversario che sembra invincibile. Morirà assassinato nel 1978.

Si evince dunque, da questa collaborazione, la presenza di una cellula separatista, capeggiata da LUCIANO LIGGIO. Essa si pone come polo opposto della vecchia classe sociale, immobilizzata da un codice di valori che impallidisce di fronte alla selvaggia violenza della schiera liggiana. L’organizzazione militare è spaventosamente capillare ed efficente: si parte da quattordici killer, operativi nelle più grandi città d’Italia, passando ad avamposti d’ultras distribuiti nella Sicilia Occidentale, per finire poi in una vasta rete di infiltrati in ciascuna famiglia. I pezzi forti sono però i luogotenenti di Liggio: SALVATORE RIINA e BERNARDO PROVENZANO, “le belve”, responsabili di almeno quaranta delitti.

Il giovane Leonardo Vitale è invece semplice uomo d’onore e si presenta, sin da subito, come genuino pentito, consapevole delle condizioni di estrema difficoltà che ne hanno condizionato l’ingresso all’interno delle dinamiche mafiose. Rivela importanti aspetti del fenomeno, soprattutto nei termini ritualistici e nomina importanti personalità destinate a scrivere la storia delle stragi. Sarà successivamente dichiarato infermo mentale, internato nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto ed ogni sua dichiarazione considerata inattendibile.

A nulla valgono questi preziosi contributi: mentre si seppelliscono le vittime, interessi reciproci legano mafia, finanza e massoneria in intrecci il cui bandolo è proprio Palermo, nella persona di MICHELE SINDONA.

Michele Sindona

Proprietario della Franklin Bank, nell’Agosto del 1979 si trova in libertà provvisoria a New York, in attesa del giudizio sull’inchiesta che lo accusa di aver partecipato al tracollo della banca. Sarà messo in scena, nello stesso anno, un elaborato rapimento con l’ausilio della mafia siculo-americana, particolarmente interessata all’esito del processo, dato l’ingente capitale versato nelle casse del detto istituto. Il falso sequestro permette all’imputato di rientrare in Europa, in Sicilia in particolare: è interessato ad uno specifico documento, il “tabulato dei cinquecento”, che dimostra le sue relazioni con importanti esponenti dell’ambiente politico ed imprenditoriale italiano. Dal successo della ricerca e conseguente acquisizione di strumenti ricattatori, dipende la referenzialità della posizione che Sindona intende ricoprire all’interno di un fronte reazionario, piduista e mafioso, capace di perseguire distruttivi disegni politici.

Mentre quindi si consumano nel sottosuolo viscide connivenze, il panorama italiano della fine degli anni Settanta, che vede Moro e Berlinguer tracciare un periodo di storiche intese fra DC e PCI, reca grandi frutti per la Sicilia, dove PIERSANTI MATTARELLA, democristiano moroteo, segue un rapidissimo percorso di ascesa:

Piersanti Mattarella (a destra) e Sandro Pertini
  • 1961, consigliere comunale per la città di Palermo
  • 1967, deputato della regione Sicilia
  • 1971, deputato della regione Sicilia e nomina ad assessore al Bilancio
  • 1978, presidente della regione Sicilia

Le doti amministrative, l’acume ed ottima preparazione in campo giuridico e la galvanizzante determinazione, dimostrano sin da subito la straordinarietà del giovane castellammarese, legato, suo malgrado, ad una tradizione paterna che lo assimila alla palude culturale mafiosa. Egli è però deciso a svecchiare le strutture più compromesse del suo partito ed opera con tenacia contro le mire espansionistiche delle cosche, interessate alle promettenti aree dei settori amministrativo e politico. Morirà assassinato, davanti gli occhi della famiglia impotente, il giorno dell’Epifania del 1980.

 

Vorrei segnalare in coda a questo secondo riassunto, il primo che, peraltro, indirizza anche allo stesso libro, nel caso in cui si vogliano approfondire i temi qui sommariamente riportati.

Alessandro Pignotti

 

 

Link al libro: “Quarant’anni di mafia” di Saverio Lodato (ed. BUR, Biblioteca Univ. Rizzoli)

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