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Roccastrada: incontro conclusivo con gli studenti

Il 21 marzo, in occasione della giornata nazionale in ricordo delle vittime di mafia, gli studenti delle classi terze delle Scuole Secondarie di 1° grado di Ribolla e Roccastrada (GR) dell’IC «Pietro Leopoldo di Lorena Granduca di Toscana» hanno presentato i loro lavori a conclusione del progetto «La resistenza dei valori, la resistenza degli ideali» promosso da Agende Rosse, Auser Ribolla e SPI-CGIL Roccastrada.

Presenti all’incontro il Sindaco di Roccastrada Francesco Limatola, il Vicesindaco Stefania Pacciani e la Commissione pari opportunità.

Presente anche il Segretario Generale Provinciale dello SPI CGIL Lorenzo Centenari.

Riportiamo di seguito molto volentieri i lavori svolti dai ragazzi, che dimostrano di aver non solo capito quanto i coordinatori del gruppo hanno loro proposto, ma anche di averlo approfondito ed elaborato.

 

Marzia Prando (a sx) di Auser Ribolla e Chiara Ceccarelli (a dx) di SPI CGIL Roccastrada consegnano al Sindaco Francesco Limatola l’Agenda Rossa (clicca per ingrandire)

 

Ci riserviamo di pubblicare foto e video della giornata non appena ottenute le liberatorie

 

I TEMA

Ormai vivo a Palermo da molti anni.

Mia madre è di Palermo, mio padre invece viene dalla Campania. Quando si sono sposati, sono venuti a vivere qui a Palermo, in periferia, dove la vita è più calma rispetto al centro, e per stare vicino a mia nonna, che vive da sola. Ora, non fatevi strane idee: il quartiere in cui vivo non è povero o malfamato. Mio padre è un carabiniere e mia madre lavora nella pasticceria di famiglia e sono entrambe personcine a modo che si assicurano sempre di portare in tavola cibo per me e mio fratello minore. Papà ha un sacco di riguardi per noi e la nostra educazione, come un generale farebbe con i suoi soldati: ad ogni tua azione seguirà una conseguenza. “Non rubate nei negozi, non spaccate le giostre al parco, non fidatevi degli sconosciuti, non gettate i rifiuti dove capita”. Da piccola non capivo perché fosse così ostinato ad imporre su di noi regole che i miei coetanei non erano tenuti a rispettare e crescendo finii pure io per infrangerle di volta in volta, ritrovandomi a seguire le persone sbagliate.

Ricordo di aver avuto nove anni quando, nell’afa dell’estate, un rombo violento e assordante ha squarciato il silenzio indifferente dell’ignoranza delle persone. Mi ricordo che quel giorno mi trovavo a casa della nonna, ero in salotto e giocavo con il gatto. La nonna era in cucina e guardava la televisione, le mie risate che facevano da sfondo ai dialoghi dei personaggi della serie in TV. Improvvisamente le voci sparirono per lasciare spazio a dei cori infernali: sirene dell’ambulanza, grida confuse e spaventate, allarmi delle auto. Istintivamente mi diressi verso l’origine del frastuono, ma prima che potessi scorgere le immagini ad esso correlate, lo schermo diventò nero: “I bambini non dovrebbero vedere certe cose”. La voce calma di mia nonna mi incitò a ritornare in salotto a giocare, ma non potei fare a meno di notare una lieve preoccupazione nel suo tono di voce.

Solo alcuni anni dopo avrei capito che cosa era successo. Niente attori, nessuna finzione. Solo sangue versato. Sangue di persone che hanno voluto proteggerci, che hanno avuto il coraggio di cambiare le cose e che hanno aperto gli occhi anche a chi si è sempre girato dall’altra parte. Dire che la lotta contro la mafia sia finita è una bugia, perché essa sta ovunque e aspetta solo il momento giusto, un momento di bisogno e debolezza per prenderti e renderti schiavo del suo sistema di violenza, omicidi e potere. I mafiosi vanno dove non c’è coscienza, dove non c’è sapere e da chi crede che non ci sia più speranza e non riesce a trovare una soluzione, e sfruttano la sua paura per farlo sentire al sicuro, mettendolo contro chi combatte tale mondo e tenta di ridare una vita a chi ne è succube.

Il mio nome è Elisa, ho sedici anni e voglio diventare un magistrato, perché ho un ideale per un futuro che coloro che ci hanno preceduti hanno tentato di creare.

Pamela Capanni III E Scuola Secondaria di I grado di Ribolla

 

II TEMA

La mafia è una forma di criminalità organizzata basata sull’omertà che si è ormai infiltrata in tutti gli organi, politici, economici e sociali delle comunità, dove più, dove meno. Ovviamente, però, al mondo ci sono anche persone dedite alla giustizia e alla sicurezza, che sono disposte a mettere a repentaglio la loro vita pur di portare avanti il sogno di un luogo migliore per tutti noi e per chi verrà dopo di noi.

Gli esempi più nobili e riconosciuti sono sicuramente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, entrambi magistrati e buoni amici, entrambi morti per portare avanti la lotta contro la mafia, la quale fino ad allora era rimasta nascosta nel silenzio dell’indifferenza e dell’ignoranza dei cittadini e delle autorità, talvolta supportata da questi ultimi.

La corruzione può avvenire per mano di persone che si indebitano con la mafia o che vengono forzate da essa a compiere certe azioni; può accadere che dei mafiosi riescano a ottenere cariche pubbliche ricattando politici; oppure, in alcuni casi, delle persone si ritrovano a nascere e crescere in un ambiente più difficile, dove criminalità e povertà sono comuni, formando una mentalità incline a seguire una guida mafiosa che offre un aiuto che lo Stato non dà. Questa situazione si è creata alla nascita dello Stato Italiano, quando l’attenzione verso l’arretrato Meridione era ancora meno presente di oggi: in poche parole possiamo dire che le leggi, le tasse e le istituzioni usate nel più sviluppato e avanzato Settentrione vennero applicate al Sud, senza badare alle disuguaglianze economiche, causando così una situazione di povertà e rancore verso lo Stato; in questo ambiente di difficoltà ci volle ben poco perché la mafia potesse nascere e crescere indisturbata. E da allora essa corrompe la gente, anche i ragazzini di dieci, undici, dodici anni: li prendono dalle scuole per farli andare a spacciare droga, li allevano perché i bambini sono una risorsa per la mafia.

Per dire no a questo circuito illegale, con uno sguardo positivo e speranzoso verso il futuro, è nata un’istituzione con lo scopo di raggiungere i ragazzi che sono più in pericolo di cadere schiavi della mafia e salvare il loro avvenire: la Casa di Paolo, fondata nel 17 luglio 2015 nel quartiere la Kalsa di Palermo, nella vecchia casa ed ex-farmacia Borsellino, dal fratello del magistrato, Salvatore.
La Casa di Paolo è fondata sull’ottimismo che caratterizzava Borsellino, cosa che sorprende le persone, portate a credere il contrario data la sua serietà sul lavoro. Essa è nata da un ideale e non è stata supportata da finanziamenti dello Stato, non vi lavorano impiegati pagati all’ora, è bensì portata avanti da donazioni, da volontari e, ovviamente, dall’ottimismo e dalla speranza.

La Casa ha lo scopo di dare ai bambini e ai ragazzi una coscienza di loro stessi, di cosa è giusto o sbagliato, dell’importanza dei diritti, ha l’obiettivo di far capire che quando saranno adulti non dovranno affidarsi alla criminalità per avere un futuro, che anche quando sembra che di alternative non ce ne siano, ce ne sono e serve solo perseveranza e convinzione per riuscire a vedere la luce alla fine del tunnel, che forse non è così lungo quanto sembra. Le attività svolte variano da alcuni corsi, a viaggi, a presentazioni di alcuni libri. Anche se a primo impatto alcune possono sembrare avere un unico scopo di svago, non è così. Un corso di informatica può aprire porte al lavoro, o ad una passione da portare avanti. Un libro può aprire la mente più di ogni altra cosa. Anche solo lo stare insieme, in una piccola comunità, dà un’idea del comportamento che poi uno dovrà tenere nella società.

Il punto, insomma, è questo: salvare le persone, salvare le loro menti, ridare loro una vita vera, fare ciò che in passato altri non sono stati capaci di fare. Ma il tempo dell’indifferenza deve finire. Persone sono morte, muoiono e continueranno a morire per mano di certi mostri, che desiderano solo potere, soldi e che sono così codardi da nascondersi dietro a cariche pubbliche e agire di soppiatto, senza farsi vedere poiché hanno compreso che se si esponessero anche solo un’altra volta, le persone saprebbero reagire, senza paura, che è proprio ciò di cui essa si nutre. Per questo dobbiamo essere coscienti di ciò che sta accadendo, così da non farci intimorire come è già successo nel passato. Perché la mafia non è un incubo da cui non possiamo svegliarci, ma una realtà che va messa a tacere. Ciò che i nostri predecessori hanno fatto, le loro idee, non devono fermarsi alle loro vite. Ci hanno dato un esempio, un punto di partenza e il minimo che possiamo fare, per non rendere vano il loro sacrificio, è portare avanti quello che hanno incominciato tenendo alta la loro memoria verso un futuro migliore.

Pamela Capanni III E Scuola Secondaria di I grado di Ribolla

 

III TEMA

Giovanni e Paolo sono due ragazzi di quindici anni, vanno a scuola e hanno molti amici. L’amicizia che li lega è vera e profonda, sembra quasi indistruttibile. Ogni pomeriggio si ritrovano nella piazza della città per stare con gli altri.

Un normalissimo giorno d’estate, però, Giovanni era da solo in piazza ad aspettare Paolo, che sarebbe dovuto arrivare da lì a poco.

Giovanni era appoggiato al monumento al centro della piazzola, con le mani affondate nelle tasche, quando un signore dall’aria losca destò la sua attenzione.

Gli si avvicinò con fare amichevole e gli chiese se avesse voglia di fare una piccola commissione per lui. Si trattava di poca cosa, doveva soltanto lasciare un pacco sul muro dietro la chiesetta e attendere lì per ritirare dei soldi. Ovviamente sarebbe stato pagato alla fine di tutto. Il ragazzo ci pensò su per un po’, in fondo era un lavoro da niente, doveva nascondere un pacco dietro la chiesa e prendere dei soldi, che sarà mai, si disse… E poi quei soldi gli avrebbero fatto comodo.

Decise di accettare la richiesta e l’uomo gli mise in mano il pacco; gli spiegò dove nasconderlo e a che ora andare. La trattativa sembrava ormai conclusa, ma il signore lo fermò e gli mise in mano un oggetto. Era una pistola! Una pistola vera, come quelle che si vedono nei film! Giovanni la guardava sbigottito, un misto di paura e ripugnanza si impossessò di lui. Poi però capì che non poteva scegliere, doveva accettare anche questo, se si fosse rifiutato, come l’avrebbe presa la persona che gli stava davanti e che adesso lo guardava con uno sguardo terribile, uno sguardo che inequivocabilmente gli diceva: “Guai a te…”?

Era in trappola…

Arrivò l’ora dello scambio e Giovanni si diresse verso la chiesa, nascose il pacco nella nicchia del muro e si appostò dietro una casa. A ritirarlo venne un omone grasso e corpulento che lasciò i soldi al posto che prima era occupato dal pacco e se ne andò via veloce.

Dopo aver preso i soldi, Giovanni ritornò nella piazza. Ad attenderlo c’era lo stesso uomo. Giovanni gli consegnò i soldi e l’uomo ne sfilò un po’ dalla mazzetta e glieli diede. A quel punto Giovanni fece per restituire la pistola, ma l’uomo gli fece cenno di fermarsi. Gli disse di tenerla per qualche commissione futura.

Giovanni decise di non raccontare nulla a Paolo, non voleva coinvolgere anche lui in quella storia.

Con il tempo gli incarichi che gli venivano affidati erano sempre più numerosi, spesso non andava a scuola e aveva preso a trascurare ogni impegno che in qualche modo la riguardasse. Intanto usciva sempre meno con gli altri ragazzi, in special modo con Paolo; si poteva dire ormai con certezza che non fossero più migliori amici. Finché arrivò il momento in cui lasciò la scuola. I soldi che riceveva stavano aumentando e si chiedeva sempre più spesso come avesse fatto ad entrare in quel giro.

Intano Paolo continuava con gli studi ed era deciso ad intraprendere la carriera di magistrato.

Nel frattempo Giovanni si dedicava completamente a traffici illegali. Era diventato lui stesso uno di quelli che giravano nella piazza per adescare ragazzini a cui servivano soldi, proprio come era successo a lui.

Passano gli anni e Giovanni, nonostante il “successo” che stava ottenendo, provava sempre più rimorso per le scelte del passato che avevano finito per portargli via anche il suo migliore amico.

Molti anni dopo i fatti narrati, Paolo si trasferì a Palermo dove svolse il lavoro di magistrato e combatté ogni giorno contro la criminalità organizzata.

Giovanni rimase nel suo paese diventando uno dei più ricchi boss del posto.

Così si separarono le strade di due amici che sembravano inseparabili.

Marta Cherubini III E Scuola Secondaria di I grado di Ribolla

 

IV TEMA

Daniele, per gli amici Danielino, sapeva che non era l’unico a vivere in situazioni scomode ed era ciò che lo incoraggiava in quell’infausto viaggio chiamato vita ma, per sua sfortuna, non conosceva ancora bene la zona in cui era nato e abitava come credeva: Secondigliano, ossia un quartiere della periferia di Napoli famoso per la malavita e la criminalità organizzata.

Illuso di passare un’infanzia normale, Danielino arrivò ai sedici anni senza accorgersi di nulla e, le poche cose di cui era a conoscenza, pensava accadessero in tutta Italia.

Un giorno di fine Agosto, mentre camminava da solo per il quartiere pensando a Silvia, la ragazza che tanto amava nonché sua fidanzata, andò a sbattere contro un signore sulla trentina con capelli neri pieni di gel ed una giacca di pelle nera: quest’ultimo lo scrutò con i suoi occhi azzurri, che dal colore non trasmettevano l’idea di un cielo sereno, ma di un mare in tempesta pronto a esplodere.

Dopo un momento di imbarazzante silenzio, il più giovane dei due fece per andarsene quando, finalmente, l’uomo pronunciò parola: -Mi “pari” un “uaglione” apposto, a me servirebbe che qualcuno facesse della “spesa” per me, cosa ne pensi se ti offrissi 500£ per farlo?

Danielino esitò, ma quello sguardo rapace unito alla pistola che si intravedeva infilata nei pantaloni, lo costrinsero ad accettare, ma ancora prima che potesse accogliere l’offerta, l’uomo riprese a parlare chiedendogli di ritirare una busta nella piazza che era dall’altra parte della città e di portarla in quello stesso luogo un’ora dopo.

Se ne andò senza salutare, messaggiando sul suo IPHONE, verso la strada che portava dal lato della città completamente opposto rispetto a quello in cui sarebbe andato Danielino.

Dopo mezz’ora di camminata, rimase in piazza ad aspettare finché due ragazzi poco più grandi di lui, che stavano fumando seduti sul muretto con fare minaccioso, lo scrutarono e, dopo aver controllato nella foto che era stata inviata loro dall’alto trentenne sul telefono se fosse lui il ragazzo giusto a cui consegnare la busta, gli si avvicinarono velocemente ed egli, assalito dal terrore più inaspettato si pietrificò, più loro erano vicini e più la paura lo assaliva.

Mentre camminarono verso di lui, Danielino si accorse che la mano del più basso dei due teneva una bustina di plastica nera.

Arrivati davanti a lui, senza pronunciar parola, il bassetto gli passò velocemente la bustina che goffamente Danielino fece cadere e che paonazzo raccolse prima di scappare frastornato dalle risate e dagli insulti napoletani che i due lanciarono all’inesperto sedicenne.

Tornato al punto di partenza, attese l’uomo ma, mentre trascorreva il tempo, osservò il contenuto della bustina e solo dopo trenta secondi capì che all’interno si trovava una delle più pericolose droghe: la cocaina.

L’uomo si fece attendere venti minuti, ma nonostante ciò camminava con tutta calma verso il ragazzo che non riusciva più ad essere tranquillo sapendo di avere quella droga in mano, che consegnò senza dire una parola prima di andarsene a passo svelto senza neanche riscuotere il denaro promesso.

Quella sera non volle toccare neanche la pastiera (tipico dolce di Napoli) che era, a sua detta, il dolce più buono del mondo e dopo essere andato a letto molto presto, ebbe i peggiori incubi immaginabili. Svegliatosi di soprassalto non riuscì a mantenere il segreto e spifferò tutto alla madre.

La madre immediatamente chiamò la centralina della polizia che, dopo aver saputo il luogo del crimine, disse che non era una loro responsabilità e che avrebbero dovuto chiamare la finanza che, in modo approssimato, ripeté le stesse cose dicendo di chiamare la polizia.

La Camorra probabilmente lo era venuto a sapere perché due settimane dopo la madre venne uccisa in una sparatoria che, a detta dei giornali, era di stampo mafioso.

Daniele andò a vivere dalla sua ragazza e dai suoi disponibilissimi genitori, che lo accolsero come un secondo figlio.

Ormai privo della sua stessa linfa vitale, Danielino si chiuse sempre più in se stesso fino a sfogarsi litigando furiosamente e a lasciare la sua ragazza per un piatto preparato male.

Fu in quel momento di rabbia che, appena sbattuto fuori di casa, seppe cosa fare: nei successivi due anni mise da parte dei soldi con dei lavoretti (tutti onesti) e con il permesso del Comune creò un’ associazione che aiutava chiunque fosse stato, in ogni maniera immaginabile, vittima di mafia.

Con il suo lavoro salvò molti ragazzi dalla malavita, ma soprattutto salvò se stesso ed ancora oggi, quando passiamo per quella malfamata zona dal nome di Secondigliano, troviamo molti ragazzi in un parchetto a giocare a calcio che al richiamo di Danielino ascoltano con passione le sue storie di mafia.

Le sue storie avvincono molto i ragazzi e la madre, che tiene a suo figlio più che a se stessa, piange ad ogni parola che pronuncia e ogni volta che vede un ragazzo che si unisce alla sua lotta contro chi, nella sua vita, gli aveva tolto tutto, tranne la speranza di un cambiamento della situazione.

Covino Raffaele III E Scuola Secondaria di I grado di Ribolla

 

Tema sulla Mafia

A chi non è mai capitato di sentir nominare la parola mafia, alla televisione, sul giornale, da amici e parenti o da sconosciuti? Questa è una parola sulla bocca delle persone di tutto il mondo, usata come qualcosa di negativo, ed infatti lo è, e ciò porta spontaneamente a chiedermi perché e dove sia nata la mafia.

In classe abbiamo affrontato questo argomento sia con il professore di italiano sia con il movimento delle “agende rosse”, dalle origini fino alla morte dei magistrati Falcone e Borsellino.

Tutto cominciò in Sicilia dalla seconda metà del 1850 quando i fuedi, che ancora caratterizzavano il Paese, passarono sotto il controllo dei cosiddetti “gabelloti”, affittuari che cedevano quote ai piccoli coltivatori e si occupavano di mantenere l’ordine nelle campagne in caso di rivolte da parte dei contadini più poveri. I gabelloti si riunirono in gruppi di potere e poco dopo l’unità del Regno d’Italia subentrarono allo Stato stesso nel campo di alcune attività politiche e amministrative. In tale contesto la popolazione si trovava costretta a fare riferimento a questi soggetti laddove la presenza dello Stato non riusciva a garantire le sue esigenze.

Purtoppo queste associazioni, sin dai primi anni, sono state autrici di efferati omicidi come quello che nel febbraio del 1893 coinvolse l’ex-sindaco di Palermo Emanuele Notarbartolo, il quale fu assassinato da due sicari mentre era in viaggio in treno.

La mafia è un fenomeno che non ha riguardato soltanto l’Italia ma si è esteso anche in altri Paesi, primo tra i quali l’America, in stretta relazione con quella italiana come scoprì il poliziotto Petrosino; alcuni personaggi di spicco della mafia italo-americana, i cossiddetti “boss”, furono Al Capone, il quale era riuscito a infrangere la legge del protezionismo contro la vendita degli alcolici, Joe Masseria e Giuseppe Marranzano protagonisti della guerra Castellammarese e Lucky Luciano con il suo nuovo modo di interpretare la mafia attraverso la “commissione”.

Ritornando all’Italia, in epoche successive la mafia ha continuato a produrre sanguinose stragi, come quella di Portella della Ginestra del 1947 in cui persero la vita undici persone e molte altre rimasero ferite durante la festa del lavoro e in questo contesto qualche coraggioso personaggio aveva provato ad opporsi; un importante esempio fu Giuseppe Impastato, figlio di un boss mafioso, che denunciò associazioni di questo genere sulla radio o sui giornali.

Le due stragi che però hanno avuto più eco dal punto di vista mediatico sono state quelle di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Giovanni Falcone fu un magistrato antimafia palermitano, il quale comiciò ad intravedere i confini della mafia italo-americana, riguardanti il traffico della droga. Proprio per tale motivo i boss mafiosi decisero di ucciderlo nella strage di Capaci del 23 maggio 1992 in cui perirono Falcone, la moglie e buona parte degli agenti della scorta.

Paolo Borsellino era anch’egli un magistrato antimafia, nonchè amico e collega di Giovanni Falcone. I due facevano parte, insieme ad altri colleghi, del “pool antimafia”, un gruppo di magistrati che si occupavano collegialmente della stessa indagine la quale portò ad ottimo risultati, con la condanna di quattrocentosessanta imputati di cui diciannove ergastoli. La vita di Borsellino fu però scossa dall’omicidio dell’amico Falcone e proprio da quel momento cominciò ad annotare tutto su un’agenda rossa che portava sempre con sé. Per il giorno 20 luglio 1992 aveva fissato un incontro con i giudici, ma fu ucciso proprio il giorno precedente nella strage di Via d’Amelio, in cui persero la vita anche cinque agenti della scorta. In seguito all’attentato, la sua borsa contenente l’agenda rossa fu sottratta e non fu mai più ritrovata.

Proprio sulla strage di via d’Amelio, grazie al progetto “agende rosse”, abbiamo avuto modo di vedere il classe un video girato nei minuti successivi all’attentato e sono rimasta impressionata non soltanto dalla drammaticità delle immagini che mi hanno coinvolto emotivamente in prima persona, ma anche dalla reazione di curiosità mista a smarrimento che avevano le persone presenti sullabb scena.

Oltre a parlare di queste due storie abbiamo visto anche il film “La mafia uccide solo d’estate” il quale tratta di un ragazzo che, sin dalla tenera età, era creciuto a contatto con l’ambiente mafioso. Nel corso del film mi ha colpito il fatto che i palermitani, dopo così tanti attentati, si stavano rendendo realmente conto di quanti problemi la mafia avesse portato e proprio per questo iniziarono a ribellarsi. Questo significava che il popolo non voleva più seguire passivamente tutte queste ingiustizie rimanendo in silenzio, ma voleva reagire. Altro episodio che mette in evidenza la voglia di cambiamento è quello in cui il protaginista accompagna il figlio a visitare le tombe delle più grandi figure che hanno lottato contro la mafia, educandolo fin da piccolo alla distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, anche a costo di combattere. La scena mi ha profondamente confortato, perché mi ha dato l’impressione che finalmente era in atto una svolta.

Mi sembra naturale fare infine un confronto con la situazione della mafia nel mondo odierno. La mafia siciliana esiste ancora ma sta affrontando un momento di crisi profonda a causa di arresti, pentiti, carenza di capi e a causa del fatto di dover condividere i propri affari con gang straniere. Non possiede più il controllo del traffico della droga che è adesso in mano alla ‘ndrangheta calabrese (cit. la fonte), la mafia più potente ma la più silenziosa del secolo: controlla la maggior parte dei traffici illegali in territori abbastanza ampi di tutti e cinque i continenti e coinvolge persone inaspettate come dirigenti e laureati. Questa è la dimostrazione che la mafia, anche se ha cambiato zona d’azione è sempre presente e ciò mi fa pensare che finché tutte le persone “giuste” di questo mondo non si muoveranno, insieme alle autorità, niente potrà realmente essere cambiato.

Valeria Solito III D Scuola Secondaria di I grado di Roccastrada

 

LA MAFIA

Consultando il dizionario, alla parola mafia diceva:

“Con il termine mafia si indica qualsiasi organizzazione criminale retta dall’omertà e regolata da riti, legami familiari e percorsi iniziatrici peculiari che ciascun appartenente, detto affiliato, è tenuto a rispettare”

Tale organizzazione impone la propria volontà con mezzi spesso illeciti, per conseguire interessi privati anche a danno di quelli pubblici.

Tra le organizzazioni più note abbiamo Cosa Nostra, in Sicilia, la Camorra, in Campania, la Ndrangheta, in Calabria e la Sacra Corona Unita in Puglia.

La mafia in Italia ha origini e tradizioni secolari e ha avuto un ruolo importante nella storia, prima, durante e dopo l’Unità d’Italia.

La nascita del fenomeno è tuttora incerta, è certo però che le organizzazioni principali sono nate e si sono sviluppate nel meridione d’Italia, ma poi il fenomeno si è esteso su tutto il territorio nazionale.

L’obbiettivo di queste organizzazioni è avere il potere economico e chiunque ostacoli il loro operato viene punito anche con la morte.

Ormai la mafia è interessata ad ogni tipo di attività pubblica o privata da cui si possa ottenere un guadagno.

Per contrastare questo fenomeno sempre più dilagante sono stati emanati alcuni provvedimenti legislativi, come l’introduzione dei reati di associazioni di stampo mafioso, di scambio elettorale politico-mafioso, un regime carcerario speciale, il 41 BIS, inoltre sono stati creati alcuni organismi quali l’alto commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa e una commissione parlamentare antimafia.

Negli anni 90 poi vennero create la direzione investigativa antimafia e la direzione nazionale antimafia grazie all’operato di alcuni magistrati, tra questi Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonio Caponnetto.

Ma proprio Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati vittime della mafia.

I due magistrati infatti si erano uniti, insieme ad altri collaboratori tra cui Rocco Chinnici, Giuseppe Montana e Ninì Cassarà, anche questi uccisi per mano della mafia, perché tutti avevano un sogno, e cioè restituire la città ai palermitani e la Sicilia ai siciliani onesti.

Grazie alle loro inchieste diedero vita al primo grande processo contro la mafia italiana passato alla storia come il maxiprocesso di Palermo che iniziò il 10 febbraio 1986 e finì il 16 dicembre 1987 con una sentenza che inflisse 360 condanne, segnando un grande successo per il lavoro svolto da tutto il pool antimafia.

Cosa Nostra allora di fronte ai primi segnali di reazione da parte dei poteri pubblici reagisce scatenando una vera guerra allo Stato che provocò molte vittime tre queste Giovanni Falcone assassinato il 23 maggio 1992 nella ormai conosciuta Strage di Capaci insieme alla moglie e a tre uomini della scorta.

Mentre il 19 luglio 1992, cinquantasette giorni dopo, lo stesso destino toccò al suo collega e caro amico Paolo Borsellino, sempre per mano di Cosa Nostra.

Dopo la morte dei due magistrati, il loro collega Caponnetto, che aveva fatto parte del pool antimafia, negli ultimi anni della sua vita, girò l’Italia per raccontare nelle scuole la storia dei due eroi, e al termine dei suoi racconti diceva sempre che le battaglie in cui si crede non sono mai battaglie perse, e Giovanni e Paolo nella loro battaglia ci credevano fortemente.

Da allora l’azione repressiva di polizia e magistratura ha fatto registrare non pochi successi, a cominciare proprio dall’arresto di Riina, capo di Cosa Nostra, avvenuto nel 1993 e quello di Provenzano nel 2006.

Qualche giorno fa un ANSA comunicava che i carabinieri di Palermo hanno effettuato l’arresto di trentadue persone accusate a vario titolo di associazione per delinquere di tipo mafioso, e queste notizie ci piacciono particolarmente perché ci fanno ben sperare che la lotta alla mafia va avanti.

Purtroppo questo fenomeno è una piaga che ha radici molto profonde, ma io credo che anche le piaghe più profonde, se ben curate, con il tempo scompaiono.

Qualche anno fa hanno trasmesso la serie Gomorra, il cui tema è proprio la mafia, più precisamente la Camorra, quella che opera in Campania.

Ero molto curiosa di vederlo perché ne parlavano spesso anche al telegiornale.

Qualcuno diceva che la serie aveva avuto grande successo, tanto che hanno fatto anche la seconda, la terza e la quarta stagione, altri invece erano indignati per quello che si fa vedere nel film, i napoletani soprattutto sostenevano che Gomorra era una vergogna per la loro città, in quanto faceva vedere solo il brutto di Napoli, una città che invece è tra le più belle d’Italia e che, se meglio amministrata, potrebbe offrire veramente tanto.

In effetti anch’io nel guardare la serie sono rimasta male, perché io Napoli la conosco bene avendo i genitori napoletani e non è tutta così.

Però non si può negare l’evidenza, quello che vediamo nel film è reale ed è questa la cosa più sconvolgente.

Persone che per i loro interessi sono disposte a tutto anche ad uccidere donne e bambini.

Che per fare soldi facili vendono droga pur sapendo che fa male e che ti può portare anche alla morte.

Gente pronta a bruciarti il negozio o a fartelo saltare in aria con una bomba se ti rifiuti di pagargli il pizzo.

A tutelarci e a proteggerci dovrebbe pensarci lo Stato, ma non sempre lo fa, anzi spesso e volentieri in alcuni affari sporchi sono coinvolte anche persone che lo Stato lo rappresentano.

Addirittura, così ho letto su internet, dopo i fatti del 1992 e 1993, si arrivò ad una trattativa proprio tra Stato e mafia dove lo Stato si impegnava a cessare le azioni di lotta alla mafia, quest’ultima in cambio non avrebbe più provocato stragi, insomma si arrivò ad una reciproca convivenza.

In poche parole lo Stato così facendo ha fatto intendere che la mafia poteva continuare a delinquere e che lui si sarebbe voltato dall’altre parte.
Che vergogna!!!

Secondo me siamo ancora lontani dall’estirpare definitivamente questo fenomeno e non perché sia impossibile, ma perché la gente ha paura, perché sa con quale violenza agiscono queste persone se ti metti contro di loro, poi fino a quando ci sarà chi per denaro si farà corrompere e chi comprerà droga, la principale fonte dei loro guadagni illeciti, la mafia troverà sempre terreno fertile per i suoi sporchi affari.

La paura però non deve fermarci.

Sicuramente anche Falcone e Borsellino avevano paura per sé e per le loro famiglie, ma questo non gli ha impedito di portare avanti la loro battaglia alla mafia.

Per noi il loro operato dove essere un esempio e secondo me, se tutti ci uniamo e diciamo NO alla mafia, allora potremmo estirparla definitivamente.

Erika Mascolo III D Scuola Secondaria di I grado di Roccastrada

 

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