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L’Albero della Pace

L’Albero della Pace è l’ulivo piantato nella voragine scavata dall’autobomba che il 19 luglio del 1992, uccise il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della Polizia di Stato: Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Eddie Walter Max Cosina, Vincenzo Fabio Li Muli e ferendo Antonino Vullo.

L’ulivo arrivò a Palermo dalla Terra Santa per volere di Maria Pia Lepanto, mamma di Paolo Borsellino. Lei chiese di incontrare e baciare le mani delle altre madri, che avevano perduto i loro figli nell’adempimento di un dovere, quello di provare a salvare suo figlio, ad ogni costo.

In quella via D’Amelio si è incontrata la speranza di una Palermo sposa, che con le sue lenzuola bianche stese sui balconi prometteva Amore e chiedeva Giustizia per quei padri e figli adottati dal Paese che cambiava pelle, perché quella lacerata dalle stragi ormai era ruvida e infracidita.

Solo le voci restavano intelaiatura di coraggio illuminato dalla ragione, rabbia cocente e divergenza di opinioni che cercavano confronto, anche mentre si pestava la coda del potere.

A quel potere che aveva reso Paolo Borsellino un caso terminale di integrità morale e tutti lo sapevano. Tutti lo sentivano. Perché il popolo ha sempre saputo da quale parte fossero caduti i morti e desiderava raccoglierne le costole celesti, chiedendo VERITA’, GIUSTIZIA E PACE.

In quella via D’Amelio si liberavano colombe bianche e si accoglieva il Paese intero, diventando il nido del quale tutti gli italiani avevano bisogno, e che Paolo fino all’ultimo giorno della sua vita aveva cercato.

Ognuno arrivato ai piedi di un luogo sacro per destino o scelta, si spogliava di qualsivoglia ideologia e lasciava che il sogno d’Amore di Paolo Borsellino lo adottasse.

La sera del 19 luglio 2026, via D’Amelio si è trasformata in un luogo estraneo a quella PACE promessa nelle mani, turbata da cori che in altri momenti avrebbero potuto rappresentare una visione comune: Fuori la mafia dallo Stato, inno di giustizia che si è riempito di “altri” contenuti perché sovrastante il silenzio richiesto in un luogo di memoria.

“Silenzio perché Paolo parte per sempre”, così recita la poesia di Marilena Monti, e continua… “Che vengano i giusti – ha detto la moglie, e la madre – che vengano i buoni!”.

L’Agenda Rossa, documento trafugato durante la strage, ha sempre rappresentato uno strumento di resistenza e identità di una porzione di italiani. Per questa ragione nacque il Movimento delle Agende Rosse, costituito da Salvatore Borsellino, fratello di Paolo che nel corso di questi anni ha consentito a tanti giovani di crescere insieme alla consapevolezza che, a furia di dedicare alla morte di Paolo ogni attenzione, forse l’avrebbero riscoperto e riconosciuto vivo.

Credenza del seme che già apprende della sua miracolosa evoluzione.

Il nostro senso di condivisione doveva, per impegno civile essere condiviso con l’intero Paese, insieme al medesimo Amore che batte dentro al potente cuore di uomini e donne, ma che spesso esasperato chiede giustizia perché ha fame e sete. E se le preghiere non riusciamo a farle rispettare in via D’Amelio, allora dobbiamo riflettere, ed assumerci la responsabilità di aver sbagliato strada, ma mai scelta.

Scriviamo questo comunicato, pronti a rinnovare il debito gioioso che quotidianamente cerchiamo di assolvere, sbagliando, battendoci e vivendo. Se l’esasperazione, la misura del tempo crudo che trascorre e la stanchezza hanno minato la speranza del cuore, allora perdono dobbiamo chiedere a Paolo, Agostino, Eddie, Emanuela, Claudio e Fabio.

Sotto l’albero della Pace Salvatore Borsellino – fondatore del Movimento delle Agende Rosse – e Mauro La Mantia (Comunità ’92) – ex dirigente giovanile di Azione Giovani\An e tra gli organizzatori della fiaccolata – promettono un maggiore rispetto reciproco affinché via D’Amelio non sia luogo di scontro.

Le idee contrastanti che distanziano i nostri passi sono un’evidenza innegabile, ma un punto in comune l’abbiamo e conta più di qualsiasi altra differenza: in via D’Amelio l’eternità resta conforto per ognuno e l’Amore fa e farà sempre da bussola di intenti.

“Ti giuro,
Giudice Paolo
dagli occhi di miele
e mestizia,
che noi
ti faremo
giustizia!”.                                                                                                

Movimento delle Agende Rosse

 

 

Aggiungo, al comunicato pubblicato a nome del Movimento, delle considerazioni a mio esclusivo nome che riflettono le tempeste che in questi giorni hanno attraversato il mio animo.

Il 19 luglio, in Via D’Amelio. mi sono lasciato trascinare soprattutto dalla rabbia, rabbia che mi serve per lenire il dolore di una ferita che non potrà mai chiudersi, neanche se dovessi, prima di morire, avere Giustizia, anche perché non credo nella giustizia degli uomini e neanche in quella divina. Ormai da tempo, ho perso anche la fede che mi ha aiutato in alcuni periodi della mia vita.

Mi sono reso conto di avere sbagliato a dare sfogo alla mia rabbia, in quel luogo e in quel giorno.

Me ne sono reso conto vedendo le lacrime di mia figlia Stella, di mia nipote Roberta, di sua figlia Adele, di Silvia e di altri, mentre si levavano quelle grida, pensando che anche mia madre avrebbe pianto nel vedere quello che lei aveva voluto diventasse un luogo di pace, diventare un luogo di scontro.

Quelle grida potremo levarle altre mille volte ma mai più in quel luogo. E in quel giorno.

Me se ne sono reso conto nel vedere il corteo che era quasi uscito dalla via ritornare indietro, vedere, oltre a tante persone che avremmo preferito non ci fossero perché da essi ci dividono divergenze inconciliabili, anche tanti giovani, tanti padri con la loro fiaccola in una mano e la mano del loro bambino nell’altra passarmi davanti e poi tornare ancora indietro, mentre quelle grida continuavano a risuonarmi nell’orecchio.

È per questo che il giorno dopo ho chiesto di incontrare Mauro La Mantia che da anni, a Palermo, organizza quella fiaccolata a cui io stesso ho partecipato credo nel 2009.

A Mauro, con il quale ho avuto un colloquio franco e che è una persona che stimo nonostante la vita ci abbia portato a combattere su fronti diversi, ho detto che quello che è successo quest’anno non deve più succedere, che quelle grida le leveremo ancora, che ci scontreremo ancora, ma mai più in quel giorno, in quella via e sotto quell’albero d’ulivo.

Nonostante, come gli ho detto, che in altri giorni e in altri luoghi lui resterà sempre per me un maledetto fascista e io per lui un maledetto anarchico, ho voluto, sotto quell’albero bere insieme dalla stessa borraccia e tenere insieme lo stesso tricolore.

L’anno prossimo voglio che in Via D’Amelio risuonino anche le note dei violoncelli suonati da Luca Franzetti e dai suoi allievi, palestinesi e israeliani della scuola che tiene a Gerusalemme ed ho chiesto a Mauro di salire con me sul palco, a suggello di questa promessa,  per tenere insieme il tricolore ad ascoltare insieme il silenzio per Paolo e per i suoi ragazzi, a patto che non ci siano, insieme a lui rappresentanti delle istituzioni e di partito, o, se ci saranno, che siano in mezzo alla gente, senza fotografi o giornalisti attorno, così come abbiamo sempre richiesto, in quella via e in quel giorno a tutti i rappresentanti dei partiti, della politica e delle istituzioni.

 Salvatore Borsellino

 

Salvatore Borsellino, presidente del Movimento delle Agende Rosse e Mauro La Mantia (Comunità ’92), tra gli organizzatori della fiaccolata del 19 luglio a Palermo, in via D’Amelio sotto l’Albero della Pace.