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… Quando altri lo permetteranno…

Il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato – foto di Rita Rossi (clicca per ingrandire)

di Francesca Bertini

 

Roberto Scarpinato, procuratore generale di Palermo, presente alle commemorazioni per la strage di Via d’Amelio lo scorso luglio 2021 come relatore ad un convegno organizzato da Antimafia2000, si è soffermato sulla storia dei continui depistaggi intervenuti non solo a ridosso delle stragi del 1992-1993 ma proseguiti costantemente fino ad oggi e messi in atto ogni volta che il potere ha paura che qualche maglia si possa allentare e un raggio di luce si possa aprire sulla verità.

“Più trascorrono gli anni e più si comprende che la strage di via D’Amelio non è soltanto un caso giudiziario, è molto di più, (…) è una cartina di tornasole del reale funzionamento del potere in Italia (…) dall’inizio della storia di questa Repubblica, la cui nascita vorrei ricordare viene tenuta a battesimo da una strage, politica, mafiosa: la strage di Portella della Ginestra, di cui sono rimasti ignoti i mandanti. Dopo quella strage non c’è nessuna storia europea che non sia costellata da una sequenza ininterrotta di stragi, dalla strage di Brescia e di Bologna, dell’Italicus, di Peteano sino ad arrivare a quelle del 1992-‘93 che hanno tutte un unico comune denominatore che ritroveremo anche nella strage via D’Amelio: i depistaggi.”

Scarpinato ricorda che nel tempo ci sono state sentenze definitive di condanna per alcune di queste stragi, di esponenti di vertice dei Servizi e della Polizia, i quali sono stati condannati per depistaggio, ed è sempre più evidente come la verità sia lontana dalla narrazione esclusivamente mafiocentrica che ci hanno abituato ad ascoltare. E la strage di via D’Amelio rappresenta la summa e il momento di massimo sforzo di questo riduzionismo della realtà.

“Tali e tanti sono i fattori che dimostrano che quella non fu soltanto una strage di mafia, ce li siamo ripetuti tante volte, li vogliamo ricordare ancora una volta questa sera? L’accelerazione anomala della esecuzione della strage; dopo la strage di Capaci era stato emanato il cosiddetto decreto Falcone che aveva introdotto il 41 bis e l’ergastolo ostativo; questo Decreto Legge per entrare effettivamente in vigore doveva essere convertito in legge il 7 agosto, altrimenti decadeva, e come è stato accertato nei processi si era formata in Parlamento una forte maggioranza garantista che era contraria alla conversione in legge del decreto Falcone; quindi il 7 agosto è assolutamente prevedibile che il decreto non sarebbe stato convertito in legge; (…) alcuni collaboratori ci hanno detto che Calò aveva raccomandato a tutti di stare tranquilli, se non che Riina fa una cosa folle: invece di aspettare i giorni che separavano la data del 19 luglio al 7 agosto e raccogliere a piene mani il risultato di incassare la mancata conversione del Decreto Falcone, quindi la mancata introduzione del 41 bis e dell’ ergastolo ostativo cosa fa? Decide di fare una strage il 19 luglio ottenendo risultati che tutti si aspettavano. È chiaro che dinanzi a un evento drammatico come quello (…) anche chi in Parlamento era restio a convertire in Legge il Decreto, fa un passo indietro e il Decreto Falcone viene convertito. È talmente assurda questa decisione, che quando Riina comunica a Ganci, a Cancemi e ai suoi fedelissimi, improvvisamente, questa decisione, lo prendono per pazzo (…). Riina non riesce a dare una spiegazione logica, coerente con gli interessi di Cosa Nostra, taglia corto e dice di assumersi la responsabilità, e Cancemi racconta che a quel punto capirono che lui non faceva gli interessi di Cosa Nostra ma doveva rispondere a qualcuno (…). Il secondo fattore è il supporto logistico che fu fornito ai mafiosi per l’esecuzione di quella  strage; che questo supporto logistico fu fornito, non ci viene soltanto dalle dichiarazioni di Spatuzza, il quale racconta che nel momento cruciale del caricamento dell’esplosivo nell’autovettura, c’era un soggetto esterno che sovrintendeva l’operazione, ma ci viene anche da una testimonianza drammatica di una donna, di una madre, Franca Castellano; quando il collaboratore Mario Santo di Matteo comincia a collaborare parla della strage di Capaci e anticipa che dirà delle cose importanti sulla strage di via D’Amelio e a quel punto rapiscono il figlio Giuseppe. La Dia registra una conversazione drammatica tra la madre di Giuseppe, Franca Castellano e il marito Mario Santo di Matteo e la donna dice al marito: hai capito perché hanno rapito Giuseppe? Abbiamo un altro figlio. Non parlare mai degli infiltrati della polizia nella strage. (…) Vogliamo ricordare altri fattori? Il perfetto coordinamento operativo tra i mafiosi che fanno esplodere l’autobomba e gli uomini dei Servizi che pochi minuti dopo completano il lavoro prendendo l’agenda rossa. (…) I mafiosi non potevano fare esplodere l’autobomba e per di più poi prelevare l’agenda, sarebbe stato troppo rischioso, occorreva qualcuno che avesse una veste istituzionale insospettabile in modo che, qualora fosse stato visto sui luoghi, si potesse giustificare, e questo qualcuno era lì un minuto, due minuti dopo, come hanno testimoniato nei processi Borsellino bis, gli agenti della polizia della volante che sono arrivati e hanno trovato già questi uomini dei Servizi che si erano presi la borsa e l’agenda rossa.”

Obiettivo quindi non fu soltanto uccidere Borsellino ma far sparire anche l’agenda rossa perché se fosse arrivata nelle mani dei magistrati sarebbero potuti saltare fuori importanti appunti per dare un volto ai mandanti esterni. Lo stesso Borsellino d’altronde aveva capito diverse cose quando disse alla moglie che sarebbe stata la mafia a farlo uccidere ma quando altri lo avessero deciso. La sua morte ha anche evitato che potesse andare a Caltanissetta a raccontare quello che aveva capito sulla strage di Capaci.

La costruzione del falso collaboratore Vincenzo Scarantino, l’omicidio di Luigi Ilardo, boss di Caltanissetta divenuto infiltrato dei carabinieri che ha dato allo Stato la possibilità, non colta, di arrestare Provenzano, la morte di Giuseppe Biondo nel carcere di Pianosa, che aveva fornito i telecomandi per la strage di via D’Amelio, e tutta una serie di omicidi-suicidi strani come quello del colonnello Mario Ferrari, agente del Sismi, di Attilio Manca, medico che curò Provenzano a Marsiglia, danno chiaramente, per Scarpinato, il senso della continuità di questo potere malato che usa le stragi per motivi di carattere politico, per condizionare i nuovi assetti di potere dopo la fine della prima Repubblica, “intervenuto sistematicamente per impedire che potessero venire alla luce in sede giudiziaria le verità destabilizzanti per i nuovi equilibri politici che si celavano dietro la strage di via D’Amelio e dietro le altre stragi, un potere dotato di una capacità di intervenire tempestivamente, occultamente, chirurgicamente, ogni volta che la maglia dell’impunità rischiava di sfilarsi in qualche punto aprendo una breccia attraverso la quale la luce della verità poteva illuminare il volto dei mandanti esterni.”

Tra tutte queste morti anomale si sofferma a spiegare alcuni dettagli che riguardano quella di Antonino Gioè, uno degli esecutori della strage di Capaci e che aveva deciso di iniziare a collaborare, ponendo dubbi sul suicidio avvenuto in carcere prima di iniziare a collaborare. “Antonino Gioè si trova in una cella all’interno di un corridoio dove ci sono soltanto altre 5 celle dei detenuti al 41 bis e, secondo il regolamento carcerario, è previsto che l’agente di custodia non si debba muovere dalla sua postazione, (…) se non che verso mezzanotte accade che quell’agente di custodia riceve un ordine, gli dicono che si deve spostare in un’altra zona del carcere perché deve assistere al trasferimento di un altro detenuto e proprio in quei 20 minuti in cui l’agente viene fatto spostare, Gioè muore in un modo strano come un suicidio che non si capisce se è un suicidio o se non è un omicidio. (…) Questo è il primo esempio di un potere che riesce a entrare all’interno del circuito più protetto, all’interno delle celle, ed è un potere che non entra nel circuito carcerario soltanto per Gioè. Io ho ascoltato, come collaboratore di giustizia, Antonino Giuffrè, capo mandamento importante; quando Giuffrè iniziò a collaborare, la sua collaborazione era così segreta che soltanto pochissimi magistrati della Procura della Repubblica di Palermo erano stati informati, Antonino mi raccontò questa storia: “quando neanche voi sapevate che io stavo collaborando nei locali del carcere dove io ero protetto, entravano e uscivano degli strani signori che mi facevano domande, volevano sapere che cosa io vi dicevo e prima di andarsene mi lasciavano un sacchettino di plastica sul comodino”. Io chiedo: “Ma cosa significa?” “Vede” -risponde- “il regolamento carcerario vieta di lasciare i sacchettini di plastica che non siano forati perché con i sacchettini di plastica non forati ci si può suicidare, ed era un invito a suicidarmi.” Questo particolare del sacchetto di plastica si ripeté con un altro detenuto eccellente, Bernardo Provenzano, che “una volta fu ripreso mentre si era messo un sacchettino di plastica in testa; le persone che non sanno decifrare questo linguaggio pensavano che forse Provenzano fosse uscito di testa ma Giuffrè mi disse: “sta dicendo che lo vogliono ammazzare, perché non vogliono che parli”.

Questo potere intimidatorio è forte perché riesce addirittura ad entrare nel circuito più protetto, quello delle carceri e ad intervenire cucendo le bocche proprio quando ha paura che qualche maglia possa cedere.

“Paradigmatiche sono le difficoltà che abbiamo avuto per indagare e acquisire prove su un personaggio inquietante, Giovanni Aiello, conosciuto come il mostro, uomo dei servizi segreti deviati; (…) abbiamo acquisito i tabulati telefonici e lui, che ufficialmente era un pensionato della polizia che faceva il pescatore in un remoto paese della Calabria, telefonava al trentunesimo stormo militare, la compagnia di volo che effettua i voli per i servizi segreti; indagare su questo personaggio è stata un’impresa, forse ve lo racconterà Donadio quanto sia stato difficile, gli hanno fatto perfino un procedimento disciplinare per aver iniziato le indagini su Aiello e tutti quelli che hanno cercato di rivelare chi era questo personaggio sono stati intimiditi. La strage di Via D’Amelio è ancora tra noi, non è finita; c’è una filiera che parte dal ‘92 e arriva fino ad oggi con tentativi di depistaggio attualissimi come per esempio quello di Maurizio Avola che è stato un importante collaboratore di giustizia e che dopo tanti anni si tira fuori una storia che è quella per cui nella strage di via D’Amelio non c’è nessun mistero. Poi ci sono i tentativi di depistaggio di Graviano, il quale, processato a Reggio Calabria, deposita una memoria in cui, invece di difendere se stesso, si preoccupa di difendere Aiello, (…) dice che non è lui che ha partecipato alla strage e fa altri nomi di persone che non c’entrano niente come abbiamo accertato.” “L’agenda rossa? Non sono stati i servizi segreti, è stato un magistrato che l’ha rubata.”

Questa capacità intimidatoria ha dimostrato ai boss che il potere è in grado di entrare nelle carceri e ucciderli e che possono intervenire anche sui loro cari che stanno fuori, ma se ciò non fosse sufficiente, ci ha pensato la sentenza della Corte europea di giustizia a fare da deterrente alla collaborazione dei mafiosi, abrogando sostanzialmente il decreto Falcone. “I cosiddetti irriducibili, cioè i mafiosi condannati all’ergastolo che sono in possesso di informazioni importanti per individuare altri mafiosi che commettono omicidi e estorsioni o per individuare gli autori di omicidi e stragi del passato, possono uscire dal carcere anche se non hanno collaborato; l’immediata ricaduta di questa decisione è un’assoluta e totale disincentivazione per la collaborazione. Perché mai un mafioso che si trova da trent’anni in carcere dovrebbe collaborare (…) quando può uscire dal carcere semplicemente dissociandosi dopo 21 anni? 21 anni, non 26 perché il beneficio della liberazione condizionale si somma con un altro beneficio, per cui c’è uno sconto e si arriva a 21 anni.”

Adesso si apre una partita tutta politica perché la Corte Costituzionale ha chiesto al Parlamento di rivedere la normativa a riguardo entro il maggio del 2022.

“Perché se le forze politiche che sono impegnate in tante altre cose non trovano il tempo significa che tutto è messo nelle mani del magistrato di sorveglianza senza nessun criterio di legge, oppure la battaglia sarà in commissione giustizia e il clima che c’è, e il rapporto tra le forze politiche non lasciano assolutamente ben sperare se consideriamo quello che sta accadendo con la riforma del processo penale, dove hanno stabilito che non conta più il tempo di prescrizione previsto per i reati; ci può essere un reato che il codice penale decide che si prescriva in trent’anni come il disastro ambientale oppure il depistaggio come il furto dell’agenda rossa, che si prescrive in vent’anni; non ha nessuna importanza, se l’appello dura più di due anni e un giorno il processo si estingue. Come si estingue? E le vittime? E quelli che hanno subito ingiustizia? Ma come si può prendersi preoccupazione soltanto di Caino e dimenticarsi di Abele? (…) Qualcuno deve proteggere anche Abele in questo paese.

E a proposito del clima, saremo impegnati nei prossimi mesi con il referendum della giustizia, vogliono introdurre una pistola puntata alla tempia dei magistrati che non sono obbedienti, che non si fanno intimidire, che non sono sensibili alle sirene del potere, quindi ogni cittadino potrà citare direttamente in causa il magistrato che non gli piace, il quale dovrà confrontarsi con i potenti da solo e con il loro stuolo di avvocati pagatissimi. (…). Bisognerà difendersi continuamente da decine e decine di citazioni in giudizio. Il referendum vuole la separazione delle carriere, con un pubblico ministero che dipende dal potere esecutivo. Andate a chiedere ai colleghi francesi quanti processi contro la Pubblica Amministrazione hanno fatto in Francia i pubblici Ministeri. Ai tempi di Tangentopoli sono andato in Francia a fare dei dibattiti e mi complimentavo con i miei colleghi francesi perché lì non avevano tanti casi di corruzione. Mi dicevano: “Non hai capito niente, noi i processi per corruzione non li possiamo fare perché dipendiamo dal Ministro, ci sono stati solo due casi e tutte e due i casi sono finiti con un procedimento disciplinare.” Questo è il nuovo sistema che vogliono introdurre e vogliono abolire anche la legge Severino che stabilisce l’incandidabilità dei condannati per gravi reati.”

“Ma non bisogna cedere allo sconforto e in questo Paolo Borsellino ci ha dato una lezione che non possiamo dimenticare, alla quale dobbiamo tenere fede. Lui non arretrò neanche dinanzi a quelle entità talmente forti e dinanzi alle quali si sentì impotente, sapendo di essere come una sorta di vittima sacrificale che deve scendere nell’arena a scontrarsi con i leoni che l’avrebbero sbranato. Quello che possiamo fare noi è molto molto di meno, non rassegnarci nonostante tutto. Recentemente sono stato in un paese straniero, in una stradina ho letto una scritta che mi ha fatto riflettere; c’era scritto: “Se voi non ci lascerete sognare noi non vi lasceremo dormire”. Credo che possa essere un buon punto di partenza.

Questa la testimonianza di Roberto Scarpinato che ha partecipato alle commemorazioni per la strage di Via D’Amelio, che ci ha regalato parole preziose che indicano la strada da percorrere.

 

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