
INTERVISTA A SALVATORE BORSELLINO
Una deriva politicamente autoritaria e narrativamente negazionista sul presunto ruolo degli apparati deviati dello Stato dietro alle stragi. È questa la denuncia indirizzata al governo dal fondatore del Movimento delle Agende Rosse Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo Borsellino, ucciso a Palermo il 19 luglio del 1992. Un allarme che, negli ultimi mesi, lo ha spinto a promuovere la nascita di un Coordinamento tra i familiari delle vittime delle stragi di mafia e terrorismo, con l’obiettivo di sviluppare una strategia unitaria di denuncia contro un sistema di potere che, nelle sue articolazioni istituzionali e mediatiche, sembra ignorare completamente le istanze della società civile su questi temi. Il tutto mentre in Commissione Antimafia si cerca in tutti i modi di allontanare le ombre dell’eversione nera e dei servizi segreti che si stagliano sulle stragi e, a Palazzo Chigi, si approva un Pacchetto Sicurezza che potrà addirittura permettere ai membri dell’intelligence – dietro autorizzazione della presidenza del Consiglio – di guidare associazioni mafiose e terroristiche.
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Credo che in questi ormai più di trent’anni passati dall’esecuzione di quella strage non ci sia mai stato un periodo più nero di questo, in cui la speranza di avere Verità e Giustizia si sia fatta sempre più lontana. È in atto da parte del governo, anzi meglio, del sistema di potere che oggi ci governa, una strategia di riscrittura della storia del nostro Paese, che di stragi è costellata, tesa a parcellizzare queste stragi, che invece fanno parte di un unico disegno eversivo, cancellandone da queste le responsabilità dell’eversione nera (e non solo di questa) e banalizzandone le cause a sole stragi di mafia. Laddove invece alla mafia è stato spesso affidato, dagli apparati dello Stato deviato, soltanto il ruolo di esecutore delle stragi stesse. In particolare per quanto riguarda la strage di Via D’Amelio, la Commissione Parlamentare Antimafia, la cui presidenza è stata affidata ad una persona che non ha evitato di esibire in una foto i suoi rapporti più che confidenziali con un terrorista come Luigi Ciavardini, condannato come esecutore della strage alla Stazione di Bologna, ha ristretto i suoi lavori alla sola strage di Via D’Amelio, isolandola dalle altre stragi, in particolare da quella di Capaci a cui è invece indissolubilmente legata, e banalizzandone le cause ad un dossier mafia- appalti che mai avrebbe potuto giustificare l’accelerata esecuzione della strage. La quale era contraria anche agli interessi della mafia stessa. Non bisogna dimenticare infatti che senza la reazione dell’opinione pubblica e di parte della politica a quella strage, sarebbe decaduto in Parlamento quel decreto relativo al 41bis presentato dopo la morte di Falcone, i cui contenuti erano oggetto del “papello” del capo di Cosa Nostra Totò Riina. Insieme alle altre richieste per fermare le stragi.
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Nel programma del governo Meloni presentato all’atto del suo insediamento non è assolutamente presente la parola “mafia” e la lotta alla mafia è assolutamente assente dalle successive azioni di questo esecutivo. Che, invece, sono state rivolte verso altri tipi di criminalità piuttosto che contro la criminalità organizzata. Anzi, l’abolizione o la depenalizzazione di certi reati, come l’abuso d’ufficio, il traffico di influenze, il falso in bilancio ed altri reati dei cosiddetti “colletti bianchi” indebolisce la lotta alla mafia in quella che è la nuova strategia delle mafie. Le quali, abbandonato il periodo dello scontro diretto, delle stragi, dell’attacco al cuore del Stato, sono ritornate alla strategia della sommersione, dell’infiltrazione negli stessi apparati dello Stato, della corruzione, dell’accaparramento degli appalti.
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Quello che non capisco è come una persona che ha ricoperto il ruolo di magistrato possa portare avanti questa cosiddetta “riforma” della Giustizia che, oltre che attentare alla stessa indipendenza della magistratura, depotenzia gli strumenti indispensabili ai magistrati per potere condurre con efficacia la loro azione, come la durata e le modalità delle intercettazioni, magnificando la cosiddetta separazione delle carriere come la soluzione definitiva ai problemi della giustizia. Mentre, anche attraverso la creazione di due CSM, avrà come sbocco quello di mettere il Pubblico Ministero alle dipendenze del Ministro dell’Interno e quindi del governo. Bisogna considerare poi il fatto che gli effettivi passaggi di carriera sono in realtà meno dell’1%, e quindi inessenziali, e non dimenticare come questa separazione fosse stata ipotizzata nel manifesto della loggia massonica P2 di Licio Gelli come strumento per una trasformazione dello Stato in chiave autoritaria. Per sostenerla si è arrivati addirittura a chiamare in causa Giovanni Falcone, affermando che fosse favorevole a questa separazione, citando alcune sue opinioni espresse in qualche congresso. Dimenticando, però, che nel vecchio codice di procedura penale la funzione del PM era diversa e infatti, nello stesso Maxiprocesso, a condurre le indagini era il pool dell’ufficio istruzione, di cui facevano parte lo stesso Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Di Lello e Guarnotta, mentre a sostenere l’accusa in dibattimento erano i PM, Ayala e Signorino.
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Tralasciando gli altri aspetti del cosiddetto Decreto Sicurezza, che con la sicurezza ha poco a che fare, poiché si tratta in effetti di un vero e proprio attentato alle libertà costituzionali e di una criminalizzazione di qualsiasi tipo di dissenso, quello che mi colpisce, anzi mi indigna particolarmente – e non può non indignare, come me, rutti i familiari delle vittime delle stragi che hanno insanguinato il nostro Paese – è la parte relativa alle facoltà che vengono date ai servizi segreti. Quello che da sempre hanno fatto questi servizi, come l’istigazione e la partecipazione a queste stragi, sarà da oggi coperto dalla legge. Potranno non solo infiltrarsi nelle strutture terroristiche ma anzi parteciparvi attivamente ed assumerne il comando, detenere ed utilizzare esplosivi, addirittura commettere omicidi rispondendone soltanto al capo del governo. In pratica quegli stessi reati che da sempre hanno commesso, ma per i quali dovevano, nel caso almeno fossero stati individuati, rispondere alla legge. Ora, per questi reati, saranno al di sopra delle leggi e il presidente del Consiglio, al quale dovranno risponderne, è arrivato addirittura a dire che il provvedimento è stato emanato come decreto e non discusso in parlamento per questioni di urgenza, per rispondere alle aspettative dei cittadini. In realtà i cittadini, in particolare quei cittadini che sono stati colpiti non solo come tali, ma anche nei propri affetti, i familiari delle vittime di queste stragi, non sono stati neppure ascoltati, nonostante avessero chiesto di esserlo, sia dalle stesse commissioni parlamentari che che stavano elaborando il provvedimento, sia dallo stesso presidente della Repubblica che non ha neanche risposto al nostro appello.
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Mio fratello Paolo era un uomo di destra, ma di una destra della quale nel nostro Paese si è perso pure il ricordo. Era di destra, ma lavorava all’unisono con una persona dichiaratamente di sinistra, come Giovanni Falcone. Ma anche di quella sinistra, nel nostro Paese, si è perso pure il ricordo. La presidente del Consiglio sostiene di ispirarsi a Paolo Borsellino, ma intanto il suo governo sta smantellando il patrimonio di leggi che Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, a prezzo della loro stessa vita, ci avevano lasciato per dare alla magistratura e al Paese tutte le armi necessarie per potere combattere il cancro che lo corrode: la criminalità organizzata. E purtroppo quella stessa formazione dal punto di vista culturale e politico che ha portato Paolo Borsellino ad essere quello che è stato ha portato persone come Pierluigi Concutelli, come Luigi Ciavardini, come Valerio Fioravanti, come Francesca Mambro, come Paolo Bellini, ad essere quello che sono stati.
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Soprattutto perché gli organi di informazione (e purtroppo, essendo ormai quasi del tutto scomparsa la stampa libera, è il sistema di potere a condizionarli e guidarli) tendono a privilegiare certi argomenti e a occultarne altri. Basta accendere la TV e si sente parlare soltanto di femminicidi. Ed è assolutamente giusto parlarne, ma non focalizzandosi per mesi sempre sullo stesso femminicidio e ripetendo notizie già date altre cento volte. Si parla sempre di guerre, ma non di tutte le guerre. Perché di alcune guerre che durano da anni, come ad esempio quelle in Congo, non si parla mai. Si parla ancora, e da anni, della strage dei coniugi di Erba, si parla mille volte di crisi climatica ma chi parla do contiguità mafia-istituzioni o di lotta alla mafia? Di criminalità organizzata si parla solo il 21 marzo, per la giornata in ricordo delle vittime della mafia, come se si dovesse ricordarle soltanto in quel giorno, quando hanno luogo le parate delle associazioni antimafia ufficiali che accettano fondi dalle istituzioni e che le ricambiano con posti di onore riservati a personaggi spesso impresentabili. Mi aspetto che prima o poi, insieme alla Giornata del Panettone o simili – non c’è più un giorno dell’anno che non abbia la sua dedica – venga istituita la Giornata del Mafioso e del Terrorista.
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Non credo che l’opposizione stia portando avanti in questo campo un’azione determinata ed efficace come sarebbe necessario. L’opposizione è troppo disunita e frammentata, dovrebbe imparare ad agire insieme e a contrastare questa deriva che ci sta portando verso un sistema di governo autoritario peggiore del ventennio fascista. E ciò accade perché, approfittando di avere la maggioranza in Parlamento – ma non nel Paese, a causa della disaffezione al voto da parte della maggior parte della popolazione – agisce mediante un utilizzo fittizio della democrazia. Riducendo progressivamente, fino ad annullarlo a forza di decreti legge, il ruolo del Parlamento.
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Su questo ho già accennato prima a una risposta, ma voglio aggiungere che le cause fondamentali della repentina accelerazione di quella stage sono sicuramente quella trattativa tra mafia e Stato, alla quale mio fratello era assolutamente contrario e che avrebbe avversato con ogni mezzo, ma soprattutto quello che mio fratello sapeva e quello che aveva scoperto sulla strage di Capaci e su cui aveva detto che si aspettava di riferire all’autorità giudiziaria prima, se fosse stato il caso, di riferirne in pubblico. Sono in particolare queste parole, pronunciate il 25 di giugno in un incontro pubblico alla biblioteca comunale di Palermo, che determinano la sua condanna a morte e l’esecuzione della strage. Paolo non verrà mai sentito dalla procura di Caltanissetta, alla quale verrà invece, dopo la sua morte, chiamato irritualmente a collaborare alle indagini quel Bruno Contrada (allora numero due del SISDE, ndr) del quale, pochi giorni prima, Gaspare Mutolo gli aveva rivelato la collusione con la mafia. Penso anche, ma non ne ho le prove, che Paolo negli ultimi giorni della sua vita si fosse reso conto o avesse avuto notizie del coinvolgimento dei servizi e dell’eversione nera nella strage di Capaci e che per questo sia stata affrettata la sua esecuzione e sia stata fatta scomparire la sua agenda rossa.
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Purtroppo, a distanza di più di trenta anni, proseguono i depistaggi, anche depistaggi di Stato, rivelati soltanto con il Borsellino Quater. Inoltre non si indaga come sarebbe necessario e non si è mai svolta nemmeno la fase dibattimentale di uno specifico processo su quella che sarebbe la scatola nera di quella strage, l’agenda rossa, sottratta dalla macchina di Paolo negli istanti immediatamente successivi all’attentato. E non soltanto, ma nei processi che si stanno svolgendo a Caltanissetta, su quelli che sono peraltro solo gli ultimi anelli di quel depistaggio di Stato sancito dalla sentenza del Borsellino Quater, è stata pure respinta, per «mancanza di requisiti», la costituzione di parte civile mia e di altri familiari di vittime. Non solo dopo più di trent’anni non abbiamo giustizia, ma ci viene negato anche il diritto di chiederla, anzi di pretenderla.
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L’idea mi è nata proprio a causa del tentativo in atto da parte di questo governo di riscrivere la storia del nostro Paese, cancellando la responsabilità dei servizi e dell’eversione nera, parcellizzando lo studio delle stragi e banalizzandone le cause. Secondo quest’ottica, esse devono essere attribuite soltanto a quanti sono stati utilizzati come esecutori, escludendo anzi da questi gli esecutori neofascisti. Inoltre, le ultime sentenze della magistratura hanno ancora di più allontanato la speranza di potere avere, nel corso della vita che mi resta, quella verità e quella giustizia per cui combatto da anni. Ho pensato allora che fosse necessario avere una voce comune, e quindi più forte e più incisiva, da parte delle associazioni dei familiari di vittime per quella che dovrebbe essere una esigenza di tutto il Paese. E che invece, troppo spesso, viene lasciata in carico soltanto a noi. Sono riuscito così a mettere insieme un Coordinamento tra queste associazioni, che riuniscono i familiari delle vittime di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia, della Stazione di Bologna, della strage di Via dei Georgofili, della strage del treno Italicus, della strage del Rapido 904, oltre che singoli familiari come io stesso, la famiglia Catalano, Brizio Montinaro, Stefano Mormile, Sergio Amato, la famiglia Agostino, Angela Manca, Paola Caccia, Luana Ilardo. Siamo così riusciti ad avere un maggiore impatto mediatico delle nostre rivendicazioni, ma non ancora quelle risposte da parte degli organi istituzionali che ci saremmo aspettati di avere. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, si è anche affrettato a convocare a Palazzo Chigi Mario Mori (ex ufficiale dei ROS finito alla sbarra al processo “Trattativa” e infine assolto, ndr) appena è trapelato che fosse indagato dalla Procura di Firenze per gravissimi reati, manifestandogli la sua solidarietà; al contempo, nessun organo costituzionale ha dato risposta agli appelli da noi inviati direttamente o comunicati attraverso gli organi di informazione.
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Alla politica, sia di opposizione che di governo, non posso che lanciare l’appello di fare di tutto, ognuno nel proprio ruolo, per fare emergere la verità su su queste stragi che hanno disseminato la storia d’Italia. Finché non emergeranno queste verità e non ci sarà questa giustizia, il nostro Stato non potrà essere definito davvero democratico.
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Alla società civile posso dire di fare ognuno, per quanto piccola possa essere, la sua parte. È necessario non soltanto non essere complici, ma anche non essere indifferenti, non voltare la testa dall’altra parte, non dire «non è affar mio, sono gli altri, le autorità, a doverci pensare». Se riusciremo a farlo, questo nostro disgraziato Paese non avrà più bisogno di eroi. Che, in fin dei conti, eroi non sono, ma soltanto uomini che hanno fatto fino all’ultimo il loro dovere e che sono stati costretti a diventare eroi, a morire come eroi, a causa anche dell’indifferenza di troppi.