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Fabio Repici – intervento a Via D’Amelio

Nell’ambito della commemorazione del XXXI anniversario della strage di Via D’Amelio intitolata “Io so chi è Stato” è intervenuto l’avvocato Fabio Repici, legale dei familiari delle vittime di mafia.Nell’ambito della commemorazione del XXXI anniversario della strage di Via D’Amelio intitolata “Io so chi è Stato” è intervenuto l’avvocato Fabio Repici, legale dei familiari delle vittime di mafia.

Proponiamo la trascrizione integrale del suo intervento.

«Parresia è il parlare con sincerità e nel rispetto della verità nel discorso pubblico, anche quando costa sacrificio e anche quando non conviene, anzi soprattutto quando non conviene. E forse, diciamo, siamo in un momento topico in cui essere cittadini costituzionalmente orientati impone di essere dei parresiasti.

Io già da qualche tempo avevo visto -e mi ero preoccupato nel vederlo- avevo visto una saldatura fra mondi che all’apparenza dovevano essere sideralmente distanti.

Una certa milizia soi disant garantista: ambienti che coltivano militarmente, direi io nazisticamente, il negazionismo sulla strategia della tensione attribuibile all’estrema destra, alle mafie e agli apparati del potere. Apparati del potere che oggi dovremmo cominciare a rifiutarci di chiamare deviati. Forse i deviati sono i pochi che continuano con sacrificio a rispettare la nostra Costituzione.

Avevo visto questa saldatura intorno a un personaggio che è l’esponente della ‘ndrangheta più importante al nord Italia e più importante forse nella storia d’Italia: Domenico Papalia. 

E avevo visto questa saldatura seguendo la scandalosa vicenda giudiziaria che aveva portato alla revisione in suo favore con una assoluzione a Perugia di un processo per il quale era stato condannato per omicidio decenni prima e la stessa compagnia cantante ha accompagnato e sta accompagnando oggi Domenico Papalia in un percorso che vorrebbe trovare come conclusione la grazia.

Domenico Papalia è responsabile di omicidi innumerevoli e uno di questi omicidi è quello che lo vide mandante dal carcere (quindi esattamente nelle condizioni per le quali si meriterebbe il 41 bis e che invece non gli viene applicato) mandante dal carcere dell’omicidio dell’educatore penitenziario Umberto Mormile. 

Oggi quella saldatura che si intravedeva è visibile en plein air. C’è però un motivo politico contingente per cui questo sta avvenendo ed è un motivo prettamente politico per questa saldatura. 

Il gruppo politico di estrema destra che, nonostante rappresenti un’infima minoranza, con abilità si è impadronita del governo sia in politica estera si è ridotta a reggere la pantofola della Nato e degli Stati Uniti sia per altro verso si è asservita con gioiosa deferenza all’establishment economico finanziario. Quello stesso establishment, non certo per spirito di generosità, ma per convergenza di interessi ha concesso a quel ceto politico di estrema destra e ai suoi alleati, sempre tenendo però in mano il guinzaglio, la corda lunga ai camerati e ai filomafiosi, al partito di Fratelli d’Italia (o di cognati d’Italia secondo le relazioni familiari) e al partito fondato da un piduista e da un mafioso, ha concesso corda lunga sul campo del negazionismo e dell’impunità.

E così si spiega il convegno tenuto in parlamento per commemorare il piduista, depistatore e latitante Generale Maletti, convegno che fu organizzato meno di un anno fa dall’onorevole Mollicone, figlio dell’esponente di Ordine Nuovo Nazzareno Mollicone. Così si spiega la nomina alla presidenza della commissione antimafia della onorevole Colosimo, amica dell’assassino stragista Luigi Ciavardini, responsabile tra l’altro oltre che della strage del 2 agosto alla stazione di Bologna, responsabile come esecutore materiale dell’omicidio del magistrato Mario Amato.

Così si spiega ancora la nomina a sottosegretario al ministero della difesa della figlia di Pino Rauti, cioè di uno dei principali strateghi della strategia della tensione, e giusto al ministero della difesa. Ci manca solo che rifondino l’istituto Pollio e magari affidino all’istituto Pollio l’educazione civica nelle scuole. Spero che qualcuno avverta, se ci sta seguendo, il ministro Valditara che questa è una battuta perché di questi tempi c’è il rischio che la prenda come una proposta praticabile.

Ma così si spiega anche l’elezione del sindaco di Palermo e del presidente della Regione Sicilia con l’esplicito appoggio di Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro.

E allora che aspettarsi dalla commissione antimafia con quella presidente e con quella maggioranza?

Io -e non me ne vorrà l’oggi senatore Scarpinato- io mi aspetto il peggio possibile, purtroppo.

Difficile che si possa ripetere qualcosa tipo l’approvazione della relazione della commissione antimafia sull’omicidio di Peppino Impastato e sul depistaggio che ne seguì, redatta all’epoca della presidenza di Giuseppe Lumia; come è difficile che si possa avere qualcosa di simile alla relazione sull’omicidio di Attilio Manca, approvata grazie a Stefania Ascari, Piera Aiello e Federica Fabbretti, che hanno fatto anche tesoro del prezioso lavoro che sull’omicidio di Attilio Manca aveva fatto anche nella precedente legislatura Giulia Sarti.

E quindi c’è qualche cosa che si può fare?

Certo. È sempre cosa buona dare sostegno alle persone che dentro le istituzioni meritano fiducia: il senatore Scarpinato è il primo fra questi. È sempre buona cosa auspicare il rientro in ruoli istituzionali di persone che hanno onorato la nazione. Qui da qualche parte ce n’è uno che a me è molto caro, che viene qui ogni anno in silenzio, senza mai farsi sentire, solo per testimoniare la sua presenza, ed è Luigi de Magistris della cui amicizia io mi sento onorato; e Giuseppe Antoci e Renato Accorinti. Ci sono state e ci sono persone che possono rappresentare i cittadini costituzionalmente orientati nelle istituzioni.

Però la situazione dell’occupazione delle leve del potere è questa, e ne dobbiamo essere consapevoli. E allora possiamo fare un’altra cosa che però è faticosa quanto la parresia: la resistenza. E la resistenza intendo da cittadini pensanti. Brandire, se così possiamo dire, i valori della Costituzione repubblicana per orientare in qualche modo la vita pubblica. E soprattutto brandendo i valori della Costituzione repubblicana, presentarsi da coloro che nelle posizioni istituzionali vogliono mantenersi vicino agli stragisti e ai mafiosi, e di accompagnare (visto che sono loro amici) Luigi Ciavardini, Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Gilberto Cavallini e Paolo Bellini davanti ai magistrati della procura Generale di Bologna a vuotare il sacco una volta per tutte e a spiegare perché hanno ucciso il 2 agosto del 1980 ottantacinque persone.

Visto che sono amici, li convincano almeno a fare un’azione buona nella loro vita!

Oppure, gli altri amici di altri amici, accompagnino Marcello Dell’Utri, Antonio D’Alì, Salvatore Cuffaro, eccetera, eccetera, eccetera… tutti soggetti condannati con sentenza definitiva.

Questo lo dico perché i cosiddetti garantisti che dicono c’è la presunzione di innocenza, sì, ma poi ci sono le condanne. C’è qualcuno che ha la voglia di consentire a Marcello Dell’Utri di fare un’opera buona: presentarsi alla Procura, che scelga lui quale, e raccontare i cinquant’anni di collusioni mafiose che conosce?

Fin da quando portò uno stalliere che era un assassino mafioso a accompagnare a scuola la figlia del cavaliere di Arcore. Poi dovremmo occuparci delle miserie del dibattito pubblico. Ad esempio della santificazione di Contrada, o della santificazione dei vertici del Ros del 1992.

Io qui c’è una cosa che proprio ogni volta che ci penso mi si inchioda dolorosa come un chiodo nella testa.

Il capo del Ros del 1992 era Antonio Subranni, quell’Antonio Subranni che a un certo punto, a partire dal 2009, Agnese Borsellino la moglie di Paolo Borsellino, fece oggetto delle sue dichiarazioni ai magistrati, rivelando ai magistrati che pochi giorni prima di essere assassinato Paolo Borsellino le aveva confidato di aver appreso che Antonio Subranni era punciuto. Voglio ricordare a coloro che hanno perso oltre che la memoria anche il buon senso, quale fu la risposta di Antonio Subranni a quelle parole di Agnese Borsellino, che se le scrivano sui muri di casa, disse: “non bisogna dare conto a quella donna perché ha l’alzheimer”.

Ma ve lo ricordate? Anziché accompagnare i vertici del Ros del ‘92 alla Commissione Antimafia, all’amica di Luigi Ciavardini.

O come chi sostiene che bisogna tout court cancellare, abolire le commemorazioni perché ormai della memoria pare che si debba fare uso solo per fare teatro a pagamento.

Io penso che se un giorno una delle decine e decine e decine delle mamme di Plaza de Mayo a Buenos Aires avesse detto a tutte le sue amiche che si trovavano nella stessa condizione di cercare i loro cari spariti, se avesse detto basta, non dobbiamo stare più qui a Plaza de Mayo, basta con le commemorazioni, avrebbero chiamato la neuro. E magari chiamiamo la neuro e glieli facciamo fare lì gli spettacoli teatrali! 

Oppure la commedia del garantismo all’italiana, che è una strana bestia che è stata convertita in strumento del potere. Ma voi avete mai sentito fiatare qualcuno per le migliaia di migranti arrivati in decenni in condizioni inumane e finiti quasi sempre sotto processo come primo impatto con lo Stato italiano, senza alcuna possibilità di difesa, senza manco che nessuno gli riconoscesse di potere sbagliare in diritto, come è riconosciuto solo a un magistrato ormai, in un processo.

Io, quei garantisti, in queste occasioni non li ho mai visti, e non li ho mai sentiti.

Ma qualcuno ha sentito quei garantisti quando veniva assassinato Federico Aldrovandi; qualcuno ha sentito quei garantisti quando veniva assassinato Stefano Cucchi?

Ma che cos’è il garantismo? E solo fare i lacchè dei potenti quando finiscono sotto processo? È questo il garantismo?

Il garantismo, che nel suo senso nobile dovrebbe essere ciò che può riavvicinare in un Paese, rispettando il diritto, le vittime e i carnefici. Solo quello può essere. Garantendo le condizioni di un giusto processo. Ma in questi decenni, qual è stato il giusto processo che per decenni ha dovuto aspettare la famiglia di Nino Agostino? Per l’assassinio del quale e per l’assassinio di Ida Castelluccio il processo (grazie soprattutto a qualcuno) è cominciato a trent’anni di distanza dal delitto. 

E cosa è stato il garantismo nelle aule di giustizia, a Bologna, a Brescia, a Milano, nei luoghi in cui erano state commesse le stragi contro la Repubblica, quando venivano puntualmente depistate le indagini, falsificate le prove?

Neanche sulla falsificazione delle prove, sui depistaggi, sul depredare dalla possibilità di avere giustizia i familiari delle vittime, quel Circo Barnum del garantismo all’italiana ha mai saputo spendere una parola. È una strana teoria filosofica per cui gli omicidi, tanto più in Sicilia, sono sempre passionali. Perché si ammazza in Sicilia: un poliziotto, un giornalista…

E, naturalmente, se ci sono esplosioni al nord sono tutte causate da caldaie difettose e dal malfunzionamento delle caldaie, che è uno dei drammi della storia d’Italia; tirato fuori il 12 dicembre del 1969, tirato fuori il 2 agosto del 1980 come riflesso pavloviano di qual è la caccia alle responsabilità, l’impunità. Questa è. Intorno a questo criterio si è formato quel Circo Barnum del garantismo all’italiana.

E poi ci sono gli alti intellettuali. C’è una volpe, fra questi grandi pensatori, anche se si chiama Lupo. Nell’ultimo libro in cui sbeffeggia uno per tutte il grande complotto… io l’ho letto e mi è venuta la labirintite, perché pensavo, beh riuscirà a dimostrare che il governo americano non fece accordi con i boss delle famiglie mafiose americane, che durante la reggenza dell’Amgot in Sicilia i mafiosi fossero stati tenuti lontani dal potere anziché essere piazzati a sindaci nelle città come elementi di loro fiducia. Pensavo che avrei trovato il bandolo della matassa che finalmente ci apriva gli occhi davanti alla verità. Invece, scopro che no, è vero, c’erano stati gli accordi tra il governo americano e i mafiosi, ci sono stati gli accordi pure in Sicilia, mettendo alla guida delle comunità i mafiosi, ma non possiamo sapere quanti furono i sindaci mafiosi, e poi che cosa scopro? E lì veramente uno capisce l’intelligenza di certi intellettuali. Cita una fonte iper attendibile per giustificare l’arricchimento in gioventù di Vito Ciancimino e lo attribuisce agli americani che, tanto, sempre lontani sono. Così riuscendo a far finta di non conoscere i documenti che sono nell’archivio della Commissione parlamentare antimafia che documentano, con tanto di nomi, cognomi e cariche, come Vito Ciancimino si arricchì quando ottenne le concessioni per il trasporto dei vagoni fra le stazioni di Palermo, i vagoni ferroviari. E lì, poiché siamo già al 1950, non sono più gli americani, solo che in questo momento in cui i grandi pensatori revisionisti devono anche revisionare, compiacendo chi magari nemmeno vorrebbe essere compiaciuto, e allora quella gran volpe di Lupo riesce a mistificare anche qui. E sapete chi è il grande testimone attendibile con cui depista sull’arricchimento di Vito Ciancimino? Voi non ci crederete, ma davvero non ci crederete, e soprattutto non ci crederà Salvatore, perché il grande testimone attendibile indicato dal libro di Lupo è Massimo Ciancimino. Ma, dopo quello che avevano scritto lui e il suo amico Fiandaca? Salvatore, c’è la possibilità che il prossimo anno Lupo ti chieda di poter concionare qui davanti a tutti insieme a Massimo Ciancimino. 

Questo è lo scenario del Paese, fuori dalle istituzioni. E quindi cose da fare ce ne sono, per chi non vuole gettare la spugna, ce ne sono tante. Io, alla fine, sono una specie di estremista dell’ottimismo impossibile, perché ho sempre pensato che se uno non tenta perfino l’impossibile non riuscirà mai ad ottenere tutto il possibile. Sì, sono tante le cose da fare e me ne rendo conto di quanto possa apparire un’utopia, oppure per dirla in francese un vaste programme. Si potrebbe dire, come disse quello quando gli proposero come nuovo programma politico di eliminare i cretini: purtroppo ce ne sono tanti, ce li dobbiamo tenere!»

 

 

 

 

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