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Repici sull’omicidio Agostino: ”Sinergia tra mafia e apparati deviati dello Stato”

Nel giorno della memoria di Nino Agostino e Ida Castelluccio (uccisi il 5 agosto 1989 all’ingresso dell’abitazione estiva della famiglia Agostino, a Villagrazia di Carini) sono diversi i pensieri che si rincorrono. Finalmente, lo scorso luglio, la Procura generale diretta da Roberto Scarpinato ha chiesto il rinvio a giudizio nei confronti dei due boss accusati del duplice omicidio, Antonino Madonia e Gaetano Scotto, e per Francesco Paolo Rizzuto, l’amico del poliziotto, accusato di favoreggiamento aggravato.
L’udienza preliminare si terrà davanti al gup, Alfredo Montalto (già Presidente della Corte d’Assise di Palermo che ha emesso la sentenza nel processo trattativa Stato-Mafia), il 10 settembre. Una notizia che restituisce nuova speranza all’intera famiglia Agostino e soprattutto al padre Vincenzo, che da anni mantiene lunga la propria barba, proprio in attesa di verità e giustizia. Una richiesta che si fa ancora più incessante da quando, lo scorso anno, sua moglie Augusta è deceduta, lasciando un grande vuoto, ma al tempo stesso rafforzando lo spirito di lotta. Abbiamo raggiunto l’avvocato della famiglia Agostino, Fabio Repici, che in questi anni non ha mai smesso di credere nella possibilità di giungere alla verità sul delitto.

Avvocato Repici, oltre trent’anni sono passati dal delitto Agostino. Quando presentò la memoria con la richiesta di avocazione del fascicolo da parte della Procura generale disse che il processo “o si fa ora o non si farà mai più”. La Procura generale ha chiesto il rinvio a giudizio nei confronti dei boss Nino Madonia (capomandamento di Resuttana già detenuto dal 1987) e Gaetano Scotto (boss dell’Acquasanta indicato da diversi collaboratori di giustizia come ponte tra Cosa nostra e i servizi segreti deviati) e di Francesco Paolo Rizzuto, un amico di Agostino che, secondo gli inquirenti, avrebbe assistito al delitto e conoscerebbe particolari importanti per risalire agli esecutori. Il prossimo 10 settembre si terrà l’udienza preliminare davanti al Gup. Possiamo dire che ormai il dibattimento è prossimo?
Possiamo dire che con la richiesta di rinvio a giudizio l’ormai imminente celebrazione dell’udienza preliminare siamo di fronte ad un importantissimo passo. Se guardiamo le cose con gli occhi della storia, quasi un miracolo. Per quanto sia paradossale, in relazione all’enormità del tempo trascorso, provo vera emozione nel pensare che il trentunesimo anniversario del duplice omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della giovanissima moglie Ida Castelluccio si svolgerà finalmente con un processo che è finalmente partito.

Tra gli elementi di novità dell’inchiesta condotta dal Procuratore generale Roberto Scarpinato, insieme ai sostituti procuratori generali Nico Gozzo (oggi alla Procura nazionale antimafia) e Umberto De Giglio, vi è proprio il ruolo di Rizzuto. In tutti questi anni non solo sarebbe rimasto in silenzio ma, quando è stato sentito dagli investigatori, non avrebbe raccontato tutto, mentendo. E’ lo specchio dell’omertà e dei depistaggi che sono stati portati avanti fino ad oggi?
Sicuramente. Occorre non dimenticare che si tratta della seconda contestazione di favoreggiamento. Un’altra condotta di favoreggiamento è già stata accertata al di là di ogni dubbio dall’autorità giudiziaria: il favoreggiamento compiuto dall’ispettore Guido Paolilli, responsabile, come statuito dal Gip nel 2015, della distruzione degli appunti custoditi da Nino Agostino in un armadietto di casa sua. L’omertà e i depistaggi, poi, non si fermano a questi due casi. E dimostrano che il duplice omicidio Agostino-Castelluccio rappresenta un delitto eccellente, per compiere il quale si è mossa Cosa Nostra, con esponenti di altissimo livello, in sinergia con uomini delle istituzioni, cosicché i depistaggi erano finalizzati a occultare gli ibridi connubi che sono il marchio di quel delitto.

Il fatto che lo scorso gennaio il giudice delle indagini preliminari Marco Gaeta ha rigettato la richiesta di custodia cautelare nei confronti di Scotto e Madonia che peso può avere in vista della richiesta di rinvio a giudizio? Allora il gip disse che non vi erano sufficienti elementi per stringere il cerchio delle responsabilità attorno ai due boss.
Con tutto il rispetto che ogni provvedimento dell’autorità giudiziaria merita, quell’ordinanza è gravemente sbagliata. Senza qui fare un’analisi di tutte le défaillance che caratterizzano il provvedimento del Gip, a partire dalla parzialità degli elementi presi in esame, basti segnalare come emerga in alcuni passi salienti l’incapacità di tenere conto di fatti della storia di Cosa Nostra che sono comprovati da sentenze definitive e da atti di svariati processi: a partire dalle relazioni fra Cosa Nostra siciliana e gli alleati d’Oltreoceano.

Leggendo le carte, come l’archiviazione del Gip nei confronti dell’ex agente della mobile Guido Paolilli, indagato per favoreggiamento in concorso aggravato nel 2008, è provato che nelle indagini sull’omicidio vi fu un depistaggio.
Una prova determinante è quella famosa intercettazione ambientale con il figlio, mentre vedevano un programma in tv in cui si parlava proprio del caso Agostino. Nei confronti di Paolilli avete in sede civile un risarcimento per quello che lei ha chiamato come “furto di verità”. Cosa si è voluto nascondere?
Come anticipato prima, sul duplice omicidio Agostino-Castelluccio si è verificata una situazione molto simile a quella valutata dalla Corte di assise di Caltanissetta sulla strage di via D’Amelio nel processo “Borsellino quater”. Anche in questo caso ci troviamo davanti a uno dei più clamorosi episodi di depistaggio della storia e anche in questo caso il depistaggio era mirato all’occultamento delle responsabilità di soggetti e apparati istituzionali e delle prove sulle complicità fra quegli apparati e il mandamento di Cosa Nostra di Resuttana, che per la parte mafiosa è stato responsabile del delitto.

Nella vicenda Agostino un’altra figura, quantomeno “torbida” è quella di “Faccia da mostro”, il poliziotto Giovanni Aiello. Di lui parlano diversi collaboratori di giustizia e nella richiesta di archiviazione della Procura del 2016 viene descritto come un soggetto certamente in contatto qualificato con l’organizzazione mafiosa Cosa nostra (se non, addirittura, a questa intraneo). Che ruolo ha giocato?
Giovanni Aiello ha operato un ruolo attivo nella fase preparatoria al delitto e in quella immediatamente successiva alla sua esecuzione. Da un lato, un mese prima del duplice omicidio si recò a Villagrazia di Carini in compagnia di un sodale a cercare Nino Agostino, come testimoniato più volte da Vincenzo Agostino, padre del poliziotto ucciso, che ha pure inequivocabilmente riconosciuto Aiello durante l’incidente probatorio svoltosi il 27 febbraio 2016. Per altro verso, Aiello è stato accusato di aver raccolto i due killer (Antonino Madonia e Gaetano Scotto) al momento in cui, a distanza di un chilometro dal luogo di esecuzione del delitto, essi abbandonarono la motocicletta utilizzata nell’azione criminale. Ma quel che è stato accertato su Giovanni Aiello va anche oltre il duplice omicidio Agostino-Castelluccio e fa di lui una figura davvero simbolo dell’abbraccio fra mafia e apparati deviati dello Stato. Del resto, ancora nessuno è stato capace di fornire alcuna anche lontanamente ragionevole giustificazione all’inspiegabile e insperata ricchezza di quell’agente di polizia andato in pensione dopo non molti anni di servizio con valutazioni ben inferiori alla media. Su Aiello e lo scenario oscuro nel quale operò è bene richiamare le parole della Procura generale di Palermo: «Le risultanze processuali – riscontrando le dichiarazioni di Vito e Giovanna Galatolo sulla compresenza di Contrada e Aiello in vicolo Pipitone – hanno altresì consentito di accertare che Aiello era un uomo di fiducia di Contrada, ed hanno fatto venire alla luce una fitta rete di relazioni personali che legavano nella seconda metà degli anni Ottanta ed hanno continuato a legare nel tempo l’Aiello, Il (il) Contrada, Guido Paolilli ed altri poliziotti contradiani, tutti custodi di comuni segreti scottanti».

La morte di Aiello quanto pesa sull’accertamento della verità?
La morte di Aiello arrivò – per qualcuno, insperatamente – nel momento in cui quell’ex poliziotto era entrato definitivamente al centro dell’attenzione della magistratura inquirente. Qualche settimana prima dell’infarto che lo colpì sulla spiaggia calabrese di Montauro – un “infarto di Stato”, disse Vincenzo Agostino – egli era stato sottoposto a perquisizione dalla D.d.a. di Reggio Calabria nel procedimento denominato “Ndrangheta Stragista”. Il peso di quella morte non crea molti ostacoli alla verità sull’omicidio del poliziotto Agostino quanto, piuttosto, crea un ostacolo in più – un muro di gomma in più – nell’accertamento delle complicità di Stato con le organizzazioni mafiose siciliana e calabrese.

repici fabio 610 c our voiceFabio Repici in via d’Amelio © Our Voice

In passato di Aiello hanno riferito collaboratori come Vito Lo Forte e Vito Galatolo. In particolare Lo Forte aveva indicato Scotto e Madonia come esecutori materiali dell’omicidio del poliziotto, a bordo di una motocicletta, e Aiello come soggetto intervenuto ad agevolare la loro fuga. Quando la Procura chiese l’archiviazione si evidenziava un’assenza di riscontri individualizzanti nei confronti dei tre indagati. Lo scorso febbraio però, c’è stata una novità durante un’udienza del depistaggio di via d’Amelio, in trasferta a Roma, quando è stato sentito Francesco Onorato che di fatto offre dei riscontri alle dichiarazioni di Lo Forte, parlando per la prima volta di Aiello. Che incidenza probatoria possono avere queste nuove dichiarazioni?
Le dichiarazioni di Francesco Onorato sono molto importanti, perché provengono da un mafioso a conoscenza delle relazioni fra Cosa Nostra e apparati istituzionali, peraltro riconosciuto responsabile dell’omicidio di Emanuele Piazza. Onorato, peraltro, ha confermato l’importanza delle dichiarazioni che Vito Lo Forte aveva reso su Gaetano Scotto e sulle contiguità istituzionali di cui Scotto godeva, aggiungendo che effettivamente Cosa Nostra ebbe informazioni sulla località segreta in cui il pentito Lo Forte viveva sotto protezione e che davvero Lo Forte fu destinatario del progetto di assassinarlo in quella località protetta. Tutte cose che Lo Forte aveva verbalizzato da moltissimi anni.

Rispondendo ad una sua domanda Onorato parlò anche delle difficoltà per i collaboratori di giustizia nell’affrontare “certi argomenti” aggiungendo che “finché accusi un mafioso non succede niente. Quando accusi persone delle istituzioni, politici, polizie e servizi segreti… si chiudono le porte”. Parole che rievocano quelle di Gaspare Spatuzza al processo Borsellino quater quando gli venne chiesto dell’uomo presente nel garage di Villasevaglio quando venne imbottita di esplosivo la Fiat 126 utilizzata per compiere la strage di via d’Amelio. Spatuzza affermò che vi era un uomo che non era parte di Cosa nostra. Disse testualmente: “Ho una diapositiva in testa e in questi anni ho cercato di mettere a fuoco questa persona. Ho fatto pure una descrizione, effettuando un riconoscimento fotografico ma non è che posso dire cose. Tra le possibilità c’è che possa appartenere alle forze dell’ordine e la mia vita la gestiscono loro, sono io la prima persona ad avere interesse a vederla in carcere. Ma proprio non ricordo”. Cosa si nasconde dietro stragi e delitti? Possiamo affermare che c’è una mano esterna che può portare allo Stato?
Dobbiamo evitare di usare il modo condizionale. E’ ormai certo che Cosa Nostra nelle stragi del 1992-93 e in altri gravi delitti ha potuto godere della complicità, anche in fase esecutiva, di settori deviati dello Stato. E’ ciò che è già stato scritto nella sentenza della Corte d’assise di Caltanissetta nel processo “Borsellino quater”: i depistaggi servivano proprio a occultare quelle complicità. Solo coloro che vogliono mantenersi complici della congiura del silenzio sulle responsabilità istituzionali, che si è protratta per decenni, possono continuare a nascondere quel dato di fatto definitivamente accertato.

Caso vuole dire, che anche l’ex capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera, a cui i giudici del Borsellino quater attribuiscono un ruolo chiave nel depistaggio sulla strage di via d’Amelio, si sia adoperato a sviare verso altre piste le indagini su Agostino…
Come il depistaggio sul duplice omicidio Agostino-Castelluccio è l’antefatto del depistaggio, compiuto sempre da Arnaldo La Barbera, sulla strage di via D’Amelio, oggi possiamo dire che il duplice omicidio Agostino-Castelluccio e gli altri delicati avvenimenti del 1989 sono l’antefatto delle stragi del 1992. Anche per questo il processo che si apre ha un’importanza storica.

L’omicidio Agostino avviene in un anno particolare, il 1989, dove vi fu il fallito attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone. Leggendo gli atti, rispetto all’ipotesi che Agostino fosse stato presente in quei giorni sul luogo i pg scrivono che le indagini “non consentono in alcun modo di ritenere provata una qualsiasi forma di partecipazione (negativa o positiva)” di Agostino su quella “scogliera”. Sappiamo che in alcune informative della Dia e della Squadra mobile, datate luglio 1989, si evince che l’agente ucciso era di turno come scorta il giorno previsto per la strage a Falcone e nel giorno del ritrovamento dell’ordigno. Dunque che legame c’è tra il fallito attentato e l’omicidio?
La cosa più importante appurata al riguardo dalla Procura generale di Palermo è il rapporto di collaborazione personale e riservata di Nino Agostino con Giovanni Falcone. Del resto, se, come si sa da sempre, Falcone in piena notte si recò al commissariato San Lorenzo alla veglia funebre del poliziotto Agostino e della moglie, doveva esserci un motivo specifico che stava a cuore al magistrato vittima del progettato attentato all’Addaura e di quello purtroppo realizzato nel 1992 a Capaci.

Falcone, commentando il fallito attentato con il giornalista Saverio Lodato, parlò di “menti raffinatissime”. Sono “menti raffinatissime” anche quelle che hanno voluto la morte del poliziotto?
Senz’altro. Il duplice omicidio Agostino-Castelluccio è stato il prodotto della sinergia fra mafia e apparati deviati dello Stato. Come ho sempre detto, quel delitto è stato ideato e commesso a mezzadria fra Cosa Nostra e spezzoni della polizia di Stato e dei servizi.

Una pista investigativa ha fatto emergere anche un altro dato. Agostino, sempre in quell’anno, sarebbe stato impegnato in un delicatissimo servizio di scorta nei confronti dell’ex estremista di destra, Alberto Volo, che tra il 28 marzo ed il 18 maggio veniva interrogato in gran segreto in Procura dal giudice istruttore Giovanni Falcone sull’omicidio Mattarella e anche su un’organizzazione segreta che si chiamava Universal Legion ma che coincideva perfettamente con quanto successivamente è emerso su Gladio.
Dalle carte dell’inchiesta della Procura generale, emergono anche segretissime missioni a Trapani, dove Agostino, in abiti civili, si sarebbe recato con una valigetta 24h e dove il SISMI aveva aperto il centro “Scorpione”, sede dell’organizzazione Gladio.
Un mese dopo l’ultimo verbale con Volo ci fu il fallito attentato all’Addaura contro Falcone. Secondo lei è possibile che Agostino, che appunto si occupava della sicurezza di Volo durante gli interrogatori, avesse appreso qualcosa di delicato?
Dobbiamo comprendere che quell’attività di collaborazione di Nino Agostino con Falcone, insieme all’attività nella ricerca dei latitanti di Cosa Nostra, è avvenuta all’insegna della massima riservatezza e fuori da ogni formalizzazione istituzionale. Questo implica che si trattava di attività ritenuta delicatissima per primo da Giovanni Falcone. E che ha consentito ad Antonino Agostino, come del resto riferito da molti collaboratori di giustizia, di diventare testimone del tradimento da parte di personalità istituzionali e delle loro contiguità con i vertici di Cosa Nostra.

Ormai un anno fa è deceduta Augusta, una donna, una moglie, una madre “in attesa di giustizia, anche oltre la morte”. Come è possibile restituire la speranza di arrivare finalmente alla verità a Vincenzo Agostino e quindi alla sua famiglia?
Nell’unico modo istituzionale: all’interno del processo. Per questo ribadisco l’importanza storica dell’avvio del processo. E rilevo con preoccupazione la distrazione delle istituzioni e dell’informazione mainstream sul processo che si apre. Temo che non si tratti di un caso ma degli effetti del coinvolgimento, nei fatti oggetto del processo, di apparati ancora oggi potenti. Ma qualunque coinvolgimento non potrà impedire che si faccia completa luce in sede processuale. E’ un dovere morale che tutti abbiamo con la memoria non solo di Antonino Agostino e Ida Castelluccio, ma anche della indimenticabile signora Augusta.

Aaron Pettinari (AMDuemila)

 

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