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Via D’Amelio: il delitto preventivo contro Paolo Borsellino

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“Credo che per rendere onore a Paolo, per strapparlo, almeno nella memoria, dalla terribile solitudine che lo pervase negli ultimi giorni di vita, occorra che anche in giorni come questi, in occasione delle commemorazioni ufficiali, cominciamo a dire a noi stessi che egli non è stato vittima soltanto di personaggi come Riina e i suoi sodali, ma anche della storia malata di un Paese democraticamente immaturo che non ha mai saputo fare i conti con il proprio passato, non ha mai avuto la forza di guardare dentro la propria realtà e che per questo ha lasciato morire nella solitudine alcuni dei suoi figli migliori, rischiando così di far morire assieme a loro anche la parte migliore di sé”

Paolo Borsellino aveva raccolto personalmente le deduzioni e le direzioni di indagine intraprese da Giovanni Falcone, prima e dopo il suo trasferimento a Roma, e aveva reso pubblica questa circostanza nel famoso discorso alla Biblioteca Comunale di Palermo, affermando di essere in attesa di convocazione da parte della Procura di Caltanissetta per poterne riferire i contenuti, essendo questi materia di indagini da parte della magistratura.
In un’audizione al Comitato Antimafia del CSM, del 29 luglio 1992, l’allora pm Roberto Scarpinato ha raccontato un fatto che lo aveva molto inquietato e cioè che “Paolo Borsellino conducesse delle indagini su fatti di grande rilevanza all’insaputa del Procuratore (Giammanco) … fatti che non vi posso riferire, ma che sono di grandissima rilevanza e che riguardano determinati livelli, su quei fatti Paolo Borsellino raccomandò la segretezza”. Pochi giorni dopo, il 31 luglio, anche l’allora pm Antonio Ingroia nel corso della sua audizione al CSM sostenne che Borsellino “oltre ad avere interesse per l’indagine Falcone, faceva numerose indagini per conto suo. Chiamiamole approfondimenti sulle questioni indicate nei diari di Falcone. Chiese un colloquio con Scarpinato per quanto riguarda la questione Gladio e la questione del rapporto dei carabinieri sugli appalti”.

Borsellino era, dunque, a conoscenza delle indagini bancarie su flussi di denaro con transazioni estere che Falcone stava seguendo con colleghi svizzeri, era a conoscenza dell’interesse di Falcone per l’organizzazione Gladio e per i suoi collegamenti con i delitti eccellenti degli anni ’80 e con la massoneria trapanese, era al corrente delle dinamiche tra imprese, appalti, politica e massoneria, così come probabilmente conosceva il filone di indagini sui fondi del Partito Comunista dell’ex-Unione Sovietica e, forse, la valenza di alcuni colloqui e trasferte segrete che Falcone aveva avuto con interlocutori degli Stati Uniti.
Borsellino dunque sapeva tutto e, non essendo appassionato di agende elettroniche come Falcone, segnava tutti i suoi appunti nell’agenda di colore rosso dell’Arma che portava sempre con sé. Un’agenda a cui teneva moltissimo, come testimoniato anche dal Tenente Carmelo Canale, suo stretto collaboratore, quando afferma: “secondo me aveva tutti gli appunti in quell’agenda, che gli servivano, perché lui aspettava, e lo diceva sempre, non ne faceva mistero, lui aspettava di essere sentito dal Procuratore di Caltanissetta”.

Ovviamente in questa agenda Borsellino aveva inserito anche i suoi personali filoni di indagine sulla morte dell’amico e collega, le dichiarazioni dei pentiti, i collegamenti con sue indagini precedenti, le informazioni che riceveva in quel periodo sul decorso del dialogo tra mafia ed istituzioni dello Stato, le proposte legislative che si orientavano verso forme di dissociazione dei mafiosi e che avrebbero annullato l’apporto determinante dei collaboratori di giustizia. Il magistrato, infatti, era fermamente contrario alla strategia sotterranea attiva in particolare dopo la strage di Capaci, finalizzata a giungere all’applicazione dei percorsi di dissociazione ai mafiosi, come era stato fatto già con i terroristi. Una iniziativa che avrebbe avuto come effetto una normativa secondo la quale sarebbe stato evitato il regime carcerario duro del 41 bis a fronte di una “dissociazione” del mafioso che però, in questo modo, non sarebbe stato tenuto a fare nessuna chiamata di correità nei confronti dei sodali dell’organizzazione criminale, diversamente da quanto previsto dal meccanismo del “pentimento” che prevede la “collaborazione” con i giudici e lo Stato nella lotta alla mafia, la confessione di delitti e la denuncia di appartenenti e concorrenti esterni.

Contrariamente alle ipotesi contenute in queste forme di “interlocuzione” con la mafia, Borsellino dopo Capaci aveva la ferma convinzione che quell’evento tragico dovesse necessariamente modificare il tradizionale assetto di dialogo tra lo Stato e Cosa nostra, che non ci dovesse essere più spazio per transazioni sul piano legislativo che concedessero spazio alle organizzazioni criminali ed ostacolassero al contempo il lavoro dei magistrati onesti. Posizioni queste che aveva dichiarato anche pubblicamente: “Io voglio decisamente credere, me lo impongo di crederci, che la morte di Falcone sia un fatto così dirompente, così drammatico che, bandendo ogni sofisma, ogni ipocrisia, ogni situazione di compromesso, il potere politico riesca finalmente ad avere la forza di prendere decisioni ordinarie ma drastiche perchè i magistrati non debbano sempre lavorare quasi nonostante le norme … talvolta alcune di esse sembrano fatte apposta per difficoltare il lavoro … se non si pone rimedio a questa dicotomia tra molto che si conosce e poco che si riesce a condannare, verrebbe quasi voglia di alzare le braccia”. 

Il magistrato riprende in questa drammatica affermazione il monito lanciato già da Giovanni Falcone nel corso di un’intervista dopo l’esito del Maxiprocesso. In risposta alla domanda su cosa volesse chiedere allo Stato alla conclusione di quel processo, Falcone aveva detto: “L’unica cosa che chiederei è che questa tensione non debba venire mai meno”.

Conosciamo, purtroppo, la risposta che ha avuto invece, da larga parte degli apparati e delle istituzioni dello Stato, l’esito del processo storico che per la prima volta forniva una conoscenza sistemica del fenomeno mafioso. Conosciamo gli ostacoli tremendi che le carriere e le vite stesse di quei magistrati e le loro famiglie hanno dovuto subire per aver istruito quel processo e per aver continuato le indagini ad un livello di professionalità e rigore di un’ampiezza mai vista prima di allora in Italia. Conosciamo i muri di gomma da loro subiti presso le procure di appartenenza, presso il CSM, da parte di organi dello Stato, di rappresentanti politici, della stampa, così come anche la costante presenza attorno a loro di operatori occulti che si configuravano mediante appartenenti ai servizi di sicurezza, ai corpi speciali dei Carabinieri, alla Polizia di Stato e che dalla fine degli anni ’80 cominciarono ad operare sinergicamente e contemporaneamente a più livelli istituzionali.

Sappiamo che alla fine del 1991 si tennero delle riunioni di Cosa nostra nelle campagne di Enna, nel corso delle quali, afferma il Procuratore Generale Roberto Scarpinato “i massimi vertici regionali della mafia discussero dell’attuazione di un complesso piano di destabilizzazione politica suggerito da entità esterne. In quelle riunioni fu anche stabilito che gli omicidi e le stragi sarebbero stati rivendicati con la sigla Falange armata”.

Conosciamo anche il fatto che agenti dei servizi, con tempismo eccezionale, si trovassero già sullo scenario terrificante della strage di Via D’Amelio ancora prima dei soccorsi, in cerca della borsa in cui Borsellino teneva la sua agenda personale, presumibilmente per verificare se fosse distrutta o dovesse essere prelevata e portata via, come poi di fatto è avvenuto. “Nella immediatezza di un fatto immane in quanto ancora tutti sono stravolti dall’esplosione, c’è qualcuno che lucidamente prende la borsa e pochi minuti dopo la rimette dentro la macchina in fiamme, che non si capisce perché. Perché se prelevi la borsa la consegni ai magistrati come corpo del reato, non la metti dentro la macchina che sta bruciando”, osserva giustamente Scarpinato.
Sono circostanze evidenti ed inquietanti verificatesi come descritte ai giudici nei racconti del Sovrintendente Francesco Paolo Maggi della Squadra Mobile di Palermo e poi anche del vice-sovrintendente Giuseppe Garofalo della Sezione Volanti della Questura di Palermo, i quali affermano di avere notato quattro o cinque agenti in giacca e cravatta che si aggiravano attorno alla Croma del magistrato chiedendo o facendo riferimento alla borsa del magistrato. Nella ricostruzione del quotidiano La Repubblica si aggiunge che: “Si trattava di “gente di Roma”, appartenente ai Servizi Segreti; infatti, alcuni erano conosciuti di vista (anche se non davano alcuna confidenza) ed, inoltre, venivano notati a Palermo, presso gli uffici del Dirigente della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera, anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci”.

Ed è proprio in questa direzione che bisogna rivolgere e mantenere l’attenzione di tutti per comprendere le motivazioni che sono alla base dell’esigenza di eliminare “preventivamente” il giudice Borsellino, vale a dire colpire le sue conoscenze sulle dinamiche esistenti tra apparati dello Stato ed organizzazione mafiosa. Conoscenze che si accumulavano giorno per giorno nel corso delle sue indagini anche in conseguenza delle rivelazioni di collaboratori come Leonardo Messina, che aveva cominciato a rivelare la presenza della massoneria dietro le riunioni della cupola di Cosa nostra alla fine del 1991 nei pressi di Enna per l’organizzazione delle stragi o come Gaspare Mutolo con il quale il magistrato aveva avviato degli incontri che sarebbero dovuti rimanere segreti e che come noto, con suo grande sgomento, si era accorto che così non erano e per di più in circostanze che riguardavano personaggi di vertice, esponenti del Ministero degli Interni, della Polizia di Stato e del SISDE. Complicità, dunque, tra appartenenti ai servizi segreti e ad apparati dello Stato (ivi compresi comandanti a livello regionale dei Carabinieri e della Polizia) e la mafia, come il giudice ebbe modo di rivelare sconvolto alla moglie, riferendosi al Generale Antonio Subranni dei ROS. Un intreccio di contiguità e scambi tra Stato e mafia che provenivano già dalle indagini di Giovanni Falcone su Gladio, si materializzavano nel corso delle indagini di Borsellino sulla strage di Capaci e che sarebbero emerse anche successivamente, nel corso delle indagini sulle due stragi. Estremamente significative, in questa direzione, sono le intercettazioni di una comunicazione tra il collaboratore di giustizia Santo Di Matteo, che aveva annunciato rivelazioni sulla strage di Via D’Amelio, e la moglie che lo pregava in lacrime di non dire niente ai giudici sul ruolo degli “infiltrati” della Polizia nelle dinamiche e nelle indagini su quella strage, per non dover perdere anche il secondo figlio ancora in vita dopo che il primo era già stato sequestrato, per essere poi torturato, ucciso e sciolto nell’acido. Complicità che erano contenute nell’agenda di colore rosso dell’Arma dei Carabinieri usata da Paolo Borsellino per segnare le sue informazioni riservate e che già ai primi di agosto del 1992 sarebbero dovute divenire ufficialmente oggetto delle sue rivelazioni alla Procura della Repubblica di Caltanissetta. Non a caso, dunque, stando alle risultanze processuali, la strage aveva subito una brusca accelerazione in quel periodo per le pressioni di “qualcuno” su Riina.

Da queste premesse, così come anche da altre risultanze processuali recenti, emerge lampante come gli interessi retrostanti la strage di Via D’Amelio e l’urgenza con cui venne messa in atto, per quanto in parte coincidenti con quelli dell’organizzazione mafiosa, travalicassero l’ambito criminale di Cosa nostra e attenessero prevalentemente al raggio d’azione di apparati appartenenti alla sfera dello Stato. Circostanza peraltro ribadita anche da diversi mafiosi poi passati alla collaborazione con la giustizia che, in momenti particolari, hanno apertamente affermato con toni di sfida questa verità. E’ il caso dell’infiltrato Luigi Ilardo, esponente di alto rango di Cosa nostra, nel momento in cui si era trovato faccia a faccia con il Colonnello dei ROS Mario Mori. Sotto questa luce anche l’accelerazione dell’omicidio dello stesso Ilardo dovrebbe attribuirsi alla fuga di notizie sulla prossimità della sua collaborazione ufficiale, proveniente dall’allora Procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra, qualificando anche questo delitto nella tipologia del “delitto di tipo preventivo”, vale a dire un delitto finalizzato ad impedire il compimento di azioni future e, nella fattispecie, impedire la rivelazione all’Autorità Giudiziaria di fatti ed informazioni che avrebbero gravemente compromesso l’operatività di personaggi istituzionali ed apparati dello Stato in rapporti con Cosa nostra. Una metodologia di azione che riflette esattamente quanto accaduto in riferimento al prelevamento organizzato dell’agenda rossa di Borsellino la cui sparizione viene programmata e messa in atto proprio al fine di impedire la divulgazione alla magistratura dei contenuti annotati dal giudice contro il quale era già stata messa a punto la strage, con l’intervento di esperti di esplosivi esterni a Cosa nostra, mentre in contemporanea veniva effettuata l’irruzione mirata all’ufficio personale della sua casa di campagna alla ricerca di altri documenti ed annotazioni riservate.

Come se ciò non bastasse, sappiamo che poi vengono affidate dal capo della Polizia Parisi, su richiesta del solerte Procuratore di Caltanissetta Tinebra, le indagini sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio al SISDE nella persona di Bruno Contrada (procedura espressamente contraria alla L.801 del 1977) mentre un altro funzionario dello stesso servizio di sicurezza civile (come si scoprirà successivamente), in forze come Dirigente della Squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, organizza un gruppo speciale di investigatori a supporto delle stesse indagini che, con l’operazione che coinvolge il falso testimone Vincenzo Scarantino, si rende protagonista di quello che i giudici della Corte d’assise di Palermo nel processo Borsellino Quater, definiscono come “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”. Un depistaggio che i giudici di Palermo definisco tale in base alla sistemicità della strategia mirante: (A) alla copertura di fonti di informazione rimaste occulte, (B) al collegamento con la scomparsa dell’agenda che sottrae determinanti elementi di indagine e prova, (C) alle finalità di occultamento delle responsabilità e della partecipazione di soggetti esterni all’organizzazione criminale esecutrice materiale dell’attentato.

In questa fenomenologia di delitti di tipo preventivo, come le stragi ma anche altri tipi di crimini, ci troviamo dunque di fronte a delitti che contengono, nello stesso momento della loro esecuzione, altri delitti: vale a dire che si tratta di stragi ed omicidi che sistematicamente vengono subito depistate, mentre contemporaneamente qualcuno si occupa di far sparire agende, memorie, perquisisce uffici e residenze private, apre casseforti, cancella agende elettroniche. Questo è esattamente quanto avvenuto per le due stragi di Capaci e Via D’Amelio. Lo stesso era avvenuto anche dopo l’agguato contro il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa quando, nel corso delle ore immediatamente successive al delitto, qualcuno si occupava di violare e svuotare la cassaforte privata all’interno della Prefettura di Palermo. Una situazione analoga, per alcuni versi, all’attentato dell’Addaura in cui, al tentativo di eliminare il Giudice Falcone e gli altri due colleghi svizzeri suoi ospiti con un ordigno esplosivo ad alto potenziale, seguirono immediatamente precise strategie anche di tipo mediatico mirate al ridimensionamento artificioso dell’entità dell’episodio criminoso, la distruzione di prove prima che queste venissero analizzate, la diffusione di dicerie sull’origine dell’attentato e l’eliminazione degli agenti Antonino Agostino ed Emanuele Piazza. A proposito di come venne riportato ai media quell’attentato da parte di importanti soggetti istituzionali è bene ricordare alcune parole della sentenza della Corte di Cassazione emessa il 19-10-2004 secondo cui “resta il dato sconcertante che autorevoli personaggi pubblici investiti di alte cariche e di elevate responsabilità, si siano lasciati andare in una vicenda che, per la sua eccezionale gravità, imponeva la massima cautela, a così imprudenti dichiarazioni tali da fornire lo spunto ai molteplici nemici di inventare la tesi del falso attentato”. Il riferimento della Suprema Corte era rivolto anche alle dichiarazioni rilasciate a quel tempo e nel corso del processo tenutosi a Caltanissetta da Domenico Sica e Francesco Misiani dell’Alto Commissariato Antimafia e dall’allora Ten. Col. Mario Mori in forze al Gruppo Carabinieri di Palermo. Un’altra forma di “operazione preventiva” può essere individuata nel noto episodio della mancata perquisizione del covo di Riina ed al gioco delle parti per escludere la magistratura dalla gestione delle informazioni e delle decisioni.

Ma a ben vedere tutta la storia della Repubblica Italiana è costellata nei decenni da questa tipologia di “delitti di tipo preventivo” che contengono depistaggi, omicidi collaterali, sottrazioni di prove e ciò può dirsi dalla strage di Portella della Ginestra al delitto Mattei, da Piazza Fontana alla strage di Bologna ed in molti altri delitti eccellenti, sui quali non a caso indagava Falcone. Tutti avvenuti secondo un copione in cui il ruolo della criminalità organizzata, o di certo terrorismo, appare sempre più come quello di esecutore materiale della parte evidente e pubblica dei delitti mentre altri soggetti provenienti dagli ambienti degli apparati di Stato si occupano della parte occulta delle medesime azioni criminose, delle distorsioni, dei depistaggi, della sottrazione di prove, dell’eliminazione dei testimoni.

Per tutti questi casi vale l’affermazione del Giudice Antonino di Matteo secondo cui “soprattutto nei delitti eccellenti la mafia non uccide mai solo per vendetta, c’è sempre una finalità diversa: abbattere una persona che può costituire con il suo lavoro un pericolo perché magari può scoprire qualcosa che non deve essere scoperto”. Affermazione alla quale, senza tema di distorsione del significato originale, si può aggiungere che proprio nei casi dei “delitti eccellenti” la mafia non agisce mai da sola ma i delitti eclatanti sono affiancati da soggetti che, agendo parallelamente, ne commettono altri collaterali, occulti, perseguendo lo scopo dell’eliminazione dei contenuti intellettuali ed investigativi derivanti dal lavoro di eccellenza prodotto dalla vittima, dopo avere ottenuto l’eliminazione fisica dell’avversario istituzionale che agiva secondo i valori, i metodi, gli obiettivi e le regole democratiche previste dalla Costituzione Italiana.

Molto indicative, a questo proposito, sono le parole dello stesso Giudice Di Matteo quando racconta di un colloquio investigativo avuto con il collaboratore Vito Galatolo a proposito dell’attentato che Cosa nostra preparava contro di lui: “Io mi limitai a chiedere perché? A questo punto lui … c’era una fotografia, la famosa fotografia con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, le sue parole che non dimenticherò mai, sono state … lui indicò la fotografia e disse: lo vede quello? Il Dott. Borsellino … è la stessa cosa che sta succedendo con lei: a noi ce l’hanno chiesto. Quindi ha fatto riferimento all’attentato contro il Dott. Borsellino come qualcosa che loro hanno eseguito ma su richiesta di altri”.

Sono i temi che, per certi versi, ritroviamo nelle amare conclusioni cui giunge (provenendo da altri percorsi professionali) anche il Col. Michele Riccio, dopo anni di servizio sia nell’antiterrorismo con il Gen. Dalla Chiesa, sia alla DIA come referente dell’infiltrato Luigi Ilardo, quando commenta l’esito del processo di primo grado sulla Trattativa Stato-mafia asserendo che: “questa prima sentenza, anche se è un primo passo importante, è ancora lontana dal rendere giustizia a quanti hanno creduto e dato tutto, alcuni anche la vita, a questo Stato ancora ostaggio di poteri oscuri. E i loro servi, prima millantando visioni risorgimentali ed interessi atlantici, hanno dato vita ad un unico piano criminale reiterato negli anni con un sistematico innalzamento del livello di tensione, per assicurare il potere agli ambienti politici di riferimento e poi, dopo, stretto intese famigerate con Cosa nostra. Intese e patti che avevano poi visto istituzioni deviate essere, in alcuni casi, i mandanti di delitti eccellenti e di stragi di cui la mafia era stata indotta ad essere l’autore ed a pagarne poi le conseguenze”.

Si tratta dello stesso mondo nascosto, fatto di personaggi di intersezione di entrambi i “fronti” istituzionale e criminale, di interlocuzioni, di scambi, di suggeritori, di coperture e strategie occulte che conosciamo molto meglio anche grazie alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino che avvia una lunga serie di dichiarazioni e fornisce importanti documentazioni e prove intorno alla trattativa che i Carabinieri del ROS, tramite l’intermediazione del padre Vito Ciancimino, avviano e continuano per dialogare con Cosa nostra rappresentata da Riina e Provenzano. Trattativa che, come confermato dalla sentenza di I grado emessa dalla Corte di Assise del Tribunale di Palermo il 20 aprile 2018, avveniva a ridosso delle stragi del 1992, in diverse fasi e con diversi intermediatori almeno sino al 1994 e dalla quale emergono anche “altri personaggi” che stanno dietro o accanto ai capi di Cosa nostra, così come anche attorno a Vito Ciancimino e che, assieme ad agenti dei loro ambienti, orientano, guidano, agevolano, avvisano i loro interlocutori criminali e tirano le fila di una complessa serie di fatti e strategie di azione, lasciando così intravedere quello che il Giudice Falcone aveva definito come “il gioco grande” del potere, quello che travalica le istituzioni dello Stato e persegue fini illeciti per garantire interessi occulti in contrasto con il dettato costituzionale.

Vale la pena sottolineare anche che, nonostante il notevole apporto ed impulso dato alla giustizia, all’acquisizione di fatti sconosciuti, al processo per la trattativa in particolare, dalle sue dichiarazioni, Massimo Ciancimino, un “nemico” che certamente molti appartenenti di certi ambienti istituzionali vorrebbero mettere a tacere, si trova adesso a pagare un prezzo molto più alto di quello al momento sostenuto dalla maggior parte dei protagonisti e degli imputati di quel processo. Condannato per calunnia, molto probabilmente per essere caduto in una trappola ben ordita dagli stessi ambienti che lui aveva denunciato, sconta la sua pena in carcere; a poco più di cinquant’anni e rimasto vittima di un ipotetico ictus e di “cadute” che, a detta del suo legale, gli impediscono di verbalizzare, formulare comunicazioni compiute e riconoscere le persone. Dopo essere stato sino all’anno scorso su tutti i giornali, avere scritto libri ed essere stato vicino a giornalisti ed esperti antimafia molto importanti, pare inquietante che oggi tutti gli organi di stampa, i media, le associazioni antimafia e le persone vicine a lui, tacciano o non si facciano domande sulle sue condizioni di salute, sulle cause che possono aver provocato, naturalmente od artificiosamente, la grave compromissione del suo stato di salute e la possibilità di continuare la sua collaborazione sia al secondo grado del processo sulla trattativa, attualmente in atto, sia anche in futuro, proprio quando aveva annunciato che al momento opportuno avrebbe fatto il nome del cd. Signor Franco\Carlo, il principale di quei personaggi del gioco grande, citati nelle sue dichiarazioni.

Ancora una volta, dunque, ci troviamo dinanzi alle stesse domande e agli stessi dubbi. Allora bisognerebbe domandarsi se forse il nostro presente non è poi così diverso dal passato che si commemora ufficialmente, come ci ostiniamo a voler credere. Forse sarebbe necessario ridefinire tutti i nostri parametri valutativi di quanto è successo e, quindi, considerare in una chiave di urgente gravità il monito terribile del Procuratore Scarpinato quando afferma che “la storia della strage di via D’Amelio non è solo una storia del passato archiviato dalla storia ma è una storia che attraversa il nostro presente e che continua ad essere un male oscuro della nostra democrazia, la cui portata travalica forse le risorse ed i mezzi della Giurisdizione”.

E’ bene focalizzare il rischio cui andiamo incontro noi e le generazioni future in assenza di una lucida quanto rapida presa di coscienza collettiva, come la mancanza di solidi “punti di riferimento” nella società italiana, dopo la perdita di uomini come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e le condizioni di estrema difficoltà in cui si trova adesso il nostro Paese, dovrebbero testimoniare. Quello che “appare” come passato, al momento attuale non lo è, come non lo era nel 1992 quando si era lasciata demolire l’esperienza del Pool Antimafia ed erano stati lasciati i suoi componenti a combattere da soli contro tutti i nemici che avevano attorno e li uccidevano giorno per giorno. Ciò è molto probabilmente quello che intende il Giudice Di Matteo sostenendo “che in questo momento il rischio più grave sia quello di considerare quelle pagine dei delitti eccellenti e delle stragi, definitivamente chiuse, appartenenti ad un passato del quale non si deve più parlare … se non si chiariscono definitivamente certe pagine, passi avanti ne faremo pochi e rischiamo anche di portarci come un germe infetto che condiziona il presente e che potrebbe condizionare il futuro”.

Quello che bisogna fare per onorare l’insegnamento di Falcone e Borsellino, allora, non può e non deve limitarsi alle commemorazioni così come il “racconto degli eroi” nelle scuole, per quanto importante, determinante e formativo sia, non è da solo sufficiente ad abbattere un sistema persistente dentro le istituzioni senza correre il rischio di lasciare alle future generazioni l’onere di farlo. Lo scontro con questo sistema deve essere affrontato da subito, opponendosi al silenzio complice dei media su processi e su fatti importantissimi della nostra storia recente, raccontando ai giovani “una storia che non è stata raccontata e che aspetta di essere raccontata anche nei documentari, anche in televisione” (Scarpinato). E’ la storia di come nel nostro Paese si sia perpetrato e perpetuato, sin dalla nascita della Repubblica e fino ad oggi, il tradimento della Costituzione e di moltissimi tra coloro che con il loro lavoro la difendevano e la mettevano in atto quotidianamente. Un tradimento avvenuto ad opera di una serie definita ed indefinita di poteri che hanno agito all’interno ed attraverso le istituzioni democratiche italiane, innescando un sistema criminale basato sull’utilizzo della corruzione e delle organizzazioni criminali come propaggini operative funzionali al mantenimento del consenso dei ceti politici e degli apparati di Stato conniventi, a spese dei diritti dei cittadini e della democrazia.

Sono questi poteri “gli altri”, le “menti raffinatissime” che non possono coesistere con intelligenze lucide ed attive come quelle di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con i valori civili e morali di cui erano portatori, con le loro capacità di comprendere tale sistema criminale, individuando i flussi di denaro, il ruolo della finanza internazionale, della massoneria, i giochi politici e quelli istituzionali, la dimensione nazionale e le pesanti influenze internazionali sul nostro Paese, anche sul piano della ricostruzione storica delle dinamiche e delle appartenenze. Un sistema deviante che, sempre nelle parole di Roberto Scarpinato, deve essere collegato alle ultime settimane di frenetico lavoro in solitudine di Paolo Borsellino ed ai suoi sfoghi, colmi di tristezza e disgusto, con la moglie che, tra le poche persone di cui poteva fidarsi, lo ascoltava quando parlava della sua stessa morte, che sarebbe arrivata per mano della mafia ma solo quando “altri” avrebbero dato l’ordine: “Chi erano questi altri che volevano la sua morte e che Paolo, mente lucidissima, aveva ritenuto di poter individuare e che riteneva talmente potenti da non avere scampo dinanzi ad essi … forse le tracce per dare un volto a costoro erano in quell’agenda rossa che era divenuta per Paolo una sorta di promemoria dell’indicibile, quell’indicibile che lui aveva intravisto negli ultimi giorni di vita e che lo aveva lasciato sgomento, quello stesso sgomento che aveva segnato Giovanni Falcone quando dopo l’attentato all’Addaura aveva compreso che le forze che volevano la sua morte andavano bel al di là degli uomini della mafia, semplici esecutori di disegni di quelli che definì ‘menti raffinatissime’. E fu allora che Giovanni Falcone coniò l’espressione ‘gioco grande’ per alludere al gioco grande del potere … un gioco grande che ha attraversato la storia martoriata di questo nostro povero Paese sin dalla fondazione della repubblica, il cui atto di nascita è stato segnato da una strage di mafia, quella di Portella della Ginestra, e che ha visto concludere, forse non a caso, la fase terminale della prima repubblica con le convulsioni dello stragismo del 1992-1993 e tra l’una e le altre stragi una catena ininterrotta di stragi e di omicidi politici che non ha eguali nella storia di nessun altro paese europeo”.

L’Italia, infatti, deve essere considerata, valutata e studiata, soprattutto dai cittadini italiani, come un paese che ha pagato molto più di ogni altro paese europeo, il retaggio della parziale vittoria\sconfitta nell’ultimo conflitto mondiale per tutto il dopoguerra e fino alla caduta del Muro di Berlino in termini di reale indipendenza nei settori energetici, geopolitici e della sicurezza interna. Una nazione il cui sistema di autodeterminazione è stato a lungo “infiltrato” da poteri occulti, come la P2, il sistema Gladio e molte altre strutture parallele e servizi segreti che, lungi dal servire la Costituzione, hanno rappresentato poteri e condizionamenti esterni e, servendo questi, hanno deviato costantemente l’orientamento del consenso, lo sviluppo economico, le politiche poste in essere dalla classe dirigente, la corruzione del sistema politico e le sue dinamiche con la classe imprenditoriale, nonché molte delle acquisizioni che avrebbero permesso alla magistratura di fare luce sui troppi episodi e fatti oscuri che hanno insanguinato la vita dell’Italia Repubblicana e continuano a minacciare di farlo, anche attraverso la criminalità organizzata, quando non riescono ad ottenere i propri scopi tramite l’intimidazione o la corruzione.

In questi giorni ricordiamo ancora il sacrificio consapevole e lucido di Paolo Borsellino, il suo senso del dovere, dello Stato e del ruolo del magistrato, vissuto in situazioni estreme, che aveva incarnato in modo esemplare, legandosi volontariamente, nell’immagine pubblica e, definitivamente, nella Storia del nostro Paese, alla figura di Giovanni Falcone. Una storia che non sarà raccontata a scuola nei libri di storia perché è una storia che non può essere raccontata. Sta a noi mantenere vivo il loro insegnamento non solo nel ricordo, nella trasmissione della conoscenza e dei valori alle nuove generazioni ma, anche nel nostra realtà individuale, con la consapevolezza lucida dei fatti, nell’agire quotidiano della nostra informazione, facendo i conti con quello che ci viene raccontato del presente e del passato e confrontandolo con quanto succede realmente intorno a noi e con quanto continua a minacciare il sistema della nostra convivenza civile. In questo senso condividiamo ancora una volta il significato delle parole usate del Procuratore Generale della Repubblica di Palermo, per ricordare il magistrato che ricordiamo: “Credo che per rendere onore a Paolo, per strapparlo, almeno nella memoria, dalla terribile solitudine che lo pervase negli ultimi giorni di vita, occorra che anche in giorni come questi, in occasione delle commemorazioni ufficiali, cominciamo a dire a noi stessi che egli non è stato vittima soltanto di personaggi come Riina e i suoi sodali, ma anche della storia malata di un Paese democraticamente immaturo che non ha mai saputo fare i conti con il proprio passato, non ha mai avuto la forza di guardare dentro la propria realtà e che per questo ha lasciato morire nella solitudine alcuni dei suoi figli migliori, rischiando così di far morire assieme a loro anche la parte migliore di sé”.