Sono nata e cresciuta lontano da qui, in un Paese dove l’inverno sa essere crudele e la terra parla con una voce antica. In Canada, tra le storie degli anziani Cree e Ojibwe, ho imparato qualcosa che allora non sapevo nominare, ma che oggi riconosco con chiarezza: la Natura è anarchica. Non nel senso del disordine, ma nel senso più profondo della libertà.
Gli alberi non chiedono permesso per crescere. I fiumi non seguono confini tracciati dall’uomo. Gli animali non eleggono capi, non costruiscono gerarchie, non obbediscono a un’autorità centrale.
Eppure, tutto funziona. Tutto si regge su un equilibrio fragile e perfetto, fatto di cooperazione spontanea, adattamento, rispetto reciproco tra le forme di vita.
E quando qualcuno mi dice che “anche in natura c’è un capo”, che “nel branco di leoni comanda il più forte e mangia per primo”, io sorrido. Perché quella non è la natura: è solo un frammento, un’inquadratura stretta, un fotogramma scelto per confermare ciò che già si vuole credere. La natura non è un leone che ruggisce: è una foresta che respira. È un fiume che scorre senza chiedere permesso. È un branco che si muove come un unico corpo, non perché qualcuno ordina, ma perché tutti ascoltano, non obbediscono, ma ascoltano. Il maschio leone non governa, non punisce, non decide per gli altri: è solo un corpo temporaneamente più forte, destinato a essere sostituito, dimenticato, riassorbito. La natura non conosce troni, conosce equilibri. Non conosce gerarchie, conosce relazioni. Non conosce padroni, conosce convivenze. Chi usa i leoni per giustificare il dominio umano non sta osservando la natura: sta cercando un alibi. Perché la natura non ci insegna a comandare. La natura ci insegna a convivere.
Gli anziani dicevano che la Natura non comanda: invita. Non punisce: risponde. Non domina: convive.
È lì, in quelle terre fredde e luminose, che ho capito per la prima volta cosa significa davvero una società senza padroni. Non un’utopia, ma un modo di stare al mondo che esiste da millenni, prima di ogni Stato, prima di ogni legge scritta. E forse è per questo che, quando più tardi ho incontrato il pensiero anarchico, non l’ho percepito come una rottura, ma come un ritorno. Un ritorno alla logica naturale dell’autonomia, della responsabilità condivisa, della cooperazione senza dominio.
All’alba, certe città italiane sembrano trattenere il respiro. Le saracinesche ancora abbassate, l’odore di caffè che filtra dalle porte socchiuse, i passi lenti di chi apre il negozio come ogni giorno, anche se ogni giorno porta con sé una piccola paura. È in queste strade — quelle dove la vita continua nonostante tutto — che si percepisce meglio la presenza della mafia: non come un’ombra lontana, ma come una pressione costante, un peso che grava sulle spalle di chi non ha protezioni.
Eppure, proprio in questi luoghi, tra le crepe dei muri e le voci basse dei mercati, si sente anche un’altra presenza: quella di chi non ha mai accettato né la mafia né lo Stato come destino inevitabile. Gli anarchici. Quelli che da sempre disturbano il potere, qualunque volto abbia.
La mafia come specchio deformante dello Stato
Per gli anarchici, la mafia non è un mostro isolato. È un riflesso. Una versione clandestina della stessa logica che regge lo Stato: gerarchie rigide, obbedienza, controllo del territorio, paura come strumento di governo.
La mafia impone l’omertà. Lo Stato impone la fedeltà. Entrambi chiedono silenzio, entrambi pretendono obbedienza.
E per chi crede nella libertà come responsabilità reciproca, questa somiglianza è impossibile da ignorare.
L’antimafia istituzionale e il rischio di un nuovo dominio
Quando lo Stato dichiara guerra alla mafia, molti tirano un sospiro di sollievo. Gli anarchici no. Non perché difendano la criminalità organizzata — sarebbe un insulto alla loro storia — ma perché sanno che ogni guerra porta con sé un prezzo: più polizia, più controlli, più potere concentrato nelle mani di pochi.
La domanda che si fanno è semplice e scomoda: se la mafia cade ma resta intatta la logica del dominio, cosa è davvero cambiato?
La risposta, spesso, è un silenzio che pesa.
Giuseppe Pinelli e Carlo Tresca: vite che raccontano più di mille teorie
Per capire perché gli anarchici diffidino del potere, basta pronunciare due nomi: Giuseppe Pinelli e Carlo Tresca.
Prima che diventasse un simbolo, Pinelli era un ragazzo come tanti. Un ferroviere, un Partigiano, uno che aveva scelto la Resistenza non per eroismo, ma per dignità. Aveva creduto che dopo la guerra sarebbe arrivato un mondo più giusto. E invece si ritrovò in un Paese dove la libertà era ancora un privilegio, non un diritto.
Pinelli era un anarchico, di quelli che credono nella solidarietà più che nelle parole d’ordine. Organizzava biblioteche popolari, aiutava chi non aveva voce, costruiva comunità. Eppure, fu proprio lui a essere trascinato in questura dopo la strage di Piazza Fontana. Trattenuto illegalmente. Interrogato senza sosta. Poi quella finestra. Quel volo nel vuoto. Quel corpo che cade e che ancora oggi non trova pace.
Per gli anarchici, Pinelli non è solo una vittima. È la prova vivente — e morente — che quando lo Stato si sente minacciato, può colpire anche chi lotta per un mondo più umano.
Molto prima di Pinelli, un altro anarchico aveva già capito che la mafia e lo Stato, pur nemici, si alimentano della stessa linfa: il dominio. Si chiamava Carlo Tresca, e la sua storia sembra uscita da un romanzo di frontiera.
Emigrato negli Stati Uniti all’inizio del Novecento, Tresca trovò una comunità italiana schiacciata da due oppressioni: la mafia che controllava i quartieri e il padronato che controllava le fabbriche. Lui si mise in mezzo. Organizzò scioperi, denunciò gli sfruttatori, smascherò i boss mafiosi che si infiltravano nei sindacati. E quando arrivarono i fascisti, fu tra i primi a opporsi anche a loro.
Tresca non aveva paura di nessuno. E per questo, alla fine, qualcuno decise che doveva tacere per sempre. Fu assassinato nel 1943, in una New York che preferiva non vedere.
La sua vita racconta una verità semplice: la mafia prospera dove le persone sono sole. Lo Stato prospera dove le persone delegano. Tresca, invece, credeva nella forza delle comunità che si aiutano da sole, senza padroni né protettori.
L’anarchia è violenza? Una storia più complessa dei pregiudizi
C’è un’accusa che ritorna ciclicamente, come un ritornello stonato: gli anarchici sono violenti. È un’accusa comoda, perché permette di liquidare un intero movimento senza ascoltarlo davvero.
La verità è più complessa. Gli anarchici non cercano di imporsi con la violenza: sarebbe una contraddizione insanabile con tutto ciò in cui credono. La loro critica alla mafia e allo Stato nasce proprio dal rifiuto della violenza come strumento di potere, come mezzo per dominare, intimidire, governare.
Sì, nella storia ci sono stati episodi di violenza anarchica — come in ogni movimento politico del resto. Ma ridurre l’anarchismo a questo significa ignorare tutto il resto: le scuole popolari, le cooperative, le biblioteche, i circoli culturali, le reti di mutuo appoggio, le comunità costruite senza armi. Significa ignorare figure come Pinelli che credeva nella forza della parola e della solidarietà, o come Tresca, che sfidò mafiosi e fascisti con la stampa, l’organizzazione, la voce.
La violenza, per gli anarchici, non è mai un fine. È semmai la risposta disperata di chi viene schiacciato. Ma il loro orizzonte resta un altro: una società dove nessuno debba più ricorrere alla forza per farsi ascoltare.
Che mondo vogliono costruire gli anarchici?
Gli anarchici non sognano uno “Stato migliore”. Sognano l’assenza dello Stato. Non per caos, ma per responsabilità. Non per distruzione, ma per cura.
La loro idea di società è fatta di comunità autogestite, dove le decisioni si prendono insieme, senza gerarchie di mutuo appoggio, perché la solidarietà non è carità ma reciprocità. È fatta di federazioni libere, reti di comunità che cooperano senza dominarsi, di trasparenza radicale, perché il potere cresce solo nell’ombra. È educazione, per spezzare la dipendenza da chi comanda.
Non un’utopia astratta, ma un modo diverso di stare al mondo. Un mondo dove la mafia non avrebbe spazio, perché non ci sarebbe nessuno da intimidire. E lo Stato non avrebbe senso, perché le persone saprebbero prendersi cura l’una dell’altra.
Alla fine, tutto si riduce a una scelta: accettare il potere, qualunque volto abbia, oppure costruire ogni giorno un modo diverso di vivere insieme.
Lo Stato combatte la mafia per difendere il proprio monopolio della forza. Gli anarchici combattono entrambi per difendere la libertà delle persone.
E in un Paese che ancora oggi porta addosso le cicatrici della violenza mafiosa e delle sue complicità, forse questa è la domanda più urgente: vogliamo continuare a delegare la nostra libertà, o vogliamo finalmente imparare a custodirla da soli?
La mafia e l’amore: perché non dobbiamo avere paura della parola “anarchia”?
C’è un pensiero, tra quelli di Salvatore Borsellino, che non smette di tornarmi in mente. Lui dice che la mafia, in effetti, ha il coraggio di parlare d’amore. Ma è un amore storto, feroce, che pretende fedeltà assoluta, che soffoca, che controlla, che punisce. Un amore che non libera, ma incatena. Un amore che non protegge, ma possiede.
È un amore che non conosce la reciprocità, solo il dominio. Un amore che non accetta il rifiuto, che non tollera la distanza, che non sopporta la libertà dell’altro. Un amore che, quando non può controllare, distrugge.
E allora capisci che la mafia non è solo violenza: è la perversione dell’amore, la sua trasformazione in arma, in ricatto, in destino imposto.
Ma c’è un altro tipo di amore, quello che Salvatore porta nel nome di suo fratello Paolo. Un amore che non chiede nulla, che non pretende, che non domina. Un amore che resiste anche quando tutto crolla. Un amore che non ha bisogno di potere per esistere.
È lo stesso amore che anima gli anarchici quando parlano di comunità, di mutuo appoggio, di responsabilità condivisa. Un amore che non vuole possedere nessuno, ma che vuole che tutti possano essere liberi.
E allora la domanda finale non è più solo politica. È intima. È umana.
Che tipo di amore vogliamo e possiamo scegliere? Quello che controlla, che impone, che punisce? O quello che libera, che accompagna, che non ha paura?
Perché la mafia vive dove l’amore si ammala. E la libertà nasce dove l’amore torna a respirare.
di Salvatore Borsellino "Sto attraversando uno di quei periodi, questa volta più lungo e più complicato di altri, in cui il tuo fisico ti costringe a una fase di pausa nella quale puoi trovare il tempo di riflettere sulla tua vita, gli eventi che l’hanno segnata e le strade che hai scelto di percorrere.
Sono contento che ciò sia avvenuto dopo una lotta - quella del referendum sulla magistratura - in cui ho impegnato tutte le mie poche forze residue e il cui esito mi ha fatto capire che i giovani, nei quali ho sempre tanto creduto, sono capaci di ribellarsi e di cambiare questo mondo in rovina che gli stiamo lasciando in eredità.
In questa battaglia fondamentale, non una banale competizione politica ma la difesa della nostra Costituzione, sono stati loro a permettere di ribaltare il risultato di una partita che sembrava ormai perduta. E non ci poteva essere presagio più bello per me mentre percorro le ultime tappe del mio cammino.
La tragedia che ha segnato la seconda parte della mia vita, l’assassinio di mio fratello e la strage via D’Amelio, ha portato me, spirito fondamentalmente anarchico, a combattere per tenere viva la memoria del suo sacrificio per prestare fede sino all’ultimo ad uno Stato che lo ha tradito e ne ha poi usato, mistificandola e travisandola, la memoria.
Dallo Stato, che è comunque espressione del potere, non posso aspettarmi Giustizia ed essendo agnostico non posso confidare neppure nella Giustizia divina, che so non esistere, ma credo nelle Giustizia della Memoria degli uomini e per questa, finché avrò forza, continuerò a combattere.
Per questo ho impiegato le mie ultime forze nella difesa di una Costituzione che custodisce dentro di sé la memoria e i valori della reazione e del sacrificio per riscattare la nostra terra dall’oppressione e dagli orrori del dominio fascista.
Quando anche la mia foglia si staccherà dall’albero della vita vorrei che, se qualcosa resterà di me, fosse legata alle due parole che rappresentano i venti dai quali ho sempre cercato di fare spingere le mie vele: AMORE e ANARCHIA."

