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Posts published in “Editoriali”

A cura di Salvatore Borsellino

«Io bruciavo, e tu sei venuto a rimproverarmi per l’odore di cenere»: i ribaltoni della politica italiana

di Christina Pacella

In gergo sociologico viene chiamato “victim blaming”: colpevolizzare la vittima. Si tratta di un metodo antico e infallibile per disinnescare le verità scomode nei palazzi della politica romana: smettere di guardare il crimine e iniziare a vivisezionare chi lo denuncia. Nella prassi quotidiana della nostra democrazia, è diventato una raffinatissima arma di distrazione di massa. Gli ultimi bersagli di questo collaudato linciaggio mediatico si chiamano Roberto Scarpinato e Sigfrido Ranucci.

È come un manuale sulla retorica ribaltata il copione che è stato applicato come un sigillo all’ex magistrato, oggi senatore, Roberto Scarpinato. Da mesi incalza le istituzioni sui misteri irrisolti delle stragi del 1992-1993 e sulle zone d’ombra dei mandanti occulti. Ma è bastata la manipolazione degli intenti di qualche intercettazione,  un colloquio privato intercorso con l’ex collega Natoli, perché la maggioranza bollasse frettolosamente l’accaduto come “attività depistante” facendo scattare in tal modo la ghigliottina. Così, l’uomo che ha speso la vita a perseguire i clan e a denunciare i connubi e le connivenze tra mafie, politica e imprenditoria è stato trasformato nel “Grande Depistatore”. Ma la scena non sarebbe fedele se la destra non ne chiedesse la testa e l’estromissione dalla Commissione Antimafia. Il capovolgimento è grottesco. Il problema dell’Antimafia istituzionale non è chi la mafia la fa o la copre, ma chi pretende di cercarla fuori dai binari del politicamente corretto. È quel «bullismo politico» denunciato dallo stesso parlamentare e sintetizzato da Nino Di Matteo: colpire il bersaglio per archiviare per sempre la verità sulle stragi.

Ma negli ultimi tempi stiamo assistendo ad un altro capolavoro assoluto del ribaltamento della colpa, quello che si è consumato sulla pelle di Sigfrido Ranucci. Nell’ottobre del 2025, il conduttore di Report subisce un gravissimo attentato che fa saltare in aria la sua auto davanti a casa. Un attacco mafioso in piena regola, un atto eversivo contro la libertà di stampa. Eppure, quando il giornalista varca la soglia della Commissione Antimafia per essere audito, l’atmosfera che lo accoglie non è quella della solidarietà repubblicana, bensì quella del sospetto.

Anziché fare terra bruciata attorno agli esecutori e ai mandanti della bomba, una parte della politica e dei media d’area ha deliberatamente spostato i riflettori sui metodi d’inchiesta di Report e sulle presunte colpe del giornalista, fino al paradosso dei mesi successivi con l’allontanamento di Ranucci dalla storica conduzione del programma e il rigetto dei suoi ricorsi: una “riorganizzazione” che sa tanto di benservito politico verso chi ha osato essere troppo ingombrante. Il giornalista sotto scorta, insomma, diventa il provocatore che “se l’è cercata”. Comodo.

Siamo davanti alla perfetta traduzione politica della celebre intuizione di Fëdor Dostoevskij: «Io bruciavo, e tu sei venuto a rimproverarmi per l’odore di cenere».

Poco importa se sotto le auto esplodono ordigni o se i fili delle indagini sulle stragi vengono sistematicamente recisi, la politica preferisce sempre giudicare il “cattivo odore” della cenere. Il metodo è ormai consolidato e, concedetemi di dire, molto poco creativo se non scontato: vivisezionare il linguaggio di chi sopravvive, fare le pulci ai tabulati telefonici di chi indaga alla ricerca di pretesti che possano innescare gli ingranaggi della macchina del fango, pretendendo dalla vittima una postura silenziosa e possibilmente rassegnata. Perché una vittima che parla e accusa fa paura; una vittima trasformata in imputato, invece, non fa più notizia. La domanda adesso è una sola: tutti noi, da quale parte ci schieriamo?