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CASO ANTOCI: intervista alle Agende Rosse

L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino

Un attentato di natura mafiosa?

«Voglio ricordare che, nonostante ci sia ad oggi una archiviazione relativamente al processo sull’attentato a Giuseppe Antoci, la procura ribadisce a differenza della commissione antimafia, la natura mafiosa dell’attentato.»

di Alessandra Ruffini

Abbiamo parlato del caso Antoci, Presidente del parco dei Nebrodi fino al 2018 e dell’attentato da lui subìto la notte del 17 maggio 2016, con Angelo Garavaglia Fragetta, coordinatore nazionale del Movimento delle Agende Rosse, fondato da Salvatore Borsellino dopo le stragi del ’92.

Quando avete iniziato a occuparvi del caso Antoci?

«Dopo la puntata del programma Le Iene di Italia1, con l’intervista al presidente della commissione siciliana antimafia Claudio Fava. La trasmissione ha fatto conoscere un caso poco noto al grande pubblico, una vicenda con aspetti ancora poco chiari».

Come vi state muovendo e cosa non vi convince relativamente alla relazione della Commissione antimafia siciliana che si è occupata del caso?

«Innanzitutto, dopo un’attenta lettura della relazione (la quale vogliamo ricordarlo si conclude con tre ipotesi relativamente all’attentato ad Antoci ribadendo però che la meno plausibile sia quella dell’attentato mafioso), abbiamo provato a fare accertamenti e ricostruzioni su passaggi che non ci convincono, perché siamo certi della natura mafiosa dell’agguato. Ci siamo recati sul luogo dell’attentato, sulla strada statale che porta verso Santo Stefano di Camastra; nella relazione si sostiene sia una strada statale ad alta percorrenza e si ribadisce la eccessiva difficoltà, per gli eventuali attentatori, di fuggire agevolmente a causa del terreno particolarmente insidioso. A seguito del sopralluogo da noi effettuato abbiamo riscontrato che, pur essendo una strada statale, la presenza di automobili in transito è veramente esigua e soprattutto abbiamo documentato (filmando il tutto), la facilità con la quale ci si può allontanare a piedi dal tratto in cui è stato commesso l’attentato per raggiungere una strada vicina da dove fuggire agevolmente».

Cos’altro trovate contestabile nell’analisi della commissione antimafia?

«Si dice che il mancato ritrovamento di bossoli in terra, farebbe pensare ad un raccoglitore applicato alle armi: ipotesi, secondo alcuni soggetti ascoltati dalla commissione, poco realistica con la tesi di una fuga a piedi degli assalitori (raccoglitore troppo ingombrante e pesante).Tuttavia anche riguardo a questo, con una semplice ricerca su internet, abbiamo scoperto che ci sono dispositivi assolutamente utilizzabili e di facile applicazione per raccogliere i bossoli, quindi anche questa contestazione potrebbe essere facilmente smentita».

Riguardo la dinamica dell’attentato nella relazione in qualche modo si “contesta” anche la modalità di allontanamento e messa in sicurezza di Antoci da parte degli agenti di scorta e di Manganaro, il vicequestore presente sul luogo quella notte.

«La relazione sembra volere in qualche modo mettere in discussione il lavoro del caposcorta e del vicequestore che si occuparono di mettere in salvo Antoci allontanandosi dopo la sparatoria per raggiungere un rifugio della Forestale poco distante da lì. Vogliamo invece ricordare che la loro prontezza ha salvato la vita al dottor Antoci e che per questo nel 2020 la Polizia ha deciso di premiarli con la Medaglia al Valor Civile ricordandone la professionalità e il merito».

Secondo voi l’attentato ad Antoci è un attentato mafioso?

«Ne siamo convinti: non dobbiamo mai dimenticare il movente alla base dell’attentato, essendo Antoci il firmatario di un protocollo, poi diventato legge di Stato, che ha sottratto ingenti somme alle mafie dei pascoli in quanto condiziona l’attribuzione dei fondi europei alla presentazione della certificazione antimafia».

La relazione della commissione antimafia individua tre possibili ipotesi per giustificare l’attentato: fatto dimostrativo, simulazione ad opera di Antoci e degli uomini della scorta, attentato mafioso, sottolineando però che la tesi dell’attentato ad opera della mafia sia la meno plausibile.

L’inchiesta è stata sin dal principio avvelenata da insinuazioni, dubbi, scritti anonimi. Emerge, anche dal servizio delle Iene, che subito dopo l’attentato arrivarono in Procura esposti anonimi nei quali si sosteneva la tesi della simulazione, della messa in scena da parte delle stesse vittime, magari allo scopo di ottenere riconoscimenti o promozioni. Per questo lo stesso Antoci e gli uomini della scorta furono intercettati, ma dalle intercettazioni non emerge nulla: anzi la procura sosterrà in seguito il “tono calunnioso degli scritti anonimi” aggiungendo che “in alcuni passaggi vengono riportati aspetti che potevano essere conosciuti soltanto da soggetti con accesso alle informazioni riservate”.

Nella storia sul caso Antoci emerge il nome di Mario Ceraolo ex Commissario P.S. di Barcellona Pozzo di Gotto il quale cercherà in ogni modo di dimostrare la teoria del falso attentato, diffondendo il contenuto degli esposti anonimi, secondo quanto riportato dal giornalista Nuccio Anselmo, e sostenendo di aver partecipato alle indagini (smentito dal PM della DDA Angelo Cavallo, uno dei titolari dell’inchiesta). 

Ad avvelenare l’inchiesta non sono mancate intercettazioni attribuite ai boss delle cosche locali intenti a cercare la verità sui veri attentatori di quella notte, così da smontare ulteriormente la teoria dell’attentato mafioso. Tuttavia di tali intercettazioni, della cui esistenza parla il giornalista Francesco Viviano con un articolo sull’Espresso, non vi è traccia.Ricordiamo che Viviano è l’autore del falso scoop, nel 2013, relativo al ritrovamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino: come sostiene l’avvocato Fabio Repici un falso scoop posto in essere per con condizionare il processo Borsellino quater. 

Chiediamo ancora a Garavaglia: È difficile arrivare alla verità e lo è soprattutto portare alla luce episodi come questo del dottor Antoci gravissimi ma poco conosciuti dall’opinione pubblica: cosa si può fare?

«Come Movimento delle Agende Rosse cerchiamo sempre nuovi indizi per poter andare avanti; lo facciamo con il caso Antoci e lo stiamo facendo per tante stragi impunite di questo paese. Voglio ricordare che, nonostante ci sia ad oggi una archiviazione relativamente al processo sull’attentato a Giuseppe Antoci, la procura ribadisce a differenza della commissione Antimafia la natura mafiosa dell’attentato: per questo restiamo a fianco di Antoci e di tutte le vittime di mafia nella costante ricerca di verità e giustizia».

 

Per approfondimenti:

Claudio Fava: «la verità è lontana»

 

Tratto da: www.wordnews.it

 

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