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Caso Antoci: il ‘mascariamento’ dell’attentato e la commissione anti antimafia

9 Marzo 2020
L’auto dopo l’attentato

di redazione 19luglio1992.com

Nella notte tra il 17 e il 18 maggio 2016 il Dott. Giuseppe Antoci, allora Presidente del Parco dei Nebrodi, subisce un attentato, che fallisce grazie all’auto blindata su cui viaggia, alla freddezza degli agenti della scorta, l’assistente capo Sebastiano Proto e l’assistente capo Salvatore Santostefano, e soprattutto grazie al pronto intervento del vice questore aggiunto, Daniele Manganaro, che sopraggiunge su altra vettura pochi istanti dopo con l’assistente capo Tiziano Granata.

Nel corso della serata del 17 maggio Giuseppe Antoci aveva partecipato a una riunione col sindaco di Cesarò, Salvatore Calì, e alcuni esponenti della giunta. Al termine dell’incontro Antoci, Calì e Manganaro andarono a cena. Conclusa la cena, Antoci e gli uomini della scorta, a bordo della blindata, si avviarono verso l’abitazione a Santo Stefano di Camastra, mentre Manganaro si intrattenne ancora alcuni minuti col sindaco Calì.

Il dott. Daniele Manganaro (clicca per ingrandire)

Intorno alle ore 1.55, in contrada Volpe, la blindata fu costretta a fermarsi per la presenza di alcuni grandi massi che sbarravano la strada, mentre la fiancata sinistra veniva colpita con diversi colpi d’arma da fuoco, sparati probabilmente da almeno due soggetti, appostati sul lato sinistro della carreggiata.

Il Dott. Antoci, da Presidente del Parco, aveva redatto un Protocollo che andava a stroncare un meccanismo in virtù del quale le famiglie mafiose della zona potevano ricevere, usando metodi fraudolenti, ingenti fondi all’agricoltura stanziati dall’Europa.

Di qui il ragionevole movente dell’attentato.

Qualcuno però, ben presto, inizia a lavorare per screditare Antoci e i suoi soccorritori agli occhi dell’opinione pubblica.

Innanzitutto, in un’intervista di Gaetano Pecoraro delle Iene il presunto reggente del clan Pruiti (al posto del fratello ergastolano) insinua il dubbio che l’attentato sia stato organizzato dalle stesse vittime. 

Dal sito delle stesse Iene (autore del servizio sempre Gaetano Pecoraro) poi apprendiamo che  «nel frattempo nelle procure iniziano ad arrivare esposti anonimi in cui si sostiene che l’attentato ad Antoci sarebbe stata tutta una simulazione per ottenere promozioni e distinzioni»

In poco tempo tali insinuazioni raggiungono i media locali, poi quelli nazionali, infine le istituzioni, e diventa una vera e propria valanga che travolge Antoci, la sua scorta, i poliziotti intervenuti quella notte e persino i magistrati che hanno indagato sull’attentato.

Sempre dal sito delle Iene leggiamo che:

Il dott. Giuseppe Antoci (clicca per ingrandire)

«I Pm indagano e si spingono perfino a intercettare Antoci (e Manganaro, Proto, Granata, Santostefano, ndr), ma senza che emerga nulla per giustificare una presunta messinscena. La procura di Messina lo mette per iscritto: gli esposti anonimi appaiono calunniosi, aggiungendo che “i vari esposti riportavano aspetti della vicenda che potevano essere conosciuti solo a soggetti che avevano accesso a informazioni riservate”.
Possibile che ci fosse dietro una persona vicina alle forze dell’ordine?
Questi esposti sarebbero arrivati nelle mani di un ex poliziotto, Mario Ceraolo.
Nuccio Anselmo, giornalista della Gazzetta del Sud, sostiene che Ceraolo avrebbe cercato di mettere in dubbio la veridicità dell’attentato ad Antoci, anche attraverso la diffusione di questi esposti. Inoltre, l’ex poliziotto avrebbe anche svolto delle indagini su quanto avvenuto quella sera.
Il Pm Angelo Cavallo sostiene però che il medesimo Ceraolo “Con noi ha sempre collaborato, (ma, ndr) non ha collaborato a questo tipo di indagini”.»

«Nella vicenda del “mascariamento” contro Giuseppe Antoci, comunque, appare un altro possibile protagonista: il giornalista Francesco Viviano, che in un articolo pubblicato su ‘L’Espresso’ sostiene che anche i boss starebbero cercando il responsabile dell’attentato ad Antoci: la fonte sarebbero alcune intercettazioni in cui i mafiosi si chiederebbero chi è stato ad organizzarlo.
Una notizia che, se fosse vera, sarebbe clamorosa. Il Pm Cavallo però, mentre conduce le indagini, chiede a tutte le procure interessate di verificare l’esistenza di queste intercettazioni citate da Viviano, che nessuna procura però rinviene.»

Già nel 2013 Viviano si rese protagonista di un clamoroso falso scoop: il ritrovamento dell’agenda scomparsa di Paolo Borsellino. Un vero e proprio tentativo di “intralciare e di condizionare il processo Borsellino quater” secondo l’avvocato Fabio Repici.

La commissione Antimafia siciliana, che ha aperto un’inchiesta sull’episodio occorso ad Antoci, sente in sede di audizione i soggetti coinvolti a vario titolo nella vicenda. Al termine dell’inchiesta, la commissione non arriva a una conclusione, ma a tre possibili scenari:
1. un attentato mafioso fallito che intendeva eliminare il dottor Antoci;
2. un atto dimostrativo destinato non ad uccidere ma ad avvertire;
3. nessun attentato ma solo una messinscena.
Ritenendo però l’attentato di mafia “il meno plausibile”!!

Le indagini della procura di Messina erano, però, arrivate a un’altra conclusione: anche se non è stato possibile identificare gli autori dell’attentato, nel decreto di archiviazione si legge: “Innegabile che tale gravissimo attentato è stato commesso con modalità tipicamente mafiose e al deliberato scopo di uccidere”.

Le posizioni della procura e della commissione, quindi, divergono: forze dell’ordine e magistratura sembrano essere concordi nell’identificare con sicurezza l’attentato come un attacco di stampo mafioso, mentre la commissione sembra di parere diverso.

I dubbi della commissione Antimafia vengono sintetizzati dal consulente Bruno Di Marco nella conferenza stampa di presentazione della relazione. Tra questi, il primo è che l’attentato sia stato fatto su una strada statale e quindi presumibilmente con passaggio di auto frequente. Peccato che sul luogo dell’attentato la prima macchina a passare da quelle parti si è vista dopo circa due ore. Ma sarebbe bastato fare un sopralluogo come abbiamo fatto noi per rendersi conto che anche in un orario diurno di un giorno feriale (11.30) la frequenza di passaggio  è scarsissima (abbiamo incontrato 3 autovetture in 40 minuti tra San Fratello e Cesarò).

Un altro punto che secondo Di Marco non torna è “da dove sono scappati gli attentatori?” Avvalorando la tesi dell’avvocato Ceraolo (principale sostenitore della tesi del falso attentato) secondo cui la via di fuga sarebbe stata complicata dato che ci sarebbero volute “ore per uscire dal bosco”. Siamo stati sul luogo dell’attentato e abbiamo provato a capire le difficoltà di cui parla Ceraolo. Giudicate voi.
 

Leggendo la relazione traspare chiaramente che il punto di vista del dott. Mario Ceraolo sia preso in grandissima considerazione rispetto a tutte le altre dichiarazioni, eppure nel gennaio del 2020 la polizia decide di premiare gli uomini che salvarono la vita di Antoci: promozione per merito Straordinario e Medaglia al Valor Civile.

Ci sono poi altre perplessità che affronteremo in un altro post che ci fanno pensare che per la commissione antimafia, per dirla con parole loro, l’obiettivo meno plausibile fosse la ricerca della verità. I finti dubbi sulla scorciatoia, i punti importanti dell’audizione del Procuratore Angelo Cavallo non riportati in relazione, le parole messe in bocca mai dette…

Relazione con le conclusioni della Commissione Regionale siciliana.

Intervista di Gaetano Pecoraro al Presidente della Commissione Claudio Fava (1° parte).

Intervista di Gaetano Pecoraro al Presidente della Commissione Claudio Fava (2° parte).

 

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