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“Rappresaglia ai danni di Nino Di Matteo”: Salvatore Borsellino scrive al CSM

di Federica Giovinco

Il più grande depistaggio di Stato inizia nel 1992 con l’arresto di un certo Vincenzo Scarantino. Tale Scarantino è stato un criminale palermitano, ora collaboratore di giustizia. Al suo arresto si autoaccusò della strage di via D’Amelio, quindi dell’eccidio di Paolo Borsellino e della sua scorta, coinvolgendo anche altre persone. Dopo la condanna a 18 anni di reclusione, nel 1998 ritrattò, ammettendo di essere stato costretto a “recitare un copione” voluto dall’ex capo della squadra mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera e dai suoi uomini. A “scagionare” definitivamente dalle responsabilità della strage del 19 luglio ’92 Vincenzo Scarantino, dimostrando quindi che fosse un falso pentito, fu Gaspare Spatuzza, quando confessò di aver rubato lui stesso la Fiat 126 utilizzata per l’attentato. Anni ed anni di processi, condanne, assoluzioni e sentenze, costruiti su un depistaggio venuto fuori solo di recente, con la grande amarezza che, a distanza di ben ventisei anni, ancora non si riesca a venire a capo nella vicenda della strade di via D’Amelio. Atto dovuto è verificare quali magistrati credettero alle dichiarazioni del falso pentito. È così che il Consiglio Superiore della Magistratura apre un fascicolo sui magistrati del depistaggio Scarantino, convocando, per domani, Antonino Di Matteo, Anna Maria Palma e Carmelo Petralia, per ascoltarli e attribuire eventuali responsabilità. Da qui l’indignazione di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, e di molti cittadini ed attivisti che non vogliono subire più gli errori del CSM che sembra voler isolare e/o processare, da ormai 30 anni, i magistrati per bene. Salvatore Borsellino scrive una lettera aperta al vice presidente del CSM Legnini, spiegando che: “Le prove raccolte nel Borsellino quater dimostrano che i due magistrati della procura di Caltanissetta con i quali La Barbera ebbe un rapporto oltremodo privilegiato e preferenziale furono Giovanni Tinebra e Ilda Boccassini. É risultato anche come Nino Di Matteo nella vicenda giudiziaria della strage di via D’Amelio con La Barbera non ebbe alcun tipo di rapporto. Del resto, in qualità di parte civile del processo Borsellino quater, ho fornito alla Corte d’Assise un documento che ha una forza dimostrativa enorme su chi siano stati, alla procura di Caltanissetta del tempo, i magistrati che si assunsero pubblicamente la paternità della “collaborazione con la giustizia” di Scarantino”. Inoltre, Salvatore Borsellino fornisce al CSM una prova dell’assoluta estraneità del giudice Di Matteo a tale vicenda, sottolineando come nella conferenza stampa “online sull’archivio di Radio radicale i magistrati che declamarono come una vittoria della Giustizia il “pentimento” di Scarantino furono Tinebra, Boccassini e, con pochissime parole, Francesco Paolo Giordano. Prendo atto che il Csm, non potendo convocare il defunto Tinebra, ha omesso di convocare Boccassini e Giordano, cioè gli unici magistrati che si assunsero pubblicamente il merito della “collaborazione con la giustizia” di Scarantino. Soprattutto, le segnalo che Di Matteo al momento di quella penosa conferenza-stampa non era ancora nemmeno stato assegnato alla trattazione dei fascicolo sulla strage di via D’Amelio.”

Nel 1988 il CSM preferì Antonino Meli a Giovanni Falcone per il ruolo di consigliere istruttore della Procura di Palermo. Nel 1989 la mafia attentò alla vita di Falcone presso la villa dell’Addaura, dove il giudice era approdato in gran segreto con la sua signora. Non fu nominato Procuratore capo di Palermo e, nel 1990 Falcone non fu eletto per i membri togati del CSM. Costretto, dall’ostracismo dell’organo che avrebbe dovuto promuoverlo per le sue importanti inchieste e per i suoi rivoluzionari risultati, approdò a Roma su suggerimento del ministro Martelli. Forse una mossa, da parte del ministro, per eliminare un fastidio a Cosa Nostra, o forse una promozione senza altri fini, ma comunque colto da Falcone con serietà e impegno. Infatti voleva istituire una Superprocura antimafia, proprio a Roma, perché da lì era più facile, per lui, in quel momento storico, indagare e ottenere risultati. Nel marzo ’92 si intensifica il discorso sulla Superprocura. Il 23 maggio ’92 Falcone muore. Ecco cosa succede a  delegittimare i magistrati onesti, caparbi e capaci.

Questo non deve succedere ad Antonino Di Matteo, da sempre in prima linea contro la mafia, pm nel processo sulle stragi e sulla trattativa Stato-mafia. “Processare” Di Matteo equivale a per mettere a tacere, ancora una volta, le verità su quella macabra stagione che, inevitabilmente, si sta protraendo fino ad oggi, e domani, e ancora, se non siamo disposti tutti insieme a fare da scorta civica al giudice Di Matteo.

“E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. […]

Se deve essere eliminato, l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio. […]

L’opinione pubblica fece il miracolo […], si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione” (Paolo Borsellino)

“La invito a evitare che il Csm si presti a compiere quella che non potrebbe che essere considerata una rappresaglia ai danni di Nino Di Matteo” –Salvatore Borsellino

Federica Giovinco