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Due alberi, un fuoco, per non voltarci dall’altra parte

19 Luglio 1992- 27 maggio 1993 – Un ponte tra l’albero di Via dei Georgofili e quello di via d’Amelio

di Francesca Bertini

31 maggio 2021 – La mattina di 28 anni fa Firenze si sveglia dilaniata. L’attentato di via dei Georgofili avviene nella notte tra il 26 e il 27 maggio. Sotto la torre medievale dei Pulci, al terzo piano dormono quattro persone… saranno seppellite dal crollo dell’immobile: Angela Fiume e Fabrizio Nencioni con le loro figlie Nadia di quasi 9 anni e Caterina, un fagottino di soli 50 giorni. Nel palazzo di fronte vive Dario Capolicchio, uno studente fuori sede palermitano… perde la vita arso vivo tra le fiamme; decine di persone sono ferite gravemente tra le quali Francesca, fidanzata di Dario. Per questo la mamma di Francesca, Giovanna Maggiani Chelli, ha lottato fino a che non ci ha lasciato, per mantenere la memoria di quei fatti e per ricercare la verità.

Auguri Agostino Catalano
L’olivo di via D’Amelio (clicca per ingrandire)

Quest’anno, a gennaio, Salvatore Borsellino ha lanciato un’ iniziativa, la Scorta per la Memoria, un appello per tutti i cittadini: “dedica un giorno della tua vita a chi ha donato la sua vita per noi”. Salvatore desiderava che almeno una persona al giorno per i tre mesi delle stragi si recasse a Palermo e non lasciasse da solo l’albero di Via d’Amelio, un albero di pace, portato dalla Palestina e piantato nel cratere scavato dall’autobomba in cui persero la vita sei persone. Proprio quest’anno, in piena pandemia, una chiamata per mobilitare tanti italiani, da tutte le Regioni di Italia! È partita così la mia esperienza, mi sono iscritta il giorno stesso insieme ad un’amica e per mesi ho atteso che l’iniziativa partisse. Dal 1° maggio ogni giorno un collegamento, una diretta che ci ha permesso di ascoltare le testimonianze dei parenti delle vittime, dei volontari che si sono succeduti, dei ragazzi palermitani che dedicano ogni giorno il loro tempo a sostenere e a rendere concreto il sogno di Paolo, sia sotto l’albero che presso la casa di Paolo.

L’olivo in via dei Georgofili (clicca per ingrandire)

A Firenze esiste un fratello dell’albero di Via d’Amelio, piantato anch’esso al posto dell’altro cratere dove esplose l’autobomba che attaccò per la prima volta il cuore della cultura. Così ho pensato con l’avvicinarsi del giorno della strage di via dei Georgofili, che proprio da lì si potesse fare simbolicamente un saluto, una memoria da albero ad albero, collegare Firenze a Palermo non nel nome dell’odio ma in nome dell’amore, della speranza, della pace.

È stato invece più di un saluto, come spesso ripete Salvatore, da una scintilla è nato un fuoco. Si è unito nel ricordo Daniele Gabbrielli dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Via dei Georgofili, un vicino di casa della famiglia Nencioni e di Dario, che quella notte dormiva nel palazzo a fianco alla torre dei Pulci e che ci ha raccontato il momento in cui, appena andato a letto, sentì quel sordo boato e poi la compressione fortissima dell’aria, i mobili scagliati contro le pareti, lo scenario di guerra, il fuoco, le macerie, le tende lacerate svolazzanti in quella notte calda. Daniele si è salvato per caso, riparato dall’angolo del palazzo di fronte che ha attutito l’onda d’urto e gli ha permesso, ricoperto dai vetri infranti, scavalcando porte divelte, di fuggire. Appena raggiunta faticosamente l’uscita, davanti a lui la torre era caduta insieme agli altri palazzi, e insieme a quegli edifici, delle vite si sono spezzate; sono vite che avrebbero voluto contribuire come noi al buon andamento della nostra società civile. Si diffuse la voce di una fuga di gas, ma presto si capì che quella devastazione era dovuta allo scoppio di un’autobomba, gli anziani sapevano riconoscere quel rumore.

Salvatore, con emozione e forza, a quel punto ha ricordato il 19 luglio di Via d’Amelio, quando la sua mamma, che aveva messo su il caffè per il figlio che stava arrivando, volle pensare che la devastazione appena avvenuta fosse dovuta a un’altra fuga di gas. Anche lei, camminando scalza sopra i vetri che ricoprivano le scale dal quinto piano fino a terra, uscì attraversando il portone senza farsi un taglio ai piedi, né vide quel che rimase del corpo di quel povero figlio che giaceva a terra. Ha ragione Salvatore, Paolo prima di staccarsi dal suo corpo mortale, ha preso in braccio la loro madre, l’ha accompagnata fino ai piedi delle scale, le ha chiuso gli occhi mentre passava accanto a quel che rimaneva di lui per poi essere soccorsa dal pompiere che la portò via. Solo in quel momento, dopo aver regalato un ultimo sorriso alla figlia Lucia, pietosamente accorsa a ricomporre le membra del padre e a pulirgli il viso con i baffi anneriti dal fumo, Paolo è salito in cielo. Hanno ucciso solo il corpo di Paolo, non il suo spirito, non il suo sogno che vive insieme ai ragazzi della scorta che con lui persero la vita, all’ombra di questo olivo.

Infine, potente è stata la testimonianza di una mamma, Graziella Accetta, che non ha potuto vedere crescere il suo bambino di undici anni Claudio Domino, ucciso a Palermo nel 1986, che porta avanti la battaglia per gli oltre cento bambini vittime di mafia. Graziella ha letto la poesia di Nadia Nencioni, 9 anni, scritta il 24 maggio 1993, ritrovata insieme alle macerie a Firenze. Graziella, una donna che, dopo trentacinque anni, ha conosciuto i nomi di coloro che potrebbero essere implicati nell’assassinio di suo figlio in diretta Tv, pochi giorni fa. Con gli occhi pieni di lacrime e la voce commossa, ha voluto attraversare tutto il suo dolore per trovare la forza di dare a noi un messaggio di speranza da via d’Amelio, perché, come dice Salvatore Borsellino, non hanno ancora inventato una bomba in grado di distruggere l’amore.

Questa memoria fatta sotto questi alberi di pace, non è stata solo una commemorazione del dolore, ma è stata motore di energia, un simbolo di speranza e di impegno a ricercare le verità e le collusioni. I due alberi sono legati da un filo rosso di sangue, dentro quei rami scorre il sangue delle vittime, questi alberi sono vivi.

Come ricorda Salvatore, Paolo era un ottimista, nella lettera che scrisse ai ragazzi di una scuola la mattina della sua morte, sapendo che lo attendeva sicuramente il tritolo, vedeva una speranza, la vedeva in quei giovani siciliani che oggi hanno un’attenzione ben diversa dalla colpevole indifferenza che aveva caratterizzato la società civile prima delle stragi. I giovani che non erano nemmeno nati durante gli attentati del 1992-1993, rappresentano la speranza che il sogno di Paolo si avveri e perché ciò accada è fondamentale raccontare questi fatti anche nelle scuole, dove questa storia è ancora troppo attuale e scomoda per essere inclusa nei programmi. Questi alberi sono quindi lì a combattere l’indifferenza, a fare r-esistenza, a ricordarci che la lotta alla mafia non è prerogativa solamente delle istituzioni e delle associazioni antimafia e dei parenti delle vittime delle stragi, ma deve coinvolgere quotidianamente ognuno di noi, deve contagiare tutti noi cittadini, nei comportamenti e negli atteggiamenti di tutti i giorni.

Ancora oggi sono tanti i quesiti che girano attorno a quel cambio di strategia, da parte di Cosa nostra, che spostò l’obiettivo dalla Sicilia fino al cuore della penisola dove nel 1993 nell’arco di due mesi morirono 10 persone innocenti, 5 a Firenze, 5 a Milano, decine furono i feriti, danni enormi al patrimonio artistico di Firenze, Milano e Roma. Salvatore ci ha ricordato, urlandolo, che senza la scellerata trattativa Stato-mafia, non ci sarebbe stata via d’Amelio, e neanche le stragi del 1993, che sono il prezzo di quella trattativa per avere dallo Stato la concessione di benefici legislativi. Chi suggerì alla mafia un attacco proprio ai beni culturali dello Stato per ricattare e per trattare?

La mafia è figlia della sottocultura, ed è proprio dalla cultura che bisogna ricominciare, quale posto migliore di Firenze per testimoniare questa verità; con la strage dei Georgofili volevano colpire il simbolo della cultura, la galleria degli Uffizi, dove sono conservati i capolavori della storia dell’arte, la Primavera e la Venere di Botticelli, il Tondo Doni di Michelangelo, la Medusa di Caravaggio, le pale d’altare di Cimabue, di Duccio, di Giotto. La cultura, lo studio sono sicuramente chiavi per sconfiggere la mafia. Noi oggi siamo come semi sparsi nel vento che prima o poi daranno frutti, se ognuno di noi farà la sua piccola parte per contribuire ad un grande cambiamento di mentalità. Nessuno chiuda gli occhi o si volti dall’altra parte pensando che la mafia non lo riguardi.

Finisco con una citazione di una persona a me cara, Don Lorenzo Milani, un sacerdote che scrisse “I care” molto prima di Barack Obama, su un cartello attaccato alla porta dell’aula di una canonica di una chiesa sperduta sui monti di Barbiana, non lontano da Firenze, ma lontano dalla cosiddetta civiltà, dove faceva scuola negli anni ’50 e ’60 agli ultimi per insegnare loro la potenza della parola. Ecco, I care, che vuol dire “mi sta a cuore”, “m’importa”, il contrario del motto fascista “me ne frego”, sia la guida del nostro vivere quotidiano, il nostro senso di responsabilità, affinché anche quando chi ha vissuto certi avvenimenti sulla propria pelle non potrà più raccontarli, noi possiamo alzare sempre la nostra agenda rossa e chiedere verità e giustizia da ogni parte d’Italia.

 

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Di seguito il video della diretta. 

 

 

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