Press "Enter" to skip to content

Si scrive Marche ma si legge Italia: “Fuori lo Stato dalla mafia!”

Ha (tristemente) ragione un mio caro amico quando dice: “Si scrive Marche ma si legge Italia.”

“Fuori la mafia dallo Stato!” Un grido di dolore e di rabbia diventato una parola d’ordine nell’attivismo antimafia, nei movimenti civici e tra i cittadini. Il grido di una battaglia sacrosanta per difendere le istituzioni dalle infiltrazioni mafiose. Ma c’è una tempesta giudiziaria che sta travolgendo una delle nostre regioni. Questa volta a precipitare sono le Marche. Lo scenario che si presenta davanti a noi ci obbliga a guardare le cose da una prospettiva diversa, una prospettiva molto più inquietante e grave: “Fuori lo Stato dalla Mafia!” è l’espressione che si adatta di più ai nostri tempi.

Non semplici pressioni o condizionamenti. L’inchiesta della DDA di Ancona ipotizza un sistema illecito nel quale, secondo la ricostruzione degli investigatori, imprenditori, pubblici ufficiali e soggetti ritenuti collegati alla criminalità organizzata avrebbero avuto ruoli diversi. I numeri danno la misura della vicenda: otto persone raggiunte da misure di custodia cautelare in carcere, 51 indagati e un sequestro preventivo di beni per oltre 57 milioni di euro.

Al centro dell’inchiesta ci sono presunte irregolarità nella gestione dei fondi per la ricostruzione privata dopo il terremoto del 2016 e negli appalti pubblici banditi dalla Regione Marche, dall’ERDIS Marche e dall’Università di Camerino. Secondo l’accusa, alcuni lavori sarebbero stati subappaltati anche a soggetti collegati alla criminalità organizzata calabrese e campana.

Tra gli interventi finiti sotto la lente degli investigatori c’è la trasformazione in studentato dell’ex convento delle Monachette, nel centro di Macerata: per l’intervento sono stati indicati finanziamenti complessivi di circa 12 milioni di euro, mentre l’appalto dei lavori sarebbe stato di circa 6 milioni. È inoltre finito all’attenzione degli inquirenti un progetto da circa 6 milioni di euro per destinare a studentato un ex immobile militare ad Ancona.

Le indagini hanno investito anche il settore sanitario. Per quanto riguarda l’ospedale di Fermo, nelle intercettazioni sarebbe emerso il riferimento a un presunto compenso di 300.000 euro collegato all’affare dei servizi di manutenzione. In un distinto filone relativo alla sanità marchigiana, gli investigatori hanno esaminato anche la presunta proroga fino al 2037 di un contratto di multiservizi, anziché procedere con una nuova gara. Si tratta di contestazioni che dovranno essere verificate nelle sedi giudiziarie.

Ci troviamo di fronte a una complicità sistematica in cui la linea tra pubblica amministrazione e criminalità economica si è del tutto dissolta. Quando chi dovrebbe rappresentare lo Stato siede allo stesso tavolo di chi specula sui servizi pubblici, sui drammi e sulle ferite ancora sanguinanti del terremoto, l’istituzione smette di fare da scudo e finisce per integrarsi nel sistema mafioso.

Le conseguenze sulle nostre vite, sulle vite dei nostri figli e dei nostri nipoti sono pesanti e inaccettabili. Sottrarre denaro pubblico significa degradare i servizi, lasciare che le infrastrutture cadano a pezzi e spingere le persone verso la rassegnazione, spegnendo la voglia di partecipare.

Il paradosso più stridente si vede quando i cittadini provano a reagire. Quando la gente scende in piazza per difendere i propri diritti, la risposta delle istituzioni si fa rigida e repressiva. Alla fine ci ritroviamo con le piazze militarizzate e i giovani criminalizzati perché difendono i principi della Costituzione, mentre i veri centri di potere continuano a muoversi indisturbati, al riparo, nei loro castelli di carta.

Quando la partecipazione democratica viene trattata come un problema di ordine pubblico anziché come un valore fondamentale, il rischio di scivolare verso una gestione autoritaria non è più un’affermazione esagerata, ma un pericolo reale. Usare la forza pubblica per proteggere accordi opachi e difendere gli interessi di pochi rappresenta una profonda distorsione della democrazia.

Ma una risposta che viene dal basso, una scintilla, c’è. La scelta di non rassegnarsi alla corruzione e di opporsi alle logiche mafiose dimostra che esiste un Popolo che non ha intenzione di arrendersi. Nelle Marche, come nel resto d’Italia, dobbiamo continuare a pretendere trasparenza, difendendo i nostri diritti costituzionali. Questo è l’unico modo che abbiamo per curare l’Italia, per liberare il nostro Paese dai tentacoli dei mafiosi.

Di Christina Pacella

 

Comments are closed.