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«Non perdere il passato per trovare il futuro» – Intitolazione a Calogero Cangialosi del salone della Camera del Lavoro di Grosseto

La targa nella sala della Camera del lavoro di Grosseto (clicca per ingrandire)

di redazione 19luglio1992.com

Quel pomeriggio di venerdì 4 maggio, il salone della Camera del lavoro di Grosseto della Cgil è gremito. C’è grande interesse ed attesa, perché – come recita l’invito – «la Camera del Lavoro di Grosseto intitola il proprio salone a Calogero Cangialosi segretario della Camera del Lavoro di Camporeale (PA) assassinato dalla mafia e dagli agrari 70 anni fa».

Oltre ad esponenti sindacali di Grosseto, è presente una delegazione venuta appositamente da Palermo.
Si alternano al microfono: Lorenzo Centenari, Presidente Assemblea Generale Cgil Grosseto, Claudio Renzetti, Segretario Generale Camera del Lavoro di Grosseto, Francesco Giorgi, Segretario Provinciale PSI, Dino Paternostro responsabile Dipartimento Legalità Cgil Palermo, Sonia Grechi, nipote grossetana di Calogero Cangelosi e dirigente Filcams Cgil, Enzo Campo, Segretario Generale Camera del Lavoro di Palermo, Maurizio Brotini, Segretario Cgil Toscana, Luciano Silvestri, Responsabile Legalità Cgil Nazionale.

Brani musicali vengono eseguiti dagli studenti del Liceo Musicale Polo Bianciardi.

Le letture sono a cura degli studenti del Liceo Statale A. Rosmini.

La cerimonia ha inizio con un intervento del magistrato Giuseppe Di Lello letto dalle studentesse del Liceo Rosmini.

«L’assassinio di Calogero Cangialosi non è una vicenda eccezionale, nel senso di un fatto anomalo, fuori dalla norma» – esordisce la prima ragazza -.

«Essa s’inquadra in un contesto di violenza mafiosa spalleggiata da un’inefficienza giudiziaria e repressiva figlia del suo tempo e dell’ideologia della classe dominante.

Siamo nella fase dal ’46 in continuazione con una stagione di contrasto armato tra il nascente Stato democratico, i separatisti e i loro alleati mafiosi. La guerriglia separatista è strutturata con due bande armate: il Gris guidato da Concetto Gallo che agisce prevalentemente nella Sicilia orientale e l’Evis che opera nella Sicilia occidentale.

C’è un clima di violenza diffusa in tutta l’Isola, con moti popolari contro la leva, il carovita e la fame e anche in queste circostanze la repressione è feroce.

All’interno della guerra contro lo stato centralista, però, i separatisti ne hanno inserita un’altra contro i partiti e le organizzazioni della sinistra che reclamano giustizia sociale, e soprattutto i diritti conquistati con i decreti Gullo. La requisizione delle terre incolte dei grandi feudi, la concreta spartizione dei raccolti, con il 40% ai padroni e il 60% ai mezzadri.

Avendo i separatisti cooptato la mafia, interessata al mantenimento dei rapporti di forza tra agrari e chi materialmente coltivava le loro terre, era consequenziale che scaricassero la loro violenza anche contro contadini e sindacalisti.

I grandi partiti di massa che si stavano riorganizzando erano centralisti e contrari ai movimenti separatisti. Ancor più contrari erano i partiti della sinistra, Pei e Psi, che sul piano elettorale stavano dimostrando una certa presa sull’insieme della società siciliana.
Se al referendum costituzionale del 2 giugno 1946 e nelle contemporanee elezioni per l’assemblea costituente in Sicilia aveva vinto la monarchia, l’anno seguente, per la prima elezione del parlamento siciliano il «Blocco del popolo» ottiene un clamoroso successo con quasi 600.000 voti.

Bisognava quindi correre ai ripari. Ai primi rari omicidi del 1945 segue così un incremento del terrore nel 1946, con gli omicidi di vari sindacalisti, capilega e uomini di sinistra.

Nel 1947 le azioni terroristiche si intensificano ulteriormente con un aumento impressionante degli omicidi, che colpirono soprattutto esponenti socialisti, perché l’obiettivo politico dei mafiosi era separare il partito socialista dal partito comunista.
Il primo maggio c’è la strage di Portella della Ginestra, con tanti morti e feriti: contadini, semplici persone, bambini, capilega, esponenti dei partiti di sinistra. Dal clamore mediatico della strage sembrava dovesse risvegliarsi la coscienza nazionale, ma ci pensò subito l’onorevole Scelba a rassicurare l’opinione pubblica moderata. Escludendo qualsiasi movente politico: state tranquilli, sono beghe paesane tra contadini!

La furia omicida proseguì con altri delitti che si protrarranno nel ’47 e ’48 con l’assassinio mafioso di sindacalisti come Vincenzo Loiacono, Giuseppe Casarrubea, Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto, segretario della camera del lavoro sequestrato e ucciso il 1° marzo a Corleone. E dopo di lui il nostro Calogero Cangialosi, sindacalista socialista ucciso a Camporeale.

Si era a pochi giorni dalle elezioni politiche del 18 aprile e anche a Camporeale si discuteva molto di politica, di organizzazione, dei decreti Gullo e delle domande per le terre incolte, che giacevano per mesi e mesi nei tribunali e che spesso finivano con l’attribuzione dei peggiori lotti di terre dei feudi da espropriare. Complici i giudici che in grandissimo numero erano dalla parte degli agrari perché venivano dai ceti borghesi e ne condividevano gl’interessi. Insensibili al valore della solidarietà che poi verrà imposto dalla nuova Costituzione repubblicana.

È bene ricordare che in quella fase della storia siciliana le forze dell’ordine venivano impiegate contro le bande dei separatisti. Ma anche contro i contadini che occupavano le terre per far rispettare la legge Gullo. Per cui era fondata l’impressione che lo Stato invece di fare fronte con chi voleva giustizia contro i mafiosi, faceva più volentieri fronte coi mafiosi contro i contadini.

Cangialosi, come segretario della Camera del lavoro aveva sostituito Michele Abbate ucciso dalla mafia qualche mese prima: faceva parte di quel movimento di resistenza dei contadini che, come abbiamo visto, non arretrava pur essendo chiaramente nel mirino della mafia.

La mafia di Camporeale, aveva invano tentato più volte di convincerlo a desistere da questa sua opera di organizzazione e direzione dei contadini. Dopo il tentativo fallito di convincerlo ad emigrare in America, Calogero era stato anche sequestrato dai Sacco ma, accortisi del sequestro, i compagni erano riusciti a liberarlo armi in pugno.

La sera dell’omicidio, Cangialosi esce dalla Camera del lavoro per tornare a casa in via Perosi dove vive con la moglie Francesca Serafino e quattro figli. Alcuni compagni, preoccupati della situazione di pericolo in cui si trova, decidono di accompagnarlo.
Sono quasi arrivati quando tutto il gruppo viene investito da una scarica di mitra. Calogero Cangialosi muore subito, Liotta e Di Salvo sono feriti gravemente, rimangono miracolosamente illesi Calandra e Natoli.

I carabinieri raccomandano di non muovere il corpo fino all’arrivo del giudice dal Tribunale di Trapani e questo, con tutta la calma tipica del suo potere, si presenterà dopo quattro giorni: il corpo, dirà la Moglie, si era gonfiato tutto sino a diventare irriconoscibile.

Al funerale parteciperà anche Pietro Nenni, segretario del partito socialista nel quale Calogero militava. Francesca Serafino, costretta successivamente ad emigrare a Grosseto, conserverà per sempre gli indumenti insanguinati del marito e la sua cravatta con i buchi dei proiettili.

Venne aperto un processo contro ignoti pur essendo chiara la matrice mafiosa che a Camporeale non poteva non portare ai Sacco, ma poi non se ne seppe più nulla.

Molti anni dopo, la relazione degli onorevoli Mario Assennato del Pci e Elkan della Dc sui processi seguiti agli eccidi dei sindacalisti, fu un duro atto di accusa contro i giudici, gli avvocati e le forze di polizia giudiziaria.

Nel contesto della guerra fredda e della marginalizzazione politica dei comunisti, la relazione venne secretata e mai pubblicata, fino a quando non fu resa pubblica quando ormai, cambiati i tempi, non poteva creare nessun imbarazzo.

Il sacrificio di Calogero Cangialosi e dei tanti sindacalisti, contadini, operai, donne e uomini caduti per mano mafiosa però non è stato vano perché è anche grazie a loro se l’Italia ha recuperato la democrazia e l’ha difesa in tutti questi anni.

Oggi siamo qui per dedicare la sala della Cgil a Calogero Cangialosi, profondamente consapevoli che niente è scontato per sempre.»
Quando interviene Sonia Grechi, nipote grossetana di Calogero Cangialosi e dirigente Filcams Cgil, tutta la platea è profondamente attenta.

«Buonasera a tutti voi, – dice Sonia Grechi – con tanta gioia ma anche… con tantissima emozione.

Grazie per condividere con la nostra Camera del lavoro questa giornata così speciale, dedicata alla memoria di mio nonno, Calogero Cangialosi.

Ringrazio con orgoglio di appartenenza tutta la camera del lavoro di Grosseto e in particolare il segretario generale Claudio Renzetti, il segretario organizzativo Andrea Ferretti, per aver condiviso con me da almeno sei anni la storia di mio nonno.

Rivolgo gratitudine ai compagni della camera del lavoro di Palermo e Camporeale, in particolare al segretario generale Enzo Campo e al responsabile della legalità Dino Paternostro, con i quali ho instaurato un legame di profonda amicizia e naturalmente appartenenza alla stessa famiglia della CGIL.

Ringrazio infinitamente il Liceo Musicale del Polo Bianciardi con i suoi allievi coordinati dalla loro insegnante, la prof.ssa Gloria Mazzi, il Liceo Rosmini con il suo laboratorio teatrale e l’insegnante prof. Fabio Cicaloni, per aver contribuito a rendere così speciale la giornata odierna.

Il 4 maggio rimarrà una data storica nella nostra città, perché finalmente dopo 70 lunghi anni dalla sua tragica scomparsa, oggi ne ricordiamo la sua straordinaria figura, e non solo… perché a breve questo salone prenderà il suo nome, e, credetemi, non riesco a trovare le parole per descrivere quello che per me ciò rappresenta.

Il salone conferenze non è semplicemente un luogo fisico, ma è il centro dell’attività sindacale, il fulcro nevralgico dove il sindacato si apre all’esterno e guarda dentro se stesso. Insomma, un luogo di vita, che appartiene a tutti, ad ogni cittadino. Ecco perché avere questa sala dedicata a lui assume ancora più valore di una anonima via cittadina, luogo di confronto e dibattito e dove si svolge la nostra attività. Ed ogni giorno che passa, il suo ricordo ci accompagnerà, ci sarà vicino, ci servirà da esempio.

Nonno Calogero ha sacrificato la sua esistenza e condizionato quella delle persone a lui vicine per un ideale, per la giustizia, per creare quelle condizioni di democrazia che sono la base di una società moderna ed emancipata dal sopruso e dello sfruttamento.

Aveva solo 41 anni, una moglie che lo adorava e quattro splendidi figli, di cui la più piccola, Vita, mia mamma, aveva solo due mesi. Insomma, una intera esistenza da vivere felice con loro.

Era il 1948. Il nostro Paese dopo il conflitto mondiale, tentava di rialzarsi e la Costituzione era stata appena varata. «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro», recita l’articolo 1. Già, ma quale lavoro? Non certo quello sottopagato dai latifondisti ai contadini siciliani, sfruttati, ridotti alla condizione di minima sussistenza, ostaggio della povertà e con la dignità di uomini calpestata dal profitto e dell’interesse.

Anche il semplice tabacco, per concedersi lo svago di una sigaretta, era un lusso. Mio nonno di tutto ciò ne era consapevole. Sovente si faceva consegnare del denaro dalla nonna e con questo comprava le preziose sigarette donandole a chi era meno fortunato di lui. Troppi lo erano. E lui, segretario del PSI e di Federterra, oltre che della Camera del Lavoro di Camporeale, se ne era reso conto e sopratutto non voleva che i suoi figli vivessero in questa condizione. Per questo si era impegnato in prima persona, ed essendo uomo di grande intelligenza e spessore voleva cambiare lo stato delle cose. Del resto le norme esistevano, solo che non erano rispettate.

C’erano i decreti Gullo con cui si stravolgeva il concetto del lavoro riconoscendo ai contadini il 60% del raccolto. Una svolta epocale questa che avrebbe permesso di smarcare dalla povertà una ampia fetta di popolazione, restituendole la dignità perduta. Lo scontro con don Serafino Sciortino, il latifondista di Camporeale di cui lui era mezzadro, fu violento.

Sciortino non avrebbe mai permesso quanto i decreti indicavano. Per questo propose a nonno Calogero una «buonuscita»; un biglietto di sola andata per gli Stati Uniti d’America per lui e la sua famiglia, accompagnato da un bonus. Ma la proposta venne fermamente respinta.
Nonno Calogero continuò nel suo intendimento.

Pochi giorni prima, il 10 marzo, il suo compagno e amico Placido Rizzotto, era scomparso per mano del capomafia di Corleone ed il suo corpo fatto sparire. Anche quella morte non lo intimidì. Anzi.

Don Serafino tentò un’ultima carta per convincerlo; il 28 marzo lo invitò a casa sua per un ragionamento, ma il capomafia Vanni Sacco con i suoi picciotti lo sequestrarono, con l’intenzione di ucciderlo. L’intento non fu portato a termine perché i compagni della Camera del Lavoro e i contadini, dopo aver scoperto dove era tenuto prigioniero, con un commando armato di lupare, coraggiosamente lo liberarono.
Nonno Calogero, indomito, continuò nella sua lotta, con la consapevolezza che ormai il suo destino era segnato. Nemmeno il grande, immenso amore per la sua famiglia, lo avrebbero distolto dal perseguimento dei propri ideali. La sete di giustizia e di libertà era talmente grande che nulla e nessuno l’avrebbe potuta soddisfare, neppure la vista dei suoi figli ai quali soleva rimboccare le coperte quando rientrava a casa dopo una giornata di lavoro e di lotta politica.

Così quella sera del primo aprile, la piazza di Camporeale era piena di contadini che  discutevano per le imminenti elezioni politiche del 18 aprile. Alla camera del lavoro quella sera si era fatto tardi per parlare di tutto questo. Nonno Calogero salutò i presenti per tornare a casa, accompagnato da Vito di Salvo, Vincenzo Liotta, Giacomo Calandra e Calogero Natoli. I compagni garantivano la scorta al loro dirigente sindacale nel mirino della mafia.

Tutti e cinque uscirono dalla sede sindacale, che si trovava in piazza, e si avviarono verso via Perosi dove abitava. Erano quasi arrivati, quando dalla parte alta di via Minghetti, che faceva angolo con via Perosi, si udì un crepitare di mitra. Decine di colpi, sparati in rapida successione ad altezza d’uomo, si abbatterono sull’intero gruppo. Colpito alla testa e al petto, nonno Calogero cadde a terra, morendo all’istante. Anche Liotta e Di Salvo furono colpiti e feriti gravemente. Miracolosamente illesi rimasero invece Calandra e Natoli. Il corpo del nonno fu portato nella casa del suocero. Passarono ben quattro giorni prima che un giudice di Alcamo si degnasse di mettere piede in paese.

Ai funerali parteciparono tutti i contadini di Camporeale e dei comuni del circondario. In mezzo a loro e accanto ai familiari anche il segretario nazionale del Partito Socialista Italiano, Pietro Nenni, venuto personalmente a Camporeale, per onorare il suo compagno di partito.

Per quell’omicidio non ci fu mai giustizia. Non fu imbastito nemmeno un processo, nonostante tutti sapessero che a dare l’ordine di morte era stato il proprietario terriero don Serafino Sciortino, mentre a sparare ci avevano pensato il capomafia Vanni Sacco e i suoi picciotti. Si procedette contro ignoti che tali rimasero per sempre.

Questa è la storia di Calogero Cangialosi. Questo era nonno Calogero, il cui esempio deve essere oggi patrimonio di tutti.
E se i colpevoli e i mandanti, la giustizia degli uomini non potrà condannare, nutro la speranza che la memoria non scolori e anzi rifulga di luce propria rendendo immortale quel gesto compiuto, non da un eroe ma da una persona semplice come tanti altri e per tale ragione unica, che ha sacrificato la sua vita e condizionato quella di altri per le sue idee di libertà e giustizia, ideali che sono oggi e saranno domani alla base di una società emancipata ed evoluta, in cui l’essere umano torni ad esserne il centro.»

La voce di Sonia tradisce la sua emozione. E conclude: «Grazie a tutti voi per l’attenzione».

Colpisce, poi, il saluto, non previsto, di Pierpaolo Nenni, pronipote di Pietro Nenni, unico dirigente politico che partecipò al funerale di Calogero Cangialosi, dopo essere stato membro della Costituente.

La cerimonia si conclude con lo scoprimento della targa.

 

04/05/2018: Le immagini dell’intitolazione della Sala Conferenze CGIL Grosseto a Calogero Cangialosi
video di Guido e Patricia di Gennaro su Vimeo.

 
 

01/04/2018 – 70° anniversario della morte di Calogero Cangialosi
video di Carlo Sestini su Vimeo.

 
 

Intitolazione della Sala 1° Maggio della CGIL Grosseto a Calogero Cangialosi
video di Carlo Sestini su Vimeo.

 
 

01/04/2018 – 70° anniversario della morte di Calogero Cangialosi
video di Carlo Sestini su Vimeo.

 

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