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Dalla finestra del castello… un urlo silenzioso per la verità…

Il procuratore aggiunto del tribunale di Firenze Luca Tescaroli (foto di Rita Rossi) (clicca per ingrandire)

Nella vita talvolta
è necessario saper lottare
non solo senza paura,
ma anche senza speranza
(Sandro Pertini)

di Francesca Bertini

Il 17 Luglio 2021 si è tenuto a Palermo, presso Villa Trabia, un convegno organizzato da AntimafiaDuemila dal titolo Strage di Via d’Amelio 29 anni dopo – continua la ricerca dei mandanti esterni, nell’ambito degli eventi organizzati in memoria della strage. In questa occasione hanno fatto il punto sulla storia delle indagini e dei processi i magistrati Tescaroli, Donadio, Scarpinato.

Il procuratore aggiunto del tribunale di Firenze Luca Tescaroli, titolare dei processi di primo e secondo grado della strage di Capaci e del processo per il fallito attentato dell’Addaura, che oggi indaga anche sui mandanti esterni delle stragi del 1993, ci offre un intervento straordinario, perché da una parte ci ricorda come nonostante tutto lo Stato abbia saputo reagire, che lo Stato c’è e che gli importanti risultati ottenuti devono alimentare la fiducia da parte dei cittadini, ma dall’altra ci scuote con l’elencazione dei numerosi punti oscuri che rimangono ancora da svelare.

Prendendo le mosse dal fallito attentato dell’Addaura, il procuratore si interroga anche su ciò che lo ha preceduto: «Cioè quella raffinata intossicazione dell’informazione finalizzata al discredito e all’umiliazione di Giovanni Falcone (…); è stata un’attività preparatoria capace di giustificare dinanzi all’opinione pubblica l’uccisione del magistrato, di delegittimare i collaboratori di giustizia che costituivano gli elementi probatori fondanti del maxi processo. (…) I collaboratori di giustizia sono l’elemento centrale fondamentale per l’accertamento della verità; due collaboratori di giustizia partecipano al fallito attentato dell’Addaura, otto partecipano alla strage di Capaci, cinque partecipano alla strage di via Mariano D’Amelio; sono gli elementi essenziali, di prova, che hanno consentito di scoprire la verità. (…) La vicenda delittuosa si inserisce in un particolare contesto storico, quello in cui la versione siciliana della prima Repubblica, fondata su frequenti e taciti accordi tra mafiosi ed esponenti di partiti politici, basata su una sostanziale non belligeranza in funzione anticomunista, incominciava a mostrare i suoi primi cedimenti determinati sia dall’azione di magistrati indipendenti come Falcone, come Borsellino, tanto osteggiati in vita quanto osannati da morti, sia dalla progressiva caduta della contrapposizione internazionale tra est e ovest; è lì il germe di tutto ciò che poi si è venuto a creare. In questo contesto (…), con questi dati, si incominciano a intravedere quelle menti raffinatissime».

La riflessione dopo l’ascolto delle parole del procuratore, porta a pensare e a ricordare come in realtà quel gruppo di potere fatto di menti raffinatissime non abbia dato pace e giustizia ai giudici Falcone e Borsellino né da vivi né da morti. Non gli ha dato pace nei mesi precedenti il primo attentato con le false accuse contenute nelle numerose lettere anonime sull’aver utilizzato collaboratori di giustizia per catturare latitanti del gruppo dei Corleonesi; fu alla stagione del “corvo”, durante la quale si tentò sia di delegittimare i collaboratori di giustizia, sia lo stesso Falcone. Non gli ha dato pace neppure dopo, perché si adoperò per spargere la voce che il fallito attentato fosse stato organizzato da Falcone stesso, e dette il via a una stagione di veleni in tv durata a lungo, in cui la polemica contro l’operato di Falcone veniva continuamente alimentata in interviste e trasmissioni televisive, a testimonianza della drammatica solitudine del giudice ben prima dell’attentato che gli tolse la vita. Diffamazioni e depistaggi che proseguono dopo la morte del giudice e allontanano forse per sempre il raggiungimento della verità.

Continua ancora Luca Tescaroli, per arrivare al cuore della questione: «Per cercare di dare un volto a questi soggetti io credo occorra soffermarsi su quelli che sono gli aspetti oscuri nella ricostruzione delle responsabilità che sono state individuate con riferimento alla strage di Capaci e di via Mariano D’Amelio; per comprendere se vi sia stata questa convergenza di interessi, che appare probabile ma ancora giudiziariamente non provata, io credo che bisognerebbe cercare di dare una risposta ad alcuni quesiti».

«Come mai Paolo Bellini si incontrò con gli esecutori della strage di Capaci Antonino Gioè e perché instillò il proposito di colpire la Torre di Pisa?»

E poi quali sono «le ragioni e le modalità della morte di Antonino Gioè il 29 Luglio 1993 all’indomani delle stragi del continente?»

«Perché e da chi sono stati manomessi i supporti informatici di Falcone e cancellata la memoria del data bank Casio, non rinvenuta la scheda elettronica di espansione della memoria, non sono stati verificati gli incontri di Francesco di Carlo con esponenti dei servizi segreti nel carcere di Pulsacco, portatori del proposito di eliminare Falcone, la possibile correlazione degli stessi con la strage di Capaci, colloqui nel corso dei quali di Carlo indicava Gioè come soggetto idoneo allo scopo e che poi verrà coinvolto nell’eccidio».

«Meritano riflessione la partecipazione dell’artificiere Pietro Rampulla tra i componenti del commando operativo, soggetto legato ad estremisti di destra come Rosario Cattafi, appartenente a Ordine Nuovo».

«Il rinvenimento del biglietto con l’annotazione “guasto n. 2, portare assistenza al settore 2”, con l’indicazione di una via e di un numero di telefono trovato nell’area circostante il cratere di Capaci; il rinvenimento di un guanto di lattice nell’area dell’attentato con un’impronta genetica che potrebbe fare riferimento ad una donna. Gioacchino la Barbera nel descrivere le modalità esecutive dell’attentato aveva detto che coloro che hanno imbottito il condotto che passa sotto l’autostrada utilizzarono guanti di lattice».

Il Procuratore Tescaroli continua l’elenco dei punti ancora oscuri che ruotano soprattutto attorno all’attentato al giudice Paolo Borsellino e alla sua scorta in cui persero la vita, 57 giorni dopo l’attentato di Capaci, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina.

«Ancora con riferimento alla strage di Via d’Amelio, ruolo centrale ha l’individuazione delle ragioni delle accelerazioni della strage e le finalità del depistaggio, preparato con la falsa collaborazione di Francesco Andriotta, ergastolano mai coinvolto in indagini di mafia, iniziata il 14/09/1993, attuato da Vincenzo Scarantino non appartenente a Cosa Nostra nel giugno del 94, e poi seguito da Salvatore Candura, ai quali si è aggiunto Calogero Pucci, con la partecipazione verosimile e inquietante di esponenti delle istituzioni».

«Occorre comprendere se vi sia stata una finalità di occultamento della responsabilità di altri soggetti nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che concepivano come un pericolo l’opera di Borsellino».

«Occorre identificare la persona vista da Spatuzza come presente al momento della consegna della Fiat 126 nel garage (…), con soggetto non conosciuto da Spatuzza; non si conosce la provenienza dell’esplosivo utilizzato per imbottire la 126 né chi azionò il telecomando che fece esplodere l’autobomba il 19 luglio. Abbiamo un’indicazione preziosa che è stata fornita al riguardo da Fabio Tranchina per aver detto che Giuseppe Graviano gli aveva detto di procurarsi un appartamento nelle vicinanze di Via d’Amelio, per poi dirgli che aveva deciso di piazzarsi nel giardino dietro un muretto in fondo a via d’Amelio per azionare il telecomando che provocò l’esplosione. Non sappiamo se poi questo progetto si concretizzò effettivamente».

«Ancora non conosciamo le modalità di sparizione dell’agenda rossa, una borsa passata di mano in mano e abbiamo una certezza, chi agì non apparteneva a Cosa Nostra, è rimasto enigmatico il contenuto dell’intercettazione del dialogo di Mario Santo di Matteo con la moglie sugli infiltrati in Via d’Amelio; abbiamo poi il dato relativo al segnale istituzionale che nel corso del 1992 i mafiosi ricevettero, un segnale consistito nell’ avvio della trattativa con uomini dello Stato, attività svolta da esponenti delle istituzioni senza che ne fossero informati i magistrati che si occupavano delle stragi e senza una loro delega».

Tutte queste ombre, i depistaggi che continuano ancora oggi specialmente in occasione delle ricorrenze nei mesi delle stragi, rappresentano il motivo per il quale Salvatore Borsellino, pur presente al convegno per augurare buon lavoro, ci regala il suo urlo più disperato, il SILENZIO:
«Quest’anno ho deciso di non parlare perché sono stanco di parole; da trent’anni aspetto giustizia e verità e da trent’anni anni invece puntualmente giustizia e verità non arrivano. Ogni anno il 19 luglio c’è sempre qualche nuovo depistaggio, nuovi veleni e allora ho deciso di non parlare quest’anno e ho deciso di fare qualcosa di fortemente simbolico».

Salvatore continua spiegando la sua contrarietà all’unificazione della commemorazione del 23 maggio con il 19 luglio, è sdegnato perché vede chiaro il tentativo di cancellare i 57 giorni terribili in cui Paolo sapeva di dover morire ma ha continuato il suo lavoro, non è fuggito ma nessuna precauzione fu presa per salvare la vita a un magistrato che tutti sapevano in pericolo di morte.
«Non è fuggito per amore perché Paolo sono convinto sapesse che soltanto morendo avrebbe potuto continuare il suo lavoro e infatti hanno fatto il più grosso degli errori ad ucciderlo; lo hanno fatto a pezzi come hanno fatto a pezzi i suoi ragazzi ma quei pezzi sono entrati nel cuore di tanti di noi e a tanti di noi hanno dato quella forza che neppure sapevamo di avere e allora ho deciso di fare quest’anno soltanto delle cose fortemente simboliche».

Tra questi simboli che quest’anno ha voluto c’è innanzitutto l’iniziativa Scorta per la Memoria, perché: «Per la memoria si lotta e allora ho voluto non soltanto un giorno ma che per tutti i mesi delle stragi, Maggio, Giugno e Luglio ci fosse un presidio di persone che sono venute da ogni parte d’Italia in quella via D’Amelio dove mia madre ha voluto che fosse piantato quell’olivo venuto da Betlemme perché quella strada diventasse non più un simbolo di morte ma un simbolo di speranza, un simbolo d’amore».

«Poi ho voluto un’altra cosa, che sotto il castello Utveggio fosse impiantata una telecamera potentissima che inquadra proprio quell’ albero in via D’Amelio» e che ci ha consentito di vegliare l’olivo e di seguire ogni giorno cosa succedesse all’ombra di quell’albero. «Ho voluto che venisse fatto proprio per contrappasso, per dimostrare come da quel castello (…) c’è stata la cabina di regia di quella strage, qualcuno che ha osservato tutto quello che succedeva in via D’Amelio e ha diretto quelle operazioni dall’attivazione del telecomando alla sottrazione dell’agenda rossa».

Poi ancora un altro simbolo: «Ho voluto che quell’albero fosse illuminato da una luce tricolore in maniera che almeno la notte Paolo e i suoi ragazzi, Agostino, Claudio, Emanuela, Vincenzo ed Eddi possano dormire abbracciati dai colori di quella bandiera per la quale hanno sacrificato la loro vita. Questo è il mio 19 luglio! Vi ringrazio e vi saluto!».

Salvatore quest’anno non è stato solo, come sempre ricorda, la scintilla che ci accende, ma ha provocato un incendio diventando fuoco egli stesso come un’araba fenice contemporanea, che le ceneri hanno coperto ma non spento.
Come lui stesso ci insegna: «Le battaglie vanno combattute quando sono giuste, non solo quando si pensa di vincere».

 

 


 

 

 

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