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C’ERA UNA VOLTA LE MARCHE: IL MITO INFRANTO DELL’ISOLA FELICE

Lo si legge in quel coro di stupore che liquida tutto come una scossa improvvisa, un’infezione arrivata da fuori a turbare un corpo fino a ieri considerato sano.

C’è un problema nel modo in cui una parte del mondo politico marchigiano sembra affrontare l’inchiesta «Ricostruzione» della DDA di Ancona: il rischio di considerarla un’anomalia improvvisa, anziché interrogarsi sulle vulnerabilità che possono averla preceduta.

Le carte dell’inchiesta delineano un quadro grave, articolato in più filoni. Otto persone sono state raggiunte da misure di custodia cautelare in carcere, gli indagati sono 51 e il sequestro preventivo supera i 57 milioni di euro. Cifre che non fotograferebbero una scorreria solitaria, ma una sorta di consiglio d’amministrazione occulto dove la burocrazia regionale, l’imprenditoria locale e i colletti bianchi della camorra e della ’ndrangheta parlano la stessa lingua e siedono allo stesso tavolo.

Chi oggi si dice sorpreso ignora la storia recente. La narrazione di una striscia di terra impermeabile alle logiche mafiose crolla di fronte a una sequenza di date precise. Ritorniamo indietro, fino agli anni Novanta. Qui troviamo le prime relazioni della DIA che mappavano gli investimenti immobiliari dei Casalesi e del clan Galasso lungo la costa adriatica. Il denaro sporco veniva ripulito lì, alla luce del sole.

Ma l’immagine del modello marchigiano non poteva essere incrinato e, a dispetto dei segnali, la tendenza diffusa è stata quella di voltare la testa dall’altra parte. Nel gennaio 2016, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, il procuratore generale Vincenzo Macrì richiamò l’attenzione sul deterioramento della situazione della sicurezza pubblica marchigiana registrato dagli anni Novanta e sui fenomeni d’infiltrazione criminale in alcuni settori economico-imprenditoriali. Nel suo intervento segnalò anche la distanza tra le valutazioni rassicuranti sulla situazione regionale e il numero e la tipologia delle indagini per reati di tipo mafioso. Un anno prima, nel gennaio 2015, aveva già lanciato un allarme sui possibili sviluppi delle infiltrazioni mafiose nelle Marche, indicando la necessità di vigilare anche sulle grandi opere pubbliche.

Due anni dopo, l’inchiesta “Stige” della DDA di Catanzaro dimostrava come la cosca di Cirò avesse radici economiche profonde e stabili tra Ancona e Macerata. Poi, tra il 2020 e il 2023, i report semestrali dell’antimafia hanno continuato a ripetere lo stesso ritornello: l’enorme torta finanziaria della ricostruzione post-terremoto stava calamitando ditte-schermo e subappalti legati ai clan del Sud.

Una vulnerabilità non casuale, bensì legata alle caratteristiche della costa adriatica e del Fermano. Parliamo di un distretto calzaturiero storicamente forte, un tessuto popolato da piccole e medie imprese che produce ricchezza e, di conseguenza, un’enorme massa di liquidità legale. Questo benessere ha funzionato come una spugna perfetta per assorbire e mimetizzare i capitali illeciti. Le arterie stradali che collegano la costa alle vallate interne, come la Val di Chienti e la Valtenna, offrono una rete logistica fluida e una frammentazione societaria ideale per far nascere e morire aziende fantasma, nate solo per gestire subappalti opachi e fatturazioni false.

Il fallimento, però, è prima di tutto politico. Se la difesa della legalità fosse stata una priorità strategica inserita nei programmi elettorali dei partiti in modo permanente, e non un paragrafo standard da rispolverare a ridosso del voto, oggi lo scenario sarebbe diverso. Per anni si è preferito considerare la penetrazione mafiosa una bega da delegare alle forze dell’ordine. È mancata la volontà di costruire barriere preventive, prima che il malaffare diventasse strutturale.

A questa assenza di visione si lega un secondo errore: la diffidenza verso l’antimafia sociale. Le istituzioni hanno sistematicamente tenuto a distanza i comitati civici, l’associazionismo e i cittadini che cercavano di monitorare il territorio dal basso. La vigilanza popolare è stata trattata come un fastidio da gestire. Minimizzando il problema e derubricando ogni allarme a “episodio isolato”. La coscienza critica della società civile è stata messa a tacere. Questo disarmo culturale ha lasciato campo libero alle consorterie, trasformando il silenzio istituzionale nel miglior alleato dei clan.

Finché la lotta ai sistemi criminali rimarrà un compito delegato esclusivamente ai magistrati e alle forze dell’ordine l’illusione dell’isola felice continuerà a produrre frutti amari. Le Marche, come l’Italia non può permettersi di guardare il fenomeno da lontano. Adesso sono, inequivocabilmente, il centro di una dinamica malata che si è scelto di non vedere e di non affrontare per troppo tempo. E’ sicuramente arrivato il momento di cambiare. Ma l’attuale classe politica sarà in grado di dare risposte attraverso azioni concrete destinate ad un reale ripristino della legalità e della trasparenza? Nel frattempo noi continueremo a parlare della mafia. Ne parleremo ovunque, come ci chiese di fare Paolo Borsellino.

Di Christina Pacella

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