
Lamezia Terme è diventata l’epicentro di un dibattito infuocato che va ben oltre la tecnica giuridica, toccando le corde della democrazia e dell’assetto costituzionale italiano. In un incontro pubblico organizzato dal Movimento Agende Rosse, magistrati e avvocati si sono confrontati sulle riforme proposte dal governo, delineando uno scenario di profonda divisione sul futuro della magistratura.
Il “Grido” delle Agende Rosse: tra Poesia e Allarme Democratico
L’apertura di Silvia Camerino ha dato il tono emotivo all’incontro, citando l’eredità di Paolo Borsellino per denunciare una riforma che, a suo dire, rischia di trasformare il confronto civile in una “lotta primitiva e rancida”. Camerino ha messo in guardia contro la “separazione in coda al potere”, auspicando che il voto sia guidato dalla conoscenza e non da “impressioni o sfregi”.
Ancor più duro è stato l’intervento di Salvatore Borsellino, collegato da remoto. Senza mezzi termini, ha definito la riforma un “golpe per lo smantellamento della Costituzione”, sostenendo che i suoi punti si ispirino al “Piano di rinascita democratica” della P2 di Licio Gelli. Borsellino ha espresso il timore che il Pubblico Ministero venga assoggettato al potere politico, citando dichiarazioni ministeriali che ammettono come la riforma non inciderà minimamente sull’efficienza o sui tempi della giustizia.
Separazione delle Carriere: Specchietto per le Allodole o Necessità Liberale?
Il cuore tecnico della disputa riguarda la separazione delle carriere tra giudici e PM. Gabriella Reillo, Presidente della Corte d’Appello di Potenza, ha smontato la narrazione ufficiale definendola una “falsa informazione”. Reillo ha citato i dati: i passaggi di funzione sono già rarissimi (lo 0,48% nel 2024) grazie alla legge Cartabia. Il vero rischio, secondo la magistrata, è la perdita di neutralità del PM, che diventerebbe un “avvocato dell’accusa”, obbligando i cittadini a farsi carico dei costi per cercare prove a discarico tramite investigatori privati, come nei sistemi di common law.
Diametralmente opposta la visione dell’avvocato Dina Marasco, che ha inquadrato la carriera unica come un’eredità del Codice Rocco di stampo fascista, volto a favorire la funzione repressiva dello Stato. Per Marasco, la separazione è l’unico modo per attuare l’articolo 111 della Costituzione: il cittadino ha diritto a un giudice che non appartenga alla “stessa squadra” o “stessa famiglia” della pubblica accusa.
L’avvocato Francesco Gambardella, pur votando “Sì”, ha espresso un giudizio tecnico tagliente, definendo la legge Cartabia un “mostro” che ha quasi abolito la figura dell’avvocato in appello. Pur ritenendo la separazione fisiologicamente corretta per un sistema accusatorio, ha ammesso che “non si risolve un bel niente” se non si interviene sulla qualità del legislatore.
L’Incognita del Sorteggio e lo spettro del “Palamarismo”
Uno dei punti più controversi è l’introduzione del sorteggio per i membri del CSM. Giovanni Garofalo, Presidente del Tribunale di Lamezia, ha attaccato frontalmente questa proposta, definendola un “sorteggio vergognoso” che umilia la magistratura. Garofalo ha difeso il CSM come organo politico nel senso nobile del termine, sottolineando che l’associazionismo culturale (le correnti) non può essere cancellato da un meccanismo a sorte che nega la rappresentanza.
Al contrario, l’avvocato Marasco ha difeso il sorteggio come “rimedio estremo a un male estremo”, ovvero la degenerazione del correntismo emersa con il caso Palamara, che ha minato la credibilità del sistema agli occhi dei cittadini.
Alta Corte e “Giustizia Difensiva”: il Rischio di uno Stato Autoritario
Il giudice Gianmarco Angelini ha focalizzato l’attenzione sull’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, temendo che diventi uno strumento per sanzionare provvedimenti sgraditi al potere politico. Angelini ha denunciato il paradosso di voler inseguire la meritocrazia tramite un sorteggio e ha espresso preoccupazione per la composizione laica dell’organo, che potrebbe includere “amici del politico di turno” anziché professionisti competenti.
Rosario Aracri ha aggiunto una riflessione pragmatica sulla realtà del Sud. Ha spiegato che il vero problema non è la vicinanza tra PM e giudice, ma lo squilibrio di risorse: spesso procure iper-strutturate si confrontano con tribunali composti da magistrati di prima nomina, travolti da migliaia di pagine di atti. Il rischio, avverte Aracri, è che se il PM perde il controllo della polizia giudiziaria e la cultura della giurisdizione, si trasformerà in un “inquisitore” influenzato dalle logiche di carriera delle forze dell’ordine.
Conclusioni: una Riforma “scritta con i piedi”?
Nelle battute finali, la Presidente Reillo ha sferrato un ultimo attacco ai costi della riforma: mentre mancano i fondi per stabilizzare i giovani dell’Ufficio per il Processo, si prevede di spendere circa 70 milioni di euro per creare nuovi “carrozzoni” burocratici come il doppio CSM e l’Alta Corte. La magistrata ha concluso affermando che la norma è “stata scritta con i piedi” e rischia di essere un autogol per la democrazia.
Il dibattito di Lamezia Terme lascia aperta una questione fondamentale: è possibile riformare la giustizia italiana senza intaccarne l’indipendenza? Mentre gli avvocati invocano un “giusto processo” più equilibrato sulla carta, i magistrati avvertono che il prezzo di questa apparenza potrebbe essere il passaggio a uno stato di stampo autoritario.
Di seguito video e riassunto interventi
Introduzione e Saluti
Tiziana Bisogno: “ringrazio la Provincia di Catanzaro per aver accolto questo invito e i colleghi della stampa. Questo evento nasce a poche settimane dal referendum per informare i cittadini su concetti complessi, andando oltre gli slogan. Ringrazio i nostri ospiti: la presidente della Corte d’appello di Potenza Gabriella Reillo, l’avvocato Dina Marasco, il presidente del Tribunale di Lamezia Terme Giovanni Garofalo, i giudici Gianmarco Angelini e Rosario Ara, e l’avvocato Francesco Gambardella.”
Silvia Camerino (Coordinatrice Agende Rosse)
“Il movimento delle Agende Rosse è famiglia. Penso sempre al ‘nido’ di Paolo Borsellino, che rappresentava la speranza di ritorno in via D’Amelio. Finisce così, giudice Paolo: ‘Paolo dorme per sempre ormai, non lo sveglia il mattino… Palermo è la madre violata, il giudice ucciso’. Ho il dovere di introdurre questo incontro perché mai ci è stata assegnata un’alternativa diversa dall’amore per difendere le promesse custodite nelle mani.
In questo Paese si sceglie di riformare la magistratura separandola in coda al potere, trasformando il confronto in una lotta primitiva e rancida, spietata, che si avvale dei pugni per affermare il verbo. Ti hanno nominato spesso, Paolo, come se tu, ucciso insieme ai tuoi soldati, appartenessi a quest’epoca e a un Paese che, in parte, non t’ha voluto vivo. Le parole sulla separazione delle carriere te le hanno attribuite da morto, perché quando eri in piedi pochi hanno voluto ascoltarti.
Il ‘no’ e il ‘sì’ in questo referendum dovrebbero essere risposte sganciate dall’asse del potere, orientate da una bussola di consapevolezza, e non una mescolanza di impressioni e sfregi controllata da chi somministra ‘botulino politico’ per ritoccare il volto istituzionale di questo Paese”.
Salvatore Borsellino (Movimento Agende Rosse – da remoto)
“Questa riforma non è una modifica della Carta costituzionale; è piuttosto un golpe per lo smantellamento della Costituzione e dei suoi principi di equilibrio e indipendenza dei poteri. Un golpe imposto dal governo al Parlamento. La chiamano falsamente riforma sulla separazione delle carriere, quando queste sono già separate dalla riforma Cartabia e i passaggi sono inferiori all’1%.
Dovrebbero chiamarla ‘Riforma Gelli’, perché i suoi punti si ispirano al Manifesto di Rinascita Democratica della P2. Lo rivela lo stesso Ministro Nordio, che ha affermato di non conoscere il piano della P2, ma che se l’opinione di Gelli era giusta, non vede perché non seguirla. La scissione del CSM con l’estrazione a sorte e la creazione di un’Alta Corte — un vero tribunale speciale vietato dalla Costituzione — è un attentato alle prerogative del Presidente della Repubblica.
Lo stesso Nordio ha ammesso che questa riforma non influisce sull’efficienza della giustizia. Per quella servirebbero organici, edilizia giudiziaria e software funzionanti. Invece, si tende all’assoggettamento del PM al potere politico, facendolo diventare un ‘avvocato dell’accusa’ piuttosto che un ricercatore della verità. Mio fratello Paolo su questa Costituzione ha prestato giuramento e per essa ha sacrificato la vita. Per questo voterò NO”.
Tema 1: La Separazione delle Carriere
Gabriella Reillo (Presidente Corte d’Appello di Potenza): “È stata diffusa un’informazione falsa: la separazione delle carriere esiste già di fatto. Con la legge Cartabia si può cambiare funzione una sola volta nei primi dieci anni; i passaggi sono lo 0,48%. Il vero obiettivo è lo stravolgimento del CSM e dell’autogoverno, che garantisce che nessuno ci dica quali indagini preferire. Negli altri Paesi, come la Francia, ci invidiano questo sistema democratico.
Il PM diventerà l’avvocato dell’accusa, raccoglierà solo prove contro l’indagato. Il cittadino, per avere prove a discarico, dovrà affidarsi solo al proprio avvocato e a investigatori privati, con costi enormi. Questa riforma sacrificherà l’indipendenza, e ciò si rivolgerà come un boomerang contro la cittadinanza”.
Francesco Gambardella (Avvocato): “Io non parlo per ideologia, ma per tecnica. Il codice di procedura penale accusatorio esige un magistrato terzo, ed è fisiologicamente corretto che le carriere siano separate. Tuttavia, non risolveremo nulla se non si interviene sulla qualità del legislatore. Le garanzie di cui si parla spesso non sono reali: non ho mai trovato, in vita mia, un’attività di indagine del PM volta a trovare prove a favore dell’indagato.
Considero la legge Cartabia un mostro perché ha quasi abolito la figura dell’avvocato nel giudizio d’appello. Pur essendo favorevole alla separazione, ritengo che questo intervento sia figlio di una legislazione d’emergenza”.
Dina Marasco (Avvocato): “L’idea della carriera unica è una precisa opzione autoritaria dell’epoca fascista. Il Codice Rocco del 1930 delineava un processo inquisitorio dove il diritto di difesa era recessivo rispetto alla repressione dello Stato. Il processo accusatorio del 1989, invece, richiede la formazione della prova nel contraddittorio e un giudice terzo. Terzietà significa appartenere ordinamentalmente a un corpo diverso: il cittadino ha diritto a un giudice che non appartenga alla ‘stessa squadra’ della pubblica accusa”.
Giovanni Garofalo (Presidente Tribunale di Lamezia Terme): “Se fossimo rimasti solo alla separazione delle carriere, molti magistrati l’avrebbero valutata. Ma questa riforma è uno specchietto per le allodole ed è innocua, perché la distinzione delle funzioni esiste già. Si vuole fare a pezzi la Costituzione in modo unilaterale. Il problema non è la separazione, ma la qualità del processo. Se gli avvocati ce l’hanno con i giudici, sbagliano: dovrebbero farci un monumento, vista la quantità di assoluzioni che pronunciamo al dibattimento”.
Tema 2: L’Alta Corte e il Sorteggio
Gianmarco Angelini (Giudice): “L’Alta Corte giudicherà gli illeciti disciplinari. Ci allarma perché ogni giorno sentiamo invocare sanzioni per provvedimenti sgraditi al potere politico. Temiamo che un Ministro della Giustizia attivi il potere disciplinare non per un illecito, ma per una decisione giuridica, e che a giudicarci siano ‘amici del politico di turno’ nominati o sorteggiati senza criteri di vero merito”.
Rosario Aracri (Giudice): “Il problema non è la continuità tra PM e giudice, ma la carenza di organico. Al Sud abbiamo procure con 25 PM e tribunali dove i giudici sono pochi e spesso di prima nomina, travolti da 5.000 pagine di misure cautelari che faticano a filtrare. Se il PM perde la cultura della giurisdizione e il controllo della polizia giudiziaria, diventerà un inquisitore influenzato dalle logiche di carriera delle forze dell’ordine. Dobbiamo avere il coraggio di chiedere scusa per gli errori commessi in buona fede, ma non è creando un sistema punitivo che si migliora la giustizia”.
Appelli Finali
Gabriella Reillo: “Votate NO perché questa riforma è stata scritta con i piedi. Si spendono 70 milioni di euro per creare nuovi ‘carrozzoni’ (doppio CSM e Alta Corte) mentre non ci sono i soldi per stabilizzare i giovani dell’Ufficio per il Processo”.
Francesco Gambardella: “Voto SÌ come passaggio culturale, pur con l’onestà di dire che non sarà risolutivo di nulla se non si riformano le norme del codice”.
Dina Marasco: “Voto SÌ perché voglio un processo equilibrato sulla carta, che liberi il giudice dal sospetto di contiguità con l’accusa”.
Giovanni Garofalo: “Voto NO contro un sorteggio vergognoso che umilia la magistratura e nega il principio della rappresentanza”.












Comments are closed.