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Uomini di collegamento fra mafia e istituzioni: il concorso esterno in associazione mafiosa sempre più necessario.

23 Aprile 2019

Falcone e Borsellino avevano visto giusto trent’anni prima

Antonino Caponnetto a me, giovanissimo docente di diritto penale, quando parlavamo di rapporti tra criminalità organizzata e politica,  ripeteva sempre la stessa frase: “per definizione le mafie cercano sempre il potere e cambiano immediatamente casacca, saltando sul carro del vincente”.

Giovanni Falcone aveva intuito con largo anticipo questo tipo di metamorfosi mafiosa comprendendo come l’economia e le opportunità aperte dalla globalizzazione dei mercati finanziari potessero diventare un formidabile canale di arricchimento e di reimpiego in ambito nazionale e internazionale. A dispetto di tanti proclami di cambiamento dell’attuale Governo, a oggi, non si vedono azioni concrete né nel breve tantomeno nel lungo periodo. Il caso Siri (indagato) evidenzia che le mafie investono ancora ingenti capitali nell’energia. In questa indagine, mi sembra di rivedere quel modello di corruzione politico-mafiosa che ha infettato la vita del nostro Paese e ha consentito alle organizzazioni criminali di entrare nell’economia e nella politica inquinando istituzioni pubbliche e private. Si tratta di un fatto molto grave e preoccupante che riguarderebbe il delitto di corruzione in concorso con un imprenditore, Paolo Arata, a sua volta sospettato di essere “testa di legno” di Vito Nicastri, il re dell’eolico ritenuto prestanome del superlatitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Non è cosa da poco se fosse confermata!

Per onestà intellettuale devo dire che la responsabilità penale va ancora accertata dalla magistratura e per tutti vale la presunzione di non colpevolezza. Tuttavia, in questa storia di cui non conosco il carteggio, se fosse confermata così come riferita dagli organi d’informazione, emerge quel modello, fondato sul concorso esterno in associazione mafiosa, e cioè di persone, collusi, agevolatori e faccendieri, che squalifica la politica, consentendo alle mafie di controllare e orientare a proprio vantaggio le scelte delle istituzioni pubbliche. Sono non associati ma legati in affari, direttamente o indirettamente, con mafiosi o loro prestanome, che conservano contemporaneamente rapporti istituzionali o di partito con leader politici locali e nazionali. Sono soggetti molto pericolosi poiché dall’esterno fanno divenire le mafie sempre più forti e potenti economicamente guadagnandoci. Tra i casi più clamorosi e recenti non possiamo non ricordare un ex sottosegretario di Stato all’Economia e Finanze del governo Berlusconi condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa (cfr. Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, sent. 16 novembre 2016 nella quale è scritto che il sottosegretario Nicola Cosentino fosse referente del clan camorristico dei Casalesi). Se a pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso s’indovina, c’è qualcosa che non quadra poiché le recenti regole del cd. “sblocca-cantieri” promosse proprio dal sottosegretario Siri sono state approvate con notevoli lacune nella lotta alle mafie. Nulla di penalmente rilevante sia chiaro ma se si legge bene il provvedimento con spirito critico e conoscenza scientifica dei fenomeni e delle dinamiche mafiose si nota subito che vi sono i margini per consentire alle imprese di mafia di infiltrarsi nell’economia e di farla da padrone, sfruttando soluzioni come l’odioso massimo ribasso, da me più volte criticato, le revisioni in corso d’opera che ne erano la conseguenza, la possibilità di subappaltare i lavori alle imprese soccombenti in gara tanto per citarne alcuni. Nulla è detto sul potenziamento della legislazione in materia dei beni confiscati alle organizzazioni criminali e nulla sul potenziamento delle strutture organizzative e risorse finanziarie degli organismi di lotta alle mafie. Ho sempre insegnato che le persone si giudicano dai fatti e non dalle parole per cui penso che Siri dovrebbe dimettersi poiché se non ricordo male, avrebbe già patteggiato un anno e otto mesi per il delitto di bancarotta fraudolenta. Un’accusa molto pesante, con un rito che l’imputato chiede solitamente quando ha molte probabilità di essere condannato. Quando un cittadino che ricopre incarichi pubblici di vertice è raggiunto da ombre, fa sempre bene a dimettersi per potersi difendere liberamente, senza dare l’impressione di voler sfruttare la sua posizione istituzionale. Per questo governo (Lega- Movimento Cinque Stelle) probabilmente questa regola non vale o vale a “targhe alterne”! Quando c’è un forte sospetto di collusione mafiosa, il “Governo del Cambiamento” dovrebbe, quanto meno, indurre i partiti che lo compongono a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi e fatti inquietanti. Paolo Borsellino, spesso tirato in ballo dal Movimento 5 Stelle, in tema di rapporti mafia-politica, diceva con somma saggezza: “L’equivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. Eh no! …  Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano già trarre le dovute conseguenze da queste vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica… Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. Si dice: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto…”.

Nessun “Governo del cambiamento” e nessun Governo che si voglia realmente impegnare nella lotta alle mafie e alla corruzione può tollerare che vi sia un proprio esponente indagato per reati così gravi senza far nulla di concreto!

(Vincenzo Musacchio, giurista e presidente dell’Osservatorio Antimafia del Molise) 

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