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Una giornata particolare

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di Francesca Bertini


22 giugno 2021 – Accade spesso, dopo aver visto e rivisto in tante occasioni un luogo attraverso le televisioni, i giornali, le fotografie, di arrivare direttamente sul posto e di non provare stupore perché non ti rimane più nulla da scoprire. È un po’ quello che mi capitò nel vedere a New York i taxi gialli, i tombini che fumano, i grattacieli, la gente che scorre frenetica, l’aspettativa che crolla in un attimo perché hai visto talmente tante volte quelle scene che tuttalpiù hai la sensazione di vivere in un film.

Avevo pianificato con precisione tutto l’altra mattina, la colazione a una certa ora, i biglietti dell’autobus acquistati per tempo il giorno prima, controllato gli orari ma non avevo fatto i conti con i ritmi lenti della domenica, il primo bus passa in anticipo e non riesco a prenderlo, il secondo non è più passato e dopo un’ora decido di raggiungere i miei compagni della Scorta in Via d’Amelio con il taxi. Arriviamo all’albero in pochi minuti, già ho la sensazione che la via sia più corta di come l’avevo sempre vista in prospettiva, l’albero me lo aspettavo ancora più grande, la carreggiata più larga. Ma non importa, ero lì, in un attimo sono stata circondata dai ragazzi che tante volte in questi giorni avevo visto e ascoltato nelle dirette iniziate dal 1 Maggio, i quali mi hanno prontamente aiutato a indossare nel modo corretto la pettorina rossa.

Anziché dentro un film la sensazione è stata quella di essere catapultata in un ambiente surreale, fuori dal tempo e dallo spazio. L’emozione prende il sopravvento, un’emozione fatta di ascolto e di rispetto.

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Rosanna, con una misura solenne e nel pieno silenzio inizia a raccontare fatti, scandire nomi, ricordare date per i nuovi arrivati, non sapendo quanto ognuno di noi fosse dentro l’argomento. Stiamo tutti in cerchio, una decina di persone da varie città d’Italia e immagino Rosanna che ogni giorno di scorta fa questo racconto per i neofiti. Parla delle agende rosse, di come sono nate, della lettera di Salvatore del 2007, ricorda uno per uno i ragazzi della scorta e le loro vite, racconta quello spazio di pochi metri, dove stazionava la Fiat 126 imbottita di tritolo, dei passi di Paolo prima verso il primo citofono, poi verso il secondo citofono varcato il cancellino; della posizione di Antonio Vullo nel momento della deflagrazione, del suo svenimento dopo aver vagato disperato pestando un piede staccato; poi ancora il raccapricciante racconto dei corpi martoriati sparsi ovunque, i primi soccorsi, l’arrivo dell’amico magistrato e le sue successive sette diverse versioni sui concitati momenti che ruotano intorno al recupero della borsa di Paolo dalla macchina e della sparizione dell’agenda rossa, poi le ipotesi venute fuori negli anni su dove potesse essere posizionato chi ha schiacciato il telecomando.

Piano piano si placa la tensione dei primi momenti, inizio a guardarmi intorno, ecco la Via dell’Autonomia siciliana, più volte ricordata nelle inchieste giornalistiche, verso la quale si allontana l’agente in borghese con la borsa di cuoio in mano; alzo gli occhi verso il palazzo con i tanti balconcini, l’atrio, il portone, l’ingresso ora ricostruito. “Mi ucciderà la mafia ma saranno altri a farmi uccidere. La mafia mi ucciderà quando altri glielo consentiranno”. Si toccano tutti gli argomenti, i servizi deviati, lo Stato-mafia, la trattativa, l’abolizione dell’ergastolo ostativo. Non lasciamo che la lotta alla mafia sia una prerogativa solamente delle forze dell’ordine e della magistratura. Non crediamo che la mafia non esista più solo perché non ci sono le stragi; le mafie hanno anzi più potere e hanno una capacità di infiltrazione nel tessuto sociale e politico ancora più di ieri.

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Nel fiume in piena delle parole interviene Graziella con la compostezza delle sue lacrime, la forza di attrazione delle sue frasi, dei dubbi, del senso di abbandono e di impotenza per il passare degli anni senza un processo, senza una certezza, senza almeno la verità sulla morte di Claudio, come lo chiama lei, che non nomina mai come suo figlio ma sempre con il suo nome di battesimo, come chiama tutti gli altri 109 bambini uccisi dalla mafia, tutti figli suoi, di cui instancabilmente recita le storie personali a tanti altri ragazzi delle scuole ai quali hanno raccontato che la mafia non tocca i bambini. Qualche domanda, lo sconcerto nei nostri occhi umidi, poi si sovrappone Pina, in realtà Giuseppa, sorella di Agostino Catalano, il capo scorta. Pina tiene in mano il libro che ha scritto la sua mamma con pensieri e ricordi di Agostino, legge dei brani, parla del proprio impegno in Polizia, in poco tempo l’intimità della conversazione la porta a farci conoscere la sua casa, la sua vita, i suoi ricordi lontani, la morte della moglie del fratello, i tre nipotini cresciuti da lei e dai nonni dopo la perdita anche del loro padre, i suoi momenti di vita attuali attraverso le foto del suo cellulare. Pina parla tantissimo, con orgogliosa eleganza, ha piacere di raccontarci che Agostino poche settimane prima di morire aveva salvato un bambino che stava annegando nel mare di Mondello, e in questi giorni il ragazzo si era presentato all’albero della Pace, riconoscente di essere sopravvissuto grazie a lui. Arrivano persone nel frattempo, la mattina presto è passato un reggimento dei Carabinieri, Angela che era già presente prima dell’orario di scorta, li aveva accolti; è un via vai di famiglie, di piccole comitive di amici che vogliono dare un saluto a Paolo, ai suoi ragazzi. Sono già le 13, la mattina è passata senza che ce ne accorgessimo.

Il pomeriggio lo dedichiamo a conoscerci meglio, ne sentiamo il bisogno per consolidare quel senso di appartenenza che si è fatto strada già da qualche mese. Davide, con una scioltezza formidabile, si racconta, il suo impegno civico trasuda da ogni episodio, il suo servizio per l’iniziativa della Scorta della memoria è a tempo pieno e necessario per la buona riuscita di ogni giornata. Alessandra mi rivela la Palermo che non ho visto, ognuno dona una parte di sé e lascia il segno; sono i ragazzi palermitani della Scorta della Memoria, i ragazzi della Casa di Paolo, i City Angels, sentinelle del mattino e della sera, perseveranti nella difesa della pace, dispensatori di amore e di speranza, mai rassegnati al fatalismo dei più maturi.

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Il sogno di Paolo prende forma, lui che voleva cambiare una città che amava ma che non gli piaceva; la presenza di Paolo è in questo albero catalizzatore di vita, Paolo “è” questo olivo voluto dalla sua mamma e fatto venire appositamente dalla Palestina, carico di significati simbolici e spirituali. L’olio, il frutto dell’olivo, usato in antico per illuminare, per produrre unguenti, prezioso nettare per preparare e rafforzare i corpi degli atleti e dei lottatori, che ben unti sfuggivano alla presa dell’avversario. Olio che purifica, olio che prepara le salme, che consacra un uomo alla regalità, pregevole simbolo della Spirito Santo per i credenti dal Battesimo fino all’unzione degli infermi.

Sono intanto le 18, la scorta finisce, ci attardiamo nel salutarci, ci voltiamo verso il castello Utveggio al calar della sera, sappiamo che per tutto il giorno amorevoli occhi hanno vegliato su di noi. Sono occhi struggenti e stanchi di un uomo che vorrebbe essere tutti i giorni sotto questo albero, sono gli occhi di un fratello che per anni aveva perso la forza di parlare, la voglia di lottare infrangendo la promessa fatta all’anziana madre. Si tratta di un uomo che ha avuto la forza di resistere, di sollevarsi, di gridare, di combattere per amore di suo fratello Paolo, per amore di quei giovani che vogliono respirare aria pulita, per amore di Agostino, Emanuela, Eddi, Claudio, Vincenzo; è la voce di una tragedia antica, che ho imparato a conoscere, che quando interviene alterna parole e silenzi, capace da farti rivivere intensamente lo stato emozionale del momento che ricorda, liberando le parole in un percorso catartico che trasforma noi che lo ascoltiamo e lui stesso che si rigenera.

 

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