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	<title>Falcone Archivi - 19luglio1992.com</title>
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		<title>Le bastonate della vigliaccheria (l&#8217;agguato a Francesco Coco)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Carbone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jul 2022 20:08:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Le vostre lettere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Giuseppe Carbone Roccabernarda, è un paesino arroccato in uno sperone di roccia in provincia di Crotone, in questo piccolo centro calabrese, un coraggioso ex&#8230;</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-34580 alignleft" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2022/07/Sindaco-aggredito-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2022/07/Sindaco-aggredito-300x225.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2022/07/Sindaco-aggredito-20x15.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2022/07/Sindaco-aggredito.jpg 656w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di Giuseppe Carbone<br><br><strong>Roccabernarda</strong>, è un paesino arroccato in uno sperone di roccia in provincia di Crotone, in questo piccolo centro calabrese, un coraggioso ex Sindaco, <strong>Francesco Coco</strong> di 73 anni, consigliere provinciale ed ex Maresciallo dei Carabinieri, si trova ricoverato in ospedale in prognosi riservata a causa di una carica di bastonate, proprio così, una carica di <a href="https://www.lacnews24.it/cronaca/aggredito-a-colpi-di-bastone-l-ex-sindaco-di-roccabernarda-francesco-coco-e-grave_157073/">bastonate che lo ha ridotto in fin di vita</a> in una spedizione punitiva in piena notte dell’11 luglio u.s.<br><br>La sua colpa? Essere un attivista antimafia, volere il bene di una Regione travagliata da un cancro ormai in metastasi, la ‘ndrangheta.<br>La tragicità del fatto è che a tendergli un agguato in puro stile mafioso e vigliacco, sono stati due ragazzi minorenni, vigliacchi patentati, incappucciati ed anche imbecilli perché sono stati, fortunatamente, acciuffati dopo aver tentato la fuga nelle campagne circostanti. <br>Uno dei ragazzi, secondo le cronache, è il figlio di un cosiddetto “boss” della ‘ndrangheta locale, due “ragazzi” malavitosi, talmente vigliacchi d’aver aggredito l’uomo alle spalle.<br><br>Cosa è stata questa spedizione punitiva? Una messa in prova dei due giovani per completare il rito di affiliazione alla ‘ndrina? Una lezione che faccia da esempio agli altri del paese affinché imparino a piegare la testa? Una “lectio magistralis” ‘ndranghitista? Una stupida terroristica mascalzonata?<br>Probabilmente tutto questo messo insieme per punire un <strong>Uomo</strong>, non a caso con la <strong>“U”</strong> maiuscola, da anni impegnato con le sue battaglie contro le mafie e quindi contro le cosche del territorio. <br>Talmente impegnato <strong>Francesco Coco</strong>, da indurlo anche ad incatenarsi davanti alla Prefettura per protesta contro le ‘ndrine del territorio e la passività dello <strong>s</strong>tato, appositamente scritto la<strong> “s”</strong> minuscola. <br>Il buon senso suggerirebbe l’arresto sino alla definitiva condanna dei rei; invece, il buon senso in Italia non esiste, perché dopo aver condotto un’operazione in stile “Arancia meccanica”, secondo l’agenzia ANSA, NON è stato adottato alcun provvedimento nei confronti dei due diciassettenni indagati per l’aggressione. <br>Se lo sfortunato non avesse avuto la forza di chiedere aiuto alla moglie, sarebbe morto!<br><br>Una normativa del Codice penale italiano, in materia di giustizia minorile, che andrebbe sicuramente rivista e riscritta completamente.<br>Se questo non accadrà, lo stato italiano si renderà complice delle mafie, aiutando le ‘ndrine ad “allevare” i suoi “piccoli” in un vivaio protetto dalle istituzioni!<br>Cos’ha in mente lo Stato? Ha, oppure non ha la voglia di sgominare le mafie dal nostro territorio? <br><br>Quali sono i “guadagni” che le ‘’ndrine portano allo stato se si rede complice? <br><strong>Servono risposte immediate e concrete</strong>, non solo parole <strong>(peraltro mai pronunciate!)</strong> di lotta alla mafia!<br>Procuratori come <strong>Nicola Gratteri</strong> che, caparbiamente, da una vita mette sotto scacco la ‘ndrangheta, ha bisogno d’aiuto!<br>La ministra Cartabia, se ne avesse la volontà, DOVREBBE chiedere a chi opera sul campo di cosa hanno bisogno per fare meglio il loro lavoro. <br>Se e quando si attuano delle riforme, in qualsiasi campo, che sia la scuola, la sanità, la giustizia, i vari ministri dovrebbero avere l’umiltà di chiedere consigli a chi si occupa del settore e non attuare riforme secondo solo al proprio criterio e smisurato ego, oppure appoggiarsi ai cosiddetti “tavoli tecnici di consulenza degli esperti” capaci di produrre spese e non utili!<br><br><strong>Scusatemi, ho scritto di volontà ed umiltà, dimenticando che pochi le possiedono!</strong><br>Riprendendo <strong>Peppino Impastato</strong>, <em><strong>“La mafia è una montagna di merda!”:</strong></em><br>• <strong>Ai delinquenti</strong>, dato che non c’è nulla da recuperare, la nostra condanna assoluta, con l’augurio di marcire in galera!<br>• <strong>A Francesco Coco</strong> il nostro sostegno, il nostro appoggio morale, e la nostra solidarietà!<br>• <strong>Al Dott. Gratteri</strong> il nostro plauso, il nostro appoggio e la nostra incondizionata stima!<br>• <strong>Agli altri</strong> giudicheremo strada facendo.<br><br>La speranza? L’ha detta <strong>Paolo Borsellino</strong>: <em><strong>“Un giorno questa terra sarà bellissima!”</strong></em><br><br>Giuseppe Carbone <br>A.R. Liguria<br>Gruppo “Falcone Borsellino”.<br><br></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-34578" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2022/07/Roccabernarda-300x155.jpg" alt="" width="300" height="155" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2022/07/Roccabernarda-300x155.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2022/07/Roccabernarda-20x10.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2022/07/Roccabernarda.jpg 340w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-34579" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2022/07/roccabernarda412-300x190.jpg" alt="" width="300" height="190" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2022/07/roccabernarda412-300x190.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2022/07/roccabernarda412-20x13.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2022/07/roccabernarda412.jpg 616w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>2019 anno horribilis delle mafie. A Rancitelli sempre più violenze, si confermano infiltrazioni da Campania e Puglia, mafie dall’est e nigeriane. E tanto altro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Di Florio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Oct 2019 17:42:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I dati della recente classifica de Il Sole 24 ore sono l’ennesimo schiaffo a chi ancora crede alla favoletta dell’isola felice e di un Abruzzo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/2019-anno-horribilis-delle-mafie-a-rancitelli-sempre-piu-violenze-si-confermano-infiltrazioni-da-campania-e-puglia-mafie-dallest-e-nigeriane-e-tanto-altro/">2019 anno horribilis delle mafie. A Rancitelli sempre più violenze, si confermano infiltrazioni da Campania e Puglia, mafie dall’est e nigeriane. E tanto altro</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I dati della recente classifica de Il Sole 24 ore sono l’ennesimo schiaffo a chi ancora crede alla favoletta dell’isola felice e di un Abruzzo tranquillo, pulito, senza mafie. E dove pure se personaggi in odor di mafia arrivano non c’è problema. Le quattro province abruzzesi sono tra le prime 15 nella classifica delle 106 province italiane per usura, con L&#8217;Aquila addirittura sul podio in terza posizione, Teramo al quarto posto, Chieti al nono e Pescara al quindicesimo. E poi per lo spaccio di droga Pescara, per esempio, è al decimo posto e per estorsione all’ottavo. Tutto questo in una Regione dove nel super carcere aquilano sono presenti il maggior numero di detenuti al 41 bis. Un regime sulla cui tenuta negli ultimi mesi si sono registrati allarmanti prese di posizione dei sindacati penitenziari. Ad agosto scorso la Uil Penitenziari ha scritto al prefetto di Sulmona sulla situazione del locale super carcere, chiedendo la massima attenzione ai rischi di “<em>infiltrazioni mafiose, perché con l’apertura da marzo 2020 del nuovo padiglione, bisognerà verificare – stante il conseguente aumento che ne deriverà di familiari e loro accompagnatori i quali avranno accesso ai colloqui e quindi al comprensorio – se gli organici delle restanti forze armate insistenti nel territorio interessato siano sufficienti a contrastare l’eventuale effetto collaterale determinato dallo status posseduto da queste persone delle quali sarebbe opportuno valutare la possibile digressione criminale</em>”. Una realtà che non è solo sulmonese, negli anni ci sono stati vari casi (basti pensare al vastese, come ricordato anche nei mesi scorsi), di personaggi in odor di mafia, camorra o ‘ndrangheta giunti in Abruzzo e che hanno coltivato qui&nbsp; interessi criminali.</p>
<p><strong>Violenza, mafia e spaccio da Rancitelli alle curve</strong></p>
<p>Le minacce in stile mafioso ricevute dal consigliere regionale <strong>Domenico Pettinari</strong> sono solo l’ultimo grave episodio a Rancitelli. Al momento in cui questo testo viene scritto, la probabilità che quando sarà stato pubblicato già altri ne siano avvenuti, è più che alta. Una minaccia legata al sit in a Rancitelli sabato scorso che ha disturbato e ostacolato il traffico di droga, fiorente a tutte le ore. Dopo l’aggressione a due troupe televisive, le gang dello spaccio e della violenza criminale si sentono sempre più forti e prepotenti. In una zona della città dove sono vertiginosi i numeri dello spaccio, delle violenze, del racket delle case abusive, della prepotenza in stile mafioso che spadroneggia. E’ ora di dire basta! Non è accettabile che possano esistere zone franche, luoghi dove dominano i clan, dove la legalità e il diritto vengono quotidianamente schiacciati da criminalità, violenze, prepotenze, minacce. Clan ben conosciuti e con contatti fuori regione, dalla Campania alla Capitale. Dove molti sono imparentati o comunque collegati con i Casamonica e i loro affiliati. Un clan di oltre mille appartenenti con i parenti di altre “famiglie” come Spada, Spinelli, Di Silvio e De Rosa. Cognomi che, in larga parte, riconducono all’Abruzzo dove fino al vastese sono praticamente egemoni nei traffici di droga e non solo. E non sono l’unico contatto emerso quest’anno tra i clan del “Mondo di Mezzo” capitolino e l’Abruzzo. Fabrizio Piscitelli, Il re della droga cresciuto in quella “terra di mezzo” di mafiosi, colletti bianchi, ex Banda della Magliana e neofascisti e che ha sfruttato anche lo stadio per affermarsi, nella giornata nera (perché è comune a queste ed altre tifoserie dove camorra, ‘ndrangheta e spaccio di droga sono presenti – dalle milanesi ad entrambe le romane a quella juventina – anche la radice eversiva politica neofascista) al Divino Amore, è stato omaggiato anche da un gruppo di <strong>Chieti</strong>. La stessa città dove la maxi operazione “<strong>Tallone d’Achille</strong>” ha colpito un potente traffico di droga fiorito anche nell’ambiente “<strong>ultras</strong>”. Così come la recente inchiesta (che segue altre degli anni precedenti) sulla presenza egemonizzante e violenta della ‘ndrangheta nella curva della Juventus (e il tentato attentato a Federico Ruffo di Report l’anno scorso è indicativo della pericolosità violenta) ha visto coinvolto l’Abruzzo.</p>
<p><strong>Basta chiacchiere, concreta lotta alla mafia davanti all’avanzare del cancro mafioso</strong></p>
<p>Il 2019 si sta rivelando anno horribilis e svelando, una volta di più, la presenza radicata delle mafie e della criminalità organizzata nella Regione. E’ ora che le istituzioni e la “società civile” ne prendano definitivamente cosciente. E non si accontentino di vuote e retoriche cerimonie in nome di Falcone, Borsellino e altre persone assassinate dalle mafie. Ma si abbia il coraggio di una vera antimafia, quotidiana, che non si accontenti di facciate e chiacchiere.</p>
<p>Nelle prime settimane del 2019 una corposa operazione ha interessato le rotte del traffico di droga dalla Puglia al vastese. Una nuova maxi operazione contro i clan a Bari ha coinvolto, insieme a Roma ed altre città, anche Chieti. Un traffico internazionale, quello sulla direttiva Albania-Puglia-Vasto, al centro da anni di molte inchieste. In un territorio crocevia negli anni di clan camorristici e di ‘ndrangheta, e dove è sterminato l’elenco delle operazioni contro il traffico nazionale e internazionale di stupefacenti. Ma i nomi, e soprattutto i cognomi, sono sempre gli stessi. Oltre i Pasqualone, i Cozzolino, i Ferrazzo sono sempre esponenti delle famiglie già citate. L’unica variazione è che solo l’anno scorso, per la prima ed unica volta finora, è comparso anche il cognome del clan egemone ad Ostia.</p>
<p>All’inizio di luglio è stato disposto a Roma il sequestro di 120 milioni alla&nbsp; ndrangheta. Una maxi operazione che ha coinvolto anche l’Abruzzo, con sequestri immobiliari a Rocca di Cambio nella provincia aquilana. Un mese dopo, sempre nella stessa provincia, è stata sequestrata una fabbrica che lavora legname. E ad inizio settembre una maxi operazione dei carabinieri ha stroncato un vasto giro di caporalato in agricoltura. Una piaga criminale documentata e accertata da anni. E comune a tutta la Regione, dal vastese (dove non è molto remota nel tempo un’inchiesta a Cupello) a L’Aquila. Dove si è arrivati a documentare il caporalato anche nei cantieri della ricostruzione post terremoto. Secondo l’ultima Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, allegata alla Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, il suo peso in Abruzzo è del 16,5%, quasi 3 punti superiore alla media nazionale. Nella voce “economia non osservata” sono comprese l’evasione, i pagamenti in nero e lo sfruttamento illegale del lavoro.</p>
<p><strong>La tratta della schiavitù sessuale su tutta la costa</strong></p>
<p>E’ doveroso ricordare quanto emerso nel teramano a luglio. Quando le forze dell’ordine hanno posto fine ad un terribile sfruttamento della prostituzione, una disumana tratta di ragazze sfruttate, violentate, costantemente minacciate. Un turpe e disumano sfruttamento della schiavitù sessuale quotidianità dalla cosiddetta “<strong>bonifica del tronto</strong>” (già nel 2010 “<strong>Sahel</strong>”, una delle principali operazioni nazionali contro le mafie nigeriane e lo sfruttamento della schiavitù sessuale coinvolse Abruzzo, Marche e Puglia a ennesima dimostrazione di quanto sono forti le connessioni criminali tra la nostra Regione e la Puglia) a San Salvo Marina. Nelle scorse settimane è stato arrestato <strong>Ion Magurean</strong>, 39 anni, al vertice di un’organizzazione che sfruttava giovani connazionali rumene, anche minorenni, reclutate nel Paese d’origine e condotte in Italia.&nbsp; arrestato anche in applicazione dell’ordinanza di custodia in carcere firmata dal Tribunale di Pescara per un giro di prostituzione sulla riviera nord della città adriatica, all’esito di un’attività investigativa condotta dai carabinieri della compagnia di Montesilvano. Sfruttamento della prostituzione anche minorile, in un territorio tra Montesilvano, Pescara e Francavilla dove tra strade e appartamenti la criminale tratta è più che fiorente, già segnalata anche nella “Relazione sull’attività delle forze di polizia, sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata” (<a href="http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/328810.pdf">http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/328810.pdf</a> ) relativa al 2015, comunicata alla Presidenza del Senato il 4 gennaio 2017. Nella quale il porto di Pescara viene definito “<em>il più importante dell’Abruzzo e per i suoi accresciuti scambi commerciali con i Paesi dei Balcani occidentali costituisce uno snodo cruciale per i traffici di sostanze stupefacenti e di esseri umani</em>”&nbsp; e si pone l’attenzione sul richiamo dell’intera provincia per “<em>sodalizi mafiosi interessati al reinvestimento di capitali illecitamente accumulati</em>”. Tra le attività criminali vengono segnalate nel rapporto spaccio di stupefacenti, corse clandestine dei cavalli, gioco d’azzardo, truffe, estorsioni, usura, tratta di esseri umani, sfruttamento della “<em>manodopera clandestina</em>”. E appunto sfruttamento della prostituzione anche minorile.</p>
<p><strong>Due presenze da attenzionare, una su cui appare naturale preoccuparsi</strong></p>
<p>Tutto questo nella regione in cui nel 1989 fu sventato un tentativo di attentato a Giovanni Falcone, dove è in buen ritiro <strong>l’ex ispettore Paolilli</strong>, legato ai depistaggi sull’assassinio di <strong>Nino D’Agostino</strong> e il mancato attentato all’Addaura a Giovanni Falcone e che ancora oggi avrebbe probabilmente molto da chiarire e dichiarare davanti la giustizia. Dove un anno e mezzo è sbarcato, prima nella casa lavoro di Vasto e poi in una fattoria “parrocchiale” a Casalbordino, il terzogenito di Totò Riina. Già condannato a 8 anni per associazione mafiosa, che da sempre&nbsp; rivendica e continua a pubblicizzare il cognome di famiglia che sbandiera orgoglioso (dalla famosa ospitata a Porta a Porta fino alla frenetica attività social dei mesi scorsi, non si può dimenticare l’asta per la cover per cellulari con il suo libro scaduta pochi minuti prima dell’anniversario della strage di via D’Amelio), e allontanato da Padova per la frequentazione con alcuni spacciatori locali. Ora non ha più nessuna misura restrittiva ma lo sconcerto per le sue dichiarazioni sul padre, per quanto esternato sui social e dubbi e perplessità su quale potrebbe essere la “nuova” vita sociale, e con chi potrebbe avere contatti e frequentazioni, sorgono. Senza dimenticare che, secondo intercettazioni rese note nei mesi scorsi dalla Procura di Agrigento (ma ad oggi non risulta nessun addebito sulla sua persona), un ex recluso nella Casa Lavoro di Vasto (l’anno scorso, quando alcuni beatificatori del figlio di Totò Riina erano già in azione) sostiene di aver ricevuto da lui un pizzino in cui con indicati due nomi. Nell’intercettazione resa nota colui che gli inquirenti avevano arrestato con l’accusa di essere il nuovo capomafia di Licata esclama “quello è un ragazzo che ci scappelliamo tutti” (davanti a quel ragazzo ci togliamo tutti il cappello).</p>
<p><strong>La grave crisi ambientale dei rifiuti nel vastese e tante ombre da dipanare</strong></p>
<p>In conclusione non si può che tornare su quanto sta accadendo a Valle Cena e sul fronte dei rifiuti nel vastese. Anche se i confini geografici sembrano altamente superati: nell’inchiesta della Procura vengono attenzionati soprattutto i conferimenti di rifiuti da ditte campane, pugliesi e laziali. E fino alla bocciatura &#8211; resa nota e commentata solo da Comitato Difesa Comprensorio Vastese, Forum H2O e SOA, e su questo ci sarebbe di che riflettere – era clamorosamente in piedi il progetto di nuova discarica. Proposta dal gestore della terza vasca Civeta (quella sotto sequestro) ma che non avrebbe servito il territorio … Come già scritto e ribadito, in altri territori, situazioni di grave emergenza ambientale hanno portato in piazza migliaia e migliaia di persone, mobilitato in massa la società civile. Qua invece, escluso il Comitato Difesa Comprensorio Vastese (al quale attivisti delle nostre associazioni hanno aderito e vi sono attivi), quasi nessuna traccia di tutto ciò. In occasione del primo incendio di quest’anno il Comitato denunciò quello che definì “un avvertimento in stile mafioso”. Un efficace lettura della situazione giunge non da chi di dovere, e neanche da tanti più o meno autoproclamati o presunti (ma ben considerati negli alti livelli mediatici e “politici”) ambientalisti o antimafia, ma da Pinuccio di Striscia la Notizia. Questi alcuni passaggi del suo post su facebook. “<em>è il quinto incendio in tre anni che si innesca dalla discarica. Questo tra i cinque, poi, sembra tra quelli più gravi, con lingue di fuoco altissime che durante tutta la notte hanno incenerito diversi metri cubi di &#8216;monnezza&#8217;, sprigionando fumi che sicuramente non fanno bene alla salute. Quello delle discariche che vanno a fuoco da sole è un problema che siamo ormai abituai ad ascoltare quasi quotidianamente. I numeri ci dicono che dal 2014 fino alla fine del 2018 ben 136 impianti di trattamento rifiuti sono andati a fuoco e tra questi 31 discariche. Poi ci sono tutti i casi del 2019 che, seguendo le cronache, sono veramente tanti. La storia del Civeta inoltre ha altri contorni che si tingono di giallo, a partire dal fatto che il sito è oggetto di un sequestro giudiziario e che l&#8217;azienda che lo gestisce, sotto la quale sono avvenuti 3 dei 5 incendi, è controllata dagli stessi personaggi che in Puglia gestiscono discariche che ogni tanto vanno a fuoco, come successo a Deliceto (Fg) a luglio di quest&#8217;anno. La domanda che mi pongo è come un impianto che dovrebbe rispettare tutti gli standard di sicurezza possa andare a fuoco</em>”. &nbsp;Ricorda già molto, se non quasi tutto. E tanti interrogativi, indignazione, frustrazione sono sul tappeto. Prima questione, come già ha ampiamente documentato il Comitato in questi mesi: puzza, odori forti, già sono – acclarato in medicina, giurisprudenza e dottrina giuridica – sono fonte di malessere e già da loro bisogna tutelare la salute pubblica. Non c’è bisogno di una nuova Seveso o una nuova Bhopal perché chi di dovere si debba muovere … Tanti interrogativi cadono nel silenzio, sindaci che lanciano crociate per concerti e simili tacciono da sempre, il Comitato e solo un altro movimento politico incalzano da mesi su videosorveglianza, monitoraggio dell’aria e altro. Riportarli tutti è impossibile. Ma alcune domande, riprendendo anche quel che scrive Pinuccio sulle discariche pugliesi con lo stesso gestore (assunto alle cronache nazionali per un “dolce” fatto di cronaca…), dovrebbero dominare su tutto “perché il consorzio si trova in questa situazione?&nbsp; Perché c’è un gestore privato e come hanno fatto a caricarsi un personaggio con il curriculum che ha? Perché e cosa hanno portato aziende di altre regioni (soprattutto campane …), di cui si trovano notizie che non fanno stare troppo tranquilli cercando sul web?</p>
<p><em><strong>Alessio Di Florio</strong></em><strong><br />
</strong><em>Associazione Antimafie Rita Atria</em><strong><br />
</strong><em>Movimento Agende Rosse “Paolo Borsellino – Giovanni Falcone” Abruzzo</em><strong><br />
</strong><em>PeaceLink Abruzzo</em></p>
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		<title>Abruzzo, da Rancitelli al vastese non smettiamo mai di aprire gli occhi su mafie e non solo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Di Florio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Sep 2019 09:00:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Parlate della mafia” è stato uno dei moniti più importanti di Paolo Borsellino. L’anniversario di Via D’Amelio è passato da due mesi e, in attesa&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“<em>Parlate della mafia</em>” è stato uno dei moniti più importanti di <strong>Paolo Borsellino</strong>. L’anniversario di Via D’Amelio è passato da due mesi e, in attesa della prossima commemorazione, le sue parole in terra d’Abruzzi sono state ancora una volta messe da parte. E’ la dinamica di sempre, ad ogni latitudine, che si ripete sempre uguale. Ma a cui è sbagliatissimo arrendersi. Nell’ultima intervista, poche ore prima di essere assassinato, <strong>Pasolini</strong> disse che battendo sempre sullo stesso mattone la casa crolla. E allora, contro ogni dinamica, contro l’ineluttabile che non lo è, continuiamo a battere su questo mattone e a denunciare. Come, per esempio fanno <strong>don Max</strong> e pochi coraggiosi a <strong>Rancitelli</strong> che nelle scorse settimane ha definito la situazione del quartiere pescarese “<em>grave come un tumore al cervello</em>”. Poco tempo prima, audito da una commissione comunale insieme con la presidente dell’associazione “<em>Per una nuova Rancitelli</em>”, ha descritto la mappa di criminalità e degrado.* A fine agosto la stampa abruzzese ha riportato la notizia di diversi blitz delle forze dell&#8217;ordine evidenziando che da inizio anno (a 4 mesi abbondanti dalla fine dell’anno) erano stati almeno 107 gli arresti nelle zone “calde” della città. Rancitelli è uno dei centri nevralgici, uno degli hub del narcotraffico e delle mafie locali, i cui tentacoli arrivano nelle periferie (e anche nei “salotti bene”) di altre città, fino alla Vasto dove si sono incrociati negli anni camorristi campani, mafia foggiana (nel dicembre scorso una maxi operazione ha interessato la provincia di Foggia e il vastese, mentre un mese dopo, in prima serata televisiva, in un documentario sulla mafia albanese si è fatto riferimento alla rotta del narcotraffico che arriva a Vasto), turpi appetiti locali e gli stessi clan di Pescara, Ostia, Roma. Perché tra l&#8217;Abruzzo e Mafia Capitale i legami, di sangue e crimine, sono fortissimi. Il re della droga, cresciuto in quella “terra di mezzo” di mafiosi, colletti bianchi, ex Banda della Magliana e neofascisti e che ha sfruttato anche lo stadio per affermarsi e che partecipò alla “cordata” che arrivò a minacciare il presidente della Lazio, in quella giornata nera al Divino Amore, è stato omaggiato anche da un gruppo di <strong>Chieti</strong>. La stessa città dove la maxi operazione “<strong>Tallone d’Achille</strong>” ha colpito un potente traffico di droga fiorito anche nell’ambiente “<strong>ultras</strong>”.</p>
<p>Tanti sono i “legami” tra l’Abruzzo e clan delle altre regioni. Il 9 settembre scorso un blitz della DDA di Napoli ha arrestato 12 personaggi legati al <strong>clan D’Alessandro</strong>, uno dei coinvolti si trovava a Giulianova. Ma non è stata la prima volta che il clan D’Alessandro s’intreccia con l’Abruzzo: l’anno scorso ci fu un maxi blitz sempre contro il traffico di stupefacenti tra le province di Napoli e L’Aquila, nell’ottobre 2010 emerse che avevano progettato di assassinare un “rivale” che si era stabilito nel pescarese. I <strong>Casamonica</strong> partirono da Pescara (e dalla loro partenza iniziò l&#8217;ascesa dei Ciarelli) e dal Molise alla conquista di Roma, i Tredicine e i Fasciani hanno origine abruzzese, varie famiglie protagoniste da anni e anni della cronaca criminale di questa Regione appartengono alla galassia dei Casamonica e vi sono legati sulle rotte del narcotraffico. Dopo l&#8217;aggressione di <strong>Spada</strong> (e sottolineo ancora una volta: una Spada poco più di un anno fa è stata arrestata in questo territorio) a Piervincenzi in quel di Ostia ci fu una reazione potente. A Febbraio <strong>Daniele Piervincenzi</strong> e <strong>David Chierchini</strong> sono stati aggrediti nel &#8220;Ferro di cavallo&#8221; a Rancitelli. Tanti silenzi, più o meno imbarazzati e interessanti, e nessuno lo ricorda più. La stessa violenza che pesta a sangue chi non accetta l&#8217;arbitrio violento, che minaccia chi disturba o non si piega al racket degli alloggi abusivi. E&#8217; la denuncia del Sunia ormai datata nel tempo ma che ben pochi hanno ascoltato.**</p>
<p>Nel teramano a luglio le forze dell&#8217;ordine hanno posto fine ad un terribile sfruttamento della prostituzione, una disumana tratta di ragazze sfruttate, violentate, costantemente minacciate. E che ci siano di questi turpi e disumani sfruttamento della schiavitù sessuale – ed è quotidianità dalla cosiddetta “<strong>bonifica del tronto</strong>” (qui un documentario televisivo andato in onda in prima serata sul contrasto allo sfruttamento della prostituzione da parte delle <strong>mafie nigeriane</strong> <a href="https://it.dplay.com/nove/sirene/stagione-1-episodio-2-operazione-mafia-nigeriana/">https://it.dplay.com/nove/sirene/stagione-1-episodio-2-operazione-mafia-nigeriana/</a> &nbsp;mentre già nel 2010 “<strong>Sahel</strong>”, una delle principali operazioni nazionali contro le mafie nigeriane e lo sfruttamento della schiavitù sessuale coinvolse Abruzzo, Marche e Puglia a ennesima dimostrazione di quanto sono forti le connessioni criminali tra la nostra Regione e la Puglia) al confine col Molise – dovrebbe sconvolgere, indignare e smuovere ogni coscienza.</p>
<p>Tutto questo nella regione dove per anni gente come <strong>Pasqualone </strong>(nonostante già nel 1994 fosse citato nella relazione parlamentare tante volte riportata in questi anni), <strong>Cozzolino</strong>, <strong>Ferrazzo</strong> nel vastese hanno potuto insediarsi, consolidarsi e costruire vere e proprie organizzazioni dedite a intimidazioni e spaccio. Dove a <strong>Francavilla</strong> si era insediato e consolidata una vera e propria &#8216;ndrina capeggiata da <strong>Cuppari</strong>. Dove le “ombre” sulle morti di <strong>Alessandro Neri</strong> (e proprio indagando sulla sua morte violenta l&#8217;anno scorso ci fu un maxi blitz contro la malavita pescarese) e <strong>Roberto Straccia</strong>. E&#8217; questa sempre la stessa Regione dove le indagini sull&#8217;assassinio dell&#8217;avvocato Fabrizi provocarono terremoti giudiziari che arrivarono fino alla gestione rifiuti nella punta meridionale della Regione. E a Ferrazzo, Cozzolino e Pasqualone si potrebbero aggiungere altri nomi di ex collaboratori di giustizia, boss ai domiciliari o in &#8220;esilio&#8221; e simili che &#8211; giunti in Abruzzo &#8211; nel silenzio e nell&#8217;omertà &#8211; hanno fatto fiorire i loro sporchi affari criminali. Nel silenzio finché non sono intervenute inchieste giudiziarie. E&#8217; questa la Regione che ha accolto (pare ora si sia allontanato da oltre un mese, per mesi e mesi) uno dei rampolli di <strong>Totò Riina</strong>, a cui è stato revocato ogni provvedimento restrittivo il giorno precedente il compleanno di <strong>Falcone</strong> (compleanni, il suo e quella della madre <strong>Bagarella</strong> pare ampiamente festeggiati qui in loco) con un provvedimento che ha stupito persino il suo avvocato, il giorno dell&#8217;anniversario della strage di Via D&#8217;Amelio (meno di mezz&#8217;ora prima dell&#8217;esplosione che assassinò il giudice Borsellino e la sua scorta) chiuse l&#8217;asta online per la cover per cellulari con la copertina del suo libro. Quello del “padre amorevole” e della sua bella famiglia, in cui racconta che è cresciuto senza il suo caro babbo, dispiaciuto di non aver potuto neanche ricevere da lui una carezza. Le stesse cose che disse nella famigerata intervista da Bruno Vespa. E&#8217; questa la Regione dove nel 1989 fu sventato un tentativo di attentato a Giovanni Falcone, sul quale si allega lo stralcio di un articolo de La Stampa dell’epoca. Dove è in buon ritiro <strong>l’ex ispettore Paolilli</strong>, legato ai depistaggi sull&#8217;assassinio di <strong>Nino D&#8217;Agostino</strong> e il mancato attentato all&#8217;Addaura a Giovanni Falcone. Su di lui un appello, che nell’occasione si rilancia, e una circostanziata nota è stata pubblicata dallo storico attivista abruzzese del Movimento delle Agende Rosse Massimiliano Di Pillo <a href="https://www.facebook.com/dipillomassimiliano/photos/a.679834422075466/2438696892855868/?type=3&amp;theater">https://www.facebook.com/dipillomassimiliano/photos/a.679834422075466/2438696892855868/?type=3&amp;theater</a> .</p>
<p>E in conclusione un&#8217;ultima domanda sul silenzio, sull&#8217;omertà e l&#8217;incoscienza. In altri territori vicende di grave devastazione ambientale criminale hanno portato in piazza migliaia e migliaia di persone, mobilitato in massa la società civile. Sono stati denunciati ampiamente colletti bianchi, politici corrotti e conniventi, camorristi e ndranghetisti. Qui abbiamo una discarica sequestrata dove è ormai ampiamente acclarato che hanno sversato imprese di ogni tipo, da grandi e piccoli scheletri nell&#8217;armadio, ditte che sono state accostate anche al re dell&#8217;<strong>ecomafia</strong>, ditte accusate di gravi fatti ambientali in <strong>Campania</strong> e altrove. E tutto gira intorno ad un personaggio che ha ampiamente animato la cronaca nazionale e <strong>pugliese</strong>.</p>
<p><strong><em>Alessio Di Florio</em></strong><strong><br />
</strong><em>Associazione Antimafie Rita Atria</em><strong><br />
</strong><em>Movimento Agende Rosse “Paolo Borsellino – Giovanni Falcone” Abruzzo</em><strong><br />
</strong><em>PeaceLink Abruzzo</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* “<em>Sotto il Ferro di Cavallo c’è un viavai costante di tossicodipendenti che fanno la fila per comprare la dose; ai Palazzi Clerico si spaccia cocaina, e si vede anche dalle belle auto che sfilano; dall’altro lato c’è il mercato dell’eroina aperto h24. Veniamo poi al comparto adiacente i Palazzi Clerico e dove c’è un accampamento di tossicodipendenti stanziali, inutile sgomberarlo, tornano dopo pochi minuti. La via Tiburtina è diventata la nuova ‘via della prostituzione’, le ragazze lavorano per quelli che spacciano droga. Via Lago di Capestrano è militarizzata dalla criminalità con due Circoli privati e un bar, nati all’interno di spazi al pianterreno di proprietà dell’Ater non si sa in base a quale bando o graduatoria. In via Lago di Borgiano ci sono altri accampamenti e in via Sacco c’è un’infinità di ruderi e terreni abbandonati, anch’essi occupati da tossicodipendenti. Stessi problemi in via Nora, via Trigno, via Tronto e via Alpi</em>”. Un sistema definito al termine dell&#8217;audizione “<em>mafioso</em>” <em>all’interno di “una bomba sociale con gruppi organizzati che gestiscono uno spaccio controllato di droga: a ridosso dei Palazzi Clerico si spaccia cocaina; all’interno del Ferro di Cavallo c’è la fila ventiquattro ore su ventiquattro per la vendita di eroina; a ridosso dei ruderi ci sono almeno 4 accampamenti con tossicodipendenti stanziali e in via Tiburtina dilaga la prostituzione di giovani che poi usano i soldi sempre per comprare droga</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>**Uno stato d’assedio con gang che “<em>si fanno la guerra per spartirsi il territorio</em>”, “<em>bande di soggetti che girano armati di coltelli e pistole, che spacciano droga, minacciano e picchiano le donne del quartiere che osano ribellarsi. Squarciano gli pneumatici delle auto, su cui versano a sfregio barattoli di vernice colorata</em>”, occupazione abusiva di alloggi “<em>presi con la forza e le minacce ai residenti: se non ve ne andate, bruciamo le case. Dentro gli appartamenti vuoti, vengono lasciati a guardia i pitbull. Gli alloggi vengono poi rivenduti, da questi soggetti ai disperati, per cifre che vanno dai 600 ai 2000 euro</em>”. I residenti, denunciarono gli esponenti del <strong>Sunia</strong>, vivono “<em>nel terrore</em>” di “<em>gente che si accoltella</em>” e va “<em>in giro armata di pistola, che controlla un giro di prostituzione e pedofilia, che si rivendono tra di loro gli appartamenti da occupare a 6-700 euro l’uno</em>”.</p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
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		<title>Abruzzo, ricordiamo Paolo Borsellino e Rita Atria aprendo gli occhi e denunciando ogni mafia</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/abruzzo-ricordiamo-paolo-borsellino-e-rita-atria-aprendo-gli-occhi-e-denunciando-ogni-mafia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Di Florio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jul 2019 17:45:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene” è stato uno dei più importanti moniti di Paolo Borsellino. Parlare della mafia,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/07/xaggresrancitelli.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-19428 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/07/xaggresrancitelli-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/07/xaggresrancitelli-300x300.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/07/xaggresrancitelli-150x150.jpg 150w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/07/xaggresrancitelli-768x766.jpg 768w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/07/xaggresrancitelli-20x20.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/07/xaggresrancitelli.jpg 794w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>“<em>Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene</em>” è stato uno dei più importanti moniti di <strong>Paolo Borsellino</strong>. Parlare della mafia, fare nomi, cognomi, atti e fatti. <strong>Rita Atria</strong> scrisse che “<strong><em>prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c&#8217;è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi</em></strong><strong>”. </strong><strong>Quei modi “sbagliati” fatti di omertà, connivenze, silenzi, accettazione e assuefazione sono linfa vitale, complicità e il maggior alleato della mapolitica, della corruzione e del mondo di mezzo animato da </strong>violenza, intimidazioni, spaccio, estorsione, presenza oppressiva che rende pericoloso anche solo circolare in alcune zone dei paesi soprattutto in alcune ore<strong>. </strong>Non chiudere gli occhi ma anzi aprirli e farli aprire. Impegnarsi a svegliare le coscienze e ripudiare ogni “modo sbagliato”. Qualsiasi impegno contro le mafie e il malaffare, la criminalità e l’inquinamento del tessuto sociale non può che partire da qui. &nbsp;Nel 2019 sono bisogni impellenti anche in Abruzzo. E che siano una necessità vitale lo dimostra – ancora una volta – la cronaca recente. E allora, in quest’Abruzzo la cui cronaca è costantemente animata da inchieste e fatti che coinvolgono clan e affini, vogliamo ricordarli scrivendo e denunciando ancora una volta le mafie, le loro presenze e i loro sporchi traffici e violenze.</p>
<p>Questo mese di luglio è iniziato con la notizia del sequestro, disposto nella Capitale, di 120 milioni alla ndrangheta. Una maxi operazione che ha coinvolto anche l’Abruzzo, con sequestri immobiliari a Rocca di Cambio nella provincia aquilana. Ancora una volta, come varie volte negli anni (basti pensare che a Pizzoferrato oltre dieci anni fa furono sequestrati immobili riconducibili a “Sandokan” Schiavone), l’Abruzzo si rivela una delle regioni nelle quali le mafie investono e riciclano. Gli inquirenti hanno sottolineato, tra le caratteristiche del sodalizio criminale colpito, la “pervasività nel tessuto economico” e i “vincoli parentali tra loro intercorrenti che ne rafforzano oltremodo la coesione”. Una pervasività che, accostando ‘ndrangheta e Abruzzo, riporta all’operazione Design che nel febbraio 2017 sgominò l’oppressiva presenza dei Cupparo a Francavilla. All’alba del 21 febbraio 2017 fu colpita una rete di spaccio, usura e riciclaggio riconducibile alla ‘ndrangheta reggina tra Abruzzo, Lombardia, Campania e Calabria. Al vertice del sodalizio criminale i Cupparo, giunto a Francavilla nel 2009 dove stavano reinvestendo capitali di origine illecita. I proventi dello spaccio della droga venivano quindi, reimpiegati nell’acquisizione di attività commerciali – nel settore della raccolta di scommesse elettroniche e nella ristorazione – e in episodi di usura in danno di piccoli commercianti e imprenditori locali in difficoltà. I profitti venivano in parte reimpiegati in attività imprenditoriali in Calabria, come nel commercio di autoveicoli e nella realizzazione di villaggi turistici di grandi dimensioni.</p>
<p><strong>Il “Mondo di Mezzo” d’Abruzzo</strong></p>
<p>I vincoli parentali sono tra i punti di forza di clan come i principali di Roma e dintorni, Casamonica e Spada. Nei mesi scorsi sono usciti tre libri d’inchiesta sulle origini, l’ascesa e il dominio criminale delle due famiglie. Autori: <strong>Nello Trocchia, Floriana Bulfon e Federica Angeli</strong>. Nel libro “A mano disarmata” Federica Angeli denuncia come con la violenza gli Spada si impongano mentre intorno fioriscono omertà, paura e assuefazione alla loro presenza. Dal “ferro di cavallo” a Pescara (di cui ci siamo già abbondantemente occupati nel febbraio scorso dopo l’aggressione alla troupe RAI <a href="https://www.19luglio1992.com/sullaggressione-a-rancitelli-gia-sta-calando-loblio-per-labruzzo-e-piu-comodo-credere-ancora-allisola-felice-che-non-ce/">https://www.19luglio1992.com/sullaggressione-a-rancitelli-gia-sta-calando-loblio-per-labruzzo-e-piu-comodo-credere-ancora-allisola-felice-che-non-ce/</a> ) al vastese la cronaca ci riporta innumerevoli episodi, fatti e vita quotidiana con le stesse caratteristiche. Violenza, intimidazioni, spaccio, estorsione, presenza oppressiva che rende pericoloso anche solo circolare in alcune zone dei paesi soprattutto in alcune ore. Una realtà che vede protagonisti proprio famiglie imparentate, e in costante contatto, con i Casamonica. Nel “Ferro di Cavallo” la prima settimana di luglio è iniziata con l’accoltellamento di un senegalese, di cui è stato accusato un esponente della famiglia Spinelli – Valentino – già in passato al centro della cronaca nera. L’anno scorso ha violentemente aggredito un poliziotto al Pronto Soccorso e già nel 2011 fu arrestato con l’accusa di spaccio. Posto ai domiciliari dopo l’accoltellamento, Spinelli è stato nuovamente arrestato due giorni dopo per la sparatoria che ha portato al ferimento di due romeni. Alla base di entrambi questi episodi il traffico di droga a Rancitelli.</p>
<p>Nel libro “Casamonica – viaggio nel mondo parallelo del clan che ha conquistato Roma” (in ordine cronologico il primo uscito, ma le stesse dinamiche e gli stessi fatti sono riportati nell’intensa inchiesta di Floriana Bulfon ) Nello Trocchia, oltre a riportare nomi, fatti (come le connessioni e l’esser cresciuti all’ombra dell’ex cassiere della banda della Magliana Nicoletti) e inchieste, sottolinea un dato che riporta alle origini dei Casamonica e di altri criminali “re di Roma”: la galassia criminale imperniata sui Casamonica va oltre i suoi mille appartenenti e il loro impero romano, a partire da altre “famiglie” come Spada, Di Silvio e De Rosa. Cognomi che, in larga parte, riconducono all’Abruzzo. La Regione, insieme al Molise, da cui i Casamonica partirono per la Capitale. Così come sono originari dell’Abruzzo i Fasciani e i Tredicine. Ma non è solo una questione di origini e lontane radici. In realtà è cronaca nera anche degli ultimi anni, costantemente presente negli atti giudiziari e nella stampa abruzzese. La favoletta dell’Abruzzo isola felice, sanissima con al massimo qualche “problemino” dopo il terremoto (copyright tra gli altri dell’ultima ex presidente della Commissione Antimafia e di quella che dovrebbe essere la maggior associazione impegnata contro le mafie d’Italia), è costantemente smentita da almeno 20/30 anni. E dalla vera storia d’Abruzzo e dei suoi “mondi di mezzo”, fatti di usura, estorsione, sfruttamento della prostituzione, violenze continue, gli affiliati e alleati dei Casamonica sono da sempre tra i maggiori protagonisti). Nello Trocchia, oltre a riportare nomi, fatti (come le connessioni e l’esser cresciuti all’ombra dell’ex cassiere della banda della Magliana Nicoletti) e inchieste, sottolinea un dato che riporta alle origini dei Casamonica e di altri criminali “re di Roma”: la galassia criminale imperniata sui Casamonica va oltre i suoi mille appartenenti e il loro impero romano, a partire da altre “famiglie” come Spada, Di Silvio e De Rosa. Cognomi che, in larga parte, riconducono all’Abruzzo. La Regione, insieme al Molise, da cui i Casamonica partirono per la Capitale. Così come sono originari dell’Abruzzo i Fasciani e i Tredicine. Ma non è solo una questione di origini e lontane radici. In realtà è cronaca nera anche degli ultimi anni, costantemente presente negli atti giudiziari e nella stampa abruzzese. E della vera storia d’Abruzzo e dei suoi “mondi di mezzo”, fatti di usura, estorsione, sfruttamento della prostituzione, violenze continue, gli affiliati e alleati dei Casamonica sono da sempre tra i maggiori protagonisti.</p>
<p><strong>Le morti di Straccia e Neri e le possibili connessioni con il traffico di droga</strong></p>
<p>Già nel febbraio scorso abbiamo accennato alle denunce, già di oltre un anno fa, di Piervincenzi sul “ventre oscuro” di Pescara e degli sviluppi sulla morte del giovane Alessandro Neri. Sono passati mesi e nulla nella società “civile” si è mosso. Tutto passa nell’indifferenza generale. A novembre scorso è emerso un possibile collegamento tra gli arrestati di una maxi operazione antidroga e l’omicidio di Neri. Il ragazzo potrebbe essere stato ucciso, secondo la ricostruzione resa nota, al culmine di una lite per il mancato pagamento di una partita di droga, di cui si sarebbe fatto garante. La sua capacità di intavolare trattative di compravendita di ogni tipo, dalle aste alle auto, potrebbe aver indotto personaggi della criminalità locale a sfruttarla per la compravendita della partita che poi gli è costata la vita. Traffico di droga al centro di una pista anche per un altro omicidio avvenuto negli ultimi anni a Pescara, quello di Roberto Straccia. Archiviato ufficialmente come “non omicidio”, un investigatore privato incaricato dalla famiglia del giovane ha ipotizzato che potrebbe essere stato ucciso perché testimone di un traffico di droga nel porto di Pescara. Quel porto che nella “Relazione sull’attività delle forze di polizia, sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata” (<a href="http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/328810.pdf">http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/328810.pdf</a> &nbsp;) relativa al 2015, comunicata alla Presidenza del Senato il 4 gennaio 2017, venne definito “<em>il più importante dell’Abruzzo e per i suoi accresciuti scambi commerciali con i Paesi dei Balcani occidentali costituisce uno snodo cruciale per i traffici di sostanze stupefacenti e di esseri umani</em>” – e richiamo dell’intera provincia per “<em>sodalizi mafiosi interessati al reinvestimento di capitali illecitamente accumulati</em>”. Tra le attività criminali segnalate nel rapporto spiccano spaccio di stupefacenti, corse clandestine dei cavalli, gioco d’azzardo, truffe, estorsioni, usura, tratta di esseri umani, sfruttamento della prostituzione “<em>anche minorenni</em>”, sfruttamento della “<em>manodopera clandestina</em>”. Proventi di attività illegali, si legge ancora, “<em>vengono reinvestiti anche nell’acquisto di esercizi commerciali ed immobili</em>”.</p>
<p>La cronaca di questi giorni, come sottolineato all’inizio, ci riporta la notizia del sequestro alla ‘ndrangheta di 120 milioni. Esattamente due anni fa alla camorra fu sequestrato oltre il triplo. Nel luglio 2017 l’operazione Omphalos della procura di Napoli stronca “<em>un’attività di riciclaggio realizzata essenzialmente attraverso investimenti immobiliari, con la complicità di funzionari di banca e amministratori comunali</em>” che ha visto coinvolti i clan Mallardo, Puca, Aversano, Verde, Di Lauro e Amato- Pagano e che ha portato al sequestro di un patrimonio stimato 600 milioni in varie regioni tra cui l’Abruzzo. Due mesi dopo un nuovo sequestro sempre contro attività di reinvestimento di esponenti del clan Mallardo in Toscana, Abruzzo, Molise e Puglia. Il clan Mallardo è attivo nel territorio di Giugliano in Campania ma uno dei dati delle due inchieste che colpisce è che l’unica Regione coinvolta in entrambi è l’Abruzzo, non la Campania.<br />
A marzo 2018 è emersa la notizia che l’ex boss del clan camorristico La Montagna di Caivano, oggi pentito, Carlo Oliva ha ricostruito i traffici di droga tra Napoli e Teramo in un processo contro un vasto giro di usura, estorsioni, rapine e spaccio.</p>
<p><strong>La frontiera vastese </strong></p>
<p>Tra le frontiere abruzzesi della penetrazione delle mafie sicuramente c’è Vasto. A partire dal 2006, anno dell’operazione Histonium, diverse inchieste hanno stroncato il tentativo di costruire vere e proprie cosche autoctone. Tre i dominus intorno ai quali stavano nascendo queste organizzazioni:&nbsp; prima Pasqualone, poi Cozzolino e infine Ferrazzo. Organizzazioni criminali che si erano radicati nel territorio, imponendosi con la violenza ecapace di organizzare anche veri e propri attentati. Ma tante altre sono state le inchieste, occorrerebbe probabilmente un libro per ripercorrerle tutte, che hanno stroncato negli anni traffici di stupefacenti, estorsioni e usura. E’ dell’agosto scorso una delle ultime maggiori che hanno coinvolto “famiglie” imparentate coi Casamonica, Spinelli e De Rosa, e nella quale (per la prima volta in questo territorio) è comparsa anche un’esponente degli Spada. Altre inchieste, l’ultima all’inizio di quest’anno, ha interessato le rotte del traffico di droga dalla Puglia, spesso proveniente dai Balcani, al vastese. Un traffico internazionale, quello sulla direttiva Albania-Puglia-Vasto, documentato anche da un’inchiesta del reporter spagnolo David Beriain sulle organizzazioni criminali albanesi andato in onda sul canale 9 il 23 gennaio scorso.</p>
<p>In questi ultimi mesi una vera e propria emergenza ambientale ha colpito tutto il territorio con il sequestro della discarica locale. Gestita negli ultimi mesi da una società riconducibile all’imprenditore foggiano Bonassisa (già finito al centro della cronaca pugliese e nazionale), e in passato oggetto di travagliate vicende che meriterebbero ampi approfondimenti, la Procura di Vasto ha sequestrato l’impianto indagando sui rifiuti provenienti da altre regioni (Lazio, Campania e Puglia) e qualità e gestione degli stessi. Mentre la “politica” locale si trastulla in schermaglie e richieste di dissequestro parziale (solo per i comuni del territorio), che non sta in piedi perché dovrebbe essere materialmente impossibile indagare su dei rifiuti se altri arrivano nel frattempo, dopo due precedenti l’anno scorso di recente abbiamo avuto anche un incendio. Praticamente impossibile la natura accidentale, appare come un “inquietante segnale in stile mafioso”. In una vicenda già grave e inquietante prima. E da un porto industriale non lontano da questo territorio nel 2014 partì un carico di ecoballe respinto dalla Romania, che fece scalpore sulla stampa rumena che per settimane titolò sulla “nave dei veleni” italiana.</p>
<p><strong>L’allontanamento del giudice La Rana per le sue inchieste scomode</strong></p>
<p>Ma Vasto è stata anche la città di un altro episodio, inquietante su certi aspetti e quasi sconosciuto a livello nazionale. A inizi anni Duemila è costretto a lasciare la città il giudice La Rana, nel mirino di una campagna di fango e delegittimazione dopo che alcune sue inchieste avevano toccato alti livelli politici locali. Una campagna partita, riportò il GIP di Chieti, da una “<em>vera e propria spedizione bellica, premeditata, organizzata e studiata nei particolari</em>”. Una spedizione con al centro un vero e proprio dossier, pieno di false accuse, con il quale fu oggetto di svariate denunce nel 2003. Tutte nel tempo rivelatesi infondate. Ma intanto l’obiettivo era stato raggiunto: infangato e allontanato da Vasto il giudice La Rana non poté proseguire le sue inchieste. Nel 2011 dopo la notizia uscita su un quotidiano locale, in realtà destituita di fondamento, che poteva tornare a Vasto il giudice La Rana si vide recapitare un proiettile calibro 9 parabellum e una lettera con il messaggio “<em>sei proprio sicuro di voler tornare a Vasto? Pensaci bene</em>”.</p>
<p><strong>L’arrivo e la permanenza del rampollo della famiglia Riina</strong></p>
<p>Questo è il territorio dove, un anno e mezzo fa, è sbarcato il terzogenito di Totò Riina, Giuseppe Salvatore detto Salvo. L’autore del libro sulla sua famiglia, dove veniva elogiato il padre Totò, presentato anche a Porta a Porta. Già condannato in passato a 8 anni per associazione mafiosa, Salvo Riina era sottoposto a misure restrittive a Padova. Dopo che era stata accertata la sua frequentazione con spacciatori locali, nell’autunno 2017 Salvo Riina viene spedito nella Casa Lavoro di Vasto. Da dove è passato a scontare la sua pena residua in una fattoria sociale nella vicina Casalbordino. E’ tornato libero nel maggio scorso, quando il Tribunale di Pescara gli ha revocato le misure restrittive. La sua assidua attività social, dove continuamente continua a pubblicizzare il suo libro, a spendere parole di gratitudine e vanto per il padre Totò la sua famiglia e altre attività che rendono a dir poco perplessi, ha suscitato oltre la nostra solo un’altra presa di posizione. Da parte di Azione Civile che ha sottolineato quando “nel 2001 passando in autostrada all’altezza di Capaci disse “Ci appizzano (appendono, ndr) ancora le corone di fiori a ‘stu cosu (a questa cosa, ndr)…”, parole che non ha mai rinnegato. Così come non ha mai pubblicamente preso le distanze dalla sua famiglia di origine, o addirittura a collaborare con la magistratura, mentre sui social e in interviste rilasciate non ha mai smesso di “raccontare quello che continua a definire un buon padre”. Il 19 giugno il suo nome è tornato sulle cronache giudiziarie, anche se (al momento in cui quest’articolo viene scritto) per dovere di cronaca va riportato che non risultato essere destinatario di alcun provvedimento dell’autorità giudiziaria. Nell’ambito dell’operazione “Assedio”, condotta dai carabinieri di Agrigento, è stato arrestato Angelo Occhipinti, indicato come il nuovo capomafia di Licata. Intercettato dagli inquirenti, durante una “riunione” in un magazzino nel&nbsp; luglio scorso, Occhipinti afferma – riferendosi a Riina Jr – che “quello è un ragazzo che ci scappelliamo tutti” (davanti a quel ragazzo ci togliamo tutti il cappello). E’ la risposta ad uno dei convocati alla riunione, Massimo Tilocca che è stato recluso dal dicembre 2017 al maggio 2018 nella Casa Lavoro di Vasto. Tilocca, secondo quando emerso, aveva appena riferito che – nel periodo trascorso a Vasto – avrebbe ricevuto un pizzino da Salvo Riina con l’ordine, una volta uscito dal carcere, di “stuccare” (ovvero eliminare) un licatese, tal Vincenzo Sorprendente. Nel renderlo noto, a margine dell’operazione “Assedio”, gli inquirenti hanno sottolineato che su questa particolare vicenda le indagini sono ancora in corso e quindi non si può ancora ufficialmente confermare o smentire nulla.</p>
<p><em><strong>Alessio Di Florio</strong></em><strong><br />
<em>Associazione Antimafie Rita Atria</em><br />
<em>Movimento Agende Rosse “Paolo Borsellino – Giovanni Falcone” Abruzzo</em><br />
<em>PeaceLink Abruzzo</em></strong></p>
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		<title>Via D’Amelio: il delitto preventivo contro Paolo Borsellino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Calì]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jul 2019 17:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi Esterni]]></category>
		<category><![CDATA[I mandanti occulti]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_10567" aria-describedby="caption-attachment-10567" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/Agenda2009.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-10567 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/Agenda2009-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/Agenda2009-300x200.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/Agenda2009-1024x683.jpg 1024w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/Agenda2009-768x512.jpg 768w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/Agenda2009-1536x1024.jpg 1536w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/Agenda2009-2048x1365.jpg 2048w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/Agenda2009-20x13.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/Agenda2009-272x182.jpg 272w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-10567" class="wp-caption-text">(clicca per ingrandire)</figcaption></figure></p>
<p><span style="color: #800000;"><em><strong>“Credo che per rendere onore a Paolo, per strapparlo, almeno nella memoria, dalla terribile solitudine che lo pervase negli ultimi giorni di vita, occorra che anche in giorni come questi, in occasione delle commemorazioni ufficiali, cominciamo a dire a noi stessi che egli non è stato vittima soltanto di personaggi come Riina e i suoi sodali, ma anche della storia malata di un Paese democraticamente immaturo che non ha mai saputo fare i conti con il proprio passato, non ha mai avuto la forza di guardare dentro la propria realtà e che per questo ha lasciato morire nella solitudine alcuni dei suoi figli migliori, rischiando così di far morire assieme a loro anche la parte migliore di sé”</strong></em></span></p>
<p><em><span class="byline">di <span class="author-name">Alessandro Calì</span></span></em></p>
<p><strong>Paolo Borsellino</strong> aveva raccolto personalmente le deduzioni e le direzioni di indagine intraprese da <strong>Giovanni Falcone</strong>, prima e dopo il suo trasferimento a Roma, e aveva reso pubblica questa circostanza nel famoso discorso alla Biblioteca Comunale di Palermo, affermando di essere in attesa di convocazione da parte della Procura di Caltanissetta per poterne riferire i contenuti, essendo questi materia di indagini da parte della magistratura.<br />
In un’audizione al Comitato Antimafia del <strong>CSM</strong>, del 29 luglio 1992, l’allora pm <strong>Roberto Scarpinato</strong> ha raccontato un fatto che lo aveva molto inquietato e cioè che “Paolo Borsellino conducesse delle indagini su fatti di grande rilevanza all’insaputa del Procuratore (Giammanco) … fatti che non vi posso riferire, ma che sono di grandissima rilevanza e che riguardano determinati livelli, su quei fatti Paolo Borsellino raccomandò la segretezza”. Pochi giorni dopo, il 31 luglio, anche l’allora pm <strong>Antonio Ingroia</strong> nel corso della sua audizione al CSM sostenne che Borsellino “oltre ad avere interesse per l’indagine Falcone, faceva numerose indagini per conto suo. Chiamiamole approfondimenti sulle questioni indicate nei diari di Falcone. Chiese un colloquio con Scarpinato per quanto riguarda la questione <strong>Gladio</strong> e la questione del rapporto dei carabinieri sugli appalti”.</p>
<p>Borsellino era, dunque, a conoscenza delle indagini bancarie su flussi di denaro con transazioni estere che Falcone stava seguendo con colleghi svizzeri, era a conoscenza dell’interesse di Falcone per l’organizzazione Gladio e per i suoi collegamenti con i delitti eccellenti degli anni ’80 e con la massoneria trapanese, era al corrente delle dinamiche tra imprese, appalti, politica e massoneria, così come probabilmente conosceva il filone di indagini sui fondi del Partito Comunista dell’ex-Unione Sovietica e, forse, la valenza di alcuni colloqui e trasferte segrete che Falcone aveva avuto con interlocutori degli Stati Uniti.<br />
Borsellino dunque sapeva tutto e, non essendo appassionato di agende elettroniche come Falcone, segnava tutti i suoi appunti nell’agenda di colore rosso dell’Arma che portava sempre con sé. Un’agenda a cui teneva moltissimo, come testimoniato anche dal Tenente <strong>Carmelo Canale</strong>, suo stretto collaboratore, quando afferma: “secondo me aveva tutti gli appunti in quell&#8217;agenda, che gli servivano, perché lui aspettava, e lo diceva sempre, non ne faceva mistero, lui aspettava di essere sentito dal Procuratore di Caltanissetta”.</p>
<p>Ovviamente in questa agenda Borsellino aveva inserito anche i suoi personali filoni di indagine sulla morte dell’amico e collega, le dichiarazioni dei pentiti, i collegamenti con sue indagini precedenti, le informazioni che riceveva in quel periodo sul decorso del dialogo tra mafia ed istituzioni dello Stato, le proposte legislative che si orientavano verso forme di dissociazione dei mafiosi e che avrebbero annullato l’apporto determinante dei collaboratori di giustizia. Il magistrato, infatti, era fermamente contrario alla strategia sotterranea attiva in particolare dopo la strage di Capaci, finalizzata a giungere all’applicazione dei percorsi di dissociazione ai mafiosi, come era stato fatto già con i terroristi. Una iniziativa che avrebbe avuto come effetto una normativa secondo la quale sarebbe stato evitato il regime carcerario duro del 41 bis a fronte di una “dissociazione” del mafioso che però, in questo modo, non sarebbe stato tenuto a fare nessuna chiamata di correità nei confronti dei sodali dell’organizzazione criminale, diversamente da quanto previsto dal meccanismo del “pentimento” che prevede la “collaborazione” con i giudici e lo Stato nella lotta alla mafia, la confessione di delitti e la denuncia di appartenenti e concorrenti esterni.</p>
<p>Contrariamente alle ipotesi contenute in queste forme di “interlocuzione” con la mafia, Borsellino dopo Capaci aveva la ferma convinzione che quell’evento tragico dovesse necessariamente modificare il tradizionale assetto di dialogo tra lo Stato e Cosa nostra, che non ci dovesse essere più spazio per transazioni sul piano legislativo che concedessero spazio alle organizzazioni criminali ed ostacolassero al contempo il lavoro dei magistrati onesti. Posizioni queste che aveva dichiarato anche pubblicamente: “Io voglio decisamente credere, me lo impongo di crederci, che la morte di Falcone sia un fatto così dirompente, così drammatico che, bandendo ogni sofisma, ogni ipocrisia, ogni situazione di compromesso, il potere politico riesca finalmente ad avere la forza di prendere decisioni ordinarie ma drastiche perchè i magistrati non debbano sempre lavorare quasi nonostante le norme &#8230; talvolta alcune di esse sembrano fatte apposta per difficoltare il lavoro &#8230; se non si pone rimedio a questa dicotomia tra molto che si conosce e poco che si riesce a condannare, verrebbe quasi voglia di alzare le braccia”.&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-19450 alignright" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/07/66708679_1715570652082980_6509925644724338688_n-228x300.jpg" alt="" width="228" height="300" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/07/66708679_1715570652082980_6509925644724338688_n-228x300.jpg 228w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/07/66708679_1715570652082980_6509925644724338688_n-15x20.jpg 15w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/07/66708679_1715570652082980_6509925644724338688_n.jpg 482w" sizes="auto, (max-width: 228px) 100vw, 228px" /></p>
<p>Il magistrato riprende in questa drammatica affermazione il monito lanciato già da Giovanni Falcone nel corso di un’intervista dopo l’esito del Maxiprocesso. In risposta alla domanda su cosa volesse chiedere allo Stato alla conclusione di quel processo, Falcone aveva detto: “L’unica cosa che chiederei è che questa tensione non debba venire mai meno”.</p>
<p>Conosciamo, purtroppo, la risposta che ha avuto invece, da larga parte degli apparati e delle istituzioni dello Stato, l’esito del processo storico che per la prima volta forniva una conoscenza sistemica del fenomeno mafioso. Conosciamo gli ostacoli tremendi che le carriere e le vite stesse di quei magistrati e le loro famiglie hanno dovuto subire per aver istruito quel processo e per aver continuato le indagini ad un livello di professionalità e rigore di un’ampiezza mai vista prima di allora in Italia. Conosciamo i muri di gomma da loro subiti presso le procure di appartenenza, presso il CSM, da parte di organi dello Stato, di rappresentanti politici, della stampa, così come anche la costante presenza attorno a loro di operatori occulti che si configuravano mediante appartenenti ai servizi di sicurezza, ai corpi speciali dei Carabinieri, alla Polizia di Stato e che dalla fine degli anni ’80 cominciarono ad operare sinergicamente e contemporaneamente a più livelli istituzionali.</p>
<p>Sappiamo che alla fine del 1991 si tennero delle riunioni di Cosa nostra nelle campagne di Enna, nel corso delle quali, afferma il Procuratore Generale Roberto Scarpinato “i massimi vertici regionali della mafia discussero dell’attuazione di un complesso piano di destabilizzazione politica suggerito da entità esterne. In quelle riunioni fu anche stabilito che gli omicidi e le stragi sarebbero stati rivendicati con la sigla Falange armata”.</p>
<p>Conosciamo anche il fatto che agenti dei servizi, con tempismo eccezionale, si trovassero già sullo scenario terrificante della strage di Via D’Amelio ancora prima dei soccorsi, in cerca della borsa in cui Borsellino teneva la sua agenda personale, presumibilmente per verificare se fosse distrutta o dovesse essere prelevata e portata via, come poi di fatto è avvenuto. “Nella immediatezza di un fatto immane in quanto ancora tutti sono stravolti dall’esplosione, c’è qualcuno che lucidamente prende la borsa e pochi minuti dopo la rimette dentro la macchina in fiamme, che non si capisce perché. Perché se prelevi la borsa la consegni ai magistrati come corpo del reato, non la metti dentro la macchina che sta bruciando”, osserva giustamente Scarpinato.<br />
Sono circostanze evidenti ed inquietanti verificatesi come descritte ai giudici nei racconti del Sovrintendente <strong>Francesco Paolo Maggi</strong> della Squadra Mobile di Palermo e poi anche del vice-sovrintendente <strong>Giuseppe Garofalo</strong> della Sezione Volanti della Questura di Palermo, i quali affermano di avere notato quattro o cinque agenti in giacca e cravatta che si aggiravano attorno alla Croma del magistrato chiedendo o facendo riferimento alla borsa del magistrato. Nella ricostruzione del quotidiano <strong>La Repubblica</strong> si aggiunge che: “Si trattava di “gente di Roma”, appartenente ai Servizi Segreti; infatti, alcuni erano conosciuti di vista (anche se non davano alcuna confidenza) ed, inoltre, venivano notati a Palermo, presso gli uffici del Dirigente della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera, anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci”.</p>
<p>Ed è proprio in questa direzione che bisogna rivolgere e mantenere l’attenzione di tutti per comprendere le motivazioni che sono alla base dell’esigenza di eliminare “preventivamente” il giudice Borsellino, vale a dire colpire le sue conoscenze sulle dinamiche esistenti tra apparati dello Stato ed organizzazione mafiosa. Conoscenze che si accumulavano giorno per giorno nel corso delle sue indagini anche in conseguenza delle rivelazioni di collaboratori come <strong>Leonardo Messina</strong>, che aveva cominciato a rivelare la presenza della massoneria dietro le riunioni della cupola di Cosa nostra alla fine del 1991 nei pressi di Enna per l’organizzazione delle stragi o come <strong>Gaspare Mutolo</strong> con il quale il magistrato aveva avviato degli incontri che sarebbero dovuti rimanere segreti e che come noto, con suo grande sgomento, si era accorto che così non erano e per di più in circostanze che riguardavano personaggi di vertice, esponenti del Ministero degli Interni, della Polizia di Stato e del SISDE. Complicità, dunque, tra appartenenti ai servizi segreti e ad apparati dello Stato (ivi compresi comandanti a livello regionale dei Carabinieri e della Polizia) e la mafia, come il giudice ebbe modo di rivelare sconvolto alla moglie, riferendosi al Generale <strong>Antonio Subranni</strong> dei ROS. Un intreccio di contiguità e scambi tra Stato e mafia che provenivano già dalle indagini di Giovanni Falcone su Gladio, si materializzavano nel corso delle indagini di Borsellino sulla strage di Capaci e che sarebbero emerse anche successivamente, nel corso delle indagini sulle due stragi. Estremamente significative, in questa direzione, sono le intercettazioni di una comunicazione tra il collaboratore di giustizia <strong>Santo Di Matteo</strong>, che aveva annunciato rivelazioni sulla strage di Via D’Amelio, e la moglie che lo pregava in lacrime di non dire niente ai giudici sul ruolo degli “infiltrati” della Polizia nelle dinamiche e nelle indagini su quella strage, per non dover perdere anche il secondo figlio ancora in vita dopo che il primo era già stato sequestrato, per essere poi torturato, ucciso e sciolto nell’acido. Complicità che erano contenute nell’agenda di colore rosso dell’Arma dei Carabinieri usata da Paolo Borsellino per segnare le sue informazioni riservate e che già ai primi di agosto del 1992 sarebbero dovute divenire ufficialmente oggetto delle sue rivelazioni alla Procura della Repubblica di Caltanissetta. Non a caso, dunque, stando alle risultanze processuali, la strage aveva subito una brusca accelerazione in quel periodo per le pressioni di “qualcuno” su Riina.</p>
<p>Da queste premesse, così come anche da altre risultanze processuali recenti, emerge lampante come gli interessi retrostanti la strage di Via D’Amelio e l’urgenza con cui venne messa in atto, per quanto in parte coincidenti con quelli dell’organizzazione mafiosa, travalicassero l’ambito criminale di Cosa nostra e attenessero prevalentemente al raggio d’azione di apparati appartenenti alla sfera dello Stato. Circostanza peraltro ribadita anche da diversi mafiosi poi passati alla collaborazione con la giustizia che, in momenti particolari, hanno apertamente affermato con toni di sfida questa verità. E’ il caso dell’infiltrato&nbsp;<strong>Luigi Ilardo</strong>, esponente di alto rango di Cosa nostra, nel momento in cui si era trovato faccia a faccia con il Colonnello dei ROS&nbsp;<strong>Mario Mori.</strong>&nbsp;Sotto questa luce anche l’accelerazione dell’omicidio dello stesso Ilardo dovrebbe attribuirsi alla fuga di notizie sulla prossimità della sua collaborazione ufficiale, proveniente dall’allora Procuratore di Caltanissetta&nbsp;<strong>Gianni Tinebra</strong>, qualificando anche questo delitto nella tipologia del “delitto di tipo preventivo”, vale a dire un delitto finalizzato ad impedire il compimento di azioni future e, nella fattispecie, impedire la rivelazione all’Autorità Giudiziaria di fatti ed informazioni che avrebbero gravemente compromesso l’operatività di personaggi istituzionali ed apparati dello Stato in rapporti con Cosa nostra. Una metodologia di azione che riflette esattamente quanto accaduto in riferimento al <strong>prelevamento organizzato dell’agenda rossa</strong> di Borsellino la cui sparizione viene programmata e messa in atto proprio al fine di impedire la divulgazione alla magistratura dei contenuti annotati dal giudice contro il quale era già stata messa a punto la strage, con l’intervento di esperti di esplosivi esterni a Cosa nostra, mentre in contemporanea veniva effettuata l’irruzione mirata all’ufficio personale della sua casa di campagna alla ricerca di altri documenti ed annotazioni riservate.</p>
<p>Come se ciò non bastasse, sappiamo che poi vengono affidate dal capo della Polizia Parisi, su richiesta del solerte Procuratore di Caltanissetta Tinebra, le indagini sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio al SISDE nella persona di <strong>Bruno Contrada</strong> (procedura espressamente contraria alla L.801 del 1977) mentre un altro funzionario dello stesso servizio di sicurezza civile (come si scoprirà successivamente), in forze come Dirigente della Squadra Mobile di Palermo, <strong>Arnaldo La Barbera</strong>, organizza un gruppo speciale di investigatori a supporto delle stesse indagini che, con l’operazione che coinvolge il falso testimone <strong>Vincenzo Scarantino</strong>, si rende protagonista di quello che i giudici della <strong>Corte d’assise di Palermo</strong> nel processo <strong>Borsellino Quater</strong>, definiscono come “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”. Un depistaggio che i giudici di Palermo definisco tale in base alla sistemicità della strategia mirante: (<strong>A</strong>) alla copertura di fonti di informazione rimaste occulte, (<strong>B</strong>) al collegamento con la scomparsa dell’agenda che sottrae determinanti elementi di indagine e prova, (<strong>C</strong>) alle finalità di occultamento delle responsabilità e della partecipazione di soggetti esterni all’organizzazione criminale esecutrice materiale dell’attentato.</p>
<p>In questa fenomenologia di <strong>delitti di tipo preventivo</strong>, come le stragi ma anche altri tipi di crimini, ci troviamo dunque di fronte a delitti che contengono, nello stesso momento della loro esecuzione, altri delitti: vale a dire che si tratta di stragi ed omicidi che sistematicamente vengono subito depistate, mentre contemporaneamente qualcuno si occupa di far sparire agende, memorie, perquisisce uffici e residenze private, apre casseforti, cancella agende elettroniche. Questo è esattamente quanto avvenuto per le due stragi di Capaci e Via D’Amelio. Lo stesso era avvenuto anche dopo l’agguato contro il Generale <strong>Carlo&nbsp;Alberto Dalla Chiesa</strong> quando, nel corso delle ore immediatamente successive al delitto, qualcuno si occupava di violare e svuotare la cassaforte privata all’interno della Prefettura di Palermo. Una situazione analoga, per alcuni versi, all’<strong>attentato dell’Addaura</strong> in cui, al tentativo di eliminare il Giudice Falcone e gli altri due colleghi svizzeri suoi ospiti con un ordigno esplosivo ad alto potenziale, seguirono immediatamente precise strategie anche di tipo mediatico mirate al ridimensionamento artificioso dell’entità dell’episodio criminoso, la distruzione di prove prima che queste venissero analizzate, la diffusione di dicerie sull’origine dell’attentato e l’eliminazione degli agenti <strong>Antonino Agostino</strong> ed <strong>Emanuele Piazza</strong>. A proposito di come venne riportato ai media quell’attentato da parte di importanti soggetti istituzionali è bene ricordare alcune parole della sentenza della <strong>Corte di Cassazione</strong> emessa il 19-10-2004 secondo cui “resta il dato sconcertante che autorevoli personaggi pubblici investiti di alte cariche e di elevate responsabilità, si siano lasciati andare in una vicenda che, per la sua eccezionale gravità, imponeva la massima cautela, a così imprudenti dichiarazioni tali da fornire lo spunto ai molteplici nemici di inventare la tesi del falso attentato”. Il riferimento della Suprema Corte era rivolto anche alle dichiarazioni rilasciate a quel tempo e nel corso del processo tenutosi a Caltanissetta da <strong>Domenico Sica</strong> e <strong>Francesco Misiani</strong> dell’Alto Commissariato Antimafia e dall’allora Ten. Col. Mario Mori in forze al Gruppo Carabinieri di Palermo. Un’altra forma di “operazione preventiva” può essere individuata nel noto episodio della mancata perquisizione del covo di Riina ed al gioco delle parti per escludere la magistratura dalla gestione delle informazioni e delle decisioni.</p>
<p>Ma a ben vedere tutta la storia della Repubblica Italiana è costellata nei decenni da questa tipologia di “delitti di tipo preventivo” che contengono depistaggi, omicidi collaterali, sottrazioni di prove e ciò può dirsi dalla strage di Portella della Ginestra al delitto Mattei, da Piazza Fontana alla strage di Bologna ed in molti altri delitti eccellenti, sui quali non a caso indagava Falcone. Tutti avvenuti secondo un copione in cui il ruolo della criminalità organizzata, o di certo terrorismo, appare sempre più come quello di esecutore materiale della <strong>parte evidente e pubblica dei delitti</strong> mentre altri soggetti provenienti dagli ambienti degli apparati di Stato si occupano della <strong>parte occulta delle medesime azioni criminose</strong>, delle distorsioni, dei depistaggi, della sottrazione di prove, dell’eliminazione dei testimoni.</p>
<p>Per tutti questi casi vale l’affermazione del Giudice <strong>Antonino di Matteo</strong> secondo cui “soprattutto nei delitti eccellenti la mafia non uccide mai solo per vendetta, c’è sempre una finalità diversa: abbattere una persona che può costituire con il suo lavoro un pericolo perché magari può scoprire qualcosa che non deve essere scoperto”. Affermazione alla quale, senza tema di distorsione del significato originale, si può aggiungere che proprio nei casi dei “delitti eccellenti” la mafia non agisce mai da sola ma i delitti eclatanti sono affiancati da soggetti che, agendo parallelamente, ne commettono altri collaterali, occulti, perseguendo lo scopo dell’eliminazione dei contenuti intellettuali ed investigativi derivanti dal lavoro di eccellenza prodotto dalla vittima, dopo avere ottenuto l’eliminazione fisica dell’avversario istituzionale che agiva secondo i valori, i metodi, gli obiettivi e le regole democratiche previste dalla Costituzione Italiana.</p>
<p>Molto indicative, a questo proposito, sono le parole dello stesso Giudice Di Matteo quando racconta di un colloquio investigativo avuto con il collaboratore <strong>Vito Galatolo</strong> a proposito dell’attentato che Cosa nostra preparava contro di lui: “Io mi limitai a chiedere perché? A questo punto lui &#8230; c’era una fotografia, la famosa fotografia con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, le sue parole che non dimenticherò mai, sono state … lui indicò la fotografia e disse: lo vede quello? Il Dott. Borsellino &#8230; è la stessa cosa che sta succedendo con lei: a noi ce l’hanno chiesto. Quindi ha fatto riferimento all’attentato contro il Dott. Borsellino come qualcosa che loro hanno eseguito ma su richiesta di altri”.</p>
<p>Sono i temi che, per certi versi, ritroviamo nelle amare conclusioni cui giunge (provenendo da altri percorsi professionali) anche il Col. Michele Riccio, dopo anni di servizio sia nell’antiterrorismo con il Gen. Dalla Chiesa, sia alla DIA come referente dell’infiltrato Luigi Ilardo, quando commenta l’esito del processo di primo grado sulla <strong>Trattativa Stato-mafia</strong> asserendo che: “questa prima sentenza, anche se è un primo passo importante, è ancora lontana dal rendere giustizia a quanti hanno creduto e dato tutto, alcuni anche la vita, a questo Stato ancora ostaggio di poteri oscuri. E i loro servi, prima millantando visioni risorgimentali ed interessi atlantici, hanno dato vita ad un unico piano criminale reiterato negli anni con un sistematico innalzamento del livello di tensione, per assicurare il potere agli ambienti politici di riferimento e poi, dopo, stretto intese famigerate con Cosa nostra. Intese e patti che avevano poi visto istituzioni deviate essere, in alcuni casi, i mandanti di delitti eccellenti e di stragi di cui la mafia era stata indotta ad essere l’autore ed a pagarne poi le conseguenze”.</p>
<p>Si tratta dello stesso mondo nascosto, fatto di personaggi di intersezione di entrambi i “fronti” istituzionale e criminale, di interlocuzioni, di scambi, di suggeritori, di coperture e strategie occulte che conosciamo molto meglio anche grazie alle dichiarazioni di <strong>Massimo Ciancimino</strong> che avvia una lunga serie di dichiarazioni e fornisce importanti documentazioni e prove intorno alla trattativa che i Carabinieri del ROS, tramite l’intermediazione del padre <strong>Vito Ciancimino</strong>, avviano e continuano per dialogare con Cosa nostra rappresentata da Riina e Provenzano. Trattativa che, come confermato dalla sentenza di I grado emessa dalla Corte di Assise del Tribunale di Palermo il 20 aprile 2018, avveniva a ridosso delle stragi del 1992, in diverse fasi e con diversi intermediatori almeno sino al 1994 e dalla quale emergono anche “altri personaggi” che stanno dietro o accanto ai capi di Cosa nostra, così come anche attorno a Vito Ciancimino e che, assieme ad agenti dei loro ambienti, orientano, guidano, agevolano, avvisano i loro interlocutori criminali e tirano le fila di una complessa serie di fatti e strategie di azione, lasciando così intravedere quello che il Giudice Falcone aveva definito come <strong>“il gioco grande” del potere</strong>, quello che travalica le istituzioni dello Stato e persegue fini illeciti per garantire interessi occulti in contrasto con il dettato costituzionale.</p>
<p>Vale la pena sottolineare anche che, nonostante il notevole apporto ed impulso dato alla giustizia, all’acquisizione di fatti sconosciuti, al processo per la trattativa in particolare, dalle sue dichiarazioni, Massimo Ciancimino, un &#8220;nemico&#8221; che certamente molti appartenenti di certi ambienti istituzionali vorrebbero mettere a tacere, si trova adesso a pagare un prezzo molto più alto di quello al momento sostenuto dalla maggior parte dei protagonisti e degli imputati di quel processo. Condannato per calunnia, molto probabilmente per essere caduto in una trappola ben ordita dagli stessi ambienti che lui aveva denunciato, sconta la sua pena in carcere; a poco più di cinquant’anni e rimasto vittima di un ipotetico ictus e di “cadute” che, a detta del suo legale, gli impediscono di verbalizzare, formulare comunicazioni compiute e riconoscere le persone. Dopo essere stato sino all’anno scorso su tutti i giornali, avere scritto libri ed essere stato vicino a giornalisti ed esperti antimafia molto importanti, pare inquietante che oggi tutti gli organi di stampa, i media, le associazioni antimafia e le persone vicine a lui, tacciano o non si facciano domande sulle sue condizioni di salute, sulle cause che possono aver provocato, naturalmente od artificiosamente, la grave compromissione del suo stato di salute e la possibilità di continuare la sua collaborazione sia al secondo grado del processo sulla trattativa, attualmente in atto, sia anche in futuro, proprio quando aveva annunciato che al momento opportuno avrebbe fatto il nome del cd. Signor Franco\Carlo, il principale di quei personaggi del gioco grande, citati nelle sue dichiarazioni.</p>
<p>Ancora una volta, dunque, ci troviamo dinanzi alle stesse domande e agli stessi dubbi. Allora bisognerebbe domandarsi se forse il nostro presente non è poi così diverso dal passato che si commemora ufficialmente, come ci ostiniamo a voler credere. Forse sarebbe necessario ridefinire tutti i nostri parametri valutativi di quanto è successo e, quindi, considerare in una chiave di urgente gravità il monito terribile del Procuratore Scarpinato quando afferma che “la storia della strage di via D’Amelio non è solo una storia del passato archiviato dalla storia ma è una storia che attraversa il nostro presente e che continua ad essere un male oscuro della nostra democrazia, la cui portata travalica forse le risorse ed i mezzi della Giurisdizione”.</p>
<p>E’ bene focalizzare il rischio cui andiamo incontro noi e le generazioni future in assenza di una lucida quanto rapida presa di coscienza collettiva, come la mancanza di solidi “punti di riferimento” nella società italiana, dopo la perdita di uomini come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e le condizioni di estrema difficoltà in cui si trova adesso il nostro Paese, dovrebbero testimoniare. Quello che “appare” come passato, al momento attuale non lo è, come non lo era nel 1992 quando si era lasciata demolire l’esperienza del Pool Antimafia ed erano stati lasciati i suoi componenti a combattere da soli contro tutti i nemici che avevano attorno e li uccidevano giorno per giorno. Ciò è molto probabilmente quello che intende il Giudice Di Matteo sostenendo “che in questo momento il rischio più grave sia quello di considerare quelle pagine dei delitti eccellenti e delle stragi, definitivamente chiuse, appartenenti ad un passato del quale non si deve più parlare … se non si chiariscono definitivamente certe pagine, passi avanti ne faremo pochi e rischiamo anche di portarci come un germe infetto che condiziona il presente e che potrebbe condizionare il futuro”.</p>
<p>Quello che bisogna fare per onorare l’insegnamento di Falcone e Borsellino, allora, non può e non deve limitarsi alle commemorazioni così come il “racconto degli eroi” nelle scuole, per quanto importante, determinante e formativo sia, non è da solo sufficiente ad abbattere un sistema persistente dentro le istituzioni senza correre il rischio di lasciare alle future generazioni l’onere di farlo.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-19452" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/07/66598455_1814593221977270_337294214230441984_n-233x300.jpg" alt="" width="233" height="300" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/07/66598455_1814593221977270_337294214230441984_n-233x300.jpg 233w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/07/66598455_1814593221977270_337294214230441984_n-16x20.jpg 16w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/07/66598455_1814593221977270_337294214230441984_n.jpg 594w" sizes="auto, (max-width: 233px) 100vw, 233px" /> Lo scontro con questo sistema deve essere affrontato da subito, opponendosi al silenzio complice dei media su processi e su fatti importantissimi della nostra storia recente, raccontando ai giovani “una storia che non è stata raccontata e che aspetta di essere raccontata anche nei documentari, anche in televisione” (Scarpinato). E’ la storia di come nel nostro Paese si sia perpetrato e perpetuato, sin dalla nascita della Repubblica e fino ad oggi, il tradimento della Costituzione e di moltissimi tra coloro che con il loro lavoro la difendevano e la mettevano in atto quotidianamente. Un tradimento avvenuto ad opera di una serie definita ed indefinita di poteri che hanno agito all’interno ed attraverso le istituzioni democratiche italiane, innescando un sistema criminale basato sull’utilizzo della corruzione e delle organizzazioni criminali come propaggini operative funzionali al mantenimento del consenso dei ceti politici e degli apparati di Stato conniventi, a spese dei diritti dei cittadini e della democrazia.</p>
<p>Sono questi poteri “gli altri”, le “menti raffinatissime” che non possono coesistere con intelligenze lucide ed attive come quelle di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con i valori civili e morali di cui erano portatori, con le loro capacità di comprendere tale sistema criminale, individuando i flussi di denaro, il ruolo della finanza internazionale, della massoneria, i giochi politici e quelli istituzionali, la dimensione nazionale e le pesanti influenze internazionali sul nostro Paese, anche sul piano della ricostruzione storica delle dinamiche e delle appartenenze. Un sistema deviante che, sempre nelle parole di Roberto Scarpinato, deve essere collegato alle ultime settimane di frenetico lavoro in solitudine di Paolo Borsellino ed ai suoi sfoghi, colmi di tristezza e disgusto, con la moglie che, tra le poche persone di cui poteva fidarsi, lo ascoltava quando parlava della sua stessa morte, che sarebbe arrivata per mano della mafia ma solo quando “altri” avrebbero dato l’ordine: “Chi erano questi altri che volevano la sua morte e che Paolo, mente lucidissima, aveva ritenuto di poter individuare e che riteneva talmente potenti da non avere scampo dinanzi ad essi &#8230; forse le tracce per dare un volto a costoro erano in quell’agenda rossa che era divenuta per Paolo una sorta di promemoria dell’indicibile, quell’indicibile che lui aveva intravisto negli ultimi giorni di vita e che lo aveva lasciato sgomento, quello stesso sgomento che aveva segnato Giovanni Falcone quando dopo l’attentato all’Addaura aveva compreso che le forze che volevano la sua morte andavano bel al di là degli uomini della mafia, semplici esecutori di disegni di quelli che definì ‘menti raffinatissime’. E fu allora che Giovanni Falcone coniò l’espressione ‘gioco grande’ per alludere al gioco grande del potere … un gioco grande che ha attraversato la storia martoriata di questo nostro povero Paese sin dalla fondazione della repubblica, il cui atto di nascita è stato segnato da una strage di mafia, quella di Portella della Ginestra, e che ha visto concludere, forse non a caso, la fase terminale della prima repubblica con le convulsioni dello stragismo del 1992-1993 e tra l’una e le altre stragi una catena ininterrotta di stragi e di omicidi politici che non ha eguali nella storia di nessun altro paese europeo”.</p>
<p>L&#8217;Italia, infatti, deve essere considerata, valutata e studiata, soprattutto dai cittadini italiani, come un paese che ha pagato molto più di ogni altro paese europeo, il retaggio della parziale vittoria\sconfitta nell’ultimo conflitto mondiale per tutto il dopoguerra e fino alla caduta del Muro di Berlino in termini di reale indipendenza nei settori energetici, geopolitici e della sicurezza interna. Una nazione il cui sistema di autodeterminazione è stato a lungo “infiltrato” da poteri occulti, come la P2, il sistema Gladio e molte altre strutture parallele e servizi segreti che, lungi dal servire la Costituzione, hanno rappresentato poteri e condizionamenti esterni e, servendo questi, hanno deviato costantemente l’orientamento del consenso, lo sviluppo economico, le politiche poste in essere dalla classe dirigente, la corruzione del sistema politico e le sue dinamiche con la classe imprenditoriale, nonché molte delle acquisizioni che avrebbero permesso alla magistratura di fare luce sui troppi episodi e fatti oscuri che hanno insanguinato la vita dell’Italia Repubblicana e continuano a minacciare di farlo, anche attraverso la criminalità organizzata, quando non riescono ad ottenere i propri scopi tramite l’intimidazione o la corruzione.</p>
<p>In questi giorni ricordiamo ancora il sacrificio consapevole e lucido di Paolo Borsellino, il suo senso del dovere, dello Stato e del ruolo del magistrato, vissuto in situazioni estreme, che aveva incarnato in modo esemplare, legandosi volontariamente, nell&#8217;immagine pubblica e, definitivamente, nella Storia del nostro Paese, alla figura di Giovanni Falcone. Una storia che non sarà raccontata a scuola nei libri di storia perché è una storia che non può essere raccontata. Sta a noi mantenere vivo il loro insegnamento non solo nel ricordo, nella trasmissione della conoscenza e dei valori alle nuove generazioni ma, anche nel nostra realtà individuale, con la consapevolezza lucida dei fatti, nell&#8217;agire quotidiano della nostra informazione, facendo i conti con quello che ci viene raccontato del presente e del passato e confrontandolo con quanto succede realmente intorno a noi e con quanto continua a minacciare il sistema della nostra convivenza civile. In questo senso condividiamo ancora una volta il significato delle parole usate del Procuratore Generale della Repubblica di Palermo, per ricordare il magistrato che ricordiamo: “Credo che per rendere onore a Paolo, per strapparlo, almeno nella memoria, dalla terribile solitudine che lo pervase negli ultimi giorni di vita, occorra che anche in giorni come questi, in occasione delle commemorazioni ufficiali, cominciamo a dire a noi stessi che egli non è stato vittima soltanto di personaggi come Riina e i suoi sodali, ma anche della storia malata di un Paese democraticamente immaturo che non ha mai saputo fare i conti con il proprio passato, non ha mai avuto la forza di guardare dentro la propria realtà e che per questo ha lasciato morire nella solitudine alcuni dei suoi figli migliori, rischiando così di far morire assieme a loro anche la parte migliore di sé”.</p>
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		<title>Alla «Limonaia» del Polo Civile del Tribunale di Siena, nel ricordo di Falcone e Borsellino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pat&#38;Guido]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Apr 2019 11:21:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Conferenze e Dibattiti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Patricia Ferreira e Guido di Gennaro &#8211; Gruppo Agostino Catalano &#8211; Maremma Venerdì 5 aprile l’Area Verde Camollia 85 del Polo Civile del Tribunale&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_18729" aria-describedby="caption-attachment-18729" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/04/Limonaia.jpeg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-18729 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/04/Limonaia-300x254.jpeg" alt="Francesco Mongiovì Cons. Roberto Carrelli Palombi Presidente Luciano Costantini Tommaso Catalano Siena" width="300" height="254" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/04/Limonaia-300x254.jpeg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/04/Limonaia-1024x868.jpeg 1024w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/04/Limonaia-768x651.jpeg 768w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/04/Limonaia-20x17.jpeg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/04/Limonaia.jpeg 1062w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-18729" class="wp-caption-text">Francesco Mongiovì, Cons. Roberto Carrelli Palombi, Presidente Luciano Costantini, Tommaso Catalano (clicca per ingrandire)</figcaption></figure></p>
<p><em>di Patricia Ferreira e Guido di Gennaro &#8211; Gruppo Agostino Catalano &#8211; Maremma</em></p>
<p>Venerdì 5 aprile l’Area Verde Camollia 85 del Polo Civile del Tribunale di Siena, nota come «Limonaia», ha aperto le sue porte a Francesco Mongiovì e Tommaso Catalano, <a href="https://www.19luglio1992.com/la-toscana-incontra-francesco-mongiovi-e-tommaso-catalano/">presenti in Toscana nell’ambito del progetto «Falcone e Borsellino, la legalità come ragione di vita»</a>. Una sala gremita ha seguito con grande interesse tutti gli interventi.</p>
<p>L’incontro, nato dalla collaborazione tra l’Area Verde -nella persona del Giudice Dott. Delio Cammarosano- e il Gruppo «Agostino Catalano &#8211; Maremma» del Movimento delle Agende Rosse, è iniziato con il saluto del Presidente del Tribunale, Cons. Roberto Carrelli Palombi e del Procuratore della Repubblica Dott. Salvatore Vitello.</p>
<p>In seguito, il Dott. Luciano Costantini, Presidente della Sezione Penale, ha raccontato la sua esperienza come giovane sostituto procuratore nella Procura di Marsala a fianco di Paolo Borsellino. Francesco Mongiovì e Tommaso Catalano hanno parlato della loro esperienza nel momento delle stragi di Falcone e Borsellino. Francesco Mongiovì ha inoltre raccontato le sue esperienze nella Polizia dopo il 1992, in particolare gli anni trascorsi nella sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, durante i quali ha partecipato alla cattura di numerosi mafiosi, compreso Giovanni Brusca, che azionò il telecomando per la strage di Capaci.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<a href='https://www.19luglio1992.com/alla-limonaia-del-polo-civile-del-tribunale-di-siena-nel-ricordo-di-falcone-e-borsellino/limonaia/'><img loading="lazy" decoding="async" width="150" height="150" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/04/Limonaia-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="" /></a>
</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><iframe loading="lazy" src="https://player.vimeo.com/video/331312234?title=0&amp;byline=0" allowfullscreen="allowfullscreen" width="500" height="281" frameborder="0"><span style="display: inline-block; width: 0px; overflow: hidden; line-height: 0;" data-mce-type="bookmark" class="mce_SELRES_start">﻿</span><span style="display: inline-block; width: 0px; overflow: hidden; line-height: 0;" data-mce-type="bookmark" class="mce_SELRES_start">﻿</span></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://vimeo.com/331312234"><strong>Saluti Presidente del Tribunale e Procuratore della Repubblica di Siena</strong></a><br />
video di <a href="https://vimeo.com/guidoepat">Guido e Patricia di Gennaro</a> su <a href="https://vimeo.com/guidoepat">Vimeo</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><iframe loading="lazy" src="https://player.vimeo.com/video/331324854?title=0&amp;byline=0" allowfullscreen="allowfullscreen" width="500" height="281" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://vimeo.com/331324854"><strong>Intervento del Dott. Luciano Costantini</strong></a><br />
video di <a href="https://vimeo.com/guidoepat">Guido e Patricia di Gennaro</a> su <a href="https://vimeo.com/guidoepat">Vimeo</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Articolo correlato: <a href="https://www.19luglio1992.com/la-toscana-incontra-francesco-mongiovi-e-tommaso-catalano/">La Toscana incontra Francesco Mongiovì e Tommaso Catalano</a></p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/alla-limonaia-del-polo-civile-del-tribunale-di-siena-nel-ricordo-di-falcone-e-borsellino/">Alla «Limonaia» del Polo Civile del Tribunale di Siena, nel ricordo di Falcone e Borsellino</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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		<title>La Toscana incontra Francesco Mongiovì e Tommaso Catalano</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/la-toscana-incontra-francesco-mongiovi-e-tommaso-catalano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pat&#38;Guido]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Mar 2019 15:09:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Falcone e Borsellino, la legalità come ragione di vita» di Patricia Ferreira e Guido di Gennaro Nell’ambito del progetto «Falcone e Borsellino, la legalità come&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/la-toscana-incontra-francesco-mongiovi-e-tommaso-catalano/">La Toscana incontra Francesco Mongiovì e Tommaso Catalano</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_18420" aria-describedby="caption-attachment-18420" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Ciccio-Tommaso.pages.png" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-18420 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Ciccio-Tommaso.pages-300x149.png" alt="Falcone e Borsellino, la legalità come ragione di vita" width="300" height="149" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Ciccio-Tommaso.pages-300x149.png 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Ciccio-Tommaso.pages-1024x510.png 1024w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Ciccio-Tommaso.pages-768x383.png 768w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Ciccio-Tommaso.pages-1536x765.png 1536w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Ciccio-Tommaso.pages-2048x1020.png 2048w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Ciccio-Tommaso.pages-20x10.png 20w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-18420" class="wp-caption-text">Francesco Mongiovì e Tommaso Catalano (clicca per ingrandire)</figcaption></figure></p>
<p><strong><span style="color: #800000;"><em>«Falcone e Borsellino, la legalità come ragione di vita»</em></span></strong></p>
<p><em>di Patricia Ferreira e Guido di Gennaro</em></p>
<p>Nell’ambito del progetto «Falcone e Borsellino, la legalità come ragione di vita» organizzato dal Gruppo Agostino Catalano &#8211; Maremma del Movimento delle Agende Rosse con il contributo del Rotary Club di Follonica, dal 1º&nbsp;all’8&nbsp;aprile&nbsp;2019 saranno in Toscana due importanti testimoni: <strong>Francesco Mongiovì</strong> e <strong>Tommaso Catalano</strong>.</p>
<p><strong><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Mongiovi_4782.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-18421" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Mongiovi_4782-150x150.jpg" alt="" width="100" height="100" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Mongiovi_4782-150x150.jpg 150w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Mongiovi_4782-300x300.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Mongiovi_4782-1024x1024.jpg 1024w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Mongiovi_4782-768x768.jpg 768w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Mongiovi_4782-1536x1536.jpg 1536w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Mongiovi_4782-2048x2048.jpg 2048w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Mongiovi_4782-20x20.jpg 20w" sizes="auto, (max-width: 100px) 100vw, 100px" /></a>Francesco Mongiovì</strong>: Sovrintendente Capo della Polizia di Stato, già componente della scorta del giudice Giovanni Falcone (Quarto Savona 15) e della sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, attualmente responsabile per i progetti sulla legalità del sindacato di polizia UIL Sicurezza.</p>
<p><strong><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Catalano_8488.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-18422 alignright" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Catalano_8488-300x300.jpg" alt="" width="100" height="100" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Catalano_8488-300x300.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Catalano_8488-1024x1024.jpg 1024w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Catalano_8488-150x150.jpg 150w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Catalano_8488-768x768.jpg 768w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Catalano_8488-1536x1536.jpg 1536w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Catalano_8488-2048x2048.jpg 2048w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Catalano_8488-20x20.jpg 20w" sizes="auto, (max-width: 100px) 100vw, 100px" /></a>Tommaso Catalano</strong>: fratello di Agostino, agente della scorta di Borsellino morto insieme a lui nella strage di Via D’Amelio il 19 luglio 1992.</p>
<p>Il progetto ha un duplice scopo:<br />
&#8211; approfondire la figura ed il pensiero dei giudici <strong>Giovanni Falcone</strong> e <strong>Paolo Borsellino</strong>,<br />
&#8211; far conoscere, mediante la testimonianza diretta di <strong>Francesco Mongiovì</strong> e <strong>Tommaso Catalano</strong>, il significato e l’alto valore morale di una scelta molto particolare come quella di entrare nel Reparto Scorte della Polizia per proteggere una persona speciale.</p>
<p>Francesco Mongiovì e Tommaso Catalano, nel corso della loro presenza in Toscana, incontreranno gli studenti delle seguenti scuole:<br />
&#8211; Scuola Secondaria di Primo Grado «Giovanni Pascoli» di Grosseto (2&nbsp;aprile);<br />
&#8211; Scuola Secondaria di Primo Grado «Giuseppe Ungaretti» di Grosseto (8&nbsp;aprile);<br />
&#8211; Scuola Primaria «Don Milani», Scuola Primaria «Bruno Buozzi» e Scuola Secondaria di Primo Grado «Arrigo Bugiani» dell’Istituto Comprensivo 2 di Follonica (GR) (3 e 4&nbsp;aprile);<br />
&#8211; Scuola Familiare di Nomadelfia (GR) (6&nbsp;aprile);<br />
&#8211; Istituto di Istruzione Superiore «Tito Sarrocchi» di Siena (5&nbsp;aprile).</p>
<p>I due ospiti saranno inoltre i protagonisti di quattro incontri aperti al pubblico con ingresso libero fino ad esaurimento posti.</p>
<p><strong>Martedì 2 aprile ore 14:30</strong><br />
Grapperia Nannoni (https://www.nannonigrappe.it).<br />
Località Aratrice &#8211; Paganico (GR).<br />
Visita alla distilleria con degustazione.<br />
Per partecipare è necessario prenotarsi, confermando la propria partecipazione via mail (AgostinoCatalano-Maremma.gr@agenderosse.it) o via telefono ai numeri 347&nbsp;33&nbsp;57&nbsp;818 &#8211; 329&nbsp;15&nbsp;24&nbsp;466.<br />
Posti limitati.</p>
<p><strong>Mercoledì 3 aprile ore 17:00</strong><br />
Salone del Casello Idraulico &#8211; Via Roma, 43 &#8211; Follonica (GR).</p>
<p><strong>Venerdì 5 aprile ore 18:30</strong><br />
Presso l’Area Verde Camollia 85 del Polo Civile del Tribunale di Siena («Limonaia»).<br />
Parteciperanno all’incontro il Presidente del Tribunale Cons. Roberto Carrelli Palombi, il Procuratore Dott. Salvatore Vitello ed il Presidente della Sezione Penale Dott. Luciano Costantini, uno dei sostituti procuratori che ha lavorato insieme a Paolo Borsellino nella Procura di Marsala.</p>
<p><strong>Sabato 6 aprile ore 16:00-18:00</strong><br />
Presso la sede dell’Auser di Ribolla (GR), Via Liguria, 1.</p>
<p><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Mamma-Emilia-1.png" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-18508 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Mamma-Emilia-1-212x300.png" alt="" width="212" height="300" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Mamma-Emilia-1-212x300.png 212w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Mamma-Emilia-1-725x1024.png 725w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Mamma-Emilia-1-14x20.png 14w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/Mamma-Emilia-1.png 742w" sizes="auto, (max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a>Oltre alle attività pubbliche e con le scuole che faremo, ci sarà un momento molto particolare.</p>
<p><strong>Domenica 7 aprile</strong> è il sesto anniversario della morte di <strong>Emilia Incandela Catalano</strong>, madre coraggiosa di <strong>Agostino</strong>, che per molti anni dopo la morte del figlio ha saputo raccoglierne l&#8217;eredità e portare avanti un&#8217;instancabile attività antimafia e per la legalità, soprattutto nelle scuole.</p>
<p>Ricorderemo <em>Mamma Emilia</em> durante la <strong>Santa Messa delle 11:30</strong> alla <strong>Parrocchia di Santa Lucia</strong> di Grosseto a Barbanella.<br />
Sarà una bella occasione per chi volesse accompagnare e conoscere Tommaso e salutare anche Francesco Mongiovì.</p>
<p><strong>Patrocini</strong><br />
Il progetto ha ottenuto il patrocinio di:<br />
&#8211; Regione Toscana<br />
&#8211; Diocesi di Grosseto<br />
&#8211; Provincia di Grosseto<br />
&#8211; Provincia di Siena<br />
&#8211; Comune di Grosseto<br />
&#8211; Comune di Siena<br />
&#8211; Comune di Follonica (GR)<br />
&#8211; Comune di Roccastrada (GR)<br />
&#8211; Comune di Civitella Paganico (GR)<br />
Il progetto ha inoltre ottenuto la concessione dell’uso del marchio del Consiglio regionale della Toscana ai sensi dell’art. 6 comma 4 della L.R. 15/2010.</p>
<p><strong>Per informazioni:</strong><br />
e-mail: <a href="mailto:AgostinoCatalano-Maremma.gr@agenderosse.it">AgostinoCatalano-Maremma.gr@agenderosse.it</a><br />
cell. 347-335 78 18 (Guido) e 329-152 44 66 (Patricia, anche WhatsApp)<br />
Pagina Facebook del Gruppo: <a href="https://www.facebook.com/AR.AgostinoCatalano/">https://www.facebook.com/AR.AgostinoCatalano/</a></p>
<p><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/locandina-Francesco-Tommaso_marchio-Consiglio-A4.png" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-18511 size-large" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/locandina-Francesco-Tommaso_marchio-Consiglio-A4-725x1024.png" alt="Francesco Mongiovì Tommaso Catalano Agende Rosse Toscana" width="725" height="1024" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/locandina-Francesco-Tommaso_marchio-Consiglio-A4-725x1024.png 725w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/locandina-Francesco-Tommaso_marchio-Consiglio-A4-212x300.png 212w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/locandina-Francesco-Tommaso_marchio-Consiglio-A4-768x1085.png 768w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/locandina-Francesco-Tommaso_marchio-Consiglio-A4-1087x1536.png 1087w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/locandina-Francesco-Tommaso_marchio-Consiglio-A4-14x20.png 14w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2019/03/locandina-Francesco-Tommaso_marchio-Consiglio-A4.png 1241w" sizes="auto, (max-width: 725px) 100vw, 725px" /></a></p>
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		<item>
		<title>La strage di Via Carini</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/la-strage-di-via-carini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Carbone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Sep 2018 19:28:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri documenti]]></category>
		<category><![CDATA[Agende Rosse Genova]]></category>
		<category><![CDATA[borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[Brigate Rosse]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Russo]]></category>
		<category><![CDATA[Emanuela Setti Carraro]]></category>
		<category><![CDATA[Falcone]]></category>
		<category><![CDATA[Generale Dalla Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Carbone]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Legalità]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento delle Agende Rosse Falcone Borsellino Genova]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Giuseppe Carbone Il 3 settembre 1982, in un agguato di puro stampo mafioso, fu ucciso il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, nominato da pochi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/la-strage-di-via-carini/">La strage di Via Carini</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-15265 size-full" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/09/Generale-Dalla-Chiesa.jpg" alt="Carlo Alberto dalla Chiesa" width="248" height="228" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/09/Generale-Dalla-Chiesa.jpg 248w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/09/Generale-Dalla-Chiesa-20x18.jpg 20w" sizes="auto, (max-width: 248px) 100vw, 248px" /><em>di Giuseppe Carbone</em></p>
<p><strong>Il 3 settembre 1982</strong>, in un agguato di puro stampo mafioso, fu ucciso il generale <strong>Carlo Alberto dalla Chiesa</strong>, nominato da pochi mesi Prefetto di Palermo. Dopo aver inferto un durissimo colpo alla formazione criminale delle &#8220;brigate rosse&#8221;, il Generale fu mandato a Palermo con il compito preciso di stroncare la mafia. Purtroppo, lui come tanti altri, fu lasciato solo ed abbandonato da quello Stato a cui avevano giurato fedeltà. Quello stesso &#8220;Stato&#8221; deviato, mandante e complice che lasciò soli anche Giovanni&nbsp;Falcone e Paolo Borsellino.<br />
Con quel vile attentato morirono anche la giovane moglie, <strong>Emanuela Setti Carraro</strong> e l’agente di scorta <strong>Domenico Russo</strong> che viaggiava su un’altra auto di servizio.<br />
Per l’omicidio Dalla Chiesa, di sua moglie e di Domenico Russo, furono condannati all’ergastolo Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nené Geraci. Rimangono tutt&#8217;ora impuniti i complici o mandanti dai colletti bianchi.<br />
Come dice sempre <strong>Salvatore Borsellino</strong>, le vie di Palermo non hanno più il nome della toponomastica, ma hanno assunto quello della strage che li accomuna, ecco perché i palermitani non chiamano più questa strada Via Carini, ma la via dove hanno ucciso il Generale Dalla Chiesa!<br />
Sul luogo dell’agguato, qualcuno pose un cartello: <strong>«Qui è morta la speranza dei siciliani onesti»</strong>.</p>
<p>Anche per il Generale Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela e l&#8217;agente Domenico Russo è alzata in alto un&#8217;<strong>Agenda Rossa</strong> in nome della <strong>verità</strong> e della <strong>giustizia</strong>!&nbsp;<br />
Giuseppe Carbone<br />
A.R. Genova</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-15264" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/09/DSC_0645-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/09/DSC_0645-300x199.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/09/DSC_0645-1024x681.jpg 1024w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/09/DSC_0645-768x511.jpg 768w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/09/DSC_0645-1536x1021.jpg 1536w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/09/DSC_0645-2048x1362.jpg 2048w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/09/DSC_0645-20x13.jpg 20w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<item>
		<title>Genova non si arrende!</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/genova-non-si-arrende/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Carbone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Aug 2018 15:20:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Le vostre lettere]]></category>
		<category><![CDATA[borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[Falcone]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Carbone]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento delle Agende Rose Falcone Borsellino Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento delle Agende Rosse]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Carbone]]></category>
		<category><![CDATA[Ponte crollato]]></category>
		<category><![CDATA[Ponte dell'autostrada]]></category>
		<category><![CDATA[Ponte Morandi]]></category>
		<category><![CDATA[Verità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Giuseppe Carbone La tragedia che ha colpito la città di Genova il 14 agosto 2018 è una catastrofe immane, «annunciata» da molto tempo e&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/genova-non-si-arrende/">Genova non si arrende!</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/08/ponte-crollato.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-15120 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/08/ponte-crollato-300x151.jpg" alt="" width="300" height="151" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/08/ponte-crollato-300x151.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/08/ponte-crollato-20x10.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/08/ponte-crollato.jpg 763w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>di Giuseppe Carbone</em></p>
<p>La tragedia che ha colpito la città di Genova il 14 agosto 2018 è una catastrofe immane, «annunciata» da molto tempo e con evidenti carenze di prevenzione e soluzioni riparatrici. Oggi si continua a piangere per le 43 le vittime! Sono diretto testimone dell&#8217;angoscia vissuta dai famigliari durante la fase di ricerca delle vittime, quando ancora erano dichiarate «disperse» e del penoso rito del «riconoscimento» delle salme presso l&#8217;Istituto di Medicina Legale della città. Lo strazio dei pianti presso la camera ardente allestita nel Padiglione Blu della fiera di Genova, con il conforto della preghiera e l&#8217;aiuto spirituale dei sacerdoti presenti, di S.E.R. Mons. <strong>Nicolò Anselmi</strong>, vescovo ausiliare di Genova, e del Cardinale <strong>Angelo Bagnasco</strong>.</p>
<p>Le esequie con i funerali solenni di Stato solo per 19 delle 43 vittime, si sono svolte il 18 agosto e sono state celebrate dal <strong>Cardinale Bagnasco</strong>,&nbsp;<strong>Arcivescovo della città,</strong>&nbsp;che, nella sua omelia, dopo aver portato le parole di preghiera e di vicinanza del Papa rivolte ai genovesi, ha parlato di «tragedia inaccettabile!».</p>
<p>Il saluto alle vittime è stato in realtà inter-religioso, tra «fratelli» di diversa fede, con il rito islamico che l&#8217;Imam di Genova ha officiato in ricordo delle vittime di religione islamica.</p>
<p>Nella giornata di lutto nazionale, Genova e tutt&#8217;Italia si sono strette in un commosso abbraccio ai famigliari delle vittime, spontanei e scroscianti applausi per i soccorritori, dagli eroici Vigili del Fuoco a tutti i corpi di Polizia, medici, infermieri e volontari del pubblico soccorso.</p>
<p>Lo squarcio provocato al cuore nel capoluogo ligure, che di fatto ha diviso la città in due, ha provocato tante profonde ferite, dalle vittime ed i loro famigliari, ai feriti, agli sfollati, ma Genova è forte, Genova vivrà nonostante tutto, Genova si rimboccherà le maniche com&#8217;è abituata a fare, leccherà le sue ferite, non piegherà la testa, ma non potrà mai dimenticare! Genova farà buona guardia affinché tutte le responsabilità siano accertate, vigilerà affinché chi debba pagare paghi!</p>
<p>I genovesi non potranno dimenticare gli allarmi rimasti inascoltati, il coraggio di chi ha denunciato la pericolosità della struttura, l&#8217;arroganza di alcuni dirigenti della società che ne cura la gestione e l&#8217;incompetenza di progettisti e deputati alla manutenzione colpevoli della loro mancata professionalità, le lacrime di una moglie, un figlio, di un padre, una madre, o un fratello, un pianto arrabbiato, ma nello stesso tempo dolce, amorevole nei riguardi del proprio caro defunto.</p>
<p>I nostri morti non torneranno, e la domanda che ci tormenta è:</p>
<p>Quante Genova ci sono in Italia? Quanti maledetti ponti o cavalcavia sono pronti a fare la stessa fine di quello di Genova?</p>
<p>Ci affidiamo, rispettosi, alle indagini della magistratura, alla competente perizia e professionalità degli investigatori, con il nostro augurio di buon lavoro e la nostra vicinanza al Procuratore capo Dott. <strong>Francesco Cozzi.</strong></p>
<p>Il Movimento delle Agende Rosse, è abituato ad urlare «Giustizia e verità!» ed il gruppo <strong>&#8220;Falcone Borsellino&#8221;</strong> di <strong>Genova</strong>, con il direttivo in lutto, si unisce al dolore dei famigliari per la perdita dei loro cari e li affiancherà nella loro sete di verità e di giustizia. Il ponte di Ferragosto è stato un tristissimo ponte, caduto, rotto, spezzato, sbriciolato, non di festa, ma di lacrime! Un pianto rispettoso, urlato o silente, in attesa di una nuova «alba» che, inevitabilmente, verrà!</p>
<p>Giuseppe Carbone<br />
A.R. Genova</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-15119" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/08/Pino-Matti-ed-il-Presidente-250x300.jpg" alt="" width="250" height="300" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/08/Pino-Matti-ed-il-Presidente-250x300.jpg 250w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/08/Pino-Matti-ed-il-Presidente-17x20.jpg 17w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/08/Pino-Matti-ed-il-Presidente.jpg 471w" sizes="auto, (max-width: 250px) 100vw, 250px" /> <img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-15118" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/08/Bandiera-a-mezzasta.jpg" alt="" width="193" height="246" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/08/Bandiera-a-mezzasta.jpg 193w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/08/Bandiera-a-mezzasta-16x20.jpg 16w" sizes="auto, (max-width: 193px) 100vw, 193px" /></p>
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		<title>Scarpinato: i Graviano non parlano per paura di chi ha impedito a Falcone di indagare sui rapporti Gladio-Mafia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Garavaglia Fragetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 May 2018 09:38:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[I mandanti occulti]]></category>
		<category><![CDATA[In Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[andreotti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonino Gioé]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di redazione 19luglio1992.com di seguito la trascrizione dell&#8217;intervento di Roberto Scarpinato del 20 maggio 2018&#160;nella chiesa della Magione del capoluogo siciliano, nell&#8217;ambito della serata organizzata&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/05/roberto-scarpinato-610x350.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-13924 alignleft" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/05/roberto-scarpinato-610x350-300x172.jpg" alt="" width="300" height="172" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/05/roberto-scarpinato-610x350-300x172.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/05/roberto-scarpinato-610x350-20x11.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/05/roberto-scarpinato-610x350.jpg 610w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>di redazione 19luglio1992.com</em></p>
<p>di seguito la trascrizione dell&#8217;intervento di <strong>Roberto Scarpinato</strong> del 20 maggio 2018&nbsp;nella chiesa della Magione del capoluogo siciliano, nell&#8217;ambito della serata organizzata da Inner Wheel Palermo Normanna e ANSA, in ricordo dei giudici <strong>Giovanni Falcone e Paolo Borsellino</strong> assassinati 26 anni fa da Cosa nostra.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">&#8220;Questo è un paese che non è riuscito a conoscere la verità sulla strage di Portella della Ginestra del 1947, che inaugura la strategia della tensione in Italia, che non è riuscito a conoscere la verità sulle stragi neofasciste, ancora a distanza di 30 anni si celebrano i processi. Sappiamo però, con sentenze definitive, che per esempio per la strage Bologna ci sono stati i servizi segreti che hanno depistato le indagini (sono stati condannati per questo) e anche Gelli è stato condannato. Ed è certamente angosciante dovere prendere atto che la storia dei depistaggi non si ferma alle stragi neofasciste ma arriva sino ai nostri giorni. Il processo Borsellino è una summa da questo punto di vista: documenti spariti, la famosa agenda rossa che sparisce. Nella immediatezza di un fatto immane in quanto ancora tutti sono stravolti dall&#8217;esplosione, c&#8217;è qualcuno che lucidamente prende la borsa e pochi minuti dopo la rimette dentro la macchina in fiamme, che non si capisce perché. Perché se prelevi la borsa la consegni ai magistrati come corpo del reato, non la metti dentro la macchina che sta bruciando. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Abbiamo dei falsi collaboratori e abbiamo un processo in corso a carico di esponenti delle forze di polizia che sono stati accusati di avere costruito a tavolino questi falsi collaboratori. Abbiamo un’intercettazione tra il <strong>collaboratore di giustizia Di Matteo</strong> e la moglie. I due parlano pochi giorni dopo che è stato sequestrato il piccolo Di Matteo, che poi sarà ucciso squagliato nell&#8217;acido e la moglie parlando al marito gli dice: “<em>Tu hai capito perché hanno sequestrato nostro figlio. Ricordati che abbiamo un altro figlio! <strong>Non parlare mai degli infiltrati della polizia nella strage</strong></em>”.&nbsp;</span><span style="font-weight: 400;">Non abbiamo mai avuto spiegazioni su questa frase.</span></p>
<div style="width: 640px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-13922-1" width="640" height="360" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/05/Scarpinato.mp4?_=1" /><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/05/Scarpinato.mp4">https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/05/Scarpinato.mp4</a></video></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Abbiamo altre cose estremamente inquietanti. Abbiamo un soggetto che era implicato nella strage di Bologna, si chiamava <strong>Elio Ciolini</strong>, che poco prima dell&#8217;inizio di tutta la campagna stragista scrive una lettera al giudice istruttore di Bologna in cui dice: “<em><strong>Tra poco sarà ucciso un esponente la Democrazia Cristiana, dopodiché ci saranno stragi da marzo a luglio, dopodiché la strategia della stragi sarà portata al nord per creare una distrazione rispetto alla mafia</strong></em>”. O aveva la palla di vetro o evidentemente c&#8217;era un piano di destabilizzazione di cui ci hanno parlato tanti altri collaboratori giustizia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Abbiamo un&#8217;agenzia di stampa che si chiama la Repubblica, che non ha niente a che fare con il giornale La Repubblica, vicina ai servizi segreti che 48 ore prima della strage di Capaci dice: “<strong><em>tra poco ci sarà un grande botto per interferire sulla elezione presidente repubblica</em></strong>” </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ci sono tante, troppe cose e quello che è ancora più inquietante è che <strong>ci sono tante persone che sanno e che continuano a tacere</strong>.&nbsp;</span><span style="font-weight: 400;">Perché continua a tacere? I <strong>Graviano</strong> hanno circa 50 anni, potrebbero cominciare una nuova vita, eppure continuano a tacere.&nbsp;</span><span style="font-weight: 400;">Credo che ci sia una storia inquietante anche da questo punto di vista. Noi abbiamo avuto degli infiltrati come <strong>Giovanni Ilardo</strong> che è stato un mafioso che ci ha dato un contributo importantissimo perché è stato il primo che ci ha dato la notizia preziosa per scoprire l&#8217;artificiere della strage di Capaci. Lui ci ha indicato <strong>Rampulla</strong> che era un estremista di destra diventato mafioso come Giovanni Ilardo. In effetti quella notizia fu preziosa. Giovanni Ilardo ci fece arrestare da infiltrato circa 15 capi importanti di Cosa nostra. Incontra Provenzano. Fotografato dai carabinieri, per mesi e mesi, <strong>nonostante si potesse arrestare Provenzano, Provenzano non viene arrestato. Anticipa che parlerà, rivelerà gli scenari politici che ci sono dietro le stragi. Pochi giorni prima viene assassinato</strong>. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Abbiamo lo strano suicidio in carcere di <strong>Antonino Gioè</strong>, uno degli stragisti di quella stagione che conosceva gli scenari mafiosi. Poco prima di morire lascia una <strong>stranissima lettera in cui fa riferimento ai servizi segreti e che muore in circostanze misteriose</strong> con alcuni collaboratori che dicono che Gioè forse poteva iniziare a collaborare e con altri che dicono che poco prima quella sera stranamente è stata chiusa la porta che dava accesso al corridoio di Gioè e che molti capiranno che stava per accadere qualcosa di strano. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">C&#8217;è una parte della storia che è una storia segreta ma non è una purtroppo una novità perché è cominciata con la strage di <strong>Portella della Ginestra</strong> e tutta la sequenza delle stragi che hanno segnato la storia italiana hanno una parte che non è stata rivelata e che non credo che a questo punto emergerà.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Abbiamo delle commissioni parlamentari sulle stragi, mi riferisco alle stragi neofasciste, che hanno concluso il loro lavori senza depositare una relazione conclusiva per i reciproci interventi politici e, scusate se ora torno a Giovanni Falcone e Borsellino.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Io penso che questo paese abbia un grave problema: non riesce ancora oggi a fare i conti col proprio passato e quindi non può capire il presente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Io sono del ‘52. Quando frequentavo il liceo, il corso di Storia finiva alla prima guerra mondiale; non si poteva parlare del fascismo. Non si poteva parlare del fascismo perché tanti professori, presidi, erano stati podestà, gerarchi. Erano coinvolti e non si sapeva come raccontare questa storia spinosa alle giovani generazioni. E così a me pare che la storia di Giovanni e Paolo ce la raccontiamo fermandoci al Maxiprocesso. E se io oggi avessi 26 anni che idea mi farei di Giovanni Falcone Paolo Borsellino? Due eroici magistrati che si sono battuti contro la mafia, che ha esclusivamente i volti di <strong>Riina</strong>, di <strong>Liggio</strong>, di persone che hanno difficoltà a esprimersi in italiano, e che poi li hanno uccisi. E questa la verità storica? Però questo noi raccontiamo ai nostri giovani e lo raccontiamo tacendo la storia che c&#8217;è stata dopo le stragi che è la storia di quando, crollato quel sistema di potere, è stato possibile celebrare una serie di processi che hanno dato un volto a quelle persone che hanno determinato la Via Crucis di Falcone e Borsellino. Perché certamente non furono né Riina né Greco a disarticolare il pool Antimafia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Via Crucis comincia quando nell&#8217;ottobre 1984 arrestano <strong>Nino e Ignazio Salvo</strong>, due intoccabili e qualcuno capisce che hanno valicato una linea che non doveva essere valicata e <strong>lì nasce una campagna di stampa di delegittimazione</strong> che non era certamente quella alimentata da personaggi di questo genere e si rompe la macchina del Pool Antimafia. Viene fermato! E quando Borsellino denuncia <em>&#8220;hanno smobilitato il pool&#8221;</em>&nbsp; il consiglio superiore della magistratura gli vuole fare un procedimento disciplinare e non glielo fanno perché Falcone minaccia le dimissioni. E’ una questione di invidia tra colleghi? Ci vogliamo raccontare questa storia? E&#8217; un mondo, lo stesso mondo, che scrive l’anonimo del corvo. Ma chi l’ha scritto? Riina? Chi l&#8217;ha scritto? Greco? Le stesse menti raffinatissime come dice Giovanni che organizzano la attentato all&#8217;Addaura che non sono state individuate. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E perché Giovanni Falcone se ne va dalla Procura di Palermo, se ne va perché gli vogliono impedire di fare le indagini su Riina su Calò eccetera? Lo vediamo in quei diari che sono rimasti: <strong>perché gli si impedisce come scrive lui di fare le indagini sull’omicidio Mattarella di accertare il rapporto tra Gladio e la mafia,</strong> ancora una volta, perché Falcone è un magistrato che non si ferma alla mafia militare. E tutto questo non è più ormai dietrologia, perché ci sono sentenze che hanno accertato che <strong>Presidenti del Consiglio hanno partecipato a riunioni in cui si discuteva dell&#8217;omicidio di Piersanti Mattarella</strong>, quell&#8217;omicidio su cui Falcone per primo, genialmente, aveva capito che non era solo un’omicidio di mafia tirando in ballo anche gli estremisti della destra eversiva. E c&#8217;erano anche capi dei servizi segreti che sono stati condannati, che erano quelli che proteggevano i latitanti mafiosi, capi della polizia, senatori&#8230; Questo mondo ha impedito a Falcone e Borsellino di portare avanti il loro lavoro, questo mondo li ha costretti ad andare via, questo mondo probabilmente è coinvolto in quella parte delle stragi che noi non riusciamo a capire e questo mondo <strong>è il mondo che temono di Graviano</strong>, per esempio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Allora io credo che, per rendere giustizia a Falcone e Borsellino, questa parte della storia la dobbiamo raccontare anche ai ragazzi, perché se ai ragazzi gli &nbsp;diciamo che la mafia era solo questa qua gli diciamo una storia dimezzata. E non possono capire quello che succede ora perché, quello che succede ora, è che <strong>c&#8217;è stata una reazione straordinaria contro la mafia militare ma non c&#8217;è stata la stessa reazione straordinaria contro quella parte della classe dirigente che in modo pazzesco camaleontico si è riciclata</strong> e passata la nottata ha mantenuto il potere che aveva. Abbiamo avuto una sequenza di presidenti della regione incriminati per concorso esterno per mafia, abbiamo le stesse storie di corruzione di ieri che stavolta non vedono tirare in campo la violenza della mafia. Ho sentito due giorni fa uno dei più importanti collaboratori di giustizia <strong>Marino Mannoia.</strong>&nbsp;Mi diceva “<em><strong>voi non avete capito che la mafia di oggi, domani sarà sempre meno corpo è sempre più testa</strong></em>”. E’ vero, abbiamo una mafia popolare che raschia il fondo del barile di un territorio ormai impoverito, esausto. La Sicilia oggi è la regione più povera d&#8217;Italia col 40% di disoccupati, una emigrazione giovanile di massa, e un calo degli investimenti pubblici del 95%. Dove prima c&#8217;era una saracinesca, dove chiedere il pizzo, è chiusa. Questi stanno raschiando il fondo del barile e sono costretti a ritornare al traffico di stupefacenti per i quali c&#8217;è una domanda di massa che viene dalla società degli onesti. C&#8217;è un mondo di professionisti, un mondo dei colletti bianchi, che vuole la cocaina. Vendono gioco d&#8217;azzardo, c&#8217;è un mondo di persone normali che vuole giocare online, e poi ci sono i colletti bianchi i quali si fanno i grandi giochi con le norme che consentono la privatizzazione dei servizi e abbiamo un Antimafia dei diritti che non esiste. Dopo le stragi del &#8217;92 &#8217;93 noi abbiamo fatto una promessa: che non era più necessario rivolgersi a ‘zu Peppu o a ‘zu Totò per avere un pezzo di pane. Abbiamo promesso che da quel momento in poi avremmo coniugato la cultura della legalità con lo sviluppo e l&#8217;abbiamo mantenuto questa promessa. Anzi siamo andati indietro: allo Zen, a Borgo Vecchio. Che cos&#8217;è la cultura della legalità? In questi quartieri che sono periferia del Bronx abbandonati al loro destino, come si fa andare lì a parlare della cultura legalità? Allora io credo che c&#8217;è stata molta Antimafia delle parole, molta Antimafia retorica ed è facile naturalmente poi travestirsi da antimafioso quando giochi con le parole. L&#8217;antimafia di diritto è fatta di una politica nuova e <strong>la politica nuova oggi si fa lottando seriamente contro la corruzione</strong> e purtroppo noi non abbiamo questi strumenti. Ripeto sempre che se noi avessimo dovuto combattere la mafia con gli stessi strumenti che abbiamo contro la corruzione oggi la mafia avrebbe vinto. Se non ha vinto è perché abbiamo una legislazione speciale che ci ha consentito di mettere in campo strumenti che contro la corruzione si possono mettere in campo. Ma perché dobbiamo avere gli agenti sotto copertura per l&#8217;estorsione, per il traffico di stupefacenti e non per la corruzione? Ma qualcuno mi spieghi perché! Non c&#8217;è un perché? Ma perché dobbiamo avere i termini di prescrizione raddoppiati per i maltrattamenti in famiglia e non li dobbiamo avere per la concussione? Ma perché? Perché c&#8217;è un pezzo di classe dirigente che si racconta a se stesso, ancora oggi, la storia che la mafia è fatta di brutti sporchi e cattivi semianalfabeti che parlano in cattivo italiano e che tutto il resto è una storia che ancora oggi si vuole rimuovere. Perché per Andreotti ancora si continua a dire che è stato assolto. Molti sono convinti che è stato assolto e molti parlano di persecuzione giudiziaria anche per persone che sono state condannati con sentenza definitiva e allora io credo che o questa classe dirigente Finalmente comincia a fare i conti con se stessa o se continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, e i conti non li farà, noi saremo costretti a scendere dentro un girone infernale che giorno dopo giorno si avviterà e credo che questo sia fare un torto a chi come Falcone Borsellino è morto per una società diversa. Io non credo che era questa la società che avevano in mente loro e&nbsp; credo che forse il modo migliore per poter onorare la memoria non è soltanto fare quello che facciamo nel nostro ambito ma anche raccontare a questi giovani che una storia, che ancora non è stata raccontata, è che aspetta di essere raccontata anche nei documentari anche in televisione. Non è possibile che la storia di Falcone e Borsellino sia la storia del Maxiprocesso, quello è stato il loro capolavoro. Ma la chiave di lettura della Via Crucis di Falcone Borsellino non sta dentro il Maxiprocesso, sta fuori dal Maxiprocesso.&#8221;</span></p>
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