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NO alla riforma Cartabia: da Nicola Gratteri a Salvatore Borsellino

«Almeno l’opinione pubblica lo deve sapere e lo deve conoscere, perché […] deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio».

«Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia».

Borsellino e Falcone sono stati lungimiranti anche questa volta

La “cronaca nera” di questi giorni ci presenta uno scenario raccapricciante: un governo tecnico (= non votato) che approfitta della richiesta dell’Europa di processi celeri per riformare in peius il sistema della giustizia italiano; un Guardasigilli che, da presidente emerito della Corte costituzionale, dimentica (?) i principi sui quali si fonda l’intero ordinamento penale; un Parlamento esautorato, ai margini, che non discute e non decide nulla su di una riforma di tale incisività e portata; la fretta di approvare lo scempio; l’aberrante scelta dei Tg di presentare all’opinione pubblica la riforma Cartabia come campo di scontro politico dei partiti, della maggioranza e delle opposizioni, senza mai entrare nel merito!

Le personalità e le associazioni più autorevoli e competenti dello stivale hanno un giudizio univoco sulla riforma della giustizia, non va assolutamente approvata! Ma a qualcuno conviene che passi. Ma qualcuno ha fretta che passi.

Nicola Gratteri è in prima fila e, come sempre, senza mezzi termini, per contrastare non più solo la mafia, ma anche leggi pericolose per l’ordine e la sicurezza pubblica che hanno dato vita a questa “brillante” riforma della giustizia. «Uno dei punti qualificanti della Riforma Cartabia è l’improcedibilità dell’azione penale, che prevede l’annullamento della sentenza di condanna eventualmente pronunciata nei gradi precedenti trascorsi rispettivamente due anni o un anno nell’ambito del giudizio di appello o di Cassazione. Avrà come effetto solo quello di spazzare via un enorme numero di sentenze di condanna con tutto ciò che questo comporta anche sul piano general preventivo e di sicurezza per i cittadini di questo paese. Il motivo è molto semplice: con questa riforma, a tutti, nessuno escluso, converrà presentare appello e poi ricorso in cassazione non fosse altro per dare più lavoro, ingolfare ulteriormente la macchina della giustizia e giungere così alla improcedibilità». Gratteri ci presenta uno scenario futuro che mette i brividi: «Ci saranno una diminuzione del livello di sicurezza per la nazione, visto che certamente ancora di più conviene delinquere, e un annullamento della qualità del lavoro».

Tra le tante previsioni maldestre e malpensate, incute un forte timore il meccanismo che consentirebbe all’indagato e alla persona offesa di venire a conoscenza degli atti relativi alle indagini preliminari quando sia scaduto il termine entro il quale il Pubblico Ministero debba determinarsi in ordine all’azione. Non si tiene conto della complessità delle attività investigative, soprattutto in casi di reati di mafia e maxi inchieste. Oltre a Gratteri, che sta dando un contributo determinato e determinante a questa lotta disperata, anche tanti altri magistrati, giuristi, avvocati e giornalisti, come il dott. Cafiero De Raho, il dott. Di Matteo, l’avv. Fabio Repici, Paolo Borrometi, Marco Travaglio e tantissimi altri.

Un grido di protesta deciso e forte si alza dai parenti delle vittime di mafia, coloro i quali non avrebbero ottenuto giustizia se fosse stata già in vigore questa riforma e coloro i quali non possono permettere che venga reso vano il sacrificio della vita di un fratello, di un figlio, di un marito.

Il Movimento delle Agende Rosse, capitanato da Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, è impegnato in prima linea per dire di NO a questo scempio della giustizia italiana: «Si introduce un altro concetto devastante che cozza contro il principio Costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale e affida al Parlamento, violando il principio costituzionale della separazione dei poteri, la scelta della priorità dei reati da perseguire. E per riuscire ad ottenere tutto questo si svilisce il ruolo del Parlamento e si elimina, per un progetto di tale importanza, la discussione in aula ponendo il voto di fiducia, e tutto questo all’inizio dell’estate, in un momento di scarsa attenzione dell’opinione pubblica, la stessa scelta un tempo adottata dalla criminalità mafiosa per compiere l sue stragi», osserva Salvatore. La Camera dei Deputati, pochi giorni fa, ha ospitato proprio una iniziativa delle Agende Rosse, con relatori illustri a spiegare il perché questa riforma sia la morte del diritto, della democrazia, della giustizia. Alla presenza dell’on. Piera Aiello, anche lei in opposizione alla riforma Cartabia, Salvatore Borsellino ha lanciato un appello a politici, professionisti e società civile, che sta raccogliendo un larghissimo consenso, soprattutto tra la gente comune che, questa volta, non vuole dormire: «E’ una battaglia disperata ma le battaglie, se giuste, se sacrosante, vanno in ogni caso combattute ed è quello che faremo, chiamando a raccolta la Società Civile, fino alla fine. Ed è per questo che chiedo a tutti quelli che con il loro voto decideranno l’esito di questa riforma, anche a quelli che l’hanno improvvidamente votata in Consiglio dei Ministri, di volerla fermare, di non distruggere il sogno di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone, altrimenti non osino più, in futuro, di pronunciarne neanche il nome».

Eppure, se si volesse davvero riformare in melius la giustizia, rendere celeri ed efficaci i processi, garantire sia i diritti dell’indagato/imputato sia le legittime richieste dei parenti delle vittime e della società civile offesa dai reati, ci sarebbero ottime soluzioni proposte, tra gli altri, anche da Gratteri: «Depenalizzare ipotesi di reato cd. bagatellari, per i quali forse è più adeguata una sanzione amministrativa, piuttosto che quella penale; un effettivo e reale potenziamento dei riti alternativi, che invece sono del tutto disincentivati dalla previsione della cd. “improcedibilità” e, soprattutto, una imponente modifica del sistema delle impugnazioni. È possibile eliminare il divieto di reformatio in peius; è possibile aumentare le ipotesi di inammissibilità degli appelli, laddove manifestatamente pretestuosi; è possibile escludere alcune ipotesi di appello; è possibile, ancora, introdurre un appello a critica vincolata».

“Se si volesse”, appunto!

«Almeno l’opinione pubblica lo deve sapere»!

Federica Giovinco

 

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