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Mafie, Abruzzo altro che isola felice, in un trentennio oltre quindici uccisi da ambienti criminali

4 settembre 2022 – Il nostro direttore Paolo De Chiara è stato relatore, insieme a Marisa Garofalo, dell’incontro organizzato venerdì scorso ad Altino “Lotta alle mafie ed al femminicidio – Il coraggio di dire no. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta” dalla Pro Loco con la collaborazione nostra, di Casoli.org e del Movimento delle Agende Rosse Abruzzo gruppo “Giovanni Falcone e Paolo Borsellino” e il patrocinio del comune di Altino.

Un evento in cui il ricordo e l’indignazione, la rabbia per quanto Lea Garofalo subì in vita e per il suo assassinio si sono intrecciati con doverose e franche riflessioni su quel che oggi sono le mafie.

Anche in terra d’Abruzzi.

E su come non serve, è irrispettoso ed offende il sacrificio di persone come Lea, issare altarini ad «eroi». Parola abusata e divenuta ormai tossica, da abolire assolutamente. Perché issando altarini ad irraggiungibili eroi ci si sciacqua l’incosciente coscienza, ci si sgrava da ogni responsabilità, si cerca di giustificare il lassismo, la complicità, la connivenza, la più schifosa, imbelle e vergognosa vigliaccheria.

Lea Garofalo, ha ricordato Paolo, è stata «creduta» solo da morta, isolata ed abbandonata in vita. Quando veniva definita, tra le altre, tossica e «prostituta». In realtà il termine utilizzato all’epoca era molto più volgare, squallido e maschilista ma per rispetto di Lea e di tutte le donne vittime, uccise o sopravvissute alle violenze patriarcali e/o mafiose, evitiamo di riportarlo.

Tossica esattamente come venne definito, e per anni si è cercato di farlo passare, Attilio Manca sul cui omicidio, sui cui depistaggi, rimandiamo a quanto da noi ripetutamente pubblicato sin dall’inizio della nostra avventura.

«Prostituta», il calvario aberrante, mafioso e patriarcale, a cui migliaia di donne sono crocifisse dallo sfruttamento dello stupro a pagamento in Italia. Milioni nel mondo. Ma, nel Paese ipocrita e bigotto, perbenista e vigliacco, nelle sue abbondanti variante, insulto scagliato contro ogni donna. Anche vittima di violenza, abusi, stupri, sfruttamento. Lea esattamente come Annamaria Scarfò, isolata, insultata e disprezzata nel suo paese dopo aver denunciato il branco delle bestie.

«Malanova» perché denunciò gli stupri subiti e che il branco, composto anche da personaggi riconducibili agli ambienti della criminalità organizzata, volevano violentare anche la sorella più piccola.

«Malanova» è anche il titolo del libro in cui Annamaria Scarfò ha testimoniato la sua vicenda. Era una prostituta, sfruttata dalla mafia nigeriana anche quando ormai la malattia le provocava dolori terribili e non riusciva più a vivere, Liliam Solomon. L’abbiamo ricordata l’anno scorso, riuscì a fuggire dai suoi sfruttatori e dalle sue denunce partirono le prime maxi operazioni contro la mafia nigeriana in Abruzzo. Morì, vittima del linfoma e della bestialità disumana dei suoi carnefici (gli sfruttatori mafiosi e gli stupratori che se ne strafregarono delle sue sofferenze, perversi schifosi), ricoverata all’ospedale di Pescara. La tratta, lo sfruttamento dello stupro a pagamento, le mafie nigeriane in questi anni non si sono mai fermati tra Tronto e Trigno.

Anzi, hanno continuato ad avanzare. Ed è datata anno 2021, dieci anni dopo la morte di Liliam, la maxi operazione che coinvolse varie regioni ed individuò in Abruzzo il fulcro e la base principale di un clan della mafia nigeriana.

Lea Garofalo ha vissuto anche a Campobasso, a pochi passi da noi. È ora di smetterla con la menata, che si continua a perpetrare nonostante la realtà reale e la vera verità sono sotto gli occhi di tutti, dell’isola felice e di «certe cose» che accadono solo lontano. E quindi ci si fa i «c…i propri». I «c…i propri», se si è realmente persone, esseri umani, cittadini, è aprire gli occhi, non dare tregua a nessun essere a cui non va riconosciuta nessuna dignità.

Perché non ne hanno. Campobasso condivide con Pescara e larga parte dell’Abruzzo i natali ad uno dei principali clan di Roma – i Casamonica – e ai suoi affini Spada, Di Silvio e consimili attivi a Roma, Ostia e provincia di Latina. Clan che condividono radici e modus operandi, dinamiche e ambienti d’origine (e anche alcuni cognomi) con uno dei clan più feroci in ascesa proprio in Calabria: il clan degli Abruzzese (o Bruzzese in alcuni casi). Così come i loro parenti, sodali e affini tutt’ora sempre attivi su quasi tutta la regione.

Era il primo giorno di attività di WordNews, 1° gennaio 2020, quando un Ciarelli iniziò l’anno con un omicidio – per motivi di droga – al Ferro di Cavallo. E un altro Ciarelli assassinò Domenico Rigante il 1° maggio 2012, esattamente dieci anni fa. Il fratello, già condannato per la rapina in cui fu ucciso il maresciallo Di Resta, sempre nel 2012 fu accusato di un altro omicidio di quell’anno, quello di Tommaso Cagnetta.

In questo ventre oscuro d’Abruzzo fu assassinata Anna Carlini ormai diversi anni fa, assassinata nel sottopasso della stazione centrale di Pescara. La città in cui il mese scorso è stato assassinato Walter Albi. Uno dei due omicidi di quest’anno dopo il pastore di Ofena in primavera, morte che molti hanno ricondotto alla presenza della mafia dei pascoli.

Pescara in cui sono stati assassinati Roberto Straccia e Alessandro Neri, in cui quest’anno ricorre il decennale dell’assassinio dell’ex Banda Battestini Italo Ceci. Era l’ottobre 1991 quando fu assassinato l’avvocato Fabrizi, nessun processo ha mai accertato il mandante e il movente. Finito tutto all’italiana come i processi successivi alle indagini degli inquirenti: entrati nello studio del legale sequestrarono documenti che portarono ad indagini sull’insediamento di alcuni centri commerciali, su una società dei trasporti nel frentano, sul ciclo dei rifiuti nel vastese e all’arresto di membri della Giunta Regionale (compreso il presidente dell’epoca), della giunta comunale pescarese e della giunta comunale chietina.

In quegli anni almeno quindici comuni avevano appaltato la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti ad una società riconducibile a Gaetano Vassallo, oggi pentito di camorra, uno dei primi bracci economici dei Casalesi, insieme a Cipriano Chianese. La Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, nella relazione approvata il 4 marzo 1999, definì l’Abruzzo «geograficamente sita all’ideale snodo dei traffici tra nord e sud», «considerato di particolare interesse dalla criminalità organizzata la quale, nello specifico settore dei rifiuti, appare avere spostato il flusso dei traffici dalle rotte tirreniche nord-sud a quelle adriatiche» e dove giungono «traffici di rifiuti pericolosi prodotti nel nord dell’Italia, trasportati da imprese vicine alla criminalità organizzata, smaltiti in maniera illecita e distribuiti anche su altre aree del territorio nazionale».

Inchieste come Ebano ed Humus documentarono l’arrivo illecito di rifiuti dal nord nelle cave della Marsica, altre lo sfruttamento criminale dell’ex fornace Gagliardi di Tollo. Ai rifiuti si ricollegano gli incendi ed è di un anno fa l’ultimo grande attacco di fuoco contro l’Abruzzo, erano le prime due domeniche di Agosto quando da Pescara a Vasto avvenne quello che abbiamo ripetutamente definito «un inferno pianificato in maniera militare» da parte di un «terrorismo mafioso».

Alessio di Fiorio (www.wordnews.it)

 

LINK: album fotografico dell’evento

 

 

 

 

 

 

 

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