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La verità su via D’Amelio passa anche per il “Colle”

Le disquisizioni e i distinguo sulle verità, non mi sono mai piaciuti. Sono stato e lo sono ancor di più, amante della verità. Ma non una verità tanto per o per le verità processuali che spesso ci vengono promanate. La verità, la conoscenza di quel che è accaduto, sono elementi ascrivibili alla Storia di un Paese e non ci devono essere ragioni, che possano impedire la conoscenza. Di sicuro, ho delle intrinseche motivazioni, quindi parte in causa, nel chiedere con tutte le mie forze che verità e giustizia per via D’Amelio venga fatta. E’ ovvio che le mie ragioni, seppure motivate, sono ben diverse da quelle della signora Agnese Borsellino o di Salvatore Borsellino e dei familiari dei miei colleghi assassinati insieme a Paolo Borsellino. E, quindi non condivido la decisione del presidente Napolitano di sollevare il conflitto di attribuzione con la Procura di Palermo.
A mio modesto avviso, anche se l’atto richiesto appare legittimo, lo ritengo un fatto opinabile, giacché si da forma preminente ad un supposto reato di lesa maestà dimenticandosi che prima di ogni cosa, viene l’accertamento della verità. Sarebbe stato equo e soprattutto rispettoso delle vittime di via D’Amelio, che le telefonate intercorse tra il Quirinale e il cittadino Nicola Mancino, venissero rese pubbliche. Poco interessa se il contenuto dei dialoghi, siamo o non siano riconducibili a fatti penalmente rilevanti. A tal proposito non vorrei trovarmi nei panni del mio collega ispettore della DIA che ha registrato le telefonate: anch’io una volta mi trovai nelle sue stesse condizioni, per aver intercettato telefonate “non divulgabili” allora e che mai divulgherò.
Questa verità tarda ad arrivare. Però assistiamo ogni giorno, dai tempi di Giovanni Falcone, ad un accanimento terapeutico nei confronti dei magistrati della Procura di Palermo. Nel frattempo sono cambiati i PM, alcuni non per loro volontà, ma perché assassinati da Cosa nostra, e poco importa se oggi ci sono Ingroia e Di Matteo, il target da illo tempore è la Procura di Palermo nel suo insieme.
Allora, voglio dire con franchezza ai signori politici che mi fate una gran pena; dovreste avere le “sportine quadrate” e dire apertamente che in Sicilia nessun PM deve permettersi di indagare non solo contro Cosa nostra, ma in dettaglio sui rapporti politici/affaristici/mafiosi. La politica ha smarrito la strada delle giustizia e tutti questi solerti paladini del diritto dov’erano quando è emerso il più grande depistaggio compiuto nella strage di via D’Amelio? O aver raccolto la testimonianza diretta e non di relato del collaboratore di giustizia Spatuzza che ha di fatto ribaltato una “verità” confezionata, è forse colpa dei PM di Palermo? Lo so, sono consapevole che a tanti piacerebbe una Procura, supina e asservita ai piaceri voluttuosi dei politici di turno. Scordatevelo! I Magistrati di Palermo e in generale di tutta Italia, hanno ben vivo il ricordo di chi per amore di verità e giustizia ha pagato con la vita.
Signori politici volete essere lasciati in pace dai magistrati? Ebbene, non avete altro che non commettere delitti: non avete altro che rifiutare i voti mafiosi. Altro che chiedere un giorno sì e l’altro pure provvedimenti disciplinari verso i PM palermitani. Chiedete tutto quel che volete, ma sappiate che noi cittadini di questo Paese, abbiamo capito che la verità su via D’Amelio passa anche per il Colle. E, in un Paese dove lo sport preferito è il raggiungimento della prescrizione, non potrà mai esserci verità e giustizia. Ci sono state vittime innocenti che hanno creduto nella Costituzione e nel giuramento di fedeltà e ciononostante, il loro sangue viene ogni giorno calpestato da interessi di parte.

Pippo Giordano

 

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