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La mafia ruba il futuro dei nostri figli

25 Giugno 2019

Si racconta che durante un interrogatorio risalente al 1980, a Giovanni Falcone che gli poneva la classica domanda “che cosa fosse la mafia?”, il boss Frank Coppola rispose così:

Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell’appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, quest’ultimo otterrà il posto. Questa è la mafia”. La mafia dunque ama i cretini. Ed è lo stesso boss mafioso a fornirci l’antidoto: la cultura, l’intelligenza, la competenza, il merito.

La mafia, cambia continuamente pelle. Sceglie i corrotti e i corrompibili, punta a volgarizzare il livello del dibattito. Le istituzioni non reagiscono più e i media si sono assuefatti o peggio corrotti. C’è un arretramento poiché non ci sono anticorpi efficaci rispetto ai fenomeni mafiosi. Quando, però, si entra a stretto contatto con la società civile la sensazione è diversa. La società ha, oggi, dopo ventisette anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio, una maggiore consapevolezza. La reazione che avvenne subito le stragi del 1992 fu molto forte, spaventò la mafia e costrinse lo Stato ad agire. Se fino a quel momento l’antimafia era un fenomeno di élite, dopo il 1992 diventa anche un’antimafia sociale. Da Palermo si sviluppò una reazione a catena, da Sud a Nord, tra le generazioni che col tempo però è andata sempre più scemando. Nel frattempo le mafie hanno pervaso il Nord occupando il territorio di regioni economicamente floride e, quindi, permeabili al denaro proprio attraverso i canali dell’economia e della finanza. Oggi in pochissimi negano che la mafia esista ormai ovunque. Nonostante ciò siamo davanti a un tentativo di riconfigurazione dell’immaginario mafioso che punta ad abbassare il livello culturale per non avere più strumenti per scegliere consapevolmente e, di conseguenza, non si sceglie ma si viene scelti.

Personalmente giro molto per l’Italia, incontro migliaia di ragazzi, che sono molto attenti e desiderosi di conoscere il fenomeno mafioso e come riesca ad attanagliare il nostro Paese. La scuola è il nostro ultimo baluardo, ha svolto e svolge un ruolo decisivo contro le mafie. Nessuno ha delegato nulla alla scuola, ma la stessa è giocoforza l’unico vero argine alla sottocultura mafiosa. Le scuole di ogni ordine e grado devono diventare palestre di consapevolezza, di coscienza critica e di ricerca della verità. Una consapevolezza e una coscienza che passa da generazione a generazione dalle scuole primarie all’Università. Non solo nelle grandi città, ma anche nei paesi, nei piccoli centri, là dove i riflettori non arrivano. Questa coscienza diffusa dovrà produrre, ogni anno, cittadini che hanno una coscienza civica migliore di quella che c’era prima. La memoria non è una pratica sterile, ma un esercizio continuo e costante. Devo riconoscere, a differenza di quanto si possa credere, che i più sensibili sono proprio i giovanissimi, quelli che non c’erano ai tempi delle stragi, ma che vogliono capire riempendoti di domande e curiosità interminabili. Loro ci mettono cuore, anima e passione. Mi piace moltissimo la frase di Paolo Borsellino perché ancora attualissima: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla, perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. I nostri figli sono quelli che cambieranno tutto, là dove noi non abbiamo saputo o non abbiamo voluto cambiare. “Quando i giovani le negheranno il consenso, la mafia finirà”. Oggi più che mai è nostro sacrosanto dovere dare ai nostri ragazzi gli strumenti per scegliere da che parte stare. La legalità è una parola vuota se non la si pratica ogni giorno con fatti ed esempi. Oggi l’antimafia è diventata anche strumento per fare carriera o per usufruire di fondi, una sorta di marketing. Dietro questa bandiera abbiamo visto nascondersi segni di malaffare, di collusione, di corruzione, di contiguità. Con il passare degli anni questa parola, è diventata uno slogan di cui riempirsi la bocca nei convegni e nelle interviste, in alcuni casi per mascherare loschi affari. Ripeto: “la legalità si pratica non si teorizza!” Quando questa parola la si porta nei palazzi della politica spesso ci si scontra con un muro di gomma contro il quale rimbalza tutto. La legalità non è una maschera ma è un modo di essere e di vivere.

La mafia ha una grande capacità di adeguarsi e oggi usa come grimaldello per aprire tutte le porte la corruzione. Sceglie come più le conviene. Oggi non uccide più anzi trasmette una idea di pacificazione che però nella realtà non esiste. La mafia resta violenza e prevaricazione ma furbescamente non assume più la forma della violenza manifesta. Il volto dell’assassino che incute terrore è sostituito con quello molto più rassicurante del professionista (medico, avvocato, magistrato, imprenditore, burocrate e così via).  La mafia corrompe (istituzioni, media, economia) e ottiene tutto e subito senza fare “rumore”. Corrompere per controllare tutto e tutti senza che che ne possiamo accorgere! La mafia è cambiata e continua a cambiare ogni giorno e siamo noi che dobbiamo attrezzarci bene per capirlo e saperla combattere, altrimenti c’è poco da fare.

Attualmente non vedo le nostre istituzioni politiche all’altezza del problema. La società civile ancora sana chiede alle istituzioni di essere parte dell’interlocuzione, perché oggi non c’è. Siamo come due Stati confinanti separati da un muro impenetrabile: tu sai che ci sono , io so che ci sei ma non riusciamo a comunicare. Rompere il muro è una necessità vitale, per tutti se veramente vogliamo provare a sconfiggere le mafie che distruggono il futuro dei nostri figli.

Vincenzo Musacchio
Presidente dell’Osservatorio Antimafia del Molise

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