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“Festa della legalità” il 15 gennaio a Palermo con alcune ombre

A Palermo, la mia città, la città che odio e che amo, l’Associazione di volontariato sociale “Volontari Capitano Ultimo” onlus  ha organizzato “La festa della legalità”. L’evento, presentato da Youma Diakitè, avrà luogo il 15 gennaio dalle ore 20,30 alle ore 22,30 e consisterà nell’esibizione di Cristiano De Andrè e Gigi D’Alessio, con un breve intervento di soggetti impegnati in attività antimafia. “A 17 anni dalla cattura di Totò Riina, avvenuta il 15 gennaio 1993, per la prima volta ritorna a Palermo il celebre reparto speciale guidato da Capitano Ultimo. Ci sarà tutta la squadra: Arciere, Vichingo, Omar, Oscar, Pirata, Nello, Barbaro, Aspide, Ombra. Insieme a loro i familiari delle vittime della lotta alla mafia e molti dei reparti speciali che non hanno mai abbassato la guardia e il generale Mario Mori che allora li guidava” (fonte: balarm.it, 13 gennaio 2010).

Gli intenti dell’iniziativa sono certamente nobili: la serata servirà a raccogliere fondi per inaugurare la Casa famiglia, fondata dall’associazione intitolata al Capitano Ultimo: una casa famiglia al Prenestino, 30 ettari di periferia romana, dove saranno ospitati ragazzi difficili, i figli dei carcerati, “i più deboli… gli ultimi”.
 

Tuttavia su alcuni nomi dei partecipanti annunciati dalla stampa credo che sia legittimo esprimere alcune riserve.
 

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Partiamo con gli intrattenitori.
 

Il cantante napoletano Gigi D’Alessio è stato condannato il 2 aprile 2008 in primo grado a nove mesi di reclusione per il reato di lesioni aggravate dall’esercizio arbitrario delle proprie ragioni. D’Alessio è stato ritenuto colpevole di aver percosso due fotografi che l’undici gennaio dello stesso anno si erano appostati davanti alla sua casa a Roma. La pena è stata sospesa per la concessione delle attenuanti generiche.

 

Il cantautore Cristiano De Andrè nell’estate del 2004 ha patteggiato a Milano una condanna a una multa di 1520 euro per lesioni: aveva picchiato la sua convivente. Circa due anni dopo, il 9 luglio 2006, il cantante è stato arrestato con l’accusa di resistenza, lesioni e minacce a pubblico ufficiale. Quel giorno quattro carabinieri accorsero in seguito alla chiamata di alcuni passanti che avevano visto la ragazza che accompagnava De Andrè aggirarsi in stato confusionale per le strade di Santa Margherita Ligure. I carabinieri rintracciarono la coppia in un albergo del luogo e, quando entrarono nella stanza, due di loro furono picchiati dal cantante che fu immediatamente tratto in arresto. Il 5 marzo 2008 Cristiano De Andrè fu giudicato colpevole per questi fatti e condannato a tre mesi e dieci giorni di reclusione, convertiti in pena pecuniaria.

 

Passiamo agli ospiti d’onore.
 

Il generale dei carabinieri Mario Mori, già comandante del Reparto Operativo Speciale (Ros) dei carabinieri, è attualmente sotto processo al Tribunale di Palermo con l’accusa di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra in relazione alla mancata cattura del boss Bernardo Provenzano in occasione di un summit di affiliati all’organizzazione mafiosa avvenuto nelle campagne di Mezzojuso (PA) nel 1995. Il generale Mori, insieme al colonnello Sergio De Caprio (noto come Capitano Ultimo), è stato inoltre rinviato a giudizio il 18 febbraio 2005 con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra. I fatti si riferiscono alla mancata perquisizione del covo di Totò Riina, arrestato il 15 gennaio 1993, vicenda per la quale i due ufficiali erano sospettati di aver cessato il servizio di osservazione del covo del latitante omettendo di darne comunicazione alla Procura, dando false assicurazioni a riguardo, ed agevolando pertanto gli uomini di Cosa Nostra che “svuotarono” poi il covo di ogni cosa di eventuale interesse investigativo.
Entrambi gli ufficiali sono stati assolti dal Tribunale di Palermo il 20 febbario 2006 perché “il fatto non costituisce reato”. Il tribunale ha ritenuto non provato il dolo. Ma dalla lettura della sentenza emergono delle critiche piuttosto nette sull’operato del colonnello Sergio De Caprio, in particolare riguardo al comportamento di De Caprio nei rapporti con l’Autorità Giudiziaria:

L’omissione della comunicazione all’Autorità Giudiziaria della decisione, adottata dal cap. De Caprio nel tardo pomeriggio del 15 gennaio stesso, di non riattivare il servizio (di osservazione del covo di via Bernini, ndr) il giorno seguente, e poi tutti i giorni che seguirono, è stata spiegata dal col. Mario Mori, nella nota del 18.2.93, con lo “spazio di autonomia decisionale consentito” nell’ambito del quale il De Caprio credeva di potersi muovere, a fronte delle successive “varianti sui tempi di realizzazione e sulle modalità pratiche di sviluppo” delle investigazioni che si intendeva avviare in merito ai Sansone, una volta che i luoghi si fossero “raffreddati”.
Ciò però non era e non poteva essere, alla luce della disciplina ex art. 55 e 348 c.p.p. delle attività di polizia giudiziaria.
Ed infatti, fino a quando il Pubblico Ministero non abbia assunto la direzione delle indagini, la polizia giudiziaria può compiere, in piena discrezionalità, tutte le attività investigative ritenute necessarie che non siano precluse dalla legge ai suoi poteri; dopo essa ha il dovere di compiere gli atti specificatamente designati e tutte le attività che, anche nell’ambito delle direttive impartite, sono necessarie per accertare i reati ovvero sono richieste dagli elementi successivamente emersi.
L’art. 348 co. 3 c.p.p., per costante giurisprudenza (Cass. 7.12.98 n. 6712; Cass. 4.5.94 n. 6252; Cass. 21.12.92 n. 4603), pone, una volta intervenuta l’Autorità Giudiziaria, un unico limite alle scelte discrezionali della polizia giudiziaria, quello della impossibilità di compiere atti in contrasto con le direttive emesse.
Nella fattispecie appare indubitabile che la decisione assunta dal cap. De Caprio era incompatibile con la direttiva di proseguire il controllo – prescindendo se fosse da intendersi come video sorveglianza o come osservazione diretta od anche come semplice pattugliamento a mezzo di auto civetta della zona – impartita dall’Autorità Giudiziaria e, seppure motivata con gli elementi successivamente emersi, relativi alla presenza in loco di operatori della stampa, alla fuga di notizie che aveva avuto ad oggetto via Bernini e dunque agli aggravati problemi di sicurezza della zona, andava immediatamente comunicata.
Con riferimento a tale aspetto della vicenda, certamente riconducibile al cap. De Caprio, va aggiunto che le acquisizioni processuali non consentono di individuare con esattezza il momento in cui il col. Mori fu messo a conoscenza delle iniziative assunte dal predetto capitano.
In proposito, le argomentazioni del De Caprio secondo il quale ebbe ad informare il proprio superiore verso la fine di gennaio appaiono inverosimili, atteso che il col. Mori, quale responsabile del ROS, era stato voluto dal dott. Caselli per dirigere le indagini che sarebbero scaturite dalle dichiarazioni del Di Maggio. Ed è quindi rispondente a criteri di comune logica ritenere che ogni decisione del cap. De Caprio dovesse essergli comunicata preventivamente o immediatamente dopo la sua assunzione.
Il sito, come già detto, fu abbandonato e nessuna comunicazione ne venne data agli inquirenti.
Questo elemento, tuttavia, se certamente idoneo all’insorgere di una responsabilità disciplinare, perché riferibile ad una erronea valutazione dei propri spazi di intervento, appare equivoco ai fini dell’affermazione di una penale responsabilità degli imputati per il reato contestato.


Vi invito, per farvi una vostra opinione a riguardo, a leggere integralmente le motivazioni della sentenza.

Questi sono i fatti e le considerazioni in base alle quali ho deciso di esprimere qualche riserva sui nomi di alcuni partecipanti alla “Festa della legalità” in programma a Palermo il 15 gennaio 2010.

Infine una valutazione personale. Ritengo che nella sentenza Mori-De Caprio relativa alla mancata perquisizione del covo di Riina emergano alcuni fatti che sono a mio avviso davvero poco chiari. Ne cito uno inerente le motivazioni della linea di azione che Mori e De Caprio volevano seguire al posto della perquisizione del covo (fortemente voluta dalla procura). La motivazione addotta dai due ufficiali era che non perquisendo il covo si aprisse la possibilità di svolgere ulteriori indagini, sfruttando l’effetto sorpresa. A supporto di questa tesi il colonnello De Caprio sosteneva che la mafia non poteva sospettare che avessero individuato Riina tramite il covo.

A mio parere ci sono perlomeno due dati che contraddicono questa conclusione del colonnello De Caprio. In primo luogo lo stesso De Caprio, il giorno seguente la cattura, vide in televisione alcune troupes televisive che si aggiravano a Palermo per via Bernini alla ricerca del ex nascondiglio di Riina.
Come poteva pensare, De Caprio, che “Cosa nostra” non ritenesse “bruciato” il covo?

In secondo luogo, sempre secondo De Caprio, c’era l’effetto sorpresa, costituito dal fatto che, essendo stato catturato il boss alla rotonda del motel Agip invece che all’ uscita dal complesso di via Bernini, gli altri affiliati a “cosa nostra” non avrebbero potuto mettere in collegamento l’arresto con quel sito e dunque non sarebbero stati in grado di risalire a come i Carabinieri erano riusciti a localizzare Salvatore Riina.
Via Bernini (al numero 54) dista poche centinaia di metri (600 circa) dalla rotonda del Motel Agip e, uscendo da via Bernini, è praticamente il primo incrocio.



 


Mi chiedo e vi chiedo quale intuizione ha portato De Caprio a sostenere la linea secondo la quale gli altri affiliati a “cosa nostra” non avrebbero potuto mettere in collegamento l’arresto con quel sito.
Forse dire “600 metri” ed un’immagine ingrandita non danno l’idea di quanto sia vicino il covo al luogo della cattura di Totò Riina. Allora vi propongo un’altra immagine:

 


 

Mi risulta davvero difficile credere, dopo aver visto le immagini qui sopra, che tra il luogo della cattura e il covo di Riina qualcuno non avrebbe potuto intuire un nesso. Questo è il dubbio che mi rimane al termine della lettura della sentenza e che pongo alle valutazioni dei lettori.

 

Per ulteriori approfondimenti su questi temi vi invito a leggere l’intervento del 12/12/2009 dell’Avvocato Fabio Repici a Palermo alla conferenza: “L’alba di una nuova resistenza” I buchi neri dell’informazione in Italia ed i seguenti articoli:
Covo di Riina, Caselli: “Il Ros decise da solo”, Giovanni Bianconi, Corriere della Sera, 8 novembre 2005 
“Covo di Riina, bugie inspiegabili“, Giovanni BIanconi, Corriere della Sera, 27 maggio 2004  

Angelo Garavaglia Fragetta

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