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I giudici debbono saper comunicare

10 Gennaio 2020

di Luca Tescaroli

Nella fase iniziale della mia attività professionale, presso gli uffici giudiziari di Venezia, avevo maturato la convinzione che il magistrato dovesse parlare solo attraverso i propri provvedimenti, perché le indagini e i processi penali vengono svolti per giungere a una sentenza che affermi o escluda la responsabilità in relazione a fatti specifici.

Una volta assunto le funzioni di sostituto presso la Procura di Caltanissetta, mi sono reso conto che il problema della comunicazione avrebbe dovuto essere affrontato anche in maniera diversa per il raggiungimento dei fini istituzionali dell’amministrazione della Giustizia: non poteva essere risolto esclusivamente sulla base dei provvedimenti. In Sicilia – una terra lontana da Firenze, da Roma e da Venezia, minata da una gravissima sfiducia nello Stato e nei suoi organi – diventava fondamentale comunicare quello che noi, rappresentanti di un’istituzione, facevamo e perché lo facevamo, per sottolineare la volontà di non riconoscere spazi di impunità all’agire mafioso in tutte le sue proiezioni, ivi comprese quelle che permeavano la politica e la Pubblica amministrazione. Era un modo, infatti, per sottolineare la presenza dello Stato e, al contempo, per contrastare l’interesse di Cosa Nostra al silenzio attorno al suo operato. Un tale agire implica che la divulgazione delle notizie, da parte del magistrato, venga effettuata una volta venuto meno l’obbligo del segreto. Ho voluto ricordare la mia esperienza personale per spiegare concretamente perché penso che noi magistrati abbiamo non solo il diritto, ma anche il dovere di comunicare gli esiti dell’attività di giustizia e di sottoporre il nostro operato al controllo sociale, vale a dire al giudizio dei cittadini. Tale controllo è un indispensabile contrappeso all’indipendenza e all’autonomia della magistratura. In una democrazia i cittadini hanno il diritto di sapere che cosa si stia facendo per scoprire gli autori di un delitto eclatante o i responsabili di una vicenda economico-finanziaria che abbia danneggiato migliaia di persone, o un delitto riconducibile ai sodalizi mafiosi o al terrorismo, perché sia stata tratta in arresto una persona che rivesta una carica pubblica. E ciò vale, in particolare, per gli uffici di Procura.

Il controllo sociale è un aspetto del principio di responsabilità che vale per chiunque eserciti un potere. Ed è evidente che in questo caso si confrontano plurimi interessi di rango costituzionale che devono trovare un punto di equilibrio: il diritto di difesa, il diritto a un giusto processo e la presunzione di non colpevolezza sino alla condanna definitiva; la libertà di manifestazione del pensiero; il principio che la giustizia è amministrata in nome del popolo in uno alle disposizioni sullo statuto dei giudici e dei magistrati del pubblico ministero; il diritto alla riservatezza della vita privata e familiare di tutti i soggetti del processo (indagati, imputati, vittime e persone offese), con il conseguente obbligo di adottare tutte le misure utili a evitare l’ingiustificata diffusione di notizie e immagini potenzialmente lesive della loro dignità.

Le risultanze delle indagini offrono alla pubblica opinione e al dibattito democratico una massa di conoscenze che possono essere utili o addirittura preziose per la crescita sociale e civile del nostro Paese. L’interlocuzione pubblica deve avere quale unico ed esclusivo scopo quello di comunicare la giustizia al cittadino, evitando di inquinare con interessi estranei (del magistrato o di terzi) tale finalità di interesse generale. Non può essere ricercato il consenso popolare e i propositi di creazione di un’immagine mediatica a fini di promozione personale, come del resto la creazione di rapporti privilegiati tra singoli magistrati o uffici e una o più testate giornalistiche. Sotto altro profilo, sarebbe auspicabile che il Paese disponesse di un’informazione autenticamente libera e attenta a evitare improprie influenze sul giudice e sul pubblico ministero. Ritengo che l’obiettivo della comunicazione dovrebbe essere quello di dare dell’attività giudiziaria un’immagine comprensibile, ragionevole, non condizionata dai conflitti della società. E quindi il magistrato deve essere capace di parlare in modo chiaro, ragionevole ed equilibrato, dimostrando, al contempo, di essere a sua volta capace di ascolto, cercando la spersonalizzazione della comunicazione. L’esistenza di un interesse pubblico a comunicare la giustizia e le modalità con le quali debba avvenire sono state riconosciute a livello europeo da numerosi documenti.

Credo che il magistrato debba essere intellettualmente un uomo libero e che come tale possa esprimere, con la dovuta sobrietà derivante dalle funzioni svolte, le proprie convinzioni nel dibattito pubblico, allorché si tratti di questioni concernenti la giustizia e il suo funzionamento, perché ha la possibilità di fornire un contributo sulla base dell’esperienza maturata.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

 

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