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I fratelli Graviano e quel provino a Milanello

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Rileggendo la sentenza di primo grado con cui il Tribunale di Palermo ha condannato a 9 anni di reclusione il senatore Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, si scoprono sempre molte cose interessanti. Per esempio, si può comprendere lo stato di apprensione e di irritazione con cui il presidente del consiglio Silvio Berlusconi sta seguendo la riapertura delle indagini sulle stragi del ’92 e del ’93. L’8 settembre 2009 aveva infatti dichiarato: “E’ una follia che ci siano frammenti di Procura che da Palermo a Milano guardano ancora a fatti del ’92, del ’93, del ’94. Quello che mi fa male e’ che gente cosi’, con i soldi di tutti noi, faccia cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene comune del Paese”.


Il punto è che, come noto, il neo-collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, già esecutore materiale dell’omicidio di Don Puglisi ed esponente di spicco della famiglia mafiosa del mandamento di Brancaccio, retta da due dei più sanguinari boss di Cosa Nostra, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, responsabili sicuramente almeno delle stragi del ’93 nel continente, sta aprendo nuovi squarci sulla strage di via D’Amelio. In particolare, Spatuzza, ritenuto credibile da tutte le procure da cui è stato ascoltato, ha spostato dalla Guadagna a Brancaccio (due quartieri confinanti a sud di Palermo) il gruppo di fuoco che avrebbe materialmente organizzato ed eseguito la strage. La differenza non è di poco conto. A capo della famiglia del mandamento di Brancaccio vi erano infatti proprio i fratelli Graviano che, allo stesso tempo, intrattenevano affari e mantenevano interessi nel Nord Italia, più specificamente nel milanese.
Spatuzza riapre dunque una pista importante che porta dritti dritti alla contiguità tra l’ala stragista di Cosa Nostra ed alcuni ambienti imprenditoriali milanesi di allora. Esattamente ciò di cui parlava Paolo Borsellino nella sua ultima intervista del 19 maggio 1992, rilasciata ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi, in cui indicava proprio Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, come esempio di “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia”.

  

Ma perchè Dell’Utri e Berlusconi dovrebbero temere queste nuove rivelazioni di Spatuzza? Esistono delle prove che dimostrerebbero la contiguità tra i fratelli Graviano e il gruppo Fininvest? Per ora non si sa esattamente quello che ha dichiarato Spatuzza ai magistrati. Quello che si sa è invece che i Graviano non erano assolutamente degli sconosciuti per il presidente di Publitalia, il polmone finanziario della Fininvest. 

 

Lo si apprende leggendo il capitolo 15 della sentenza di primo grado di condanna di Marcello Dell’Utri a pag. 629, intitolato “I fratelli Graviano di Brancaccio”. L’episodio a cui si fa riferimento non è tanto interessante in sé (si parla di favori per tesserare un calciatore al Milan), quanto per il fatto che dimostra che, a pochi mesi dalla strage di via D’Amelio e mentre nel continente scoppiavano bombe a Roma, Firenze e Milano, gli autori di quelle stragi erano in qualche modo in contatto con il senatore Dell’Utri, braccio destro di Silvio Berlusconi.
   

La vicenda è la seguente. 

 

Il 27 gennaio 1994 il Nucleo Operativo dei Carabinieri di Palermo e di Milano arresta, all’interno della trattoria “Da Gigi Il Cacciatore” a Milano, i fratelli Graviano. Insieme a loro vengono tratti in arresto anche i cognati Salvatore Spataro e Giuseppe D’Agostino, rei di aver coperto la latitanza dei due fratelli procurando loro carte d’identità false. In una lettera fatta pervenire al gip di Milano il 19 marzo 1994, D’Agostino afferma di essersi trovato a Milano in circostanza dell’arresto poiché aveva intenzione di contattare, attraverso Carmelo Barone e Francesco Piacenti, il dott. Marcello Dell’Utri, già locatore di uno stabile a Palermo adibito a Standa, il quale verosimilmente gli avrebbe dovuto far trovare lavoro. Dell’Utri dichiara al maresciallo Luigi Punzi e al brigadiere Alberto Sivieri dei Carabinieri di Milano di non aver mai sentito nominare né Barone né Piacenti né tanto meno D’Agostino.
  

In realtà mente. Nella sua agenda personale sono state ritrovate delle annotazioni molto strane. Alla data 11 febbraio 1994, Dell’Utri rivela di sapere già l’argomento su cui quel giorno stesso sarebbe stato sentito: “SIRIO MARESCIALLO BICCHIO BRIGADIERE 62764294 D’AGOSTINO GIUSEPPE CHE DUE ANNI FA E’ VENUTO INSIEME A FRANCESCO PIACENTI E CARMELO BARONE INTERESSARSI PER LAVORO A MI…”. Cita perfino i nomi dei due ufficiali con degli pseudonimi. In un’altra agenda, alla data 7 settembre 1992, si legge esplicitamente il nome di Barone. In una terza agenda il nominativo Barone è seguito anche dal nome di battesimo (Melo), diminutivo di Carmelo, con due utenze telefoniche. Nessun dubbio dunque sulla sua identità.

D’Agostino e Barone si conoscono da sempre per via della loro passione per il calcio. Barone è presidente della Palermo Olimpia, insieme a Spataro. D’Agostino ha un figlio molto promettente calcisticamente e, parlando con Barone, viene a sapere che costui avrebbe potuto fargli fare un provino al Milan. Nel 1992 D’Agostino sale a Milano, il provino va bene, ma il ragazzo non viene preso perché ancora minorenne. Barone lo rassicura: per questo si può trovare un escamotage. E in più gli promette di adoperarsi per fargli trovare un lavoro redditizio in modo da poter portare su tutta la famiglia a Milano: “Io conosco il signor Dell’Utri che, eventualmente, lui, vediamo se ti fa trovare un lavoro“. Barone chiama per telefono, ma la segretaria informa che Dell’Utri non è presente. Poco tempo dopo Barone morirà in un incidente stradale (sbanda sull’asfalto bagnato e si schianta con la Mercedes su un gruppo di giostre) e la trattativa non avrà sviluppi. In seguito, l’8 dicembre del 1993, D’Agostino inizia ad ospitare in casa sua il latitante Giuseppe Graviano. A costui D’Agostino propone di nuovo la possibilità di riuscire a trovare un lavoro: chissà mai che abbia anche lui, come Barone, amicizie milanesi. Graviano risponde che sì, avrebbe potuto farlo lavorare, ma ne avrebbe prima dovuto parlare con il fratello Filippo. Subito dopo le feste natalizie arriva la buona notizia: i Graviano si sono interessati e c’è possibilità per D’Agostino di trovare un posto in un centro commerciale. Un euromercato del gruppo Fininvest.

Questa ricostruzione, offerta da D’Agostino, permette di decifrare altre significative annotazioni ritrovate sulle agende di Dell’Utri. Alla data 2 settembre 1992 si legge di un tale “MELO” con l’indicazione “INTERESSA AL MILAN”. In un’altra annotazione compare un’età (10 ANNI), quanti ne contava il figlio di D’Agostino a quell’epoca, e la frase “IN RITIRO PULLMAN DEL MILAN, INTERESSATO D’AGOSTINO GIACOMO”. Quando a Dell’Utri vengono mostrate tutte le annotazioni che riguardano Carmelo Barone, l’imputato nega di esserne a conoscenza. Solo quando gli verranno lette le dichiarazioni del collaborante Pasquale Di Filippo riguardanti il negozio d’abbigliamento di proprietà di Barone in via Lincoln, a Dell’Utri torna la memoria. Ricorda di averlo conosciuto come presidente di una società di calcio e dichiara che quel “Melo” nella sua agenda non può che essere lui.

 

In realtà, la conoscenza tra i due non si limita a una lontana comunanza di interessi sportivi, come Dell’Utri vuol far credere. Dalla documentazione reperita nelle aziende Fininvest e depositata agli atti risulta che la segretaria personale di Dell’Utri, la dott.ssa Ines Lattuada, aveva segnalato, per l’acquisto, un immobile in via Lincoln, di proprietà di Carmelo Barone. Qualche mese dopo, responsabili della Standa le faranno sapere che è venuto meno l’interesse per quell’immobile. Ancora, in un appunto manoscritto si legge: “…ATTENDE, POI, GIUSEPPE NOTIZIE PER I LOCALI DELLA DITTA BARONE…VIA LINCOLN – BRUCIATO”.

 

Per capire il senso di queste parole bisogna sapere chi fosse, in realtà, Carmelo Barone e in che ambienti orbitasse. Alla domanda se Barone avesse rapporti con esponenti di Cosa Nostra, il collaborante Pasquale Di Filippo dichiara: “Sì, io mi ricordo che Barone era molto amico di mio cognato, Spataro Antonino, e di Vincenzo Buccafusa, detto Cecè. Dopo la sua morte gli hanno messo due o tre volte delle bombe in via Lincoln, gli hanno danneggiato il negozio con delle bombe”. Come mai tutte queste bombe? “Dopo la morte di Melo i loro parenti non hanno voluto sapere niente di questo e quindi non volevano pagare il pizzo e quindi, di conseguenza, gli hanno fatto gli attentati”. Barone, dunque, era sempre stato in buoni rapporti con i mafiosi della zona e, fintanto che era in vita, non aveva mai avuto problemi.

Il 20 gennaio 2003 viene assunto in esame il teste indotto dalla difesa di Dell’Utri, Francesco Zagatti, capo degli osservatori del Milan nel ’92-’93. E’ un autogol clamoroso. Dalla sua deposizione, molto sincera e spontanea, il Collegio apprende che effettivamente “ci fu un interessamento nei riguardi del figlio di D’Agostino Giuseppe da parte di Marcello Dell’Utri” e deduce che “essendo già deceduto Melo Barone, tale interessamento non poteva che essere stato caldeggiato al prevenuto, direttamente o in via mediata, dai fratelli Graviano di Brancaccio.

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