Press "Enter" to skip to content

Antimafia, Di Matteo accusa il procuratore nazionale Melillo con un esposto

Un documento di una decina di pagine, firmato dal sostituto procuratore nazionale antimafia Antonino Di Matteo, che parla di “disagio e preoccupazione” per quello che definisce lo “svuotamento delle funzioni” e persino la “paralisi sostanziale” del “gruppo stragi” della Direzione nazionale antimafia. Ad essere messe in discussione ci sono alcune scelte del procuratore nazionale Giovanni Melillo (nella foto, ndr), il vertice dell’ufficio di via Giulia dal 2022.

L’esposto, come riportato oggi da Il Fatto Quotidiano, è stato depositato nelle scorse settimane al Procuratore generale della Cassazione, titolare dell’azione di sorveglianza sul capo della Dna, e alla settima commissione del Csm, competente in materia di organizzazione degli uffici giudiziari.

Il pool e la sua “ragione sociale”

Il gruppo stragi è il pool di magistrati che coordina le indagini condotte da diverse Procure sulle bombe del 1992 e del 1993. Di Matteo, già pm a Palermo, è alla Procura nazionale dal 2017 e ne ha sempre fatto parte. Oggi i componenti sono altri quattro: Anna Canepa, Francesco Polino, Franca Imbergamo e Nico Gozzo, questi ultimi due appena nominati aggiunti dallo stesso Melillo.

Secondo Di Matteo, negli ultimi due anni il pool “è stato privato delle funzioni per le quali era stato istituito”. La causa sarebbe la “mancata circolazione delle informazioni”, o meglio, come si legge in un altro passaggio, la “mancata circolazione delle notizie”. In alcuni casi, sostiene il magistrato, la conoscenza sarebbe stata “limitata” al solo procuratore e a qualche sostituto da lui scelto “fiduciariamente”.

Il magistrato descrive una “prassi” che consisterebbe “nell’obbligare i singoli magistrati” a riferire gli sviluppi investigativi unicamente al vertice dell’ufficio. Ne nascerebbe un “metodo”, quello delle “conoscenze a compartimento stagno”, che “esautora e compromette l’essenza” stessa del gruppo.

Il punto toccato dall’esposto è cruciale nella storia del contrasto a Cosa nostra. La circolazione delle informazioni tra magistrati fu l’idea rivoluzionaria che nei primi anni Ottanta portò alla nascita del primo pool antimafia di Palermo e, in seguito, all’ideazione della Procura nazionale da parte di Giovanni Falcone. Oggi, è la tesi di Di Matteo, a quell’impostazione si contrapporrebbe una limitazione dell’accesso alle notizie sulle stragi. Il Fatto Quotidiano ha chiesto una replica a Melillo, senza ricevere risposta.


Notizie apprese dalla stampa

L’esposto elenca una lunga serie di sviluppi nel lavoro delle Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze: dal filone mafia-appalti alla cosiddetta pista nera dietro le stragi, dall’omicidio di Piersanti Mattarella allo scontro tra i pm nisseni e la gip Graziella Luparello nell’inchiesta sui mandanti occulti di Capaci e via D’Amelio. Di tutto questo, sostiene Di Matteo, avrebbe saputo solo dagli articoli di stampa. 

La riunione dell’8 gennaio

Nel frattempo il pm ha scoperto che l’8 gennaio 2026 alla Dna “si era tenuta una riunione di coordinamento con i magistrati” di Caltanissetta e Firenze. Né lui né Imbergamo erano stati però convocati, nemmeno in modo “formale o informale”. Scrive Di Matteo: “Si è, cioè, discusso delle stragi ma alcuni magistrati designati a far parte del gruppo stragi sono stati estromessi dalla partecipazione e dalla conoscenza immediata delle informazioni”.

Per questo, in quei giorni, i due magistrati avevano scritto a Melillo chiedendo una riunione del pool. Il procuratore, secondo l’esposto, rispose convocando un’assemblea plenaria dell’intera Dna. In quella sede Di Matteo contestò di nuovo la mancata circolazione “interna” delle informazioni, ma l’incontro, a suo dire, si sarebbe trasformato in una sorta di “processo” nei suoi confronti. L’affermazione non è verificabile: sempre secondo l’esposto, il verbale dell’assemblea è stato classificato come “riservato” da Melillo.


Banche dati e archiviazione su mafia-appalti

Ma c’è anche un’altra accusa grave. Di Matteo mette in evidenza che negli ultimi due anni i magistrati del gruppo non “siano stati messi nelle condizioni di conoscere quanto accadeva” nelle Procure attraverso la consultazione delle banche dati riservate. La ragione sarebbe il numero esiguo di documenti inseriti.

Lo stesso varrebbe per la richiesta di archiviazione sull’indagine di Caltanissetta su mafia-appalti: i suoi contenuti, afferma il pm, sono stati trasmessi ai componenti del pool “solo dopo l’avvenuta divulgazione mediatica”. Il riferimento è all’audizione in Commissione Antimafia di Salvatore De Luca, che a San Macuto spiegò di aver “informato” Melillo prima di avviare il lavoro su quella pista. “Il procuratore nazionale – aveva detto – è stato perfettamente d’accordo con noi”.


Il richiamo alla Commissione Antimafia

L’esposto contiene anche un riferimento diretto ai lavori della Commissione Parlamentare Antimafia, dove, secondo Di Matteo, sarebbe in corso una “riscrittura minimalista e fuorviante della storia delle stragi del biennio 1992/94”. Per il magistrato, una “ricostruzione attenta e più approfondita possibile di quella fenomenologia criminale dovrebbe essere la vera ragione sociale” della Procura nazionale. Un obiettivo che, secondo il pm, sarebbe però compromesso dal “depotenziamento” e dalla “sostanziale neutralizzazione” della funzione del “pool stragi”.

Giorgio Bongiovanni ed Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)

 

Nino Di Matteo“Questa mattina abbiamo scritto alla presidente Colosimo per chiedere che quanto prima si provveda alle audizioni del sostituto procuratore presso la Procura Nazionale Antimafia Nino Di Matteo (nella foto, ndr) e del Procuratore Nazionale Giovanni Melillo. Quanto appreso oggi dalle pagine del Fatto Quotidiano è gravissimo. La denuncia del Pm Di Matteo ha una grandissima rilevanza istituzionale perché segnala una compromissione della piena funzionalità della Dna sul fronte del coordinamento delle indagini sulle Stragi del 1992 e del 1993, con immediate ricadute anche sui lavori della commissione Antimafia”. Lo riferiscono in una nota i componenti del M5S nella commissione Antimafia tra cui l’ex procuratore nazionale antimafia Roberto Scarpinato, Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero de Raho, Michele Gubitosa e Luigi Nave. “Di Matteo – hanno spiegato – denuncia con disagio e preoccupazione lo svuotamento delle funzioni e la paralisi sostanziale del Gruppo Stragi, a causa della mancata circolazione delle informazioni nel gruppo di lavoro. Se, come denuncia, il magistrato ha appreso dalla stampa e non dal suo ufficio di appartenenza le novità relative alla pista nera, a mafia-appalti e ad altri elementi del lavoro in corso in varie procure, siamo di fronte ad un fatto di allarmante gravità. Nell’esposto Di Matteo afferma, in particolare, che il Pool della Dna non sarebbe stato informato delle indagini condotte dalla Procura di Caltanissetta sulle Stragi di via d’Amelio e di Capaci. Sappiamo che nel corso delle sue audizioni, il Procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca ha detto di aver informato il Procuratore Nazionale Antimafia, ricevendo piena condivisione sulla strategia di indagine e sugli esiti finali. A questo punto vogliamo capire se questa informazione, di straordinaria rilevanza, sia stata condivisa da Melillo con il pool Stragi o se, come sembra, anche su questo non vi sia stata la doverosa e necessaria circolazione delle informazioni, che risponde a uno dei più brillanti insegnamenti di Giovanni Falcone. Sulla ricerca della verità sulle Stragi del ’92 e ’93 stanno succedendo troppe cose preoccupanti e oscure: in commissione Antimafia la maggioranza porta avanti una verità di comodo ignorando i più basilari principi della logica e, soprattutto, svariate prove documentali che smontano alla radice la pista mafia-appalti; dalla procura e dall’ufficio di un gip di Caltanissetta escono atti che sembrano commettere gli stessi errori giuridici; alla Dna, secondo quanto denuncia Di Matteo, il lavoro di coordinamento delle indagini sulle Stragi è fermo e addirittura dentro l’ufficio mancherebbero le più elementari condizioni di lavoro costruttivo. La commissione Antimafia ha il dovere di arrestare la sua corsa verso l’oblio e riflettere su ciò che sta avvenendo sotto traccia, iniziando dalle audizioni di Di Matteo e Melillo”.

Fonte: AntimafiaDuemila

 

 

 

 

 

Comments are closed.