di Salvatore Borsellino – 27 marzo 2015
A fronte delle dichiarazioni rese da Mannino in merito a colloqui che avrebbe avuto con Paolo Borsellino e ad un “certo rapporto di amicizia” che avrebbe intrattenuto con lui, non posso che esprimere tutto il mio disgusto su questi indegni tentattivi di far parlare i morti mettendo nella bocca di Paolo parole che non avrebbe mai detto e considerazioni che non avrebbe mai fatto.
Paolo aveva pochi veri amici e tra questi non c’era e non poteva certamente esserci un personaggio come Calogero Mannino, un personaggio che era stato messo da Totò Riina al primo posto, insieme a Salvo Lima, dei politici sui quali esercitare la propria vendetta, eliminandoli perché non avevano rispettato i patti.
E se Riina poteva considerare quei patti non rispettati vuol dire che quei patti c’erano stati e che a Riina ed ai suoi accoliti era stata assicurata quell’impunità della quale sempre avevano goduto e che era stata spezzata dal passare in giudicato delle sentenze del maxi-processo. Se oggi Mannino può fare parlare i morti è soltanto perché Paolo è stato ucciso grazie a quella scellerata trattativa che lo stesso Mannino, secondo l’impianto del processo che si svolge a Palermo, chiese a pezzi deviati dello Stato di avviare e che, salvando la vita a lui e liberandolo dal terrore di fare la fine di Salvo Lima e di Ignazio Salvo, richiese l’eliminazione di Paolo Borsellino, che per il procedere della trattativa costituiva un ostacolo insormontabile.
Anche per questo Paolo è stato ucciso, per lo stesso motivo doveva sparire l’Agenda Rossa di Paolo, per potergli fare dire parole che mai avrebbe pronunciate, per potere farneticare di rapporti di amicizia che mai Paolo avrebbe intrattenuto, per fare sparire insieme a quell’agenda nomi, come quello di Calogero Mannino, che sicuramente, rispetto a quella trattative vi erano annotati e non sicuramente nei termini in cui oggi lo stesso Mannino, senza che Paolo possa più smentirlo, ardisce di riferirli.
Salvatore Borsellino
Trattativa Stato-mafia: autodifesa di Mannino (primo round)
Scene di autodifesa di un ex potente. Sotto i riflettori torna l’improvviso avvicendamento di Vincenzo Scotti da ministro dell’Interno a capo della Farnesina. “Non ci fu nessun disegno occulto – dichiara in aula l’ex ministro Dc Calogero Mannino durante le sue dichiarazioni spontanee –, se poi Scotti, dopo 40 giorni, decise di lasciare il ministero degli Esteri fu per una scelta personale”. Per smentire quella che viene definita una “scelta personale” figlia di una “scelta politica”, basta riprendere la dichiarazione dello stesso Vincenzo Scotti. Era il 20 marzo 1992 e Scotti interveniva davanti alle Commissioni Affari Costituzionali e Interni della Camera dei Deputati. Quelle parole erano state successivamente riportate durante un’udienza del 2012 del processo per la mancata cattura di Provenzano. “Nascondere ai cittadini che siamo di fronte a un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata – aveva dichiarato Scotti prima delle stragi di Falcone e Borsellino – è un errore gravissimo. Io ritengo che ai cittadini vada detta la verità e non edulcorata. Io me ne assumo tutta la responsabilità. Se qualcuno ritiene che questo non sia vero sono pronto alle dimissioni ma per questa ragione, ma non cedo il passo su questo terreno, ho detto che l’allarme sociale è altissimo e la gente deve sapere queste cose. Siamo un Paese di misteri e io non intendo gestire il ministero degli Interni con una condizione di silenzio o di misteri e senza mettere su carta le cose che si fanno”. A rafforzare la tesi che lo stesso Scotti fosse decisamente malvisto da una parte consistente della compagine governativa dell’epoca sono sempre le dichiarazioni dell’ex esponente democristiano relative al periodo nel quale, insieme all’allora ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli, aveva iniziato a lavorare sul decreto legge relativo al carcere duro per i mafiosi, il famoso “41 bis”. “Quando accelerai per l’approvazione del decreto – aveva specificato Scotti – fui isolato politicamente”. Di fatto solo nel mese di agosto del ’92, dopo la strage di via D’Amelio, quel decreto sarebbe stato approvato definitivamente. L’isolamento politico si era concluso oggettivamente con la sua destituzione da ministro dell’Interno. In un’intervista a Repubblica del 21 giugno ’92 l’on. Scotti non aveva usato mezzi termini. “Nel mio stesso partito, come nel partito di Martelli – aveva sottolineato al giornalista Giuseppe D’Avanzo –, c’è chi sarebbe molto contento che entrambi ce ne tornassimo a casa. Ho l’impressione sempre più acuta che prima ci leviamo dai piedi, più gente sarà soddisfatta. E soddisfatta certamente sarà la mafia quando il nuovo governo invece di sviluppare con coerenza un piano operativo, già delineato, ricomincerà daccapo come se nulla fosse in questi mesi, in questi anni, accaduto”. Il grido di allarme di Scotti nei confronti dei rischi di attentati era stato parificato ad una “patacca” perfino dall’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Paradossalmente è oggi lo stesso Mannino a citare in aula questi episodi a mo’ di feticcio difensivo. In un passaggio successivo della sua autodifesa l’ex ministro fornisce la sua versione sulle minacce di morte ricevute tra il ’90 e il ’91 che a suo dire sarebbero state “sempre denunciate”.
Niente di più falso. Il suo rapporto con il maresciallo dei Carabinieri Giuliano Guazzelli, ucciso in circostanze mai chiarite, viene ugualmente sminuito nella sua ricostruzione. Basta, però, mettere in fila fatti e circostanze per focalizzare le contraddizioni. Nel mese di febbraio ’92 (dopo la sentenza della Cassazione sul maxi processo) Mannino aveva ricevuto a casa una corona di crisantemi. Pur avendo compreso benissimo quale messaggio di morte rappresentasse, non aveva denunciato nulla. Qualche giorno dopo, però, aveva confidato al maresciallo Guazzelli: “Ora uccidono me o Lima”. E così era accaduto. Il 12 marzo l’ex europarlamentare Dc Salvo Lima era stato assassinato a Mondello. Tre settimane dopo, il 4 aprile, anche Guazzelli era stato ferocemente ucciso. In quel momento l’ex ministro democristiano era letteralmente terrorizzato. Per la Procura l’assassinio di Guazzelli sarebbe stato deciso, dopo l’omicidio Lima, per lanciare un ulteriore messaggio di minaccia proprio a Mannino. Dal canto suo il sottoufficiale dei Carabinieri aveva effettivamente un legame diretto con l’ex deputato democristiano ed era diventato una sorta di tramite tra lo stesso Mannino e l’ex capo del Ros Antonio Subranni. Di fatto il figlio di Giuliano Guazzelli, Riccardo, lo aveva successivamente confermato agli inquirenti. Guazzelli jr aveva parlato di un incontro, avvenuto prima dell’omicidio Lima, nel quale lo stesso Mannino aveva manifestato a suo padre tutta la sua angoscia di essere ucciso. Le annotazioni dell’ex colonnello del Ros, Michele Riccio, avevano portato ulteriori conferme. Il 13 febbraio 1996 il col. Riccio aveva scritto di suo pugno: “Sinico, confermato Subranni aveva paura della morte di Guazzelli (maresciallo) vicino a Mannino, De Donno fu fatto rientrare di corsa dalla Sicilia – Guazzelli fu avvertimento per Mannino e soci?”. Dopo l’omicidio Guazzelli Calogero Mannino aveva incontrato più volte a Roma il gen. Subranni, e in quegli incontri c’era spesso anche l’ex numero 3 del Sisde Bruno Contrada. Nella sua requisitoria il pm Roberto Tartaglia aveva parlato degli “intermediari di quelle minacce”. Il riferimento era rivolto a quei soggetti che erano stati “motore di quelle iniziative”. Seguendo l’impianto accusatorio della Procura palermitana, dopo le minacce ricevute da Mannino il gen. Mori avrebbe contattato Vito Ciancimino per avviare una trattativa che avrebbe visto tra i principali protagonisti proprio Mannino quale autore di “pressioni per un ammorbidimento del 41 bis”. Anche in questo caso basta rileggersi le carte. Uno scambio epistolare tra il Dap e il Ministero dell’Interno, risalente ai primi mesi del ’93, attesta effettivamente che in quel periodo c’era una grande fibrillazione in merito alla possibilità di prorogare o meno i decreti di 41bis a scadenza annuale. Effettivamente quella discussione si era protratta nonostante le stragi di Roma, Firenze e Milano per poi prendere forma nel mese di novembre di quello stesso anno con la mancata proroga di oltre 300 41bis per altrettanti boss. Diversi anni dopo l’ex ministro di Grazia e Giustizia, Giovanni Conso, aveva dichiarato di aver agito “in solitudine, senza informare nessuno”. Affermazioni a dir poco avventate che gli sono costate l’iscrizione nel registro degli indagati per falsa testimonianza e che sono state sonoramente smentite dalle testimonianze e dalla documentazione relative al biennio stragista ‘92/’93. Tra le carte depositate spicca la nota del Dap del 26 giugno 1993 con la quale veniva prevista una riduzione dei provvedimenti applicativi del 41bis in relazione proprio a quegli oltre 300 decreti emessi nel novembre del ‘92. Quel documento, così come scritto, era finalizzato a rappresentare un vero e proprio “segnale di distensione” a Cosa Nostra. Una sorta di do ut des? Certo è che nella sua requisitoria il pm Tartaglia aveva contestato a Mannino un vero e proprio “contributo morale”, una sorta di “istigazione” all’attività criminale. Secondo la tesi della Procura l’ex ministro democristiano sarebbe stato un “garante di continuità dell’interlocuzione intrapresa”. Per gli inquirenti le condotte dello stesso Mannino e degli altri uomini dello Stato coinvolti “hanno oggettivamente portato alla realizzazione degli obiettivi” della mafia, contribuendo così ad “orientare la strategia stragista di Cosa Nostra nel 1992 e nel 1993”.
Lorenzo Baldo (AntimafiaDuemila)
Processo trattativa, l’autodifesa scontata di Mannino
di Aaron Pettinari – 26 marzo 2015
Dichiara di non aver mai avuto rapporti con Cosa nostra, dice di aver sempre denunciato gli atti intimidatori nei suoi confronti, di aver avuto un grande rapporto con il generale dalla Chiesa, con il giudice Falcone e, anche se in maniera più marginale, con Borsellino. Così Calogero Mannino, imputato nel processo stralcio sulla trattativa Stato-mafia che si svolge con il rito abbreviato davanti al Gup di Palermo Marina Petruzzella, innalza la sua barriera difensiva.
Per allontanare da sé l’accusa di attentato a corpo politico dello Stato l’ex ministro della Dc parte da lontano, ripercorrendo anche fatti antecedenti ai primi anni novanta, tanto che lo stesso Gup Petruzzella è più volte intervenuto ricordando all’imputato di concentrarsi “sui fatti processuali”. Mannino va a braccio, accusa Scotti di aver perso “davanti ai pubblici ministri la linea maestra e la memoria che, pure, è puntuale e preziosa”. E poi ha aggiunto: “Non è possibile ricostruire fatti storici solo facendo affidamento alla cattiva memoria. La premessa della trattativa, che non mi riguarda in nessun modo, non c’è. Scotti è impreciso lui porta i pm su una falsa strada ovvero dichiarando di aver avuto il consiglio dall’onorevole Gargani (Presidente della Commissione giustizia) di ritirare il decreto legge che porta al 41 bis. Ciò non è reale. E’ noto che per regolamento parlamentare, con le crisi di governo le commissioni sospendono le attività”. Ed è anche in merito a ciò che in maniera plateale si è girato verso i giornalisti presenti in aula, indicando anche loro tra quelli che “qualche volta perdono la memoria”, prendendosi anche il rimprovero del Gup (“Si rivolga alla corte”).
Nella sua esposizione sono diversi i titoli e gli articoli di giornale a cui ha fatto riferimento per ricostruire il clima di quel tempo, citando in particolare il libro di Marco Damilano “Eutanasia di un potere. Storia politica d’Italia da Tangentopoli alla Seconda Repubblica” ma senza entrare mai nel merito delle circostanze specifiche che i pm (oggi presenti in aula il procuratore aggiunto Vittorio Teresi ed il sostituto Roberto Tartaglia) hanno toccato nel corso della requisitoria.
Così, rendendo dichiarazioni spontanee, l’avvicendamento tra Scotti e Mancino secondo Mannino “avviene per una sua scelta tutta politica, dettata dalla sua corrente, in seno alla Democrazia cristiana. Una vicenda che mi vede completamente estraneo. Così come autonoma fu poi la scelta di Scotti di dimettersi da ministro degli Esteri”. Una Dc che, a suo dire, stava vivendo una nuova fase dopo l’omicidio di Piersanti Mattarella, fino ad arrivare al maxi processo. “Vi facevano parte personaggi di assoluto rilievo e ancora oggi alcuni di loro ricoprono incarichi e ruoli al massimo livello istituzionale, uno per tutti il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella”.
Gli allarmi e la parola di Falcone
Durante l’esposizione Mannino in più di un’occasione ha fatto riferimento alla sua amicizia con Giovanni Falcone. Rivolgendosi al giudice Petruzzella ha raccontato che l’idea di nominare Falcone alla direzione degli affari penali del ministero della giustizia fu dell’ex Capo dello Stato Francesco Cossiga, che vi fu una sorta di percorso. Iniziò quando il Csm votò per Meli anziché per Falcone. “Lui esprimeva questo disagio a rimanere a Palermo, c’era questa opportunità della nomina all’Alto Commissariato, al tempo di Vassalli al ministero della Giustizia. La portammo avanti questa cosa ma poi ci fu l’opposizione del Csm che non era disposto a dare la disponibilità al mantenimento del ruolo all’interno della magistratura. E così venne nominato Sica”.
L’ex ministro della Dc ha poi parlato anche delle notizie di possibili attentati che giravano nei primi anni novanta. “Tra queste vi erano degli esposti tra cui questo a firma di Amendolito. Veniva prefigurato uno scenario di campagna destabilizzante e istituzionale non solo basata sull’assassinio ma anche su menzogne e calunnie. Venne indirizzata al Presidente della Repubblica, a diversi ministri, anche a me. Ebbene Falcone stesso ci aveva messo in guardia sul personaggio ricordando che era un noto depistatore coinvolto nei traffici di droga quando si era occupato della Pizza Connaction”. Successivamente, il 12 marzo del 1992, in un agguato viene ucciso Salvo Lima, potente politico democristiano, rappresentante in Sicilia di Giulio Andreotti, accusato di avere stretti legami con i boss mafiosi e ben quattro giorni dopo il capo della polizia Vincenzo Parisi invia al ministero dell’Interno un’informativa riservata secondo cui potrebbe sussistere il rischio di un imminente golpe in Italia in cui si esprimevano rischi per una serie di figure istituzionali tra cui lo stesso Mannino, Andreotti, Martelli ed altri. “Scotti parlò del rapporto del Capo della Polizia – ha raccontato l’ex politico in aula – ma in molti, a cominciare da Martelli, definirono quel rapporto come una patacca. In molti temevano che vi fosse una strumentalizzazione elettorale”. Ad onor del vero a definire “patacca” quell’allarme fu il Presidente del consiglio di allora, Giulio Andreotti, e qualche anno fa, durante la testimonianza al processo Mori-Obinu, anche l’ex ministro degli Interni Nicola Mancino disse: “Quell’allarme era considerato una patacca ed io stesso lo considero un po’ eccessivo”. E poi aggiunse: “In seguito a Montecitorio incontrai Mannino che mi disse ‘il prossimo sono io’” il che si scontra con l’apparente stato di serenità (“conclusi per intero la campagna elettorale in Sicilia”) di cui oggi lo stesso Mannino ha riferito durante la propria esposizione innanzi al Gup.
Mannino ha poi parlato anche della morte di Lima ricordando le dichiarazioni di De Mita in merito a quanto a lui riferito dal giudice Falcone. “Qui avete il problema del ‘morto in casa’ – avrebbe detto – ma anche che questo assassinio indica una reazione di Cosa nostra all’esito delle condanne del maxi processo”. “Vi era la condanna definitiva di Vito Ciancimino – ha ricordato Mannino – E noi stavamo tracciando una linea politica di un certo tipo”. Peccato però che l’ex ministro della Dc non abbia anche ricordato altre parole che lo stesso Falcone disse ad alta voce a diversi colleghi, tra cui Piero Grasso: “Non si uccide la gallina che fa le uova d’oro se non c’è già pronta un’altra che ne fa di più”. Anche alla collaboratrice Liliana Ferraro in viaggio negli Stati Uniti Falcone chiese di rientrare immediatamente perché da quel momento sarebbe potuto “succedere di tutto”. Elementi che certo non fanno presupporre che Falcone ritenesse Lima estraneo a Cosa nostra.
Mafia appalti, Spatola e Borsellino
Ma nella sua esposizione Mannino non si è accontentato di citare Falcone ed il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, che frequentava più abitualmente che il generale Subranni, incontrato a suo dire “solo in occasioni sporadiche ed istituzionali”. Ha anche detto in aula di aver avuto un certo rapporto di amicizia con Paolo Borsellino al punto che, a suo dire, in un’occasione il giudice sarebbe arrivato a chiedergli persino un favore, ovvero di ritirare una querela per calunnia nei confronti del collaboratore di giustizia Rosario Spatola. In questo modo, sempre a detta dell’ex politico della Dc, si sarebbe evitato che gli effetti di questa denuncia avrebbero potuto avere su altre dichiarazioni rese dal collaborante. Una vicenda su cui l’ex ministro si è soffermato con insistenza.
“Aveva rilasciato delle dichiarazioni al sostituto procuratore di Trapani, Francesco Taurisano, sulla mia persona. Dichiarazioni che in precedenza a Borsellino non aveva mai fatto e che ripeté anche nella trasmissione Samarcanda”. L’ex ministro dell’Agricoltura veniva tirato in ballo come “uomo d’onore” e proprio da quella trasmissione fioccarono le querele di Mannino per calunnia nei confronti di Spatola, e per diffamazione nei confronti di Michele Santoro, dell’inviato di Samarcanda Sandro Ruotolo, e del direttore del Tg3 Sandro Curzi. Borsellino tempo prima, in un’intervista aveva rilasciato delle dichiarazioni dove chiariva che “il pentito è credibile solo se riscontrato” dicendo che su Spatola si era “finito per attribuire un’importanza dirompente a dichiarazioni che comunque proveniva da un piccolo pentito”. Tempo dopo il collaboratore Spatola ritrattò la propria dichiarazione arrivando persino a chiedere “scusa” a Mannino. Ma al di là della parola dell’ex ministro, di interventi ulteriori di Borsellino in merito non vi è neanche l’ombra. Proseguendo la propria ricostruzione Mannino ricorda anche che quello è il periodo in cui si sviluppa un’indagine che “ha un andamento non lineare. Un rapporto dei Ros dei carabinieri chiamato Mafia e appalti. Ancora oggi non si capisce. Perché il Ros se aveva un rapporto ne ha presentato un altro?”. E nel merito dell’inchiesta Mannino dice di non aver mai chiesto l’intervento del maresciallo Guazzelli “per aggiustare le carte”, né tantomeno di aver mai affrontato il tema di eventuali minacce nei suoi confronti. “L’unica cosa che mi chiese era per quali strade passassi per andare a Sciacca e mi consigliò di non passare nei luoghi dove vi erano tunnel. Non chiesi il motivo per cui mi diceva tutto questo. Io ho sempre denunciato gli episodi di minaccia ricevuti, tramite i miei collaboratori che avevano raccolto alcune telefonate. Questo per dire che gli episodi di intimidazione sono avvenuti prima del 1992, ben prima l’omicidio Lima. Poi, in piena campagna elettorale, vi è l’episodio di Misilmeri ma che non può essere ricondotto al solo Mannino. Era ovvio che dopo l’assassinio di Lima per tutti noi che eravamo della Dc la situazione non fosse facile”. Il racconto dei “pezzi” (così Mannino aveva appellato i fatti raccontati dall’accusa nella requisitoria) si è poi dilungato fino ad arrivare alle ipotesi libanesi sull’azione di tipo strutturale e terroristica ipotizzata dopo l’assassinio di Rocco Chinnici per poi passare all’episodio in cui il sindaco Orlando attaccò pubblicamente Falcone. A quel punto però il Gup Petruzzella non ha potuto fare a meno di intervenire (“non le voglio impedire nulla ma lei deve parlare delle sue cose”) rinviando l’udienza a domani mattina, quando Mannino dovrà concludere la propria esposizione e prenderanno il via le arringhe degli avvocati, Grazia Volo e Marcello Montalbano.
Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)
Trattativa Stato-mafia: autodifesa di Mannino (parte seconda)
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari – 27 marzo 2015
“Il Corvo 2? Che era una porcheria me lo disse Paolo Borsellino”. Per il secondo giorno consecutivo l’ex ministro Calogero Mannino, durante le dichiarazioni spontanee, ha citato presunte dichiarazioni che il magistrato ucciso dalla mafia in via d’Amelio, gli avrebbe fatto in maniera del tutto riservata. Due episodi che se realmente fossero accaduti per come li ha raccontati Mannino in aula innanzi al Gup Marina Petruzzella, sarebbero gravi perché metterebbero in mostra un agire “fuori dalle regole” del pm palermitano. Prima chiedendo il favore a Mannino di ritirare la querela nei confronti del collaboratore di giustizia Spatola per impedire che la stessa potesse rovinare altre indagini compiute a Marsala, poi rivelando allo stesso ex politico della Dc, commenti su un documento (il Corvo 2) che vedeva impegnato nelle indagini lo stesso Borsellino e dove si parla chiaramente di Mannino. “Paolo Borsellino mi chiamò il 16 luglio 1992. Io lo richiamai attraverso la batteria e lui mi disse che aveva l’esigenza di incontrarmi e parlarmi. Mi chiese se per quel fine settimana sarei tornato a Palermo. Quel giorno lui non poteva incontrami perché era impegnato. Mi disse ironicamente: ‘Ho accettato oggi un invito a pranzo con un tuo collega, con Vittorio Aliquò e Guido Lo Forte (ex magistrati della Procura di Palermo ndr)’. Definì il ‘Corvo 2’ ‘quest’altra bella porcheria’, una locuzione che indicava il riferimento ad altro anonimo (Il Corvo 1)”. Quindi ha aggiunto: “Quando il testo venne diffuso vi fu una presa di posizione. Era esplosa in Procura una divergenza tra il Procuratore di allora e alcuni sostituiti che creava una situazione di grande difficoltà, anche nel sistema delle relazioni esterne. Ricordo che lo Sco, la Dia, i Carabinieri dichiararono che l’anonimo era uno strumento di disinformazione e di falsificazioni”.
In realtà, in merito al “Corvo 2” c’è da dire che dalla copertina del fascicolo della procura di Palermo n. 356 del ‘92, si evince materialmente che Paolo Borsellino era stato delegato, insieme al suo collega dell’epoca Vittorio Aliquò, alla trattazione delle indagini scaturite da quell’anonimo, dalla fine di giugno ‘92 fino al giorno della sua morte. Nell’esposto anonimo, tra l’altro, si sosteneva che Mannino avesse incontrato Totò Riina in una sacrestia di San Giuseppe Jato (Pa). Una sorta di preludio della trattativa. Lo stesso Borsellino aveva a sua volta delegato la polizia giudiziaria a effettuare ulteriori indagini sul caso specifico. Di questi fatti riferiscono anche altri testimoni.
Così come riportato dall’ex tenente dei carabinieri che aveva collaborato con Paolo Borsellino, Carmelo Canale, l’incontro del 25 giugno 1992 tra gli ufficiali del Ros Mori, De Donno e il giudice Borsellino non era finalizzato alla discussione del rapporto mafia e appalti, ma bensì alla trattazione del “Corvo 2”. Tra coloro che si erano preoccupati di quell’esposto anonimo c’erano anche l’agente dei Servizi segreti Angelo Sinesio che, dopo la strage di via D’Amelio, aveva chiesto ossessivamente al pm Alessandra Camassa quali fossero le ultime indagini di Borsellino e l’ex numero 3 del Sisde Bruno Contrada che più volte si era incontrato al Ministero con Subranni e Mannino. “Non può davvero sfuggire il motivo per cui Contrada, indicato nelle agende come presente ai primi incontri Mannino-Subranni, fosse fino a tal punto interessato a sapere a quali risultati su Mannino e sul Corvo 2 fosse arrivato con la sua indagine Paolo Borsellino prima di morire”, aveva sottolineato Tartaglia durante la sua requisitoria. Per poi aggiungere amaramente che Sinesio non era stato l’unico in quel momento storico “a fare il ‘cane da guardia’ di Mannino per conto di Contrada, e cioè ad informarsi con tanta insistenza di eventuali indagini dell’autorità giudiziaria nei confronti di Mannino”.
E’ importante evidenziare che ci sono documenti a dimostrazione dell’atteggiamento “in contrasto radicale con lo sforzo investigativo della Procura di Palermo, serbato da alcuni Ufficiali del Ros, in particolare dall’ex generale Antonio Subranni, in relazione a questo anonimo”. Si tratta di due lanci Ansa del 2 luglio 1992 e di un biglietto dello stesso Subranni, indirizzato all’allora Procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Giammanco. “Caro Piero – scriveva l’ex ufficiale del Ros – ho piacere di darti copia del comunicato dell’Ansa sull’anonimo delle otto pagine. La valutazione collima con quella espressa da altri organi qualificati. Buon lavoro, affettuosi saluti Antonio”. Il comunicato allegato recitava così – Roma 2 luglio: “Sono illazioni ed insinuazioni, affermano dal comando generale dei carabinieri riportando valutazione degli organi operativi che stanno valutando il documento, (Ros e Sco) che possono solo favorire lo sviluppo di stagioni velenose e disgreganti. Oggi si può responsabilmente affermare – proseguiva la nota – che talune situazioni, affermazioni, appaiono talmente assurde e paradossali da evidenziare il modo addirittura puerile con cui si cerca di delegittimare gli esponenti politici siciliani e nazionali nel documento indicato”. La nota ufficiale del 3 ottobre 1992, firmata sempre dall’ex gen. Subranni e indirizzata alla Procura di Palermo (in particolare al dottor Aliquò, titolare delle indagini), era ancora più esplicita: lo stesso ex generale ribadiva il giudizio di “inattendibilità” e di “pericolosità” sul contenuto dell’anonimo ma soprattutto chiedeva con insistenza – ed assumendosene espressamente e personalmente la responsabilità – l’archiviazione del procedimento penale relativo al “Corvo 2”.
“In tanti hanno temuto che attraverso le indagini sul Corvo 2 Borsellino potesse arrivare concretamente ad indagare su quella interlocuzione (tra Stato e mafia, ndr) appena iniziata”, aveva sottolineato Tartaglia nella sua requisitoria. Altro che “porcherie”!
Ma di tutto questo Mannino, nella sua esposizione, non ha voluto parlare, anzi si è proiettato in una ricostruzione politica del tutto personale: “Nell’anonimo del ‘Corvo 2’ si parlava di Scotti e De Mita ed esponenti della Dc siciliana e che per me sarebbe stato opportuno non avanzare candidature nella formazione del governo. Il testo dell’anonimo venne presentato sotto forma di interpellanza dal senatore Libertini. A me il testo venne consegnato da Violante. Evidentemente, rimasi turbato e colpito”. “Ne parlai con l’ex ministro Scotti, non più ministro Interno. Uno dei nomi contenuti nel testo anonimo. Parlai con il capo della Polizia di allora, Parisi che mi assicurò che era una manovra di depistaggio e che veniva certamente da Cosa nostra – prosegue Mannino – Parlai anche con il generale Tavormina, con Giuseppe De Gennaro e con il generale Antonio Subranni. Molti attribuirono questo anonimo a Vito Ciancimino”.
L’autodifesa di Mannino è proseguita dal rapporto interrotto con Subranni (da quando “il colonnello Mori ed il capitano De Donno elaborano un testo più ampio del rapporto ‘Mafia appalti’ dove appare il mio nome ed entra su due trascrizioni telefoniche di assoluta irrilevanza”) alla cattiva memoria di Mancino “che fa oscillare certi ricordi”. Torna anche a prendersela con la stampa, rea di aver trasmesso solo i momenti in cui il Gup Petruzzella lo ha ripreso nella prima giornata riservata alle sue dichiarazioni. A tratti sembra anche prendersela con i Servizi segreti, che potrebbero aver recitato un ruolo nella “messa in scena di un disegno” per colpire la Dc e dipingendola “come il partito della mafia che ha liquidato al suo interno Andreotti ed i suoi uomini”. Ma al di là delle considerazioni e delle disquisizioni l’ex ministro non è mai entrato nel merito dei fatti che vengono a lui contestati.
Incontro con Padellaro
Uno degli altri punti sminuiti notevolmente da Mannino riguarda il suo incontro con l’allora inviato de l’Espresso, Antonio Padellaro. “Colloquio con Calogero Mannino avvenuto nel suo ufficio di via Borgognona 48 alle 17,00 di mercoledì 8 luglio (1992, ndr). Rapporto dell’Arma dei carabinieri che indica Mannino, Andò, Borsellino e due ufficiali dei CC siciliani bersagli della mafia. Si dice anche che la mafia sta preparando nuovi clamorosi colpi per disarticolare lo Stato. Non vado da un mese in Sicilia perché secondo i CC c’è un commando pronto ad accopparmi. Ma io questa settimana andrò lo stesso. Forse i CC possono individuare uno degli attentatori”. Cominciavano così gli appunti di Antonio Padellaro relativi alle confidenze ricevute dall’ex ministro democristiano. Al processo madre sulla trattativa Stato-mafia lo stesso Padellaro aveva raccontato l’origine di quelle parole. Che inizialmente avrebbero dovuto costituire l’ossatura di una vera e propria intervista a Mannino, prima che quest’ultimo la negasse nonostante fosse stata inizialmente concordata. Rileggendo i suoi stessi appunti Padellaro aveva quindi ripercorso la paura strisciante provato dallo stesso ex ministro. Una paura che gli aveva fatto dire di provare “orrore a restare in questa condizione di condannato a morte”. “Maledico il giorno in cui ho cominciato a fare politica”, aveva detto ancora Mannino a Padellaro, per poi definire la Sicilia “una terra maledetta”. Verso la fine di quegli appunti l’ex esponente DC si era lasciato andare ad una considerazione del tutto ambigua. “I carabinieri vogliono che non mi espongo. Sono troppo nel mirino. Ma io ho una gran voglia di raccontare molte cose. E penso che lo farò”. Ma di quelle “molte cose” a cui faceva riferimento Mannino non è mai giunto alcunché all’autorità giudiziaria.
“L’intercettazione” di Sandra Amurri
Anche l’intercettazione “casuale” dello stesso Mannino da parte della giornalista del Fatto Quotidiano Sandra Amurri (21 dicembre 2011) è passata sotto traccia nelle sue dichiarazioni spontanee. Al processo per la mancata cattura di Provenzano, così come dinnanzi alla Corte di Assise di Palermo presso la quale si celebra il processo sulla Trattativa la giornalista aveva ricostruito in aula gli istanti nei quali casualmente aveva captato la conversazione tra l’ex ministro democristiano e l’on. Giuseppe Gargani (Fi). “Hai capito, questa volta ci fottono – aveva detto Mannino a Gargani nella ricostruzione della Amurri –, dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”.
Nelle sue conclusioni Mannino si è pronunciato salvando se stesso e la democrazia cristiana tutta: “Sono in un processo nel quale non dovrei essere, io sono vittima delle minacce, sono vittima dell’intrigo. Lo sono personalmente, non per le conseguenze politiche. Non sarò mai tra quelli che diranno che la Dc è morta per effetto congiunto tra Milano e Palermo, da un lato Tangentopoli e dall’altra Cosa nostra la Dc segnava l’esaurimento di stagioni storiche. E concludo dicendo che anche la Dc usciva vittoriosamente nei confronti di Cosa nostra”. Il processo è successivamente proseguito con l’inizio dell’arringa difensiva dell’avvocato Carlo Federico Grosso che è intervenuto in particolare sulla scelta del capo di imputazione (l’art. 338 per “attentato a corpo politico”), sposando le tesi di altri giuristi come Fiandaca e preannunciando quelle che potrebbero essere le richieste finali da parte della difesa (assieme a lui rappresentata dai legali Volo e Montalbano), ovvero in prima battuta la richiesta di assoluzione per mancanza di prove, in seconda l’assoluzione perché il fatto non esiste come reato, ed in terza proporrebbero un problema di legittimità costituzionale sul capo di imputazione, aprendo ad un dibattimento giuridico basato sui cavilli anziché sui fatti. Il processo è stato quindi rinviato al prossimo 24 aprile per la prosecuzione delle arringhe.
Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)

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