E non si tornasse, soprattutto nella civilissima Brescia, a porre in evidenza che va abolito il 41 bis anche per i mafiosi perché lo vuole l’Europa.
Tutti paiono scordarsi di quel 2002 quando Leoluca Bagarella in video-conferenza lesse una lettera minacciosa per tutti noi mentre ricordava il movente mafioso delle stragi del 1992-1993, ovvero ricordava l’annullamento del 41 bis e l’abolizione dell’ergastolo promesso dai politici.
Nel 2002 era la mente di Leoluca Bagarella a tirare le fila contro il 41 bis e l’ergastolo, oggi la mente di chi è?
Temiamo e lo denunciamo, che a tirare le fila per liberarsi oggi del 41 bis e dell’ergastolo in nome di un pietoso garantismo, siano in primis coloro che hanno bisogno dei voti della mafia per vincere le prossime elezioni politiche e subito dopo di coloro che buttando alle ortiche il 41 bis e l’ergastolo anche ai mafiosi rei di strage, riusciranno a santificare gli uomini che nel 1993 si sono occupati di passaggi da 41 bis a carcere normale in quel maledetto 15 Maggio 1993.
Giovanna Maggiani Chelli
Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili
Emergenza-carceri: scioperano i penalisti
«Le carceri sono lo specchio della civiltà di un Paese», diceva Voltaire. E ancora una volta Brescia torna a mobilitarsi sul tema. A incrociare le braccia per riportare l’attenzione sulla gravità delle condizioni dei detenuti nelle carceri italiane e in particolare a Canton Mombello è la Camera Penale bresciana che per domani ha indetto l’astensione dalle udienze degli avvocati penalisti. «Sono anni che protestiamo, ma la situazione non può essere ancora rimandata – avverte l’avvocato Stefania Amato, neopresidente della Camera Penale bresciana -. Manifestiamo con forme eclatanti per essere ascoltati perché il sovraffollamento delle carceri è ormai diventato un’emergenza democratica nazionale, che va affrontata da questo governo prima della fine della legislatura. I mezzi ci sono, anche se il tempo stringe». Secondo Amato «bisogna che tutti si rendano conto della situazione». «Noi – precisa – ci rivolgiamo a tre interlocutori; il legislatore, i cittadini e la magistratura. Ognuno di essi può contribuire a migliorare la situazione. Alla politica, in particolare, chiediamo che intervenga con provvedimenti strutturali, abbandonando la logica della legislazione di emergenza che mette al centro di ogni scelta il tema della sicurezza». Tra gli interventi necessari secondo gli avvocati difensori ci sono la riforma del regime carcerario 41bis (il cosiddetto «carcere duro») considerato disumano e per certi versi incostituzionale e l’introduzione del «reato di tortura» che, come paventato dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, è configurabile anche in Italia.
«BISOGNA POI rivedere la norma sulla custodia cautelare in carcere obbligatoria, che ciclicamente viene reintrodotta e poi puntualmente smantellata dalla Corte Costituzionale, poiché se applicata come regola perentoria è in contrasto con il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costizione – ricorda l’avvocato Amato -. Talvolta ci troviamo di fronte a detenuti in cella per aver venduto due borse contraffatte o per aver venduto due spinelli a un liceale o ancora per aver coltivato quattro piante di cannabis. Ognuno può pensarla come vuole, ma è necessario un intervento di depenalizzazione e deflazione della sanzione penale. Inoltre, bisogna rimettere mano alle norme sulla recidiva, che in astratto possono anche essere condivise. E’ comprensibile l’inasprimento della pena in chi ha già commesso il reato, ma andrebbe valutato caso per caso con elasticità e ragionevolezza, per quanto possibile; altrimenti, può capitare di far diventare recidivo reiterato un settantenne che nel 1973 ha commesso un falso e nel 1968 aveva ricettato un motorino». Non è tutto. «Il nostro appello alle forze politiche è semplice – spiega Amato -: i partiti non si devono far intimorire da possibili ripercussioni elettorali, perchè l’opinione pubblica se adeguatamente informata e sensibilizzata sulla tragica condizione dei detenuti è in grado di comprendere e di apprezzare certe scelte, che oggi devono muoversi anche nel campo della clemenza. Non come è avvenuto con interventi precedenti che non hanno sortito alcun miglioramento, ma con una visione d’insieme che possa sbloccare la situazione e indirizzarla verso la sua risoluzione».
FONDAMENTALE, secondo la presidente della Camera penali di Brescia è l’opera di sensibilizzazione svolta verso i cittadini «affinchè comprendano che l’emergenza carceraria è un problema di tutti e che gli interventi che proponiamo hanno l’obbiettivo di ottenere ciò a cui la pena dovrebbe servire: la rieducazione e il recupero del condannato, cosa che non può essere raggiunta se gli si riservano trattamenti disumani». A questo proposito domani mattina l’aula polifunzionale del Palagiustizia di via Lattanzio Gambara ospiterà un incontro aperto a tutti, nel corso del quale verrà trasmesso il documentario intitolato «Prigioni d’Italia», come il libro presentato dal presidente nazionale dell’Unione delle Camere penali italiane, Valerio Spigarelli, «Attraverso le crude immagini di questo video vorremmo che le persone comprendessero la sofferenza che vive ogni giorno anche il detenuto di Canton Mombello». anticipa Stefania Amato. Immagini che parlano da sole: mostrano celle così piccole che le latrine a turca molte volte sono adiacenti o sottostanti l’angolo cottura e che non esiste mai intimità per queste persone. E poi 4 o 5 detenuti stipati in uno spazio in cui non riescono neppure a stare tutti in piedi (un dato fondamentale, considerato che a Canton Mombello il carcerato passa in cella 22 ore al giorno su 24). «Per quanti sforzi la direttrice stia facendo per alleviare un po’ le pene di queste persone, non ha i mezzi necessari per risolvere certi problemi – sottolinea Amato, prima di ricordare che «Canton Mombello con i suoi 513 internati supera del 250 per cento il limite di capienza della struttura». Numeri spaventosi che si aggiungono al dato sui suicidi, non solo tra i detenuti, ma anche tra gli addetti ai lavori come le guardie carcerarie. Ed è di pochi giorni fa la sentenza del Tar che ha riconosciuto la causa di servizio a una malattia di un addetto all’ufficio sorveglianza matricole causata dallo stress sopportato all’interno delle mura carcerarie.
«IN ATTESA che a livello legislativo si muova qualcosa è la magistratura a poter migliorare la situazione facendo un uso accorto e costituzionale della custodia cautelare, oggi troppe volte abusata – sostiene l’avvocato Amato -. Inoltre invitiamo i giudici, nel limite della legge vigente, ad applicare una visione d’insieme della vicenda processuale del singolo imputato. La magistratura di cognizione dovrebbe in sede di condanna tenere presente il futuro esecutivo che riguarda il soggetto, che si trova magari ad aver vissuto mille situazioni che non portano sicuramente alla sua riabilitazione. Come è dimostrato, solo gli ordinamenti giudiziari più democratici ottengono una percentuale di recidiva bassa: al contrario, quelli più autoritari inaspriscono la persona e talvolta la peggiorano».
Federica Malvicini (bresciaoggi.it, 21 novembre 2012)

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