Francesco Messineo, durante la sua audizione davanti all’Antimafia, ha illustrato la sua visione del dialogo aperto dallo Stato con i boss di Cosa nostra, nell’estate delle stragi siciliane
Non è la semplice ipotesi di un pentito da quattro soldi, ma il parere autorevole del capo della Procura di Palermo, Francesco Messineo, che nell’audizione all’Antimafia ha illustrato la sua visione del dialogo aperto dallo Stato con i boss di Cosa nostra, nell’estate delle stragi siciliane. Per spiegare cosa c’è dietro la volontà trattativista delle istituzioni, ha detto Messineo, “si potrebbe parlare di una ragion di stato interpretata da pochi soggetti, secondo loro particolari orientamenti e secondo una loro particolare visione, nell’intento -in sé astrattamente lodevole – di prevenire le stragi’’. Con la trattativa, insomma, irrompe sulla scena politica italiana la ragion di Stato che, nella sua logica meramente utilitaristica, fornisce ai più alti esponenti delle istituzioni una legittimazione sufficiente a giustificare lo scambio attivato con i mafiosi.
Ma la paura di Mannino, e di qualche altro politico minacciato dalla mafia, da sola non sarebbe bastata a provocare il cedimento dell’intero Stato. E’ la strage di Capaci, vissuta dai Palazzi del potere come un attacco frontale al sistema democratico, che fa crollare le difese della Prima Repubblica. La questione della salvaguardia delle istituzioni, da quel momento in poi, non riguarda più solo la sorte di singoli uomini politici, di Mannino, di Andò, di Andreotti, ma l’intero Stato.
La trattativa – spiegano in Procura a Palermo – diventa, a quel punto, per la classe politica italiana, l’unica strada per salvare la democrazia italiana. Se, come dice il collaboratore Giovanni Brusca, l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino è stato veramente il ‘’ garante’’ istituzionale della trattativa, e se – come ipotizzano i pm di Palermo – l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso ha revocato il carcere duro a centinaia di boss non ‘’in assoluta solitudine’’ (come dice lui), ma obbedendo alla linea del dialogo voluta in prima persona dall’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il motivo va ricercato in quella ‘’ragion di Stato’’ che giustifica qualunque crimine, se commesso da un uomo delle istituzioni nel supremo interesse del proprio Paese. Non è la prima volta, del resto, che ciò accade in Italia. La storia dimostra che nell’ 81 per salvare un uomo politico non di primissimo piano come l’assessore regionale Dc della Campania Ciro Cirillo, lo Stato scese a patti con la Camorra.
La Dc dell’epoca optò compatta per la trattativa con i terroristi. Oggi, Mannino, Mancino (entrambi ex Dc), e anche Conso negano risolutamente l’esistenza di un negoziato con i boss. E, prima di morire, pure Scalfaro (scomparso a gennaio scorso) aveva sostenuto davanti ai pm di non aver mai sentito parlare di trattativa. Eppure e’ proprio Scalfaro che interviene personalmente per scegliere il nuovo capo del Dap, Adalberto Capriotti (suo amico personale) dopo l’improvvisa liquidazione di Niccolò Amato (considerato inaffidabile). Un cambio al vertice non certo casuale.
E’ Capriotti, infatti, l’autore della nota che, il 26 giugno del ’93, suggerisce al ministero della Giustizia di non rinnovare il provvedimento in scadenza per il 10 per cento dei detenuti sottoposti al carcere duro, come ‘’segnale di distensione’’. Nessuno, però, oggi è disposto ad ammettere che in quel biennio di sangue, lo Stato trattò con la mafia. ‘’Il problema – riflette il procuratore Messineo nella sua audizione a palazzo San Macuto- è che si tratta di un fatto estremamente imbarazzante, sia politicamente, che moralmente. Quindi nessuno ammetterebbe mai di aver promosso o partecipato ad una trattativa, non tanto perche’ la cosa potrebbe refluire in responsabilita’ penali, ma soprattutto per l’ovvio motivo che aver fatto una cosa del genere eticamente non e’ il massimo’’. Eppure e’ proprio quello che e’ successo: a pochi mesi dall’uccisione di Falcone e Borsellino, le istituzioni ai massimi livelli si piegarono al ricatto mafioso. Nell’illusione di salvare la democrazia. ‘’La ragion di Stato – conclude Messineo – puo’ essere invocata in questo senso: la salvezza dei molti in cambio del sacrificio di alcuni elementi e di alcuni valori etici’’.
di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

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