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Permessi ai boss mafiosi, Nino Morana Agostino: “Stanno tornando al potere gli stessi cognomi di un tempo”

16 giugno 2026 – Un brutto “segnale” in una terra come la Sicilia che di segnali si nutre. Un messaggio di “sopraffazione” ma pure un indizio che alimenta una domanda: “Siamo sicuri ci sia ancora la volontà di combattere la mafia?”. Se lo chiedono alcuni familiari di vittime di Cosa Nostra, dopo aver appreso dell’ultimo arresto di Raffaele Galatolo: lo “strangolatore” dell’Acquasanta era tornato a gestire gli affari del clan, nonostante una condanna all’ergastolo per omicidio. Da tempo, infatti, poteva usufruire di una serie di permessi premio per uscire dal carcere e tornare a Palermo. Può un uomo di Cosa Nostra cambiare vita senza collaborare con la giustizia? Se lo chiedeva il Fatto nei mesi scorsi, dando conto delle tante liberazioni di boss importanti, dopo che nel 2019 la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittimo il divieto di concedere un permesso premio ai mafiosi condannati al carcere a vita.

“Un ergastolano che riesce a uscire senza collaborare acquisisce maggior prestigio nella struttura mafiosa. Mettere in libertà mafiosi che non hanno collaborato con la giustizia è una scelta normativa precisa: così sta sparendo il fondamentale fenomeno dei collaboratori. Evidentemente questo governo la lotta alla mafia non la vuole fare, perché con la mafia ha scelto di convivere”, sostiene Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso in via D’Amelio. “I grossi boss che rientrano nel loro territorio ricominciano a esercitare la loro attività illecita: è una cosa che sanno tutti quelli che si sono occupati di indagini su Cosa Nostra”, spiega Alfredo Morvillo, ex magistrato antimafia e fratello di Francesca, la moglie di Giovanni Falcone, uccisa con lui nella strage di Capaci. “Consentire tutto ciò – prosegue – non credo sia una scelta intelligente da parte di uno Stato che vuole seriamente combattere il fenomeno mafioso”.

Già alcuni mesi fa, temeva che i boss scarcerati potessero riprendere il loro ruolo al vertice in Cosa Nostra anche Nino Morana, nipote di Nino Agostino, il poliziotto ucciso nel 1989 insieme alla giovane moglie, Ida Castelluccio. “È allarmante che le mie preoccupazioni si stiano rivelando fondate”, dice oggi Morana. Proprio all’Acquasanta, il regno dei Galatolo, maturò la decisione di uccidere Agostino. “Stanno tornando al potere gli stessi cognomi di un tempo – dice il nipote dell’agente assassinato – questo purtroppo mi fa pensare che la lotta per la verità dei miei nonni sia stata una battaglia contro i mulini al vento”. La vicenda di Galatolo ha provocato l’indignazione anche di Milly Giaccone. “Mi chiedo: ma a noi familiari delle vittime chi ci dà un permesso premio dall’ergastolo di dolore che ci è stato inflitto?”, dice la figlia di Paolo Giaccone, coraggioso medico legale che rifiutò di falsificare una perizia per scagionare un boss e venne condannato a morte da Cosa Nostra. Tra i suoi killer c’era Salvatore Rotolo, pure lui tornato a Palermo negli ultimi mesi grazie a licenze premio. E pure lui, secondo un’altra indagine della Procura di Palermo, tornato a frequentare gli uomini del suo vecchio clan. “I permessi non vengono usati per riabbracciare i parenti, ma per fare summit – dice la figlia di Giaccone – Queste vicende lanciano un messaggio di sopraffazione che fa malissimo alle persone oneste”.

Giuseppe Pipitone (Il Fatto Quotidiano)

 

 

 

 

 

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