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L’INTERVISTA: La lotta alle mafie non è una priorità dello Stato italiano

1 Dicembre 2019

Intervista a Vincenzo Musacchio, giurista, docente di diritto penale e presidente dell’Osservatorio Antimafia del Molise il quale ritiene che la lotta alla criminalità organizzata in Italia non sia una priorità dello Stato

Professore, perché secondo lei la lotta alle mafie non sarebbe una priorità dello Stato italiano?

Eliminerei il condizionale da lei utilizzato. È un dato oggettivo che contro il crimine organizzato non si facciano scelte politiche nette e inequivocabili dagli anni novanta. Non ho notato in passato e non vedo oggi un’azione di contrasto al crimine organizzato, che parta dalla modernizzazione delle procedure giudiziarie ormai antiquate. Ci si oppone alla mafia del terzo millennio con strumenti spuntati e superati, invece di contrapporre strumenti normativi evoluti, in grado di colpire nei punti vitali le nuove mafie, quelle composte di «menti eccellenti» infiltrate nella politica, nell’economia e nella società civile.

Perché secondo lei lo Stato non si impegna in questa lotta?

Io credo che avesse ragione Paolo Borsellino: «Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo». Oggi le mafie sono in grado di mettere in crisi la stessa tenuta democratica del nostro Paese. Combatterle richiede una volontà politica che oggi purtroppo non vedo. Lo Stato non mette in campo tutti gli strumenti idonei per vincere la partita contro le mafie. Magistrati e forze di polizia lottano in una battaglia che non possono vincere. La guerra contro la mafia è una cosa seria non bastano arresti e operazioni di polizia.

Lo Stato, quindi, secondo lei cosa dovrebbe fare?

Le mafie si possono sconfiggere con la cultura e con soluzioni di forza come la repressione. Uno degli strumenti più efficaci per estirpare questo cancro è togliere loro le protezioni ad alto livello. Riina disse: «Cosa Nostra senza lo Stato sarebbe stata solo una banda di sciacalli». Bisogna dunque trattare la corruzione alla pari della mafia, perché oggi non esiste mafia senza corruzione. Il vero colpo mortale alla mafia lo daremo quando ci sarà consentito di rastrellare non soltanto tra i fichi d’india, ma negli ambulacri delle prefetture, delle questure, dei grandi palazzi padronali e, perché no, di qualche ministero. Era una delle opinioni espresse dal prefetto Cesare Mori che personalmente condivido e andrei oltre aggiungendo che questa battaglia debba essere combattuta considerando lo spazio di libera circolazione europeo, giacché molti Stati membri hanno una legislazione antimafia pressoché inesistente.

Per vincere le mafie quindi occorre combattere la corruzione?

Monitorare i settori a rischio e combattere la nostra corruzione dovrebbe essere il primo passo per reprimere il crimine organizzato. La corruzione rappresenta un nuovo mezzo per le mafie di agire, un’arma silente che desta meno allarme nella società e di conseguenza attira meno facilmente l’attenzione delle forze dell’ordine e della magistratura. Nasce così una nuova mafia, per così dire «moderata», che preferisce sostituire la violenza con l’accordo, l’intimidazione con le tangenti, l’uso delle armi con la corruzione, e che diventa il mezzo con cui le mafie conducono i propri affari in ogni parte del globo. La lotta alla mafia e alla corruzione in realtà non può essere solamente affidata alla repressione ma va concretata anche su un piano politico, economico, culturale e sociale attraverso un completo risanamento delle nostre istituzioni e del mercato. La cultura della legalità è l’arma vincente a patto che diventi una priorità dello Stato, cosa che oggi ripeto non vedo.

Lei dunque resta scettico sull’impegno dello Stato nella lotta alle mafie attualmente in Italia?

Non sono io a essere scettico sono i fatti che non sono rassicuranti. Noi italiani ci ricordiamo delle mafie e degli eroi che le hanno lottate a viso aperto solo nelle ricorrenze, un giorno l’anno, e non stabilmente mantenendo viva l’attenzione su questo problema e su chi ha sacrificato la propria vita per combatterlo e su chi tutti i giorni dedica il proprio tempo e le proprie energie per combattere queste organizzazioni criminali rischiando anche la propria vita per garantire ai nostri cittadini di poter vivere da uomini liberi.

Se lei avesse la cosiddetta «bacchetta magica» cosa farebbe per provare a sconfiggere le mafie?

Nella mia lunga esperienza di studi e di ricerche sulla criminalità organizzata ho potuto costatare che la mafia è stata estirpata laddove le istituzioni – il governo, le amministrazioni regionali e locali – e la società civile, comprese la cultura e la scuola, si sono mosse per bloccare tutti i canali attraverso cui gli interessi criminali si potevano espandere. È inutile nasconderlo, c’è una «zona grigia» di complici, che sostiene le mafie e ne consente potere, ricchezza, influenza politica ed economica. È lì che deve intervenire lo Stato. Le organizzazioni mafiose si sono pericolosamente radicate ovunque e inquinano e devastano, come un cancro in metastasi, il tessuto economico, politico e sociale. Non è soltanto con la lotta al potere della politica che si sconfigge la mafia, quella serve a cambiare i governanti. Ciò che occorre, invece, sono i migliori uomini disponibili sul campo e gli strumenti e le leggi più efficaci e incisive. Non ci sono altri modi, non ci sono mezze misure e non ci possono essere, se magistrati e politici onesti rischiano di saltare in aria, se sanno che lo Stato quasi certamente non li proteggerà e se anche lo facesse ci sarà sempre qualche talpa che rivela informazioni utili ai mafiosi negli attentati e nei successivi depistaggi. Un altro strumento efficacissimo che utilizzerei per sconfiggere le mafie sarebbe l’educazione e il potenziamento del sistema giudiziario e delle forze di polizia. In questo caso il problema sono sempre i politici: per educare servono educatori ed esempi, e gli esempi che dà la politica italiana sono spesso di politici approfittatori e corrotti, mentre le scuole cadono a pezzi e la polizia non ha gli strumenti necessari. Per educare alla legalità serve innanzitutto uno Stato credibile. Una delle condizioni per cominciare la lotta alle mafie, dunque, è la possibilità di rigenerare la classe politica immettendo in circolo persone nuove e oneste, sperando che anche queste non si corrompano. Oggi in Italia anche i piccoli politici, i consiglieri regionali, provinciali e comunali, sono nel vortice della corruzione e della collusione.

In concreto cosa cambierebbe per combattere più efficacemente le mafie?

Se ci fosse una politica che volesse perseguire il fine di sconfiggere le mafie si dovrebbero iniziare ad applicare senza tentennamenti le nuove tecnologie informatiche al sistema giustizia, in modo da velocizzare i tempi e rendere la magistratura più reattiva e flessibile, consentendole così di applicare con certezza le sanzioni, in modo che chi delinque non abbia la percezione della «convenienza». In uno Stato di diritto, chi delinque deve sapere che il guadagno che nasce dalle attività criminali è in ogni caso inferiore al prezzo da pagare alla giustizia. Oltre alla scuola, la lotta deve incentrarsi anche su delle vere riforme sociali, perché le mafie non sono un corpo estraneo alla società, ma ne fanno pienamente parte poiché riescono, sempre in danno dello Stato, a conquistarsi la riconoscenza dei cittadini più deboli dal punto di vista economico. Com’era solito dire Giovanni Falcone, il nostro Paese ha le leggi antimafia più evolute al mondo, il problema sta tutto nei meccanismi e negli strumenti di applicazione di queste leggi. Sono fermamente convinto che dalla morte di Falcone e Borsellino il problema della lotta alla criminalità organizzata non sia stato più preso in seria considerazione. C’è stato un periodo, due anni dopo questi attentati, tra il ’92 e il ’94, che andò sotto il nome di Primavera di Palermo», in cui la gente prese coscienza che questo fosse un problema nazionale che andasse combattuto efficacemente. Purtroppo quello spirito iniziale si è perso e la gente è tornata alla vita di tutti i giorni, a quella «normalità» condizionata dal potere illegale delle associazioni criminali. Credo che se si vogliano veramente vincere le mafie, polizia e magistratura, con il supporto dei cittadini, possano farlo: i mezzi ci sono, vanno soltanto affinati. Quello che manca sono la volontà e l’impegno politico: questo è il vero problema da risolvere. Sposo in toto la tesi di Giovanni Falcone: la mafia è un fenomeno umano, come tutti i fenomeni umani, ha un inizio e avrà una fine. Voglio convincermi che le circostanze cambieranno, anche se nel medio periodo non sono molto ottimista perché non vedo l’impegno dello Stato.

 

 

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