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Commemorazione strage via D’Amelio: l’intervento di Paolo Mondani (giornalista di Report)


“Ti ringrazio [rivolto a Jamil El Sadi] e vi ringrazio, buonasera a tutti. Ma voglio dire che io me lo sono preparato perché non sono abituato a parlare un quarto d’ora, parlo di meno, spero.

Volevo dirvi che  sulle stragi di mafia, come Report, ho fatto 14 puntate, circa 14 ore di inchiesta e anche la prossima la dedicherò, come molte altre, alla pista nera.

Stasera su Rai 3 sarebbe andata in onda la replica dell’ultima delle mie puntate intitolata ‘Le piste nere’, ma la RAI ha sospeso tutte le repliche, mentre la Federazione Nazionale della Stampa, l’Ordine dei Giornalisti e l’USiGRai hanno parlato di  censura senza precedenti.

Avrei molto da dire sulla vicenda delle stragi, in particolare… a partire dal generale Mori che in questi giorni ha inviato alla Procura di Roma un esposto per tentare di capire se sull’ultima puntata prodotta da noi, il 24 maggio scorso appunto, quella intitolata  ‘Le piste nere’, noi abbiamo detto qualcosa di sbagliato. Ma il generale Mori ci ha dedicato grandi attenzioni in questi anni: ha inviato due lettere al Presidente della Repubblica contro Report tramite il suo avvocato, ha scritto l’ultimo capitolo del suo ultimo libro, è intervenuto in Commissione Parlamentare Antimafia citando anche noi in maniera sinceramente non lusinghiera.
Ma, ricordo, vi voglio ricordare e voglio ricordare a me stesso anche, in questi minuti l’ho ricordato, che il generale Mori e il suo avvocato ci scrissero ad un certo punto una cosa curiosa che vi voglio rivelare, e la scrissero anche al Presidente della Repubblica. Quale? Ci dicono con una forma abbastanza… Con un italiano abbastanza ellittico, diciamo così, che avrebbero risposto a domande, visto che io gli avevo chiesto insistentemente un’intervista sia a lui che al generale Mori… Avrebbero risposto a domande solo a giornalisti che la pensavano come loro in estrema sintesi.
E quindi noi veniamo a sapere, lo viene a sapere il Presidente della Repubblica, anche voi ora lo sapete, che solo ‘il giornalista compiacente ma in particolare dotato di una congenita incapacità di formulare la seconda domanda è il giornalista che può intervistare il generale Mori’.

Io stasera però non voglio parlare di stragi. Voglio parlarvi di Report perché ‘sporcare la vittima’ è il film che stiamo vedendo. Allo stato dei fatti la vicenda giudiziaria sull’attentato compiuto nell’ottobre 2025 contro Sigfrido Ranucci dice che il presunto mandante è il faccendiere pregiudicato Walter Lavitola mentre il movente resta ancora oscuro.
Noi di Report abbiamo indicato con precisione un movente dell’attentato nel quale c’entrano enormi interessi legati alla Camorra, dei quali abbiamo dato preciso conto in due puntate già andate in onda e ne stiamo preparando una terza che io ritengo sarà rivelatrice.
Stiamo cioè indagando, continuando a fare il nostro mestiere e non ci fermeremo perché sentiamo che cercare ancora il movente è compito nostro.
Come hanno scritto due esperti giornalisti Gianluca Prestigiacomo e Marco Milioni  ‘questo movente indicato da noi è stato nascosto da certa stampa e al suo posto è partito un vento di menzogna che viaggia attraverso ambienti giornalistici e social alimentati da centrali della disinformazione secondo cui Ranucci essendo amico di Lavitola, erano in realtà complici nella realizzazione dell’attentato costruito per produrre un ‘martire’ e una sua legittimazione persino politica.’
È un salto enorme, che nella storia italiana purtroppo conosciamo bene; lungi da me ora dal fare paragoni che risulterebbero prima di tutto a me persino osceni, ma il precedente più vicino nel metodo a questo rovesciamento è l’Addaura. Il 21 giugno 1989 venne scoperto un ordigno nei pressi della villa dove, lo sapete, Giovanni Falcone si trovava per incontrare i magistrati svizzeri Del Ponte e Lehmann. La storia dell’Addaura non fu soltanto la storia di un attentato fallito; prima e dopo l’attentato Falcone venne raggiunto da sospetti, lettere anonime, veleni. Importantissimi ambienti istituzionali fecero circolare la voce secondo cui la bomba se l’era messa lui; in altre parole bisognava demolirne l’autorevolezza, trasformare la sua esposizione al rischio in una colpa. Dopo il fallito attentato Falcone parlò di ‘menti raffinatissime’ a Saverio Lodato.

L’analogia con la vicenda di Report sta come dicevo solo nel metodo.
La domanda corretta da porsi non è se la vittima ha costruito la propria vittimizzazione ma chi ha avuto interesse a colpirla. Ogni volta che la discussione pubblica sposta l’attenzione dalla bomba alla presunta ambiguità morale di chi la bomba l’ha subita, non sta cercando la verità, sta costruendo un’altra verità e qui abbiamo in circolazione esperti del settore della post-verità, cioè del falso che diventa verità solo perché affermato incessantemente con mezzi potenti, mezzi la cui proprietà ha anche spesso una matrice politica e parlamentare.

Come sapete la dinamica fu ancora più evidente nel caso di Peppino Impastato; l’assassinio del 9 maggio ’78 venne inizialmente rappresentato come un attentato terroristico fallito o come un suicidio. Fu un depistaggio pensato per insabbiare il delitto; i carabinieri guidati dall’allora maggiore Antonio Subranni occultarono le prove, fecero sparire documenti dall’abitazione di Impastato, indirizzarono le indagini verso un falso attentato terroristico suicida.
Solo molti anni dopo le sentenze hanno accertato le responsabilità mafiose, ma nel frattempo si diceva che Peppino era fragile e psicologicamente instabile; non si guardava al suo corpo in pezzi si ispezionava la sua vita.

È proprio questo metodo che oggi è stato applicato a Report e a Ranucci. Non perché Report non possa essere criticato badate bene e nemmeno perché il rapporto amicale con Lavitola non meriti critiche, anche severe. E noi abbiamo risposto dicendo che non saremo mai strumentalizzati dai tanti Lavitola di questo mondo. La nostra indipendenza dà fastidio, indispone; qui si è pianificato di colpirci nel luogo più prezioso: la nostra credibilità. A destra si è detto, mentendo, che il faccendiere Lavitola avrebbe condizionato le nostre puntate. A qualcuno di loro forse non sarebbe dispiaciuto visto che i giornalisti di destra si abbeveravano da Lavitola da quando fece fuori Fini per conto di Berlusconi.
La cosa buffa è che a chiedere di farci fuori sono partiti e giornalisti che hanno passato la vita al seguito di pregiudicati: Marcello Dell’Utri, Cesare Previti, Antonio D’Alì, Totò Cuffaro, Nicola Cosentino, Denis Verdini, Amadeo Matacena, tutti con condanne definitive, tutti al cui codazzo troviamo i giornalisti che parlano di noi in questi giorni.

Report è un programma d’inchiesta che da 32 anni è in conflitto con poteri politici, economici, criminali e istituzionali; la nostra colpa principale è questa.
In questi anni siamo andati a contrastare un progetto eversivo della Carta Costituzionale perché abbiamo compreso che poteva e potrebbe affermarsi.
La storia italiana insegna che la verità non viene ostacolata soltanto dal silenzio; a volte viene ostacolata dalla vita della vittima usata come arma.
La storia della strategia della tensione ci insegna come certi ambienti, specie dei servizi segreti, siano ben addestrati in queste operazioni. Negli anni ’70 si chiamava guerra psicologica, oggi post-verità; allora si fabbricavano attentati di falsa bandiera, oggi via social si manipolano biografie con la complicità del giornalismo che conta.
Sono bravi questi apparati a puntare il faro dell’opinione pubblica sul finto bersaglio perché il cono d’ombra impedisca di mettere a fuoco il vero bersaglio.

Oggi, anche a due passi da qui vogliono riscrivere la storia a partire dalla strage che ha falciato Paolo Borsellino e la sua scorta.
‘Pista nera depistaggio rosso’ gridano, ‘Pista nera incubo vostro’ gridiamo noi. Ci chiameranno terroristi rossi come negli Stati Uniti vengono oggi bollati tutti coloro che dissentono contro il nuovo maccartismo.

Noi di Report non molleremo. Sappiate che difenderemo la nostra e la vostra libertà centimetro dopo centimetro.”

 

 

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