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	<title>spatuzza Archivi - 19luglio1992.com</title>
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	<description>A Paolo, Agostino, Claudio, Eddie Walter, Emanuela,  Vincenzo Fabio.</description>
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	<title>spatuzza Archivi - 19luglio1992.com</title>
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		<title>Strage Borsellino, tre poliziotti sotto accusa per il depistaggio del falso pentito Scarantino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Oppo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Mar 2018 09:20:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Processi]]></category>
		<category><![CDATA[borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[Caltanissetta]]></category>
		<category><![CDATA[Depistaggio]]></category>
		<category><![CDATA[spatuzza]]></category>
		<category><![CDATA[Via D'Amelio]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Scarantino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Salvo Palazzolo Verso il processo un funzionario e due sottufficiali. I pm di Caltanissetta contestano il reato di calunnia CALTANISSETTA. Prima degli interrogatori, suggerivano le&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/strage-borsellino-tre-poliziotti-sotto-accusa-per-il-depistaggio-del-falso-pentito-scarantino/">Strage Borsellino, tre poliziotti sotto accusa per il depistaggio del falso pentito Scarantino</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_11023" aria-describedby="caption-attachment-11023" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-11023 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/03/063301339-b8466087-27bb-461e-8e91-e0acde08f982-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/03/063301339-b8466087-27bb-461e-8e91-e0acde08f982-300x169.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/03/063301339-b8466087-27bb-461e-8e91-e0acde08f982-20x11.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/03/063301339-b8466087-27bb-461e-8e91-e0acde08f982.jpg 560w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-11023" class="wp-caption-text"><em>Via d&#8217;Amelio, 19 luglio 1992</em></figcaption></figure>
<p><em>di Salvo Palazzolo</em></p>
<p><strong><span style="color: #a60f0f;"><em>Verso il processo un funzionario e due sottufficiali. I pm di Caltanissetta contestano il reato di calunnia</em></span></strong></p>
<p><strong>CALTANISSETTA.</strong> Prima degli interrogatori, suggerivano le dichiarazioni. Dopo, le aggiustavano. Un funzionario di polizia e due sottufficiali &#8211; simboli dell’antimafia in terra di Sicilia &#8211; sono accusati di aver costruito ad arte il pentito fantoccio Vincenzo Scarantino, la gola profonda che prometteva di svelare tutti i segreti della strage in cui morirono il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta. La procura di Caltanissetta ha chiuso l’indagine sul colossale depistaggio che ha tenuto lontana la verità per tanti anni e si appresta a chiedere un processo per il dottore Mario Bo, oggi in servizio a Gorizia, per l&#8217;ispettore Fabrizio Mattei e per Michele Ribaudo (all&#8217;epoca era agente scelto).</p>
<p>E’ la prima volta che uomini delle istituzioni vengono messi sul banco degli imputati per i misteri che ancora avvolgono le indagini sulla strage di via d’Amelio, avvenuta a Palermo il 19 luglio 1992. L’anno scorso, era stato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a lanciare <a href="http://www.repubblica.it/politica/2017/07/19/news/borsellino_mattarella_troppe_incertezze_ed_errori_-171134688/">un appello per la verità</a>: «Troppe sono state le incertezze e gli errori &#8211; aveva detto al Csm – e tanti gli interrogativi sul percorso per assicurare la giusta condanna ai responsabili di quel delitto». Parole che raccoglievano l’amarezza dei figli del giudice Paolo.</p>
<p>«Sono stati buttati via 25 anni a costruire falsi pentiti con lusinghe e con torture», ha detto Fiammetta Borsellino davanti alla commissione parlamentare antimafia. «Ci vorrebbe un pentito nelle istituzioni». Ma nessuno ancora ha infranto il muro dell’omertà. I magistrati non si sono arresi.</p>
<p>La procura di Caltanissetta, oggi diretta da Amedeo Bertone, ha fatto un lavoro certosino in questi anni. Prima, ha svelato il grande imbroglio, scagionando nove innocenti, grazie alle rivelazioni del pentito (vero) Gaspare Spatuzza, lui e non Scarantino aveva rubato la Fiat 126 trasformata in autobomba. Poi, è stato istruito il processo ai veri esecutori della strage (i mandanti di mafia erano già stati individuati). Adesso, si apre il capitolo del depistaggio di Stato. I tre poliziotti sono accusati di calunnia dal sostituto procuratore Stefano Luciani e dai procuratori aggiunti Gabriele Paci e Lia Sava. E ci sarebbe stato anche un altro imputato nella lista, ma è deceduto nel 2002: è l&#8217;ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, che coordinava il gruppo di indagine &#8220;Falcone-Borsellino&#8221; sulle stragi del 1992. In un primo tempo, era stata invece archiviata la posizione di Bo e di altri due funzionari, Vincenzo Ricciardi e Salvatore La Barbera. Ma le indagini sono andate avanti.</p>
<ul>
<li><strong>I VERBALI AGGIUSTATI</strong></li>
</ul>
<p>«Mi davano i verbali con degli appunti scritti a penna», ha raccontato Scarantino. «Mi facevano studiare anche il libro di Buscetta, che spiegava le regole dell’affiliazione a Cosa nostra e altri argomenti che non conoscevo». Dopo gli interrogatori con i magistrati, i tre poliziotti tornavano dal falso pentito, per fare il punto sulle contraddizioni emerse nei verbali. Erano sempre tante. Venivano corrette nelle successive audizioni. «Nessuno cercava conferme alle mie parole – ha accusato ancora Scarantino – bastava che facessi i nomi. Mi veniva detto: “Tu dichiara questo e stai tranquillo”. E se c’erano dei dubbi sulle cose da dire ai pm, sarebbe bastato chiedere di andare in bagno. Lì, avrebbe trovato i poliziotti a suggerire. In un altro caso, Bo sarebbe intervenuto con modi sbrigativi quando Scarantino annunciò la sua ritrattazione con <a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2013/09/22/news/io_torturato_e_costretto_a_mentire_ecco_lo_scoop_censurato_su_borsellino-67005467/?refresh_ce">un’intervista a Studio Aperto</a>: nel giro di poche ore, il pentito fu convinto a ritrattare la ritrattazione. I tre indagati si difendono, negano qualsiasi pressione e fanno capire che era il superpoliziotto La Barbera l’unico vero dominus dell’indagine Scarantino.</p>
<ul>
<li><strong>I MISTERI CHE RESTANO</strong></li>
</ul>
<p>Ma davvero la spaventosa macchina delle menzogne fu solo iniziativa dell’ex capo della squadra mobile La Barbera e di alcuni suoi fedelissimi? Davanti alla commissione antimafia Fiammetta Borsellino ha chiesto che si faccia luce anche sui magistrati che si occuparono del caso. Durante il nuovo processo Borsellino, il quater, il pentito Scarantino ha chiamato in causa l’allora sostituto procuratore Anna Palma, ma sono rimaste accuse generiche, che non hanno portato all&#8217;apertura di un fascicolo (competente è la procura di Catania).</p>
<p>Un’altra questione: cosa avrebbe spinto validi investigatori a mettere in piedi questa grande messinscena? L’ipotesi dell’inchiesta di Caltanissetta è che La Barbera sia stato spinto da una smodata ansia di trovare un colpevole a tutti i costi.</p>
<p>Ma la strage Borsellino è ancora un buco nero: non sappiamo chi rubò l’agenda rossa del giudice nell’inferno di via d’Amelio; e neanche Spatuzza conosce il nome del misterioso uomo che il giorno prima della strage caricò la 126 di esplosivo, nel garage di via Villasevaglios 17, poco distante dal luogo dell’attentato. Si continua a indagare. I pm di Caltanissetta stanno cercando di dare un nome anche a un altro uomo del mistero, «l’amico che mi ha tradito», confidò in lacrime Paolo Borsellino ai suoi giovani colleghi Massimo Russo e Alessandra Camassa. Era l’inizio di luglio.</p>
<p>C’è poi il mistero del dialogo fra il pentito Santino Di Matteo e la moglie, avvenuto dopo il rapimento del figlio, il piccolo Giuseppe, poi strangolato e sciolto nell’acido. Era il dicembre 1993. La donna parlò di «qualcuno della polizia» che era «infiltrato». Faceva riferimento alla strage Borsellino, disse che aveva paura. Chi era l’infiltrato? E perché il capo della Mobile Arnaldo La Barbera era anche a libro paga dei servizi segreti? Anche questo hanno scoperto i magistrati di Caltanissetta.</p>
<p>da: <a href="http://palermo.repubblica.it/cronaca/2018/03/08/news/strage_borsellino_tre_poliziotti_sotto_accusa_per_il_depistaggio_del_falso_pentito_scarantino-190735316/">www.palermo.repubblica.it  </a></p>
<p>Altri articoli sull&#8217;argomento:</p>
<p><a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/08/strage-di-via-damelio-chiusa-linchiesta-sul-depistaggio-tre-poliziotti-imbeccarono-il-falso-pentito-scarantino/4212128/">IlFattoQuotidiano.it</a></p>
<p><a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/69369-depistaggio-strage-borsellino-tre-poliziotti-sotto-accusa.html">AntimafiaDuemila</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/strage-borsellino-tre-poliziotti-sotto-accusa-per-il-depistaggio-del-falso-pentito-scarantino/">Strage Borsellino, tre poliziotti sotto accusa per il depistaggio del falso pentito Scarantino</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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		<item>
		<title>E&#8217; rimorto Falcone</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/e-rimorto-falcone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Garavaglia Fragetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Dec 2017 14:59:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri documenti]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
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		<category><![CDATA[Falcone]]></category>
		<category><![CDATA[spatuzza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Marco Travaglio Scusate se non parliamo di Babbo Natale e delle sue renne, del presepe, della stella cometa, dei re magi e dell’albero (nemmeno&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/giornalisti/2017/travaglio-lucca2012-c-castolo-giannini.jpg"><img decoding="async" class="alignleft" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/giornalisti/2017/travaglio-lucca2012-c-castolo-giannini.jpg" alt="" width="299" height="150" /></a>di Marco Travaglio</strong><br />
Scusate se non parliamo di Babbo Natale e delle sue renne, del presepe, della stella cometa, dei re magi e dell’albero (nemmeno dell’ormai celeberrimo Spelacchio romano). Anche oggi, visto che non lo fa nessun altro, ci tocca rimestare nell’ultima schifezza italiana: quello che i fini dicitori chiamano “<em>caso Dell’Utri</em>”. Un caso che non esiste, visto che l’inventore di Forza Italia è stato condannato definitivamente a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e dovrebbe starsene in carcere fino all’estate del 2021. Ma che, siccome in Italia non c’è nulla di più provvisorio delle condanne definitive dei potenti, è stato riaperto da politici, giornaloni, avvocati e magistrati su più fronti: Dell’Utri deve tornare a casa perché è malato (istanza respinta perché la scarcerazione, specie di un mafioso, può avvenire solo quando le sue condizioni di salute sono incompatibili col carcere, e non è il suo caso, visto che può essere tranquillamente curato nelle strutture sanitarie interne o convenzionate al penitenziario di Rebibbia) o, in subordine, merita la grazia (che però non ha neppure chiesto); Dell’Utri deve tornare a casa perché ha chiesto la revisione del suo processo dopo che la Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo (Cedu) ha dichiarato ineseguibile la pena per <strong>Bruno Contrada</strong>, condannato per il suo stesso delitto (istanza condivisa dal Pg di Caltanissetta, su cui deciderà la Corte d’appello).<br />
Qualcuno si domanderà: perché questo scatenamento proprio adesso, quando il pregiudicato ha scontato appena metà della pena? Noi un’idea ce l’avremmo. Tutto comincia il 9 giugno, quando la Procura di Palermo deposita al processo sulla trattativa Stato-mafia 5 mila pagine di conversazioni intercettate in carcere fra il boss di Brancaccio <strong>Giuseppe Graviano</strong>, mandante delle stragi di via D’Amelio del ’92 e di Firenze, Roma e Milano del ’93, e il suo compagno di “<em>socialità</em>”, il camorrista <strong>Umberto Adinolfi</strong>. Le stesse carte vengono trasmesse alle Procure di Caltanissetta e Firenze che indagano sulle stragi. In quei dialoghi, intercettati fra febbraio 2016 e aprile 2017, Graviano sembra confermare le frasi che il suo killer ora pentito, <strong>Gaspare Spatuzza</strong>, disse di avergli sentito pronunciare ai primi del ’94: e cioè che la strategia stragista era funzionale a B. e Dell’Utri che “<em>ci stanno mettendo l’Italia nelle mani</em>”. “<em>Berlusca &#8211; </em>confida Graviano ad Adinolfi<em> &#8211; mi ha chiesto questa cortesia… per questo è stata l’urgenza… Nel ’92 già voleva scendere… voleva tutto, ed era disturbato… Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi, lui mi ha detto: ci vorrebbe una bella cosa</em>”.<br />
E ancora: “<em>Avevamo acchiappatu un Paisi di chistu ‘ni manu… 25 anni fa, mi sono seduto con te, giusto è?… Traditore… pezzo di crasto che non sei altro, ma vagli a dire com’è che sei al governo, che hai fatto cose vergognose, ingiuste… Ti ho portato benessere. Poi mi è successa una disgrazia, mi arrestano, tu cominci a pugnalarmi. Per cosa? Per i soldi, perché tu ti rimangono i soldi… dice, non lo faccio uscire più e sa che io non parlo perché sa il mio carattere e sa le mie capacità… Tu lo sai che mi sono fatto 24 anni, ho la famiglia distrutta… Alle buttane glieli dà i soldi ogni mese. Io ti ho aspettato fino adesso… e tu mi stai facendo morire in galera senza che io abbia fatto niente…</em>”. Parole che hanno indotto i pm e il gip di Firenze a riaprire le indagini archiviate su B. e Dell’Utri per concorso nelle stragi del ’93. Parole che devono avere spaventato molti ambienti politici e istituzionali, tantopiù che Graviano affidava all’amico &#8211; in procinto di uscire dal carcere &#8211; un messaggio (ricattatorio) da trasmettere a un intermediario verso il mondo berlusconiano. E che, dopo aver ricevuto da Palermo un avviso di garanzia per minaccia a corpo politico dello Stato, il boss discuteva (già sapendo di essere ascoltato) con Adinolfi sull’opportunità o meno di dire ciò che sa ai magistrati. Una prospettiva terrificante per chi ha qualcosa da nascondere sulle stragi e le trattative.<br />
Intanto, a Palermo, è iniziata la requisitoria al processo Trattativa e i pm hanno ricordato ciò che fin dal ’96 raccontò il pentito <strong>Salvatore Cancemi</strong>, unico boss membro della Cupola a collaborare: dopo Capaci, a metà giugno ’92, Riina riunì i capi in casa Guddo per comunicare l’urgenza di eliminare, dopo Falcone, anche Borsellino. E stroncò le perplessità di alcuni per i tempi ravvicinati della nuova strage con parole definitive: “<em>Lo dobbiamo fare presto, la responsabilità è mia, ora e in futuro bisogna appoggiare Berlusconi e Dell’Utri, sarà un bene per tutta Cosa Nostra</em>”.<br />
Ora, quando si dice la combinazione, proprio mentre i fantasmi del passato più buio tornano a turbare i sonni del Caimano di nuovo al centro della scena politica, ecco una circolare del ministero della Giustizia che allenta vieppiù il 41-bis; ed ecco la campagna a più voci e a più teste per liberare Dell’Utri. Una manovra a tenaglia che fa sospettare un bel messaggio ai boss detenuti al carcere duro e al compare di B.: tranquilli e zitti, stiamo lavorando per voi.<br />
Non solo: se la sentenza Cedu su Contrada, fondata su un grossolano errore, rischia di falcidiare tutte le altre condanne per concorso esterno degli ultimi 40 anni, la responsabilità è anche del governo Renzi. Che ha alzato loro la palla per far condannare l’Italia il 14.4.2016 per aver osato punire l’ex numero 3 del Sisde complice di Cosa Nostra. L’ha scritto nero su bianco la Cassazione nella sentenza “Infinito” sulla mafia in Lombardia. I rappresentanti del governo italiano avrebbero dovuto ricordare un dato banale: il concorso esterno in associazione mafiosa esiste da quando esiste l’associazione mafiosa (cioè dalla legge Rognoni-La Torre del 1982, mentre per altri reati, come il brigantaggio, fu applicato dalla Cassazione siciliana già a fine ’800), essendo nient’altro che il combinato disposto fra la norma incriminatrice (l’art. 416 bis del Codice penale sull’associazione mafiosa) e l’art. 110 (il concorso, cioè la complicità in un qualsiasi reato). E se il concorso esterno fu applicato ai complici della mafia solo nel 1987 da <strong>Giovanni Falcone</strong> nel processo maxi-ter, è perché prima nessun giudice aveva osato toccare i rapporti mafia-politica. Invece i “<em>giuristi</em>” del nostro ministero degli Esteri (guidato da <strong>Angelino Alfano</strong>) concordarono e sottoscrissero con i difensori di Contrada una “<em>premessa</em>” che spacciava il concorso esterno per una costruzione di “<em>origine giurisprudenziale</em>”, non normativa e dunque non prevedibile dai cittadini. Spalancando la strada alla bizzarra tesi difensiva che lo riteneva non punibile fino al 1994, quando fu definitivamente tipizzato dalla Cassazione a sezioni unite. Così, con un autogol (o, per dirla con la Cassazione, con una “<em>affermazione giuridicamente inesatta</em>”), il governo Renzi ha fatto condannare l’Italia a risarcire i danni a Contrada per aver violato il principio di irretroattività della legge penale: cioè per averlo punito per un reato che lui non poteva prevedere. Una sciocchezza sesquipedale: Contrada, quando faceva fuggire i boss avvertendoli dei blitz della Squadra Mobile da lui guidata, sapeva benissimo che stava commettendo reati: ammesso e non concesso che non prevedesse il concorso esterno (peraltro già esistente nel Codice), metteva almeno in conto di rischiare il favoreggiamento o l’associazione mafiosa tout court.<br />
Ma siamo poi sicuri che l’autogol del governo sia stato involontario? Noi no, visto l’uso che si fa della sentenza Contrada per mandare a casa Dell’Utri con tante scuse. Come se anche Dell’Utri non sapesse, nei 30 anni in cui fece da “<em>mediatore fra Cosa nostra e l’imprenditore <strong>Silvio Berlusconi</strong></em>” (sentenza della Cassazione), che rischiava di finire in galera per concorso esterno o interno in mafia, o per favoreggiamento mafioso, o per concorso in estorsione mafiosa. Di questo passo, prima o poi toccherà scusarsi pure con gli eredi di <strong>Vito Ciancimino</strong> e dei cugini Salvo. E condannare gli eredi di <strong>Giovanni Falcone</strong>, che per primo applicò il concorso esterno anche alla mafia. Il tutto per assicurare la tenuta stagna dei tanti mafiosi, esterni o interni, che restando dentro un altro po’ potrebbero cedere e parlare. Indovinate di chi.</p>
<p><strong>Foto <span class="st">©</span> Castolo Giannini</strong></p>
<p><strong>Tratto da</strong>: <em><a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Il Fatto Quotidiano</a></em></p>
<p>da: <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/opinioni/236-societa/68355-e-rimorto-falcone.html">AntimafiaDuemila.com</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/e-rimorto-falcone/">E&#8217; rimorto Falcone</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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		<title>I fratelli Graviano e quel provino a Milanello</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/i-fratelli-graviano-e-quel-provino-a-milanello/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione 19luglio1992.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 19:21:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[barone]]></category>
		<category><![CDATA[d'agostino]]></category>
		<category><![CDATA[dell'utri]]></category>
		<category><![CDATA[graviano]]></category>
		<category><![CDATA[spatuzza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rileggendo la sentenza di primo grado con cui il Tribunale di Palermo ha condannato a 9 anni di reclusione il senatore Marcello Dell&#8217;Utri per concorso&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/i-fratelli-graviano-e-quel-provino-a-milanello/">I fratelli Graviano e quel provino a Milanello</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: center;"><span style="font-size: 16px;"><img decoding="async" align="top" alt="alt" src="http://farm3.static.flickr.com/2267/2071906366_80293b69d1.jpg" /> </span></div>
<p> <span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: 16px;">  </span></span> </p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: 16px;"></p>
<p> Rileggendo la sentenza di primo grado con cui il Tribunale di Palermo ha condannato a 9 anni di reclusione il senatore <b>Marcello Dell&#8217;Utri</b> per concorso esterno in associazione mafiosa, si scoprono sempre molte cose interessanti. Per esempio, si può comprendere lo stato di apprensione e di irritazione con cui il presidente del consiglio Silvio Berlusconi sta seguendo la riapertura delle indagini sulle stragi del &#8217;92 e del &#8217;93. L&#8217;8 settembre 2009 aveva infatti dichiarato: “<i>E&#8217; una follia che ci siano frammenti di Procura che da Palermo a Milano guardano ancora a fatti del &#8217;92, del &#8217;93, del &#8217;94. Quello che mi fa male e&#8217; che gente cosi&#8217;, con i soldi di tutti noi, faccia cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene comune del Paese</i>”.<br /> </span></p>
<p>  <span id="more-1597"></span>  </p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: 16px;"><br /> Il punto è che, come noto, il neo-collaboratore di giustizia <strong>Gaspare Spatuzza</strong>, già esecutore materiale dell&#8217;omicidio di Don Puglisi ed esponente di spicco della famiglia mafiosa del mandamento di Brancaccio, retta da due dei più sanguinari boss di Cosa Nostra, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, responsabili sicuramente almeno delle stragi del &#8217;93 nel continente, sta aprendo nuovi squarci sulla strage di via D&#8217;Amelio. In particolare, Spatuzza, <strong>ritenuto credibile da tutte le procure da cui è stato ascoltato</strong>, ha spostato dalla Guadagna a Brancaccio (due quartieri confinanti a sud di Palermo) il gruppo di fuoco che avrebbe materialmente organizzato ed eseguito la strage. La differenza non è di poco conto. A capo della famiglia del mandamento di Brancaccio vi erano infatti proprio i fratelli Graviano che, allo stesso tempo, intrattenevano affari e mantenevano interessi nel Nord Italia, più specificamente nel milanese.  </span></span><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: 16px;">Spatuzza riapre dunque una pista importante che porta dritti dritti alla contiguità tra l&#8217;ala stragista di Cosa Nostra ed alcuni ambienti imprenditoriali milanesi di allora. Esattamente ciò di cui parlava Paolo Borsellino nella sua ultima intervista del 19 maggio 1992, rilasciata ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi, in cui indicava proprio Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, come esempio di “<i>testa di ponte dell&#8217;organizzazione mafiosa nel Nord Italia</i>”.  <br /> </span></span></div>
<p> <span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: 16px;"> </span></span> </p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: 16px;"> </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">  </p>
<p> <span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: 16px;"> </p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Ma perchè Dell&#8217;Utri e Berlusconi dovrebbero temere queste nuove rivelazioni di Spatuzza? Esistono delle prove che dimostrerebbero la contiguità tra i fratelli Graviano e il gruppo Fininvest? Per ora non si sa esattamente quello che ha dichiarato Spatuzza ai magistrati. Quello che si sa è invece che i Graviano non erano assolutamente degli sconosciuti per il presidente di Publitalia, il polmone finanziario della Fininvest. </p>
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<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: 16px;"> </span></span><span style="font-size: 16px;">Lo si apprende leggendo il capitolo 15 della sentenza di primo grado di condanna di Marcello Dell&#8217;Utri a pag. 629, intitolato “I fratelli Graviano di Brancaccio”. L&#8217;episodio a cui si fa riferimento non è tanto interessante in sé (si parla di favori per tesserare un calciatore al Milan), quanto per il fatto che dimostra che, </span><strong><span style="font-size: 16px;">a pochi mesi dalla strage di via D&#8217;Amelio e mentre nel continente scoppiavano bombe a Roma, Firenze e Milano, gli autori di quelle stragi erano in qualche modo in contatto con il senatore Dell&#8217;Utri, braccio destro di Silvio Berlusconi.<br /> </span></strong></div>
<div style="text-align: justify;"> <span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: 16px;"> </span></span> </div>
<p> <span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: 16px;"> </p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">La vicenda è la seguente. </p>
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<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm;"> </p>
<p> <span style="font-size: 16px;"> </p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm;">Il 27 gennaio 1994 il Nucleo Operativo dei Carabinieri di Palermo e di Milano arresta, all&#8217;interno della trattoria &#8220;<i>Da Gigi Il Cacciatore</i>&#8221; a Milano, i fratelli Graviano. Insieme a loro vengono tratti in arresto anche i cognati Salvatore Spataro e Giuseppe D&#8217;Agostino, rei di aver coperto la latitanza dei due fratelli procurando loro carte d&#8217;identità false. In una lettera fatta pervenire al gip di Milano il 19 marzo 1994, D&#8217;Agostino afferma di essersi trovato a Milano in circostanza dell&#8217;arresto poiché aveva intenzione di contattare, attraverso Carmelo Barone e Francesco Piacenti, il dott. Marcello Dell&#8217;Utri, già locatore di uno stabile a Palermo adibito a Standa, il quale verosimilmente gli avrebbe dovuto far trovare lavoro. Dell&#8217;Utri dichiara al maresciallo Luigi Punzi e al brigadiere Alberto Sivieri dei Carabinieri di Milano di non aver mai sentito nominare né Barone né Piacenti né tanto meno D&#8217;Agostino.<br />   </p>
<p> </span>  <span style="font-size: 16px;"> </p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm;">In realtà mente. Nella sua agenda personale sono state ritrovate delle annotazioni molto strane. Alla data 11 febbraio 1994, Dell&#8217;Utri rivela di sapere già l&#8217;argomento su cui quel giorno stesso sarebbe stato sentito: &#8220;SIRIO MARESCIALLO BICCHIO BRIGADIERE 62764294 D’AGOSTINO GIUSEPPE CHE DUE ANNI FA E’ VENUTO INSIEME A FRANCESCO PIACENTI E CARMELO BARONE INTERESSARSI PER LAVORO A MI&#8230;&#8221;. <span style="font-size: 16px;">Cita perfino i nomi dei due ufficiali con degli pseudonimi. In un&#8217;altra agenda, alla data 7 settembre 1992, si legge esplicitamente il nome di Barone. In una terza agenda il nominativo Barone è seguito anche dal nome di battesimo (Melo), diminutivo di Carmelo, con due utenze telefoniche. Nessun dubbio dunque sulla sua identità. </p>
<p> D&#8217;Agostino e Barone si conoscono da sempre per via della loro passione per il calcio. Barone è presidente della Palermo Olimpia, insieme a Spataro. D&#8217;Agostino ha un figlio molto promettente calcisticamente e, parlando con Barone, viene a sapere che costui avrebbe potuto fargli fare un provino al Milan. Nel 1992 D&#8217;Agostino sale a Milano, il provino va bene, ma il ragazzo non viene preso perché ancora minorenne. Barone lo rassicura: per questo si può trovare un escamotage. E in più gli promette di adoperarsi per fargli trovare un lavoro redditizio in modo da poter portare su tutta la famiglia a Milano: &#8220;<strong><i>Io conosco il signor Dell’Utri che, eventualmente, lui, vediamo se ti fa trovare un lavoro</i></strong>&#8220;. Barone chiama per telefono, ma la segretaria informa che Dell&#8217;Utri non è presente. Poco tempo dopo Barone morirà in un incidente stradale (sbanda sull&#8217;asfalto bagnato e si schianta con la Mercedes su un gruppo di giostre) e la trattativa non avrà sviluppi. In seguito, l&#8217;8 dicembre del 1993, D&#8217;Agostino inizia ad ospitare in casa sua il latitante Giuseppe Graviano. A costui D&#8217;Agostino propone di nuovo la possibilità di riuscire a trovare un lavoro: chissà mai che abbia anche lui, come Barone, amicizie milanesi. Graviano risponde che sì, avrebbe potuto farlo lavorare, ma ne avrebbe prima dovuto parlare con il fratello Filippo. Subito dopo le feste natalizie arriva la buona notizia: <b>i Graviano si sono interessati e c&#8217;è possibilità per D&#8217;Agostino di trovare un posto in un centro commerciale.</b> <b>Un euromercato del gruppo Fininvest</b>. </p>
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<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: 16px;">Questa ricostruzione, offerta da D&#8217;Agostino, permette di decifrare altre significative annotazioni ritrovate sulle agende di Dell&#8217;Utri. Alla data 2 settembre 1992 si legge di un tale &#8220;MELO&#8221; con l&#8217;indicazione &#8220;INTERESSA AL MILAN&#8221;. In un&#8217;altra annotazione compare un&#8217;età (10 ANNI), quanti ne contava il figlio di D&#8217;Agostino a quell&#8217;epoca, e la frase &#8220;IN RITIRO PULLMAN DEL MILAN, INTERESSATO D&#8217;AGOSTINO GIACOMO&#8221;. Quando a Dell&#8217;Utri vengono mostrate tutte le annotazioni che riguardano Carmelo Barone, l&#8217;imputato nega di esserne a conoscenza. Solo quando gli verranno lette le dichiarazioni del collaborante Pasquale Di Filippo riguardanti il negozio d&#8217;abbigliamento di proprietà di Barone in via Lincoln, a Dell&#8217;Utri torna la memoria. Ricorda di averlo conosciuto come presidente di una società di calcio e dichiara che quel &#8220;Melo&#8221; nella sua agenda non può che essere lui. <br /> </span></p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm;"> </p>
<p> <span style="font-size: 16px;"> </p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm;">In realtà, la conoscenza tra i due non si limita a una lontana comunanza di interessi sportivi, come Dell&#8217;Utri vuol far credere.  Dalla documentazione reperita nelle aziende Fininvest e depositata agli atti risulta che la segretaria personale di Dell&#8217;Utri, la dott.ssa Ines Lattuada, aveva segnalato, per l&#8217;acquisto, un immobile in via Lincoln, di proprietà di Carmelo Barone. Qualche mese dopo, responsabili della Standa le faranno sapere che è venuto meno l&#8217;interesse per quell&#8217;immobile. Ancora, in un appunto manoscritto si legge: &#8220;&#8230;ATTENDE, POI, GIUSEPPE NOTIZIE PER I LOCALI DELLA DITTA BARONE&#8230;VIA LINCOLN – BRUCIATO&#8221;.</p>
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<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm;"> </p>
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<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm;">Per capire il senso di queste parole bisogna sapere chi fosse, in realtà, Carmelo Barone e in che ambienti orbitasse. Alla domanda se Barone avesse rapporti con esponenti di Cosa Nostra, il collaborante Pasquale Di Filippo dichiara: “<i>Sì, io mi ricordo che Barone era molto amico di mio cognato, Spataro Antonino, e di Vincenzo Buccafusa, detto Cecè</i>. <i>Dopo la sua morte gli hanno messo due o tre volte delle bombe in via Lincoln, gli hanno danneggiato il negozio con delle bombe”</i>. <span style="font-size: 16px;">Come mai tutte queste bombe? “<i>Dopo la morte di Melo i loro parenti non hanno voluto sapere niente di questo e quindi non volevano pagare il pizzo e quindi, di conseguenza, gli hanno fatto gli attentati”</i>. Barone, dunque, era sempre stato in buoni rapporti con i mafiosi della zona e, fintanto che era in vita, non aveva mai avuto problemi. </p>
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<p> </span> </p>
<p align="justify" style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: 16px;">Il 20 gennaio 2003 viene assunto in esame il teste indotto dalla difesa di Dell&#8217;Utri, Francesco Zagatti, capo degli osservatori del Milan nel &#8217;92-&#8217;93. E&#8217; un autogol clamoroso. Dalla sua deposizione, molto sincera e spontanea, il Collegio apprende che effettivamente “<i>ci fu un interessamento nei riguardi del figlio di D’Agostino Giuseppe da parte di Marcello Dell’Utri</i>&#8221; e deduce che &#8220;<i>essendo già deceduto Melo Barone, <b>tale interessamento non poteva che essere stato caldeggiato al prevenuto, direttamente o in via mediata, dai fratelli Graviano di Brancaccio</b></i><span style="font-style: normal;"><b>”</b></span>.</span></p>
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