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	<title>Mori Archivi - 19luglio1992.com</title>
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	<description>A Paolo, Agostino, Claudio, Eddie Walter, Emanuela,  Vincenzo Fabio.</description>
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	<title>Mori Archivi - 19luglio1992.com</title>
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		<title>Il significato del Processo sulla trattativa nella ricerca della verità sulla storia segreta italiana dagli anni ’70 ad oggi.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Calì]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Apr 2018 08:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di&#160;Alessandro Calì Viviamo in un’epoca in cui i contenuti emersi dalla requisitoria dei PM nel processo sulla trattativa Stato-mafia sono stati sistematicamente silenziati dai media&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/il-significato-del-processo-sulla-trattativa-nella-ricerca-della-verita-sulla-storia-segreta-italiana-dagli-anni-70-ad-oggi/">Il significato del Processo sulla trattativa nella ricerca della verità sulla storia segreta italiana dagli anni ’70 ad oggi.</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="irc_mi alignleft" src="https://assets.change.org/photos/9/nj/np/ybnjnpINdwsFfam-800x450-noPad.jpg?1515933427" alt="Immagine correlata" width="296" height="167"><em>di&nbsp;Alessandro Calì</em></p>
<p>Viviamo in un’epoca in cui i contenuti emersi dalla requisitoria dei PM nel processo sulla trattativa Stato-mafia sono stati sistematicamente silenziati dai media nazionali (fatta eccezione per pochi riscontri di cronaca, non è stato argomentato nessuno dei particolari aspetti e dettagli, non è stata fatta nessuna analisi o approfondimento, nessun dibattito televisivo) mentre, nello stesso periodo, prima l’<strong>Assemblea Regionale Siciliana</strong> e poi la <strong>Camera Penale di Modena</strong> hanno invitato a presenziare ed intervenire in conferenze pubbliche due degli imputati (<strong>Mario Mori</strong> e <strong>Giuseppe De Donno</strong>) <a href="http://magazinesicurezza.info/wp-content/uploads/2018/04/de-donno-mori.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="irc_mi alignright" src="http://magazinesicurezza.info/wp-content/uploads/2018/04/de-donno-mori.png" alt="Risultati immagini per mori de donno" width="301" height="221"></a>nello stesso processo. Ciò nell’ambito di una più ampia campagna di comunicazione che, al fine di diffondere pubblicamente un documentario agiografico (<strong>scritto da uno dei due imputati sulla carriera dell’altro</strong>), è partita da diversi convegni sul territorio ed è approdato presto alla trasmissione dello stesso documentario su uno dei canali Mediaset. A distanza di pochi giorni dall’ultimo episodio poi, uno degli avvocati della difesa nello stesso processo si è indignato, addirittura in aula e nel corso della propria arringa (al punto da suscitare l’intervento del Presidente che garbatamente ha rilevato la non pertinenza del tema), paventando la possibile presenza del <strong>Movimento delle Agende Rosse</strong> a manifestare il proprio dissenso contro eventuali forme di occultamento, negazione di verità o contro alcune sentenze e, insomma, a svolgere il ruolo di informazione e promozione dei valori dell’Antimafia per i quali, peraltro, l’Associazione stessa è stata costituita.<a href="https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/v/t1.15752-9/30716597_10214649264119000_3680012246471147520_n.jpg?_nc_cat=0&amp;oh=29f0aa35121c97aa7e01c3797c53a432&amp;oe=5B53B0A0"><img decoding="async" class="_52mr _1byr _5pf5 img alignleft" style="max-width: 100%; width: 300px;" src="https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/v/t1.15752-9/30716597_10214649264119000_3680012246471147520_n.jpg?_nc_cat=0&amp;oh=29f0aa35121c97aa7e01c3797c53a432&amp;oe=5B53B0A0" alt="" width="650" height="121"></a></p>
<p>Parliamo, quindi, di un’epoca in cui il silenzio e la censura imposti nei confronti della complessa articolazione del lavoro di magistrati come quelli che hanno avviato e portato a termine le indagini del processo sulla trattativa Stato-mafia, vanno di pari passo con il tentativo di dare massima risonanza pubblica extra-giudiziale all’immagine di alcuni degli imputati dello stesso procedimento. E ciò avviene alla conclusione di un dibattimento che, per la gravità dei suoi contenuti, per il metodo con cui sono state condotte le indagini, per l’arco storico da esso compreso e per i collegamenti con quanto avvenuto in Italia nei decenni precedenti e successivi ai fatti in questione, assume il valore di un procedimento storico, paragonabile probabilmente solo al<strong> Maxi-processo</strong> <strong>contro i vertici di Cosa Nostra</strong>, istruito da <strong>Giovanni Falcone</strong> e <strong>Paolo Borsellino</strong> a metà degli anni Ottanta. Il Maxi-processo, infatti, portava alla sbarra, per la prima volta nella storia, tutto il gotha mafioso in un unico impianto accusatorio, così come il <strong>Processo sulla trattativa Stato-mafia</strong> adesso porta alla sbarra, per la prima volta nella storia assieme, protagonisti, dinamiche parallele e intersezioni tra componenti del vertice di Cosa Nostra, uomini politici ed uomini delle istituzioni investigative. Istituzioni che comprendono addirittura un corpo speciale dei Carabinieri, preposto ad indagini ed operazioni delicatissime di polizia giudiziaria, applicato già prima dei fatti oggetto del procedimento, alla Procura che, per ovvie ragioni, è sempre stata la più esposta nel contrasto alla criminalità organizzata di tipo mafioso e in uno dei periodi più significativi e tragici nella storia del nostro Paese: vale a dire quello che dal Maxi-processo di Palermo va fino alle stragi di mafia del 1992-’93 ed al mutamento nel sistema politico italiano verificatosi a partire dal 1994.<a href="http://www.mondi.it/almanacco/immagini/maxiprocesso.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="irc_mi alignright" src="http://www.mondi.it/almanacco/immagini/maxiprocesso.jpg" alt="Risultati immagini per maxi processo" width="299" height="139"></a></p>
<p>Un processo, quello sulla trattativa, che in maniera estremamente chiara e dettagliata fa luce non solo su quelli che sono i fatti centrali e le responsabilità per cui vengono chiamati a rispondere gli imputati (il dialogo tra interlocutori di Stato e antistato oltre agli altri episodi per i quali i vari gradi di giudizio faranno il loro corso) ma anche, su due aspetti molto specifici e significativi: da un lato, su quanto è avvenuto in Italia in seguito alle stragi di mafia, nella <strong>scena politica italiana degli anni Novanta</strong> e, dall’altro, su quanto era avvenuto in precedenza nella storia recente del nostro paese, nell’arco di tempo che comprende le <strong>gli anni Settanta e Ottanta</strong> e, in particolare, per intenderci, gli anni di piombo, la fine del terrorismo politico e l’avvio della strategia stragista di Cosa Nostra.<br />
Ciò viene ricostruito dai magistrati palermitani in modo esemplare al fine di dare rilievo a due fattori molto specifici e decisivi (che a loro volta comprendono logiche di azione e protagonisti ricorrenti nel corso della storia italiana recente), essi sono:</p>
<ol>
<li><em>&nbsp;le <strong>modalità esecutive</strong> con cui in Italia dalla metà degli anni Sessanta sono state perseguite strategie di azione occulte, volte a raggiungere fini non dichiarati con esecutori, mezzi ed obiettivi non dichiarabili;</em></li>
<li><em>&nbsp;l’evidenza di un <strong>collegamento metodologico</strong> e, molto probabilmente, anche strutturale e organizzativo, tra due fenomeni che tanto drammaticamente hanno caratterizzato la storia dell’Italia repubblicana, vale a dire: lo “stragismo mafioso” degli anni ’80 e ’90 e lo “stragismo terroristico” degli anni ’60-’80 (dalla strage di P.zza Fontana nel 1969 alla strage alla stazione di Bologna nel 1980).</em></li>
</ol>
<p>Questi due fenomeni hanno avuto schemi di pianificazione, metodi di azione e “funzioni comunicative” significativamente simili, cioè quelli di mettere in atto una “<strong>strategia della tensione</strong>” finalizzata a condizionare le scelte elettorali dell’opinione pubblica e del quadro istituzionale, nel caso dello <strong>stragismo terroristico</strong>; degli interlocutori politici e negli interventi legislativi, nel caso dello <strong>stragismo mafioso</strong>.<br />
In entrambi i contesti, poi, appaiono analoghi protagonisti che sono individuati dai magistrati nel complesso intreccio tra particolari <strong>rappresentanti</strong> (con funzioni di interlocutori) appartenenti al mondo politico, agli organi inquirenti, ai servizi di sicurezza, alla massoneria, al terrorismo e alla criminalità di tipo mafioso, in una <strong>combinazione di relazioni</strong> dalle quali scaturiscono sistematicamente <strong>azioni di tipo stragistico</strong> con funzioni di deterrenza, messe in atto da soggetti che, in una fase prendono la forma del terrorismo estremista neofascista e, nell&#8217;altra, terrorismo di tipo mafioso, a ben vedere, con momenti significativi di <strong>collegamento funzionale</strong> ed organico tra i due fenomeni criminali.</p>
<p>Ora, in via generale, nel tentativo di comprendere un periodo particolarmente complesso e drammatico nella vita di un Paese, come quello che, ad esempio, ha caratterizzato lo <strong>stragismo mafioso</strong> in Italia, le dinamciche della dialettica intercorsa tra Stato e anti-stato, i fattori che hanno portato al passaggio tra le cd. prima e seconda Repubblica in Italia e la nascita di nuove forze politiche oppure, in altra epoca, fenomeni come quello del <strong>terrorismo</strong> negli anni di piombo, delle cd. <strong>stragi di Stato</strong>, della strategia della tensione (tutti fenomeni ed eventi tragici che hanno causato tantissime vittime nella popolazione ed hanno portato anche alla eliminazione fisica di uomini determinanti per la storia del nostro Paese come <strong>Aldo Moro</strong>, all’interno del blocco politico democristiano e, su un fronte istituzionale diverso, <strong>Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino</strong>, per citare solo gli uomini più emblematici), per capire fatti come questi, insomma, ciascuno di noi, si trova davanti una serie articolata e complessa di <strong>livelli per la ricerca della verità</strong>.<a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/04/Falcone-Borsellino-Dalla-Chiesa.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-12431 aligncenter" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/04/Falcone-Borsellino-Dalla-Chiesa-300x86.jpg" alt="" width="300" height="86" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/04/Falcone-Borsellino-Dalla-Chiesa-300x86.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/04/Falcone-Borsellino-Dalla-Chiesa-768x220.jpg 768w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/04/Falcone-Borsellino-Dalla-Chiesa-20x6.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/04/Falcone-Borsellino-Dalla-Chiesa.jpg 775w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
Un percorso che può essere anche molto articolato e com&nbsp; plesso e che ci pone davanti innanzi tutto il livello della verità cronistica, dei fatti di cronaca appunto; poi il livello della verità investigativa messo in atto dagli organi inquirenti; quindi il livello della verità processuale che deriva dagli esiti dei vari gradi di giudizio; contestualmente, il livello della verità giornalistica ed opinionistica derivante dagli opinion makers e dall’azione dei media che hanno influenza sull’opinione pubblica (e che sappiamo può essere caratterizzato anche da strumentalizzazioni, silenzi, omissioni o distorsioni); ed, infine, il livello della verità storica che emerge a distanza di tempo e alla conclusione di un determinato periodo ma con la possibilità di effettuare importanti collegamenti causali con la storia precedente e successiva dello stesso.<br />
E’ naturalmente difficile pensare che possano essere in tanti a trovarsi nelle condizioni di riuscire ad analizzare le cose attraverso un percorso conoscitivo così complesso <strong>ed è su questo che contano le strategie di disinformazione e occultamento della verità</strong>. Per questa ragione è opportuno analizzare i fatti ad un grado inferiore di complessità analitica pur senza perdere la capacità analitica degli stessi ed, anzi, comprendere la realtà mediante una serie di elementi che sono sempre caratteristici di ogni fatto. Un fenomeno sociale o periodo storico che avviene in un dato contesto di circostanze, è caratterizzato da significativi <strong>eventi precedenti</strong> che lo rendono possibile e, a sua volta, dà origine ad <strong>eventi successivi</strong> ed esiti, che avvengono come sua conseguenza e che possono permetterci di comprenderlo nei suoi <strong>effetti</strong>. Ogni evento ha, dunque, oltre al <strong>fatto</strong> in sè, un <strong>contesto</strong> in cui si è verificato, dei <strong>fattori</strong> che lo hanno favorito od ostacolato, degli <strong>attori</strong> che lo hanno posto in essere e delle <strong>condizioni</strong> senza le quali non si sarebbe verificato o che piuttosto lo hanno provocato. Ed è proprio questo insieme di elementi che costituisce il piano di osservazione da cui ciascuno di noi può partire, con le informazione comunemente a disposizione per comprendere ciò che è avvenuto in un dato momento storico e porsi in una prospettiva di ricerca della verità.</p>
<p><a href="http://i.res.24o.it/images2010/SoleOnLine5/_Immagini/Notizie/2013/05/andreotti-bongiorno-agf-258.jpg?uuid=7674dcf8-b64f-11e2-a56c-d46e12d24aac"><img loading="lazy" decoding="async" class="irc_mi alignright" src="http://i.res.24o.it/images2010/SoleOnLine5/_Immagini/Notizie/2013/05/andreotti-bongiorno-agf-258.jpg?uuid=7674dcf8-b64f-11e2-a56c-d46e12d24aac" alt="Risultati immagini per andreotti mafia" width="299" height="299"></a>Questo metodo può esserci utile, altresì, per neutralizzare gli effetti dei continui tentativi attraverso i quali spesso si cerca di ostacolare il processo di comprensione delle verità, sia a livello istituzionale, sia a livello investigativo, sia a livello mediatico. Modalità che emergono quando il silenzio mediatico è, per esempio, troppo omogeneo per essere casuale oppure, come nei vari procedimenti a carico di <strong>Giulio Andreotti</strong> (caso emblematico e precursore storico del processo sulla trattativa) durante i quali la presenza mediatica e sulla scena politica dell’imputato non poteva che ostacolare agli occhi della pubblica opinione la reale comprensione dei fatti a lui ascritti nei diversi dibattimenti ed il loro significato reale (su questo tema si veda il libro “<em>La Verità sul Processo Andreotti</em>” di G.C. Caselli – G. Lo Forte, edito da Laterza). Analogo percorso, con chiari intenti di depotenziare ed annullare agli occhi dell’opinione pubblica il significato dei reali esiti processuali, può essere attribuito alle sentenze di recente passate in giudicato riguardanti personaggi come <strong>Bruno Contrada, Marcello Dell’Utri, Salvatore Cuffaro e Nino Lombardo</strong>.</p>
<p>In questa direzione, la straordinaria mole del lavoro di ricostruzione effettuata dai magistrati palermitani nell’ambito del processo sulla trattativa, contenente l’analisi accurata di un periodo storico ampissimo, assume un valore fondamentale in direzione di un serio percorso di ricerca della verità e nella comprensione del sistema di attori e dinamiche sottese a una lunga e nefasta serie di eventi, al di là di quelli che poi saranno gli esiti processuali e le responsabilità ascritte ai singoli imputati. Esso ci permette, infatti, con la grande autorevolezza di fonti cui solo magistrati inquirenti possono avere accesso, di fare luce su verità storiche che vanno oltre gli aspetti strettamente giudiziari.</p>
<p>Sempre in riferimento al caso emblematico del <strong>Processo Andreotti</strong> risulta incontrovertibile, al di là delle specifiche conclusioni del processo (oltre che delle opinioni di politici e giornalisti e &nbsp;dell’immagine poi è giunta nei fatti all’opinione pubblica) l’evidenza del particolare intreccio di relazioni, interazioni e collegamenti che facevano capo all’esponente democristiano e che &nbsp;regolarmente conducevano lui e la sua corrente al <strong>sistema politico-mafioso</strong>&nbsp;Lima-Ciancimino-Salvo-imprese siciliane, agli <strong>ambienti della massoneria piduista</strong> (vicende relative ai componenti dei comitati per la gestione dell’emergenza Moro e ai tentativi di salvataggio degli interessi di Sindona) ed al complesso <strong>intreccio di servizi ed organizzazioni segrete</strong> (dal SID a Gladio) divenuti cruciali sia in seguito al ritrovamento parziale del <u>Memoriale Moro</u>, sia nelle controversie giudiziarie, a partire dall’omicidio Pecorelli, in cui Andreotti venne coinvolto. Un insieme di elementi e circostanze che, per quanto concerne i collegamenti con Cosa Nostra, possono essere racchiusi nella citazione della sentenza d’appello, confermata in Cassazione, secondo cui Giulio Andreotti<em>&nbsp;“con la sua condotta (…) ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso, un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi”.</em></p>
<p><a href="https://foto.ilmessaggero.it/photogallery_img/MED/43/74/54374_20130506_46756_nel2001processoperassociazionemafiosa.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="irc_mi alignnone" src="https://foto.ilmessaggero.it/photogallery_img/MED/43/74/54374_20130506_46756_nel2001processoperassociazionemafiosa.jpg" alt="Immagine correlata" width="402" height="265"></a></p>
<p>Il Processo Andreotti è utile poi anche perché riguarda un periodo storico molto importante in Italia, a cavallo tra gli anni ‘70 e ’80 che, su vari piani di trattazione, aveva visto:</p>
<ol>
<li>nascita, evoluzione e crisi di un vasto bacino di eversione politica da cui sorgono organizzazioni come Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e le Brigate Rosse;</li>
<li>il consolidarsi e lo sviluppo del potere della corrente andreottiana nella Democrazia Cristiana (rappresentata in Sicilia da <strong>Salvo Lima</strong>) negli anni immediatamente precedenti e successivi al Caso Moro;</li>
<li>l’arricchimento e l’affermazione dei Corleonesi al vertice di Cosa Nostra;</li>
<li>l’emergere del significativo ruolo svolto da figure di raccordo tra politica, mafia, servizi segreti, massoneria, finanza e impresa (come quella di <strong>Vito Ciancimino</strong>);</li>
<li>la costante e totalizzante presenza della P2 di <strong>Licio Gelli</strong> nelle istituzioni italiane e, in particolare, nei rapporti tra servizi di informazione civile e militare, eversione nera, stragi, criminalità, politica e finanza; <img decoding="async" class="rg_ic rg_i aligncenter" style="width: 339px; height: 149px; margin-left: -12px; margin-right: -4px; margin-top: 0px;" src="https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQ3Uu90Y_sZgXLvhRtjaiQ04N36rDfr4_YAdLxWmiDLMuSU6A9ltg" alt="Risultati immagini per gelli p2" name="JqTXARaNBDXiHM:" data-src="https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQ3Uu90Y_sZgXLvhRtjaiQ04N36rDfr4_YAdLxWmiDLMuSU6A9ltg"></li>
<li>l’esistenza di strutture militari ed organizzazioni segrete, come Gladio, in interazione con la P2 ed i servizi segreti di Stato (SID, Ufficio Affari Riservati, SISDE, SISMI) e con questi coinvolte negli esiti delle indagini sulle stragi e sui tentativi di golpe avvenuti negli anni ’70 nonché nel loro depistaggio sistematico;</li>
<li>lo sviluppo di organizzazioni criminali locali con funzioni di agenzie (ed attività di finanziamento operazioni segrete, accumulazione fondi illeciti, controllo del territorio, informazione ed eliminazione fisica su commissione) legate a servizi segreti, massoneria e politica (come la Banda della Magliana);</li>
<li>l’ultimo tragico episodio dello stragismo terroristico nero nel 1980 con la strage di Bologna (avente alle spalle il solito meccanismo di relazioni occulte composto da terroristi neofascisti, servizi segreti, P2, faccendieri di collegamento e criminalità organizzata);</li>
<li>l’esordio della strategia stragista di Cosa Nostra mediante l’utilizzo di esplosivi, con l’uccisione del Giudice <strong>Rocco Chinnici</strong> nel 1983 e con la strage sul Rapido 904 nel 1984.</li>
</ol>
<p>Questo panorama appare estremamente significativo se attuiamo un parallelo storico-giudiziario tra il periodo sopra citato e quello compreso dal <strong>Processo sulla trattativa Stato-mafia</strong>, 1991-1994, all’interno del quale si colloca il fenomeno dello stragismo mafioso degli anni ‘92-’93 ed in cui ci troviamo di fronte ad un altrettanto complesso e significativo insieme di fattori, quali:</p>
<ol>
<li>l’avvenuto crollo del blocco sovietico e dell’insieme di interessi che gravitavano attorno ai segreti di stato ed alle trame stragiste;</li>
<li>la scomparsa del retroterra umano ed organizzativo di tipo eversivo e terroristico, così come di quello delle organizzazioni criminali minori legate ai servizi;</li>
<li>l’impatto delle indagini del Pool Antimafia e la solidità dell’impianto accusatorio del Maxiprocesso di Palermo contro Cosa Nostra, che vede la conferma delle condanne in Cassazione nel Gennaio 1992;</li>
<li>il terremoto politico-giudiziario causato dall’inchiesta Mani Pulite che investe il sistema dei rapporti tra politica ed impresa al Centro-Nord Italia;</li>
<li>la crisi di legittimazione del sistema partitico italiano della cd. prima Repubblica con la graduale dissoluzione, in particolare, del PSI e della DC;</li>
<li>la conseguente crisi del sistema della corruzione e delle tradizionali dinamiche di scambio corrotto tra politica e impresa;</li>
<li>la resa dei conti di Cosa Nostra con i suoi tradizionali interlocutori politici e la fine della corrente andreottina;</li>
<li>le stragi di mafia ed i depistaggi delle indagini che portano anche all’annullamento di interi procedimenti;</li>
<li>il tentativo di partecipazione diretta di Cosa Nostra nella scena politica, che confluisce poi nella ricerca di nuovi interlocutori politici nazionali;</li>
<li>la nascita di un nuovo progetto politico in Italia e l’avvio della cd. Seconda Repubblica.</li>
</ol>
<p>Anche in questo contesto, infatti, secondo quanto emerge dalla ricostruzione dei magistrati palermitani, si sviluppa, o meglio si ripropone, un <strong>sistema di ruoli, funzioni operative e relazioni occulte</strong>, molto significativo, tra figure appartenenti al mondo della massoneria e dell’eversione nera dei primi anni ’70, faccendieri, agenti dei servizi segreti, apparati investigativi della Polizia e corpi speciali dei Carabinieri, personaggi politici della prima e seconda Repubblica, organizzazioni criminali di tipo storico come Cosa Nostra e ‘Ndrangheta, che, agendo ciascuno nel proprio ambito operativo, simultaneamente danno luogo ad una serie di<strong> piani d’azione interagenti</strong> tra loro quali:</p>
<ol>
<li>il fenomeno della creazione di leghe indipendentiste nel Centro-Sud Italia (singolare a tal proposito è l’affermazione del PM <strong>Roberto Tartaglia</strong> nel corso della requisitoria, secondo cui “<em>vedremo che molti, tanti, troppi di quelli che 30 anni prima credevano nella patria unica e indivisibile, si scoprono all’improvviso, proprio in quel momento storico, degli esasperati meridionalisti, federalisti addirittura –separiamo il Paese- anche i neri</em>”); <img loading="lazy" decoding="async" class="irc_mi aligncenter" style="margin-top: 49px;" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/eventi-gallery/20141025-premio-borsellino-pescara-c-pbassani/38.jpg" alt="Risultati immagini per Roberto Tartaglia" width="287" height="191"></li>
<li>&nbsp;la creazione di nuovi soggetti politici locali e nazionali;</li>
<li>la partecipazione di personaggi ed organizzazioni sopra citati nella organizzazione delle stragi;</li>
<li>il depistaggio sistematico di importanti indagini su alcune di esse, come quella sulla strage di Via D’Amelio;</li>
<li>la mancata cattura di latitanti del vertice di Cosa Nostra;</li>
<li><strong>l’apparire di rivendicazioni di tipo pseudo-terroristico (Falange Armata)</strong> che riguardano particolari attentati contro magistrati; monumenti, forze dell’ordine, cittadini inermi e che rivelano un rapporto tra Cosa Nostra e servizi segreti militari (SISMI);&nbsp;</li>
<li>l’esistenza di tracce e testimonianze che evidenziano la presenza del servizio segreto civile (SISDE) dietro gli attentati all’Addaura, Capaci e Via D’Amelio;</li>
<li>il costante ruolo di personaggi chiave nelle funzioni di interlocuzione tra criminalità organizzata, servizi segreti, politica e istituzioni con un passaggio di consegne tra prima e seconda Repubblica che avviene alla fine del 1992.</li>
</ol>
<p>Alla comprensione di tutto questo contribuisce in maniera determinante l’approfondita analisi di periodi storici, fatti, personaggi, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, percorsi investigativi, ruoli politico-istituzionali, documenti riservati e provvedimenti legislativi, compiuta dai magistrati di Palermo nel corso delle indagini e del dibattimento sulla “trattativa”. A questo impegno di metodo ed abnegazione va riconosciuto il merito di aver approfondito il piano di osservazione ed i collegamenti funzionali compresi in un arco molto ampio della storia italiana negli ultimi 30-40 anni.<br />
Riappaiono, ad esempio, le vicende di precedenti apparati dei <strong>servizi segreti italiani</strong> come il SID (Servizio Informazioni Difesa) noto per le gravi accuse e condanne per favoreggiamento e depistaggio di stragi e tentativi di golpe (motivi per i quali fu poi sciolto) e per la contrapposizione interna di due fazioni, delle quali una accusava l’altra di avere creato un <strong>SID parallelo</strong> coinvolto nelle trame eversive di estrema destra e dedito al sostegno dei militanti, al depistaggio di indagini, alla raccolta di informazioni, all’elaborazione di anonimi, mentre su entrambi i fronti tutti gli esponenti di spicco erano contemporaneamente membri o molto vicini alla Loggia P2 di Gelli (che aveva tra le sue funzioni preponderanti proprio quella di reclutare agenti e dirigenti dei servizi italiani).</p>
<p>Grazie alla <strong>requisitoria dei PM</strong> è più facile porsi domande come quelle relative alle significative circostanze per cui determinati personaggi provenienti, pur legittimamente, dai suddetti ambienti si siano ritrovati poi ad appartenere a gruppi investigativi speciali contro il terrorismo rosso, prima, e contro Cosa Nostra, dopo, ed applicati per coincidenza alle indagini condotte dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prima, e dai Giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, alcuni anni dopo. Oppure le ragioni per cui i servizi segreti nati dallo scioglimento del SID, vale a dire SISDE e SISMI, siano emersi come probabilmente coinvolti nelle indagini per gli attentati e le stragi di mafia nel 1989 e 1992-‘93.</p>
<p>Il quadro che emerge dalla ricostruzione consente di ricondurre l’epoca dello stragismo mafioso ad un <strong>contesto</strong> e ad uno <strong>schema d’azione</strong> <strong>preciso</strong> già noti, in cui i fatti sono avvenuti secondo una <strong>precisa</strong> <strong>logica</strong> e con degli <strong>specifici</strong> <strong>attori</strong> che costituiscono lo scenario in cui in questo Paese, nel dopoguerra, si sono sempre svolte determinate <strong>vicende criminose di interesse e significato strategico</strong> per determinati <strong>centri di potere</strong>. Tali fatti hanno trovato enormi ostacoli nei percorsi di accertamento della verità e hanno colpito, in diversi momenti storici, giornalisti, magistrati, uomini delle forze dell’ordine, politici, gente comune, a seconda degli obiettivi per cui erano stati predisposti ed messi in atto.</p>
<p>L’Italia, infatti, è stata per decenni caratterizzata dalla <strong>logica della strategia della tensione</strong> (nata per diverse esigenze di tipo geopolitico internazionale), dai tentativi di destabilizzare l’ordine costituito, dalle stragi di Stato, dai piani per il cambiamento di senso e significato politico della Costituzione, dall’esistenza di un sistema occulto di poteri, relazioni ed interessi messi in atto attraverso decisioni segrete, gravissimi atti criminosi ed eversivi, utilizzo della criminalità organizzata, depistaggio delle indagini, annullamento di processi ed interferenze di agenti deviati. Tuttavia questa logica ed il sistema cui essa fa riferimento non fanno parte della storia dei decenni che ci siamo lasciati alle spalle (con tutti i tentativi messi in atto da più parti perchè la gente dimenticasse quanto sono costati) ma hanno avuto uno sviluppo e sono confluiti, a partire dai primi anni ’90, nella <strong>logica del sistema organizzativo della criminalità di tipo mafioso</strong> di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra, nel sistema della corruzione tra politica, impresa e mafia, nella funzione delle stragi di mafia, nella creazione e nascita di nuove forze politiche, nella modalità operativa di determinati sistemi investigativi, nel ruolo distorto ed anticostituzionale dei servizi segreti e della massoneria (entità per le quali è stato coniato il termine improprio di “deviati”). Indicativa appare, in questo senso, una affermazione del giudice Di Matteo nel corso di un’intervista al giornalista Nicola Biondo, in riferimento ad azioni investigative e procedimenti giudiziari contro Cosa Nostra: “<em>Più le indagini vanno avanti, non solo la nostra palermitana ma penso a quelle di Caltanissetta, a quelle sfociate nei processi di Firenze, più ci si rende conto che spesso <strong>la storia della mafia si è intrecciata con la storia di complicità istituzionali, con la storia di apparati istituzionali che non sempre hanno agito rispettando la lettera e lo spirito della legge e dei poteri che la Costituzione e le leggi attribuiscono a questi apparati</strong></em>”.</p>
<p>A questo punto bisogna però chiedersi come mai nel corso dei primi anni ’90 (e, per molti versi, nei fatti fino a tutt’oggi) nel nostro Paese specifiche dinamiche, ruoli, metodi, messaggi, interferenze, e spesso persino anche i nomi, ricorrono sempre secondo uno schema preciso che corrisponde a un <strong>unico filo conduttore</strong> nella <strong>gestione del sistema di potere</strong> locale così come di quello centrale dello Stato, un sistema che ha in molti casi avuto una regìa occulta perché finalizzato alla <strong>garanzia di interessi e modalità operative</strong> non corrispondenti al dettato della Costituzione Italiana. Questa logica ha, inoltre, avuto determinanti <strong>interferenze istituzionali</strong> ed anche internazionali, sia quando queste si sono verificate per ragioni di natura geopolitica, sia quando, successivamente, hanno coinciso con ragioni di natura diversa, spesso finalizzate a contrastare il <strong>sistema della corruzione</strong> e le indagini sui grandi flussi di denaro illecito verso partiti politici, impresa e finanza internazionale.</p>
<p>D’altro canto, già storicamente (dal delitto Notarbartolo al caso Sindona) Cosa Nostra si è sempre caratterizzata come un potere criminale contraddistinto dai rapporti con la politica, l’impresa, le risorse locali, la borghesia e la finanza. La mafia è sempre stata una <strong>impresa sociale fondata sulla minaccia di violenza</strong> trasformata in potere economico e politico, capacità di dare e togliere lavoro, influenzare decisioni politiche. Essa è una organizzazione criminale che estrinseca il suo potere nelle relazioni bilaterali con i gangli vitali del sistema sociale in cui si sviluppa, si organizza in rapporti con le classi dirigenti, con la pubblica amministrazione, con la finanza e con certa massoneria che a questi livelli appartiene, ha una sua <strong>connotazione borghese, imprenditoriale e politica</strong> che oggi rappresenta la dimensione prevalente della mafia e che incontra i favori e le collusioni di tali settori, che in essa trovano corrispondenze ed interessi comuni. A questi ambienti si riferisce nella stessa intervista di cui sopra, il giudice Nino Di Matteo dicendo che: “<em>&#8230;avendo maturato l’esperienza di processi di tipo diverso so che gli ostacoli maggiori all’accertamento della verità, le insidie interne ed esterne al processo sono più forti quando si processano i soggetti esterni alla mafia ma che con la mafia hanno intessuto rapporti&#8230; quei soggetti corrotti della pubblica amministrazione che hanno consentito e consentono alle mafie di penetrare le pubbliche amministrazioni e la politica. La corruzione, la lotta alla corruzione non può essere disgiunta dalla lotta alla mafia, sono due facce della stessa medaglia e questo, da cittadino, ritengo che ancora la politica non lo abbia compreso o finga di non averlo compreso&#8230; Oggi la lotta alla mafia ha bisogno di un salto di qualità&#8230; per recidere i rapporti con la politica, l’economia e le istituzioni</em>”.<img loading="lazy" decoding="async" class="irc_mi alignleft" src="http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/files/2017/12/sgarbi-di-matteo-510.jpg" alt="Immagine correlata" width="305" height="162"></p>
<p>Alla fine degli anni ‘80 ed all’inizio degli anni ‘90 ci troviamo, dunque, davanti ad uno scenario in cui la <strong>mafia</strong> è diventata un potere globale utile alla grande <strong>impresa</strong>, a garantire ampie quote di successo elettorale, a determinare i flussi di ingenti capitali nel sistema bancario internazionale, nel consentire risorse e controllo negli investimenti nazionali ed esteri, così come già tradizionalmente continua a garantire il rispetto delle regole nell’assegnazione degli appalti e nell’esecuzione dei lavori. Essa rappresenta un sistema criminale ed economico a cui stanno ormai strette le sempre minori garanzie offerte da un sistema politico italiano decadente ed inadeguato ad arginare l’impatto del Maxiprocesso e dell’impostazione data dal Pool Antimafia alla lotta a Cosa Nostra, il ruolo dei collaboratori di giustizia e le nascenti indagini conto il sistema della corruzione al Nord Italia e, pertanto, necessita di collegamenti più diretti con le controparti dei propri interessi finanziari. Ed è infatti all’impresa, alla grande azienda del Nord Italia, su cui aveva già cominciato a investire nella metà degli anni ’70, che si rivolge quando abbandona i vecchi referenti politici all’inizio degli anni ’90 e, contemporaneamente, nella scena politica italiana nasce il concetto di <strong>partito-azienda</strong>, originato dal modello dell’azienda italiana di successo che si fa soggetto politico,&nbsp;erede dei partiti decaduti che l’hanno sostenuta, e si candida al governo del Paese, ad interpretare il ruolo di garante politico degli interessi che l’hanno portata al potere.<img loading="lazy" decoding="async" class="irc_mi alignright" src="http://newsimg.bbc.co.uk/media/images/44549000/jpg/_44549622_forzaitaliaap_226b.jpg" alt="Risultati immagini per forza italia 1993" width="300" height="226"></p>
<p>Questo è lo scenario che si delinea agli inizi degli anni ’90, negli anni delle stragi e della trattativa, periodo all’interno del quale agiscono gli stessi attori che avevano sostenuto il precedente sistema di interessi occulti negli anni ’70 e ’80 e che avevano tratto da esso ingenti fonti di sostentamento illecito e riproducibilità. Ed è questo il nuovo orizzonte strategico cui si rivolge, negli anni dello stragismo mafioso, il sistema delle organizzazioni criminali storiche ed, in particolare, Cosa Nostra che già dai primi anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta, era stata caratterizzata da una fortissima <strong>vocazione imprenditoriale</strong> che aveva avuto come emblemi la speculazione edilizia a Palermo, la nascita di imprese legate agli appalti della Cassa per il Mezzogiorno, gli investimenti in banche nazionali ed internazionali (compreso lo IOR), gli investimenti in gruppi aziendali del Nord Italia, la gestione diretta delle esattorie siciliane, le imprese dei cd. Cavalieri del lavoro di Catania e il monopolio delle grandi opere pubbliche, prova ne è persino lo sviluppo di una versione catanese di Cosa Nostra significativamente identificata con il modo di vivere degli imprenditori e della borghesia cittadina (illuminante modello da analizzare per comprendere gli sviluppi attuali della criminalità organizzata di tipo mafioso in contesti e territori diversi dalle famiglie e dai mandamenti siciliani).</p>
<p>Gli esiti degli anni della trattativa, come li conosciamo, come descritti nella requisitoria dei PM palermitani e da diverse sentenze già passate in giudicato, sono quelli che vedono il ruolo di <strong>nuovi interlocutori</strong> tra mafia e politica, un adattamento alle nuove condizioni del tradizionale <strong>dialogo tra apparati dello Stato ed antistato</strong>, la nascita di un partito-azienda e il <strong>passaggio del testimone tra politica tradizionale e grande impresa nella scena governativa.</strong><br />
Seguendo questo modello adattivo ed evolutivo, <strong>oggi</strong> la mafia viene creduta in ritirata perché non avvengono molti omicidi, tuttavia, mentre da un lato si devono ancora ricostruire le verità che stanno dietro il recente passato, dall’altro le organizzazioni criminali storiche, utilizzando i propri tradizionali punti di forza basati sul <strong>potere di acquisto</strong>, sulla <strong>corruzione</strong> e sulla <strong>minaccia di violenza</strong>, si sono riorganizzate, hanno stabilito accordi, trovato complicità esterne ed hanno ripreso i caratteri originari di controllo del territorio e degli affari presenti in esso ma con confini geografici ben diversi e molto più ampi in Italia ed all’estero. Esse hanno, infatti, sfruttato al meglio le tradizionali capacità di <strong>delocalizzazione</strong> ed <strong>investimento illecito</strong> per radicarsi molto solidamente sia nelle economie forti del Centro-Nord Italia (in regioni come Toscana, Emilia, Piemonte, Lombardia, Veneto) sia fuori dai confini nazionali, in virtù delle nuove realtà politiche europee, delle moderne dinamiche internazionali dell’impresa nonché del tacito assenso del sistema di protezione dei grandi flussi di denaro nei circuiti finanziari internazionali e degli interessi politici che li tutelano e garantiscono.</p>
<p>Il <strong>modello mafioso attuale</strong> è rappresentato da un adattamento in senso moderno delle sue stesse origini di sistema di potere strettamente connesso con politica, economia e classi dirigenti ma in un contesto ed in sinergia con attori di natura diversa, con i quali dà luogo a “<strong>sistemi criminali</strong>”<img loading="lazy" decoding="async" class="irc_mi alignleft" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/giudici_e_magistrati/scarpinato-anno-giudiziario.jpg" alt="Risultati immagini per sistemi criminali" width="301" height="301"> dove cooperano boss, politici, imprenditori, professionisti, faccendieri e attraverso cui agisce nei consigli d’amministrazione, nelle banche, negli appalti, nella pubblica amministrazione. Da queste connivenze emerge quella forma di “<strong>borghesia mafiosa</strong>” che investe in nuovi territori e compra tutto, specialmente i locali pubblici (alberghi, ristoranti, discoteche) ma anche aziende agricole, terreni e immobili (ivi le comprese le attività speculative di ristrutturazioni e rivendita) e che, attraverso intermediari, opera in contesti non tradizionali dall’Italia ai Paesi dell’Est Europa.<br />
Il metodo corruttorio che investe economie ed istituzioni locali, trova riscontro in determinati interlocutori politici e può assumere, per esempio, le sembianze di “mafia capitale”, dove <strong>criminali non affiliati</strong> alle organizzazioni “tradizionali” si alleano con politici, professionisti e imprenditori corrotti, oppure, come avviene in altre regioni più avanzate, dove le <strong>organizzazioni mafiose tradizionali</strong> svolgono operazioni finanziarie ed investimenti con l’avallo di istituti e funzionari bancari, senza i quali sarebbe impossibile la maggior parte delle stesse operazioni.</p>
<p>Nelle <strong>regioni italiane del Centro-Nord</strong>, il radicamento è basato sul riciclaggio nei settori sopra menzionati dei proventi derivanti dal traffico di droga, dalla gestione del mercato dei rifiuti e dalla creazione di imprese che monopolizzano i subappalti nel settore dell’edilizia (i lavori di scavo, movimento terra, etc.). Ma questa rappresenta solo la prima fase perché, in realtà, il vero fronte di osservazione sul radicamento della presenza e degli interessi criminali deve essere individuato nei mercati più ampi del Nord Italia e dei <strong>Paesi europei</strong>, in cui la mafia è attiva nei rapporti con la grande impresa, nelle opportunità di accesso ai fondi europei e negli investimenti esteri. La mafia rappresenta in patria ed all’estero “un metodo”, un modo di agire utile e concreto che corrisponde allo spirito e, soprattutto, alle esigenze dell’impresa economica (rapidità nella soluzione dei problemi, disponibilità finanziaria, garanzia del rispetto degli accordi) con la quale si stabilisce un processo di convergenza di interessi.</p>
<p>Il <strong>ritorno alle origini</strong> da parte della criminalità mafiosa, dunque, è individuabile nell’esito delle dinamiche avviate all’inizio degli anni Novanta, nell’utilizzo di metodi, alleanze e controllo degli interessi economici territoriali, attuati mediante un ricorso molto minore alla violenza ma molto maggiore alla penetrazione finanziaria nel sistema economico di ambiti territoriali molto più estesi ed anche oltre i confini dello Stato italiano, nei nuovi contesti europei e grazie alle moderne modalità di accesso al credito e ai fondi comunitari per il riciclaggio, mantenendo comunque il flusso di ingenti quantità di denaro di provenienza illecita nei grandi circuiti finanziari internazionali. Questo ha avuto come conseguenza lo sviluppo di un significativo volume di interessi che coinvolgono una schiera molto ampia di interlocutori e garanti anche a livello internazionale. E ciò avviene mentre in Italia da parte politica, ed anche istituzionale in diversi casi, vengono mantenuti e protetti ancora gli ambienti e i rapporti occulti di cui ci ha reso consapevoli il processo sulla trattativa Stato-mafia, secondo un ormai noto schema di condotta che agisce avallando, e garantendo al contempo, i nuovi equilibri e gli interessi criminali, anche attraverso un sistematico ricorso ad atteggiamenti negazionistici e pseudo-garantisti da parte politica, cui spesso concorre il ruolo di gran parte dei media e di alcune istituzioni. Comportamenti che, se considerati in un contesto di assenza di un forte investimento in termini di qualità, mezzi, uomini e competenze da parte dello Stato nelle nuove zone di frontiera per la <strong>lotta congiunta alla mafia ed al sistema della corruzione</strong>, rende vano anche lo stesso tentativo di avere una piena consapevolezza della dimensione del fenomeno e del suo reale radicamento sociale ed economico, che nei nuovi contesti, infatti, rimane a tutt’oggi prevalentemente sommerso.</p>
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		<title>Stato-mafia: Riina, il &#8221;parafulmine&#8221; e le &#8221;faide&#8221; tra servizi</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/stato-mafia-riina-il-parafulmine-e-le-faide-tra-servizi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Oppo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Mar 2018 12:40:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Processi]]></category>
		<category><![CDATA[Bagarella]]></category>
		<category><![CDATA[De Gennaro]]></category>
		<category><![CDATA[Mori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Aaron Pettinari Cianferoni chiede la nullità del processo. Per Bagarella chiesta l’assoluzione Il processo trattativa? “E’ un non processo. Ed è frutto della faida tra&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-11940 alignleft" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/03/cianferoni-riina-eff-300x157.jpg" alt="" width="300" height="157" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/03/cianferoni-riina-eff-300x157.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/03/cianferoni-riina-eff-20x10.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/03/cianferoni-riina-eff.jpg 610w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />di Aaron Pettinari</strong></em></p>
<p><span style="color: #9e1616;"><em><strong>Cianferoni chiede la nullità del processo. Per Bagarella chiesta l’assoluzione</strong></em></span></p>
<p>Il processo trattativa? <em>“E’ un non processo. Ed è frutto della faida tra servizi segreti di sinistra e di destra, tra<strong> Gianni De Gennaro</strong> e <strong>Mario Mori</strong>”.</em> <strong>Totò Riina</strong>? <em>“Un parafulmine anche da morto”.</em> Il suo arresto? <em>“Non è vero che lo ha fatto arrestare Provenzano. Ma quella di Di Maggio è una messinscena clamorosa”.</em> Il papello? <em>“Non esiste”</em>. La morte di <strong>Paolo Borsellino</strong>? <em>“Un delitto di Stato”.</em> L’Italia? <em>“Un Paese che vive di ricatti”.</em><br />
Sono questi alcuni dei passaggi principali dell’arringa difensiva di <strong>Luca Cianferoni</strong>, storico legale di <strong>Totò Riina</strong> (deceduto lo scorso novembre) e di <strong>Leoluca Bagarella</strong>, davanti alla corte d&#8217;Assise di Palermo al processo sulla trattativa Stato-mafia.<br />
Una vera e propria arringa <em>“post mortem”</em> a difesa del Capo dei capi per cui, così come per il cognato, è stata chiesta l’assoluzione perché <em>“il fatto non sussiste”.</em><br />
Un paradosso se si considera che, essendo Riina deceduto, per questi il reato è anche estinto.<br />
Tuttavia Cianferoni ha chiesto la nullità del processo per <em>“effetto della nullità dell’udienza del 28 ottobre 2014”</em> quando venne esaminato al Quirinale l’ex capo dello Stato <strong>Giorgio Napolitano</strong>. Del resto, all’epoca, era stata proprio la difesa di Riina e Bagarella, assieme a quella dell’ex senatore Mancino, a richiedere di presenziare a quell’audizione, ma la Corte rigettò. Addirittura l’avvocato toscano ha sostenuto che<em> “questa Corte ha tutto il materiale per mandare le carte a Caltanissetta e ricominciare il processo da capo”</em> anche perché, a suo avviso, sarebbe la continuazione del processo per la strage di Capaci.</p>
<p><strong>Rivisitazione storica</strong><br />
Ovviamente il legale non è d’accordo con la <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68752-processo-trattativa-chieste-le-condanne-per-gli-imputati.html"><strong>ricostruzione dell’accusa, che ha chiesto per Bagarella la condanna a sedici anni</strong></a>, per cui nel 1992, con il delitto dell’eurodeputato <strong>Salvo Lima</strong> e poi le stragi, i mafiosi<em> “volevano vendicarsi, ma anche inviare un messaggio di ricatto al governo e alle istituzioni, Cosa nostra cercava la mediazione”. “Il discorso dell’omicidio Lima non sta in cielo né in terra”</em> ha detto il legale che ha fatto cenno a <em>“pressioni e forzature”</em> che ci furono per il cambio di collegio giudicante per il maxi processo.<br />
<em>&#8220;C&#8217;è del marcio nel nostro paese</em> &#8211; ha detto ancora Cianferoni &#8211; <em>che vive sui ricatti. Si è costituto un assurdo, cioè che Riina si sia fatto arrestare. E&#8217; assurdo, per chi ha conosciuto Riina, immaginare che si sia fatto arrestare. Né avrebbe mai fatto patti con chi indossa la divisa&#8221;</em>.</p>
<p><strong>Inedito Riina</strong><br />
Nel corso della discussione sono stati anche ricordate alcune dichiarazioni “inedite” di Riina. Parole in libertà che il Capo dei capi avrebbe detto in questi anni di processo.<br />
<em>“Prima di ammalarsi, Riina</em> (descritto come un imputato eccellente ed esemplare, <em>ndr</em>) <em>scriveva lettere e camminava</em> &#8211; ha riferito rivolgendosi alla Corte &#8211;<em> L&#8217;unico passatempo che Riina aveva era guardarsi il processo. Negli ultimi tre anni non ha avuto la possibilità di ascoltare radio o vedere la tv. Quindi l&#8217;unico passatempo era vedere il processo in videoconferenza. Inizialmente voleva fare l&#8217;abbreviato ma poi mi disse che forse in questo modo poteva danneggiare gli altri imputati”.</em> E poi ancora: <em>“Ricordo bene che un giorno Riina mi disse: avvocato, ma insomma, che vogliono da me? Che parlo o che sto zitto? Qua nessuno ha fatto una trattativa con Riina, anche perché se avesse trattato, non avrebbe un figlio condannato all&#8217;ergastolo, da 21 anni. E&#8217; una menzogna, ma si è voluta tenerla in piedi&#8221;</em>.<br />
Ovviamente sono state sminuite tutte le affermazioni fatte dal Capo dei capi nei colloqui con il compagno d’ora d’aria, <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/50621-riina-u-zu-toto-trattava-cose-e-persone-importanti.html"><strong>Alberto Lorusso</strong></a> così come quelle raccolte dagli agenti penitenziari (<em><a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/61040-quando-riina-disse-mi-cercarono-per-trattare.html"><strong>“Io non ho cercato nessuno, erano loro che cercavano me, per trattare” </strong></a></em><a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/61040-quando-riina-disse-mi-cercarono-per-trattare.html"><strong>e</strong></a><em><a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/61040-quando-riina-disse-mi-cercarono-per-trattare.html"><strong> “A me mi ha fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono i carabinieri”</strong></a></em>).<br />
<em>“Le <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68502-processo-trattativa-dalle-parole-di-riina-al-papello.html"><strong>parole di Riina</strong></a> </em>&#8211; ha detto Cianferoni &#8211; <em>vere, non vere, se voi andate nelle carceri se ne sentono dire di tutti i tipi. Sui giudici, sui pm, sugli ispettori, sui marescialli, le mogli, le amanti. Sono esseri umani”.</em>Giustificazioni gratuite, come se fosse normale dire di voler far fare ad un magistrato <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/di-la-tua/237-vedi/47464-mafia-riina-contro-di-matteo-lo-faccio-finire-peggio-del-giudice-falcone.html"><strong><em>“la fine del tonno”</em> o elogiarsi per averli <em>“fatti salire dai palazzi e scendere come fossero formiche”</em></strong></a>.<br />
Lorusso è stato definito dal legale come un <em>“agente provocatore al soldo dei Servizi”</em> in quanto <em>“dentro le carceri vanno i servizi che hanno portato ad inquinamenti e calunnie”.</em> Tra gli inquinamenti vi sarebbe anche il ruolo di Provenzano. <em>“Non è vero che a far arrestare Riina è stato Provenzano</em> &#8211; ha ribadito più volte &#8211; <em>Ci sono due elementi che lo dimostrano. Uno lo dico</em> (la notizia non reale che <strong>Giovanni Riina</strong>, figlio di <em>Toto&#8217; &#8221;u curtu&#8221;</em>, all&#8217;entrata di Provenzano nel carcere di Terni, avrebbe esclamato: <em>“Questo sbirro qui l&#8217;hanno portato?”</em>,<em> ndr</em>)<em> l’altra la tengo per me”</em>.</p>
<p><strong>L’arresto del Capo dei capi</strong><br />
Il legale si è concentrato sull’arresto del boss corleonese, avvenuto il 15 gennaio 1993 a Palermo, dopo una latitanza ventennale che la Procura aveva definito come <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68616-trattativa-teresi-arresto-riina-frutto-di-un-compromesso-vergognoso.html"><em><strong>“frutto di un compromesso vergognoso”</strong></em></a>. E se da una parte secondo il legale <em>“è uno degli episodi meno oscuri della storia, un arresto vero di un latitante che non ha fatto accordi con nessuno”</em>, dall’altra ne ha messo in dubbio la versione “ufficiale”, con la collaborazione di Di Maggio che è stata definita come una “messinscena”. Cianferoni ha anche parlato del papello che <em>“non esiste”</em> anche se<em> “nell’ultima clausola si chiede di togliere le tasse sulla benzina, come in Svizzera. Questa clausola l’ho sempre interpretata come la firma dell’agente segreto che ha scritto questo foglio”. “Queste cose</em>  &#8211; ha aggiunto &#8211; <em>servono per catturare Riina e non per trattarci. Il problema è arrestare il mio cliente e non farci accordi”</em>.</p>
<p><strong>Sistemi criminali</strong><br />
Secondo l’avvocato difensore di Riina e Bagarella, parlando del processo, <em>“si è costruita una ipotesi per essere indagata, questo ho trovato nel processo trattativa. Insomma, non siamo di fronte a un fatto ma a una ipotesi costruita per essere indagata”</em> e <em>“la Procura di Palermo è caduta da quando ha ipotizzato l’inchiesta sui Sistemi criminali. Gelli, Delle Chiaie, etc., la Procura ha portato avanti fino a oggi una ipotesi fatta per autoalimentarsi, e il giudice non può consentire tutto questo. Anche da morto tocca fare a Riina da parafulmine”.</em> Quindi ha espresso pesanti considerazioni sull’operato del gup che dispose il rinvio a giudizio, oggi componente togato del Csm,<strong> Piergiorgio Morosini</strong>: <em>“Mi chiedo perché una persona preparata come Morosini dispose il giudizio fece 50 pagine. Me lo chiedo perché non posso pensare che non sa come si fa un decreto, perché ha fatto questo? Ecco la mia inquietudine. Qui, la partita qual è? Mi chiedo da cinque anni perché un giudice bravo come Morosini ha fatto questo? Cosa c’è dietro? Non accetto che ci sia solo politica”</em>.<br />
Cianferoni, rispetto alla posizione di Bagarella, ha definito lo stesso come<em> “un soldato semplice senza compiti direttivi”.</em> Poco importa se numerosi collaboratori di giustizia affermano il contrario. Così, ha chiesto l’assoluzione perché<em> “il fatto non sussiste”</em>, mentre l’avvocato Anania, ugualmente legale del cognato di Riina, ha chiesto<em> “il non doversi procedere contro Bagarella per non aver commesso il fatto”</em>.</p>
<p>da: <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/69683-stato-mafia-riina-il-parafulmine-e-le-faide-tra-servizi.html">www.antimafiaduemila.com</a></p>
<p>29 marzo 2018</p>
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		<title>Stato-mafia, difesa Ciancimino: &#8221;Non è colpevole di Concorso esterno&#8221;</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/stato-mafia-difesa-ciancimino-non-e-colpevole-di-concorso-esterno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Oppo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Mar 2018 12:39:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Processi]]></category>
		<category><![CDATA[Ciancimino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Aaron Pettinari “Da Procura nessun favore. E ha sempre dichiarato quello che sapeva” “Massimo Ciancimino non è una vittima. E’ un uomo che è conscio&#8230;</p>
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<p><em><strong>di Aaron Pettinari</strong></em></p>
<p><span style="color: #9e1313;"><em><strong>“Da Procura nessun favore. E ha sempre dichiarato quello che sapeva”</strong></em></span></p>
<p><em>“<strong>Massimo Ciancimino</strong> non è una vittima. E’ un uomo che è conscio di aver commesso degli errori e che che sta pagando per gli stessi ma non si è mai sottratto dalle sue responsabilità. Umanamente merita un riconoscimento morale e di riconoscenza per la sua collaborazione, per aver dimostrato di volersi smarcare dall’operato del padre. Non solo ha fatto ammissioni ma si è anche pentito di quello che ha fatto e no si può che apprezzare quello che ha fatto da cittadino in questo Paese. Rispondendo alle domande quando è stato chiamato dai magistrati, in un Paese alla rovescia che si culla nell’omertà e nel silenzio”.</em> Così <strong>Roberto D’Agostino</strong>, avvocato assieme a <strong>Claudia La Barbera</strong> di <strong>Massimo Ciancimino</strong>, è intervenuto nell’arringa difensiva al processo trattativa Stato-mafia.<br />
Nei confronti del figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68752-processo-trattativa-chieste-le-condanne-per-gli-imputati.html"><strong>la Procura ha chiesto la condanna a cinque anni per il reato di calunnia mentre ha chiesto di dichiarare prescritto il reato di concorso in associazione mafiosa in quanto tale condotta sarebbe cessata con la cattura del boss Riina</strong></a>.<br />
Lo scorso <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/69165-stato-mafia-difesa-ciancimino-indotto-a-consegnare-il-documento-falso-su-de-gennaro.html"><strong>22 febbraio proprio La Barbera aveva discusso la posizione del proprio assistito per quel che riguardava la calunnia che sarebbe stata commessa ai danni di Gianni De Gennaro</strong></a>. Oggi D’Agostino si è concentrato soprattutto nell’analisi dei fatti che hanno caratterizzato l’imputazione per concorso esterno. <em>“Siamo di fronte ad un processo con imputati che devono rispondere di gravissimi reati posti contro lo Stato ed il Governo</em> &#8211; ha esordito D’Agostino &#8211; <em>Dalle discussioni precedenti è sembrato quasi che l’unico vero criminale di questa vicenda sia solo <strong>Massimo Ciancimino</strong>,</em><em>colpevole sostanzialmente di essere stato sbirro e di aver collaborato con l’autorità inquirente. L’unico tra gli imputati, assieme a Brusca, a rispondere alle domande poste da tutte le parti. Ed è questo che ha dato fastidio, perché Ciancimino ha rotto il silenzio”</em>.</p>
<p><strong>Altro che farsa</strong><br />
Secondo il difensore il processo Stato-mafia<em> “non è un processo farsa”</em> e neanche un processo fatto per<em>“mascariare i carabinieri”</em> (tesi, quest’ultima, definita come <em>“infamante e calunniosa”</em>) ma riguarda<em> “una delle pagine più bue della storia repubblicana”</em>.<br />
Il legale ha evidenziato come il concorso esterno a Ciancimino sia stato contestato in passato<em> “sin dal giorno della morte di suo padre. Un’iscrizione che secondo quanto riferito da uno degli esponenti dei servizi segreti incontrato da Ciancimino, saebbe stato fatto a sua tutela in modo che si potesse avvalere della facoltà di non rispondere”.</em> Nel corso della discussione D’Agostino ha anche ricordato come negli altri processi che hanno visto il figlio di don Vito accusato di calunnia o per la detenzione di esplosivo, sia caduta l’aggravante dell’articolo sette. <em>“Ciò per evidenziare che <strong>Massimo Ciancimino</strong> con l’associazione mafiosa Cosa nostra non ha mai avuto alcun tipo di rapporto e legame se non quello nascente dal rapporto di parentela con suo padre. Di quella condanna di associazione mafiosa a carico di <strong>Vito Ciancimino </strong></em><em>lui si è sempre vergognato, fino a spingere affinché lo stesso collaborasse con la magistratura e prima ancora con i carabinieri che lo avevano contattato per cercare di fermare le stragi”</em>.</p>
<p><strong>Nessun vantaggio</strong><br />
D’Agostino ha anche evidenziato come, quando Ciancimino ha iniziato a rilasciare dichiarazioni non avesse nulla da guadagnare: <em>“Nel gennaio 2008 aveva solo una condanna in primo grado, inflitta nel marzo 2007, in attesa di appello. Anche se fosse stata la condanna a cinque anni ed otto mesi, con l’indulto non sarebbe mai rientrato in carcere. Inoltre era già stata archiviata l’indagine per associazione mafiosa quindi non c’erano procedimenti per cui Ciancimino jr doveva chiedere garanzie o favori. Non c’erano vantaggi personali nemmeno per quanto riguarda il patrimonio del padre, con tanto di sequestri e confische di beni, per cui lui stesso ha segnalato conti che erano ignoti alle Procure e di cui non gli è mai stato restituito nulla”.</em> A dimostrazione dei mancati trattamenti di favore ricevuti da parte della Procura di Palermo D’Agostino ha anche ricordato che la stessa non ha concesso il patteggiamento al processo per la detenzione di esplosivo, che avrebbe permesso di evitare la carcerazione. <em>“La verità è che <strong>Massimo Ciancimino </strong></em><em>è ancora oggi in carcere e che contro di lui c’è stata una durezza massima come dimostra anche la mancata richiesta della Procura per il riconoscimento delle attenuanti generiche. Mentre non si può ignorare che <strong>Massimo Ciancimino </strong></em><em>ha reso dichiarazioni anche autoaccusatorie e che è grazie a queste dichiarazioni che è stata riaperta l’inchiesta con l’ipotesi dell’associazione mafiosa. Dichiarazioni che ha reso anche dopo la contestazione per l’accusa di calunnia. Una durezza nei suoi riguardi che è proseguita anche di recente quando la Procura della Repubblica di Roma che ha impugnato il permesso di due ore per uscire dal carcere, concesso dal Tribunale di Sorveglianza, per permettere al nostro assistito di vedere il figlio”</em>.</p>
<p><strong>Il giocattolo della “trattativa”</strong><br />
Le dichiarazioni di Ciancimino jr, secondo il difensore, hanno<em> “rotto il giocattolo trattativa, anzi hanno rotto l’accordo sotteso alla minaccia al corpo politico dello Stato</em> (per ribadire la correttezza del capo di imputazione contestato agli imputati, <em>ndr</em>)”. Parlando in particolare dell’ex ufficiale del Ros,<strong> Mario Mori</strong>, D’Agostino ha evidenziato come lo stesso, <em>“non può essere ripunto come un integerrimo rappresentante delle forze dell’ordine. La retorica di questo alto ufficiale si scontra implacabilmente su quanto ascoltato in questo processo e su una carriera costellata di tanti punti oscuri.</em><br />
<em>E a questo si aggiunge anche la notizia per cui uno dei più importanti brigatisti rossi, Valerio Morucci, ha collaborato con ‘Theorema’, la rivista di intelligence, il cui Comitato Scientifico è presieduto dal generale Mario Mori e che è stato assunto con un contratto a tempo indeterminato da una società di intelligence di <strong>Giuseppe De Donno</strong>”</em>.<br />
Quindi ha <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/di-la-tua/239-parla/56572-capitano-ultimo-e-tutto-oro-quello-che-luccica.html"><strong>sottolineato come riguardo a Mori, <em>“seppur sempre assolto nei processi”</em> non manchino giudizi <em>“tutt’altro che teneri”</em> come nelle motivazioni della sentenza per la mancata perquisizione del covo di Riina</strong></a>.<br />
D’Agostino ha anche puntato il dito contro lo<em> “spettacolo indecoroso”</em> delle telefonate tra l’ex ministro Mancino ed il Quirinale, ravvisando un comportamento lontano da chi era <em>“anziché difendersi nel processo si è difeso dal processo”. “Quale motivo avrebbe avuto <strong>Massimo Ciancimino </strong></em><em>di accusare falsamente il senatore Mancino, all’epoca vice presidente del Csm? E’ un dato di fatto che il nome di Mancino si trova nella scritta, autografa del padre, che si trova nel contropapello”</em>.</p>
<p><strong>Ciancimino non sapeva</strong><br />
D’Agostino, a difesa del proprio assistito, ha sostenuto che tutto l’operato che l’ha visto protagonista degli scambi di pizzini tra il padre e <strong>Bernardo Provenzano</strong>, che ha portato alla contestazione del reato di concorso esterno fino al 2002, era pesantemente condizionato dal padre.<em> “Va considerato l’aspetto psicologico nel momento in cui poneva in essere le varie condotte</em> &#8211; ha spiegato D’Agostino &#8211; <em>Il rapporto col padre era quello di un padre padrone cheh a imposto il suo dominio con la violenza psicologica e fisica, oltre che basato su un rapporto conflittuale. Lui non poteva opporsi alla volontà di <strong>Vito Ciancinino</strong> e nemmeno essere cosciente, facendo domande, per comprendere il significato di quelle azioni. Non era abilitato ad aprire i pizzini o ad assistere agli incontri. Lui prendeva un biglietto in busta chiusa per portarlo dal padre e a questi lo consegnava senza conoscerne il contenuto”.</em> Un discorso che a dire dell’avvocato vale tanto per il papello quanto per la lettera in cui si parla di Dell’Utri.<em> “In quei documenti</em> &#8211; ha detto l’avvocato di Ciancimino &#8211; <em>anche ammettendo che fosse cosciente del contenuto, e non lo era, non permettono di far contestar il reato di concorso esterno perché in quel momento per Massimo ogni intervento altro non era che un tentativo di aiutare il padre e non l’organizzazione criminale Cosa nostra”.</em> Non solo. Secondo l’avvocato dopo l’arresto del 1992 <strong>Vito Ciancimino</strong> aveva completamente perso il proprio ruolo di intermediario tra vari componenti del potere ed era stato messo fuori dalla scena politica.<br />
Per questo motivo D’Agostino, nella sua conclusione condivisa anche dall’avvocato La Barbera, ha chiesto <em>“in primo luogo, previa la riqualificazione del reato di concorso esterno con quello di favoreggiamento personale, l’assoluzione di Ciancimino ed in subordine che l’imputato sia assolto per il delitto di concorso esterno con la formula più ampia e liberatoria. In estremo subordine chiedo il non doversi procedere perché il reato estimo per intervenuta prescrizione essendosi consumata in data 19 dicembre 1992. Nell’ipotesi che Cianimino fosse ritenuto colpevole per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa fino al 2002 chiedo il riconoscimento delle attenuanti generiche e che nel giudizio del bilanciamento vengano ritenute equivalenti alle contestate aggravanti”.</em></p>
<p>da <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/69688-stato-mafia-difesa-ciancimino-non-e-colpevole-di-concorso-esterno.html">www.antimafiaduemila.com</a></p>
<p>29 marzo 2018</p>
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		<title>Stato-mafia, in scena la difesa dei carabinieri</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/mafia-scena-la-difesa-dei-carabinieri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Oppo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Mar 2018 13:24:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Processi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Aaron Pettinari Dal “processo farsa” ai “teoremi” Il processo? “Non è fondato su alcuna prova”. L’operato dei carabinieri? “Questo processo non mira ad accertare reati, perché&#8230;</p>
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<p><em>di Aaron Pettinari</em></p>
<p><span style="color: #b02828;"><strong><em>Dal “processo farsa” ai “teoremi”</em></strong></span></p>
<p>Il processo? <em>“Non è fondato su alcuna prova”</em>. L’operato dei carabinieri? <em>“Questo processo non mira ad accertare reati, perché i carabinieri non hanno commesso alcun reato. Questo processo ha il solo scopo di mascariare <strong>Mario Mori</strong>, <strong>Antonio Subranni</strong> e <strong>Giuseppe De Donno</strong>&#8220;.</em><br />
L’avvocato <strong>Basilio Milio</strong>, legale assieme ad <strong>Enzo Musco</strong> dei due carabinieri <strong>Mario Mori</strong> ed <strong>Antonio Subranni</strong>, imputati al processo trattativa Stato-mafia, ha iniziato così la sua arringa difensiva di fronte alla Corte d’assise di Palermo presieduta da <strong>Alfredo Montalto</strong>.<br />
Più volte sono stati letti stralci della sentenza di assoluzione di primo grado del processo Mori-Obinu, dove gli ufficiali erano accusati di favoreggiamento a Cosa nostra per il mancato arresto del boss <strong>Bernardo Provenzano</strong> a Mezzojuso, nel 1995. Sentenza in cui le prime <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/45624-sentenza-mori-obinu-quando-il-virtuosismo-giuridico-fa-a-pezzi-la-verita.html"><strong>800 pagine (su un totale di 1300) vengono dedicate a quello che fu trattato come un possibile movente</strong></a>. L’iniziativa di Mori e De Donno, di contattare <strong>Vito Ciancimino</strong>, viene definita addirittura lodevole in risposta alle conclusioni dell’accusa ma anche di quelle della parte civile dei Familiari delle Vittime dei Georgofili, rappresentata da <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68874-trattativa-ammannato-mori-moralmente-responsabile-della-strage-di-firenze.html"><strong>Danilo Ammannato, che aveva definito Mori “moralmente responsabile della strage di Firenze”</strong></a>.<br />
Ovviamente tra le “lodi”, omesse nella ricostruzione della difesa dei militari, le considerazioni presenti tanto nella sentenza Mori-Obinu quanto in quella Mori-De Caprio, che rappresentano le “zone d’ombra” sull&#8217;operato di questi. Nelle <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/63019-processo-mori-obinu-zone-d-ombra-ma-prove-insufficienti.html"><strong>motivazioni di secondo grado</strong></a> dei giudici della Quinta sezione della corte d&#8217;Appello di Palermo, presieduta da <strong>Salvatore Di Vitale</strong> (a latere <strong>Raffaele Malizia</strong> e <strong>Gabriella Di Marco</strong>), è scritto che <em>“le scelte tecnico-investigative adottate dagli imputati</em> <em>(soprattutto quelle di non curare adeguatamente gli spunti investigativi emersi dall&#8217;incontro di Mezzojuso), a maggior ragione ove si consideri che esse vennero adottate da esperti Ufficiali di Polizia giudiziaria, inducono più di un dubbio sulla correttezza, quantomeno dal punto di vista professionale, dell&#8217;operato dei due e lasciano diverse zone d&#8217;ombra che il dibattimento, nonostante lo sforzo profuso dalla Pubblica Accusa, non è riuscito a dipanare</em>”. Ovviamente l’obiettivo di Milio è quello di smontare l’impianto accusatorio per cui i <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68752-processo-trattativa-chieste-le-condanne-per-gli-imputati.html"><strong>pm sono arrivati a chiedere la condanna per l’ex capo del Ros Antonio Subranni (12 anni), il suo vice del tempo Mario Mori (15 anni) e l’allora capitano Giuseppe De Donno (12 anni)</strong></a>.</p>
<p>“Che sia solo un tentativo di infangare i carabinieri &#8211; ha aggiunto l’avvocato Milio &#8211; lo dimostra la richiesta di pena fatta dai pm, alludo ai 15 anni chiesti per Mori, solo di un anno inferiore a quella proposta per il boss <strong>Leoluca Bagarella</strong>. E più alta anche di quella richiesta per Calogero Mannino, ritenuto secondo la tesi accusatoria, il motore della trattativa”. Mannino, giudicato separatamente è stato assolto in primo grado con il rito abbreviato.<br />
“Vi dimostrerò &#8211; ha proseguito il legale &#8211; che si tratta di una vera persecuzione, un tentativo di ricostruire non la verità ma la storia secondo una versione politico-ideologica”. Secondo il difensore, addirittura, “il papello è un documento falso, un documento anonimo partorito dalla fantasia di <strong>Massimo Ciancimino</strong>”.<br />
Poco importa se i <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/62939-nel-papello-non-c-e-traccia-di-manomissione.html"><strong>periti hanno dimostrato che nel documento, scritto a mano contenente, secondo l’accusa, le richieste avanzate da Cosa nostra allo Stato per avviare la trattativa tra pezzi delle istituzioni e la mafia, non vi è traccia di manomissione</strong></a>.<br />
Il legale cerca di sminuire le dichiarazioni di <strong>Michele Riccio</strong>, spiegando che la Corte presieduta da Fontana al processo Mori aveva disposto la trasmissione degli atti alla Procura per valutare l’eventuale sussistenza del reato di falsa testimonianza (posizione archiviata) omettendo che lo stesso era stato fatto in secondo grado per quanto riguarda i testi Mauro Olivieri, <strong>Francesco Randazzo</strong>, <strong>Pinuccio Calvi</strong>, <strong>Giuseppe Mangano</strong>, <strong>Roberto Longu</strong> e <strong><a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68524-trattativa-tartaglia-modus-operandi-mori-da-sempre-oltre-o-contro-le-regole.html">Sergio De Caprio (meglio noto come “Ultimo”). Tutti coinvolti nell’incredibile vicenda di Terme Vigliatore</a></strong>, sul mancato blitz per l’arresto di <strong>Nitto Santapaola</strong>. Una vicenda che rientra, secondo l’accusa, in un <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68524-trattativa-tartaglia-modus-operandi-mori-da-sempre-oltre-o-contro-le-regole.html"><strong>modus operandi contro le regole da parte del Ros</strong></a>.</p>
<p><strong>Giustificata trattativa</strong><br />
Nelle <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/254-focus/52667-carta-canta.html"><strong>parole di Milio ritorna la giustificazione di Mori e De Donno per quel contatto con Vito Ciancimino, già detta al processo di Firenze</strong></a>, partendo dal presupposto che riguardava appartenenti alla “polizia giudiziaria” ed una “fonte” con lo scopo di “farlo collaborare”. Peccato che, come scritto nella sentenza di Firenze, “l’iniziativa del Ros (perché di questo organismo si parla, posto che vide coinvolto un capitano, un vicecomandante e lo stesso comandante del Reparto) aveva tutte le caratteristiche per apparire come una «trattativa»; l’effetto che ebbe sui capi mafiosi fu quello di convincerli, definitivamente, che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione (trattativa Ciancimino, <em>nda</em>)”. Ed infatti quel dialogo, che a detta del Ros era volto ad evitare altre stragi e ad arrestare latitanti, effettivamente portò all’arresto di Riina (anche se è automatico chiedersi a che prezzo visto che la <a href="http://www.antimafiaduemila.com/rubriche/giorgio-bongiovanni/54017-covo-di-riina-lazione-preventiva-di-uno-stato-mafia.html"><strong>mancata perquisizione del Covo resta una delle pagine più buie della storia)</strong></a> ma non impedì gli attentati.<br />
Milio, che nel corso dell’udienza ha ricordato le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sull’unitarietà di pensiero tra Riina e Provenzano ha dimenticato quelle di un collaboratore di giustizia di rilievo come Nino Giuffré il quale disse che al momento della cattura di Riina &#8216;Provenzano commentò che sono dei sacrifici che vanno fatti agli dei’”, ha sostenuto che nell’operato dei suoi assistiti non vi è “la minaccia” oggetto dell’imputazione di attentato a corpo politico dello Stato.<br />
Ma il <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68242-processo-trattativa-tartaglia-tra-mafiosi-ed-istituzioni-mediazione-occulta.html"><strong>pm Roberto Tartaglia durante la requisitoria</strong></a> parlando del ruolo di mediazione ha spiegato come “anche nel reato contestato con l&#8217;art.338 c’è una minaccia e una intimidazione. Quella minaccia è volta a una richiesta che non sarà il contributo per i carcerati, ma c’è una richiesta finalizzata. Abbiamo soggetti istituzionali che intervengono per interrompere quella intimidazione per far cessare l’azione repressiva. La Cassazione pone tre condizioni per dimostrare quando il mediatore risponde di dolo e quando no. La prima: il mediatore se non vuole essere punito deve aver agito su richiesta della persona offesa e non agendo autonomamente o su input di terze persone. La seconda: il mediatore per non essere punito deve aver agito nell’interesse esclusivo della persona offesa. La terza è l’effetto delle prime due: la cassazione dice che il mediatore agisce nell’interesse della persona offesa ma con modalità di tale protezione per chi ha commesso quelle condotte che hanno messo in guardia gli autori dei reati, proteggendo gli autori del reato e creando un cono d’ombra. Questo si chiama concorso in reato di estorsione”. “Nessuna di queste condizioni è rispettata da Mori, De Donno, Subranni e Dell’Utri&#8221; aveva poi concluso.</p>
<p><strong>Ancora una volta la “dissociazione”</strong><br />
Nel corso della sua arringa Milio ha evidenziato come alcuni punti del papello siano poi stati raggiunti negli anni successivi ma non dai Governi “eventualmente” minacciati che vedono alcuni soggetti imputati al processo.<br />
“La chiusura delle supercarceri e la legge sui collaboratori di giustizia furono portate a compimento dal governo Prodi” ha detto provocatoriamente il legale alludendo che contro i membri di quel governo non è stato contestato alcun reato. E per l’ennesima volta <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/56941-stato-mafia-quella-dissociazione-che-nessuno-ricorda.html"><strong>la difesa di Mori ha voluto citare le dichiarazioni dell’attuale Procuratore Generale di Palermo, Roberto Scarpinato, per tentare di dimostrare l’apertura dello stesso Scarpinato nei confronti della “dissociazione”</strong></a> (altro punto del papello). Ma i fatti raccontano ben altro. Perché Scarpinato intervenne all’assemblea nazionale dell’Associazione Nazionale Magistrati del 20 giugno ‘92, in piena stagione stragista con ben altre determinazioni. In quella occasione l’ex pm del processo Andreotti era stato incaricato di redigere un documento contenente proposte di riforma a livello giudiziario. Per quanto riguardava la legislazione sui collaboratori di giustizia Scarpinato aveva proposto una legge “che sul modello di quelle emanate per i terroristi pentiti o dissociati preveda una causa di non punibilità per tutti i reati, esclusi quelli di sangue, commessi o la cui permanenza sia iniziata entro una data comunque anteriore all’entrata in vigore della legge per gli appartenenti a Cosa Nostra o comunque all’associazione di tipo mafioso, i quali entro 3 anni dissociandosi dagli altri affiliati intraprendano la collaborazione con la giustizia operandosi per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, anche aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l’individuazione e la cattura degli elementi alla medesima associazione”. Altro che stravolgimenti dei fatti per “mascariare” gli imputati da parte dei pm. Il processo è stato rinviato a domani dove proseguirà l’arringa del legale.</p>
<p>Da: <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/69275-stato-mafia-in-scena-la-difesa-dei-carabinieri.html">www.antimafiaduemila.com</a></p>
<p>1 marzo 2018</p>
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		<title>La strage dei Georgofili, i familiari delle vittime: &#8220;Mori responsabile morale&#8221;</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/la-strage-dei-georgofili-familiari-delle-vittime-mori-responsabile-morale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Oppo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Feb 2018 15:36:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Processi]]></category>
		<category><![CDATA[De Donno]]></category>
		<category><![CDATA[Di matteo]]></category>
		<category><![CDATA[maggiani chelli]]></category>
		<category><![CDATA[Mori]]></category>
		<category><![CDATA[riina]]></category>
		<category><![CDATA[trattativa]]></category>
		<category><![CDATA[trattativa stato-mafia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Redazione L&#8217;associazione: &#8220;La strage di Firenze non ci sarebbe stata se non fosse andato a trattare con Riina&#8221; &#8220;Mario Mori e gli altri carabinieri&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_10557" aria-describedby="caption-attachment-10557" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/Strage-Georgofili-Repubblica.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-10557 size-full" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/Strage-Georgofili-Repubblica.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/Strage-Georgofili-Repubblica.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/Strage-Georgofili-Repubblica-150x150.jpg 150w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/Strage-Georgofili-Repubblica-20x20.jpg 20w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-10557" class="wp-caption-text"><em>I primi soccorsi dopo la strage del 27 maggio 1993</em></figcaption></figure>
<p><em>di Redazione</em></p>
<p><em>L&#8217;associazione: &#8220;La strage di Firenze non ci sarebbe stata se non fosse andato a trattare con Riina&#8221;</em></p>
<p>&#8220;Mario Mori e gli altri carabinieri del Ros imputati sono moralmente responsabili della strage dei Georgofili. Sono moralmente responsabili del sangue di quei 5 morti e dei 48 feriti. La strage di Firenze, infatti, non ci sarebbe stata se Mori e i suoi non fossero andati a trattare con Riina. Perché fu proprio la trattativa a rafforzare la volontà stragista dei corleonesi&#8221;. E&#8217; il duro atto di accusa dell&#8217;avvocato Danilo Ammannato, legale dell&#8217;associazione Familiari vittime della strage dei Georgofili, costituita parte civile al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.</p>
<p>Dopo la requisitoria della Procura che, la settimana scorsa, ha chiesto la condanna complessivamente a 90 anni di carcere dei nove imputati &#8211; ex ufficiali del Ros, politici come Dell&#8217;Utri e Mancino, boss del calibro di Bagarella e Cinà, Ciancimino e il pentito Brusca &#8211; è la volta delle conclusioni delle parti civili. Per Ammannato, il dialogo intrapreso da Mori e dal colonnello Giuseppe De Donno dopo l&#8217;attentato di Capaci con Totò Riina, poi proseguito con Bernardo Provenzano, e successivamente un&#8217;azione governativa meno intransigente nella lotta alla mafia rafforzarono Cosa nostra e furono una sorta di input per le stragi successive: Firenze, Milano e Roma del 1993.</p>
<p>Il legale ha ricordato vicende che, a suo dire, proverebbero la strategia del Ros di scendere a patti con la mafia, come la mancata perquisizione del covo di Riina dopo la sua cattura. &#8220;Fu fatto apposta per proteggere e far sparire gli archivi di Riina che ora sono in possesso del boss latitante Matteo Messina Denaro e gli garantiscono l&#8217;impunità&#8221;, ha detto. Ammannato ha più volte ringraziato il pm Nino Di Matteo per il lavoro svolto nell&#8217;indagine sulla trattativa e il pool che ha istruito il processo per aver deciso di sentire come testimone l&#8217;ex capo dello Stato Giorgio Napolitano &#8220;nonostante critiche e attacchi subiti&#8221;. &#8220;Napolitano &#8211; ha detto il legale &#8211; ci ha confermato che in quegli anni il Paese era stato sotto ricatto&#8221;. &#8220;Il cartellone con la scritta &#8216;Riina Santo subito&#8217; apparso a Firenze nei giorni scorsi &#8211; ha proseguito &#8211; o è una goliardata oppure il segnale che Firenze questa associazione dà fastidio. Firenze è diventata una città martire della mafia&#8221;.</p>
<p>Partendo nella sua ricostruzione dei fatti dal &#8217;92 e dall&#8217;avvio della trattativa, Ammannato è arrivato a estendere il patto mafia-Stato fino alla discesa in campo di Silvio Berlusconi, che tramite Dell&#8217;Utri avrebbe proseguito il dialogo coi clan. Il legale ha definito il &#8220;papello&#8221; la prova regina della trattativa. Il &#8220;papello&#8221;, l&#8217;elenco delle richieste a cui Riina avrebbe subordinato la cessazione delle stragi, venne dato ai pm da Massimo Ciancimino. L&#8217;autore del documento, dopo anni di indagini, però, non è mai stato accertato. Ammannato ha concluso chiedendo la condanna degli imputati: &#8220;ormai, dopo la morte di Riina e Provenzano, sono rimasti solo gli intermediatori&#8221;, ha detto invocando &#8220;una sentenza giusta&#8221;.</p>
<p>da: <a href="http://palermo.repubblica.it/cronaca/2018/02/02/news/la_strage_dei_georgofili_i_familiari_delle_vittime_mori_responsabile_morale_-187876464/">palermo.repubblica.it</a></p>
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		<title>Processo trattativa, l&#8217;azione dei vertici del Ros ed il sostegno politico</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/processo-trattativa-lazione-dei-vertici-del-ros-ed-sostegno-politico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Garavaglia Fragetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jan 2018 18:34:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[I mandanti occulti]]></category>
		<category><![CDATA[Processi]]></category>
		<category><![CDATA[De Donno]]></category>
		<category><![CDATA[Di matteo]]></category>
		<category><![CDATA[Mori]]></category>
		<category><![CDATA[processo trattativa]]></category>
		<category><![CDATA[ros]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Matteo: “Uomini delle istituzioni hanno parlato solo dopo Ciancimino jr” di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari “Il Ros coltivò un sostengo politico alla sua&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="img-fulltext-left"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/loghi/2018/politica-ros-proc-trattativa.jpg" alt="" width="300" height="177" /></div>
<p><strong>Di Matteo: <em>“Uomini delle istituzioni hanno parlato solo dopo Ciancimino jr”</em><br />
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari<br />
</strong>“<em>Il Ros coltivò un sostengo politico alla sua iniziativa e soggetti che per anni hanno taciuto come la dottoressa Ferraro, Martelli e Violante, benché più volte sentiti, sugli stessi argomenti e su tutto quanto fosse a loro conoscenza sulle stragi del 1992, nei processi celebratisi a Caltanissetta ed anche in Commissione antimafia, hanno aspettato le dichiarazioni di <strong>Massimo Ciancimino</strong> e la loro progressiva pubblicità per presentarsi davanti ai magistrati e riferire i fatti</em>”. Non possono esserci scuse, secondo il pm <strong>Nino Di Matteo</strong>, per tutti quei rappresentanti delle istituzioni che in tanti anni si sono trincerati nel silenzio. Secondo il pm, che ha proseguito la propria requisitoria, tutti costoro “<em>hanno dimostrato un atteggiamento prudente” addirittura con l’intento di “salvaguardare gli imputati</em>” o a “<em>non evidenziare in maniera troppo aperta la gravità oggettiva che i loro racconti evidenziavano rispetto alla condotta degli imputati</em>”. Alcuni di questi, come Violante e Martelli tramite alcune interviste, hanno persino “<em>cercato di criticare e delegittimare fuori dal processo un impianto accusatorio che con le loro dichiarazioni avevano contribuito a consolidare</em>”.</p>
<p><strong>Le dichiarazioni della Ferraro</strong><br />
<a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/60840-liliana-ferraro-il-processo-stato-mafia-e-le-gocce-di-memoria.html" target="_self"><strong>Ma quali sono le dichiarazioni degli “<em>smemorati</em>” di Stato? Liliana Ferraro</strong></a>, all’epoca del contatto Ros-Ciancimino divenuta reggente dell’ufficio affari penali, sentita al processo nel giugno 2016 ha riferito che prima della visita al ministero non conosceva De Donno, e che fino al maggio del ‘92 “<em>non esisteva alcun tipo di rapporto</em>”. Ugualmente con Mori non aveva “<em>nessuna confidenza</em>”. E’ lei a riferire, seppur con una certa lentezza ed incertezza, dell’incontro avuto con il capitano De Donno in occasione del trigesimo della morte di <strong>Giovanni Falcone</strong> (attorno al 23 giugno) e che questi le aveva detto dei contatti intrapresi con Vito Ciancimino per il tramite del figlio Massimo e che volevano fare un salto di collaborazione (“<em>Mi chiese di dirlo al ministro Martelli e io effettivamente lo dissi a Martelli. Gli suggerì di dirlo al dottor Borsellino</em>”). Stimolata dalle domande del magistrato la Ferraro aveva poi dichiarato che “<em>De Donno aveva affermato di voler fermare le stragi o lo stragismo e che i carabinieri avrebbero parlato con Borsellino, e che volevano un sostegno politico, una condivisione politica perché Vito Ciancimino era un personaggio di prim’ordine</em>”. Secondo l’accusa “<em>che un magistrato di quella esperienza, di indubbia vicinanza al dottor Falcone non abbia ulteriormente approfondito il tema ci sembra poco plausibile</em>”. La Ferraro ha anche raccontato di aver incontrato Borsellino il 28 giugno del 1992 all’aeroporto di Fiumicino e di avergli riferito del contatto con De Donno rispetto alla vicenda degli incontri con <strong>Vito Ciancimino</strong> ed anche della richiesta di sostegno politico all’iniziativa del Ros. A detta della Ferraro Borsellino non mostrò sorpresa ed avrebbe detto “<em>Ci penso io</em>”. Ugualmente aveva avvisato anche Martelli il quale “<em>si irritò molto arrivando a dire ‘questi del Ros si intromettono in indagini Dia…’ e che era opportuno parlare con Borsellino</em>”. “<em>La Ferraro </em>&#8211; ha ricordato Di Matteo &#8211;<em> racconta queste cose dopo le prime dichiarazioni di Massimo Ciancimino e di Martelli ad una trasmissione televisiva con <strong>Michele Santoro</strong>. Dopo quelle dichiarazioni verrà chiamata dall’autorità giudiziaria di Caltanissetta&#8221;. </em>E’ sempre la Ferraro a raccontare alcuni dettagli di un incontro avuto con Mori nell’ottobre 1992:<em> “Mi chiesero se era possibile avere un passaporto per <strong>Vito Ciancimino</strong> anche questa storia me la fece ricordare il ministro Martelli, non chiesi a Mori perché non andavano a perorare questa richiesta al questore o all’Autorità giudiziaria</em>”. Anche in questo caso Di Matteo evidenzia come non vi sia stato alcun approfondimento da parte della stessa dirigente nonostante la richiesta irrituale. “<em>La Ferraro non fa nessuna domanda, non ricorda nulla</em> &#8211; ha aggiunto il pm &#8211;<em> Anzi dice qualcosa che è difficile da accettare. Quando gli facciamo presente del suo incontro con Mori il 27 luglio 1992. la Ferraro dice che fu una cena a casa della Ferraro con Mori. E quando gli si chiede ‘Ciancimino fu menzionato in quella cena?’ Lei risponde, ‘Non abbiamo più parlato di <strong>Vito Ciancimino</strong></em>’”. “<em>E’ difensivo l’atteggiamento della Ferraro</em> &#8211; ha insistito Di Matteo &#8211;<em> Dopo Capaci sa che i carabinieri stanno parlando con <strong>Vito Ciancimino</strong>, avvisa <strong>Paolo Borsellino</strong>, che dice ‘ci penso io’, il 19 luglio accade quello che accade e in quella cena la Ferraro, consapevole di quei rapporti in corso non gli chiede nulla su <strong>Vito Ciancimino</strong>, se avevano informato Borsellino, se poteva esserci una connessione</em>”.<br />
Ma non finisce qui. “<em>La verità </em>&#8211; ha ribadito Di Matteo &#8211;<em> è che tutta la sua deposizione è finalizzata a sminuire ed in alcuni passaggi appare inverosimile ciò che viene affermato, come il mancato approfondimento su Ciancimino e la nuova sollecitazione del passaporto, la falsità che avesse riferito quelle cose già al dottore Chelazzi. Lo studio degli atti processuali ci dimostra che noi avevamo chiesto alla Ferraro se avesse avuto una qualche notizia sulla genesi della nomina di Di Maggio e lei aveva detto di non saperne nulla. Poi vengono rese note le intercettazioni tra Mancino e D’Ambrosio (che dice che la nomina di Di Maggio era stato scritta nell’ufficio della Ferraro) ed allora lei ricorda</em>”.</p>
<p><strong>Il contributo di Martelli</strong><br />
Anche l’ex Guardasigilli <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/60546-processo-trattativa-stato-mafia-udienza-del-9-giugno-16.html" target="_self"><strong>Claudio Martelli ha riferito certi fatti solo dopo la testimonianza del figlio di don Vito</strong></a>. Rispondendo alle domande dei pm ha risposto che la Ferraro le disse che De Donno aveva chiesto “<em>il sostegno politico, una richiesta di copertura politica senza avere informato l’Autorità giudiziaria e senza riferire alla Dia… Io dissi alla Ferraro che doveva immediatamente informare Borsellino e io informai il ministro Mancino e con il gen. Tavormina… Chiesi poi alla Ferraro se avesse informato Borsellino e lei mi disse di si ‘ha detto che ci pensa lui</em>’”. Ed è sempre Martelli a raccontare di come si arrabbiò quando seppe dalla Ferraro che i CC avevano chiesto aiuto per il rilascio del passaporto.</p>
<p><strong>Violante elemento di prova</strong><br />
Secondo l’accusa le <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/58219-stato-mafia-violante-la-memoria-corta-e-l-illogica-ragione.html" target="_self"><strong>dichiarazioni dell’ex presidente della Commissione antimafia Luciano Volante</strong></a> rappresentano “<em>un elemento di prova eccezionale, soprattutto per Mori</em>”. Dopo aver ricordato i motivi che portarono il politico a rivolgersi all’autorità giudiziaria (un articolo del <em>Corriere della Sera</em> in cui <strong>Massimo Ciancimino</strong> lo tirava in ballo) Di Matteo ha rappresentato le sue dichiarazioni: “<em>Mi ricordai che Mori mi aveva chiesto subito dopo il mio insediamento alla carica dell’Antimafia dicendo che Vito Ciancimino voleva un colloquio riservato con me”. </em>Un atto anomalo se si considera che Ciancimino non è uno qualunque ma un pregiudicato, condannato in primo grado per associazione mafiosa e già noto come<em> “l’anima politica dei corleonesi</em>”.<br />
Ed è sempre Violante a riferire che in un colloquio Mori gli disse che il motivo di quella richiesta era politico (“<em>Io dissi a Mori, avete informato l’Autorità giudiziaria di questi contatti con <strong>Vito Ciancimino</strong>? Lui mi disse no perché è una questione politica</em>”). Una <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/62061-stato-mafia-contri-mori-mi-parlo-di-vito-ciancimino-lo-dissi-ad-amato.html" target="_self"><strong>dichiarazione per i pm molto importante così come quelle di Fernanda Contri</strong></a>, diretta collaboratrice del nuovo presidente del Consiglio <strong>Giuliano Amato</strong>.</p>
<p><strong>Silenzio Amato-Tavormina</strong><br />
Partendo dalle sue agende la dottoressa Contri parla di due incontri non casuali con Mori alla Presidenza del Consiglio avvenuti il 22 luglio 1992 e nel dicembre del ’92 successivamente all’arresto di Contrada e cioè il 24 dicembre.<br />
Due incontri con Mori. “<em>Al di là del dubbio che la dott.ssa Contri ha circa l’origine del primo incontro </em>&#8211; ha evidenziato Di Matteo &#8211;<em> cioè se a prendere l’iniziativa fosse stata lei o Mori, la Contri riferisce che Mori le dice: ‘sto avendo incontri con <strong>Vito Ciancimino</strong>, sto avendo degli incontri e mi sono fatto l’idea che è uno dei capi se non il capo della mafia… questa cosa mi sconvolse…’. Parole che si riferiscono ad incontri in corso già avuti, non ha dubbi che Mori si riferisse a incontri in pieno svolgimento</em>”. Inoltre la Contri è certa che nel periodo in cui incontrò Mori la seconda volta, in dicembre, l’oggetto era l’arresto dell’ex numero tre del Sisde <strong>Bruno Contrada</strong>. Non solo. La Contri ha anche dichiarato di aver riferito ad Amato le parole di Mori, anche se l’ex Presidente del Consiglio in aula “<em>ha riferito di non ricordare nulla</em>”, così come ha detto di non sapere nulla dei <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/53159-tavormina-qmannino-temeva-per-la-sua-vita-ne-parlai-con-subranniq.html" target="_self"><strong>rapporti Ciancimino-carabinieri il generale Tavormina</strong></a> mentre sempre la Contri ha dichiarato di aver avuto conferma da lui di quel dato quando ancora don Vito era libero.</p>
<p><strong>ARTICOLI CORRELATI</strong></p>
<p><a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68502-processo-trattativa-dalle-parole-di-riina-al-papello.html" target="_self"><strong>Processo trattativa, dalle parole di Riina al papello</strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da: <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68503-processo-trattativa-l-azione-dei-vertici-del-ros-ed-il-sostegno-politico.html">AntimafiaDuemila.com</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/processo-trattativa-lazione-dei-vertici-del-ros-ed-sostegno-politico/">Processo trattativa, l&#8217;azione dei vertici del Ros ed il sostegno politico</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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		<title>“Così Mori e Dell’Utri trattarono con la mafia”</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/cosi-mori-dellutri-trattarono-la-mafia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Garavaglia Fragetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Dec 2017 11:11:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[I mandanti occulti]]></category>
		<category><![CDATA[In Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Ciancimino]]></category>
		<category><![CDATA[De Donno]]></category>
		<category><![CDATA[dell'utri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Marco Lillo Nel deserto dell’aula bunker di Palermo e nel quasi disinteresse della stampa nazionale e delle tv, un gruppo di magistrati sta tentando&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/ED-img12170988-990x648.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-10083 alignleft" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/ED-img12170988-990x648-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/ED-img12170988-990x648-300x196.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/ED-img12170988-990x648-768x503.jpg 768w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/ED-img12170988-990x648-20x13.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/ED-img12170988-990x648.jpg 990w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>di Marco Lillo</p>
<p>Nel deserto dell’aula bunker di <strong>Palermo</strong> e nel quasi <strong>disinteresse</strong> della stampa nazionale e delle tv, un gruppo di magistrati sta tentando di ricostruire un tornante fondamentale della<strong> storia d’Italia</strong> della fine del secolo scorso. Il pm <strong>Antonino Di Matteo</strong>, che si alterna con i colleghi <strong>Vittorio Teresi</strong>, <strong>Francesco Del Bene</strong> e <strong>Roberto Tartaglia</strong>, continuerà a esporre la <strong>requisitoria</strong> nell’aula bunker dell’Ucciardone per il processo sulla cosiddetta <strong>trattativa Stato-mafia</strong> davanti alla Corte d’Assise presieduta da Alfredo Montalto.</p>
<p>L’insufficiente copertura mediatica di queste prime udienze è stata una grande occasione sprecata per accendere una luce su un periodo oscuro della storia italiana. I pm in aula stanno tentando di ricostruire infatti la trama dei rapporti tra politica, mafia e istituzioni nel biennio che va dalle<strong> stragi del 1992</strong> ai primi vagiti della Seconda Repubblica dopo l’insediamento del <strong>governo Berlusconi</strong> nel 1994. Ovviamente è il punto di vista dell’accusa e sarà interessante anche ascoltare quello delle difese, ma l’impegno e il tema meriterebbero un’attenzione ben diversa dei media.</p>
<p>Nel processo sono imputati tre ex ufficiali del Ros dei Carabinieri (i generali <strong>Mario Mori</strong> e <strong>Antonio Subranni</strong> e il colonnello<strong> Giuseppe De Donno</strong>) un politico della Prima Repubblica (l’ex ministro dell’Interno <strong>Nicola Mancino</strong>, accusato di falsa testimonianza) e uno della Seconda (l’ex parlamentare di Forza Italia <strong>Marcello Dell’Utri</strong>) più i mafiosi detenuti <strong>Leoluca Bagarella</strong> e <strong>Antonino Cinà</strong>, il boss pentito <strong>Giovanni Brusca</strong>. L’ex ministro <strong>Calogero Mannino</strong> è stato assolto in primo grado, avendo scelto il rito abbreviato mentre i boss <strong>Totò Riina</strong> e <strong>Bernardo Provenzano</strong> sono morti.</p>
<p>È contestato l’articolo 338 che punisce con la reclusione da uno a sette anni “chiunque usa violenza o minaccia a un corpo politico(…) per impedirne, in tutto o in parte, anche temporaneamente, il funzionamento o per turbarne comunque l’attività”. La trama complessa dell’accusa si dipana dall’omicidio del politico della Democrazia cristiana, l’andreottiano <strong>Salvo Lima</strong>, nel marzo del 1992 fino all’insediamento del governo Berlusconi nel 1994, grazie alla vittoria di <strong>Forza Italia</strong>, fondata con l’apporto dell’imputato Marcello Dell’Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa per le sue condotte fino al 1992.</p>
<p>La tesi dell’accusa, già anticipata in una memoria del 2012 (quando era ancora pm <strong>Antonio Ingroia</strong>, poi candidatosi come leader di una nuova formazione ma non eletto nel 2013) è quella del <strong>cedimento dello Stato al ricatto della mafia corleonese</strong>. I politici e gli ufficiali sono imputati perché avrebbero agevolato il condizionamento delle istituzioni da parte dei boss.</p>
<p>Riina e Provenzano puntavano a ottenere a suon di bombe i mutamenti delle leggi condensati nei punti del “papello” consegnato da <strong>Massimo Ciancimino</strong> e contenente le richieste di Riina alle istituzioni. Nell’ipotesi dell’accusa lo Stato, con l’uniforme del Ros, si sarebbe seduto al tavolo con l’accordo di alcuni politici per ottenere la fine delle stragi.</p>
<p>L’accusa è pesante e, secondo giuristi come <strong>Giovanni Fiandaca</strong>, con fatica può essere supportata dal fragile articolo 338. Dopo cinque anni di processo e polemiche è però arrivato il momento della verità, almeno quella giudiziaria. La sentenza potrebbe arrivare poco dopo le elezioni o a ridosso delle urne ma in pochi sembrano interessati.</p>
<p>In questo clima surreale i pubblici ministeri vanno avanti sulla loro strada. In salita e disseminata di ostacoli come l’assoluzione di Mannino e le due assoluzioni definitive di Mori per la mancata perquisizione del<strong> covo di Riina</strong> nel 1993 (con Giuseppe De Donno) e per la <strong>mancata cattura di Provenzano</strong> nel 1995 (con <strong>Mario Obinu</strong>). Non aiuta anche la sentenza Dell’Utri, condannato per concorso esterno ma assolto (dopo un esito diverso in primo grado) per il periodo a partire dal 1993 sul quale pende l’accusa del processo.</p>
<p>I pm nei giorni scorsi hanno iniziato a lumeggiare la notte che segna il passaggio dal tramonto della Prima all’alba della Seconda Repubblica. Il 1992 è stato ricostruito dai pm Roberto Tartaglia e Antonino Di Matteo sotto due punti di vista diversi. Tartaglia ha illustrato il <strong>filo rosso</strong> che lega l’appoggio della mafia corleonese a tre movimenti politici sorti tra 1992 e fine 1993: le Leghe del sud, con la partecipazione attiva di <strong>Licio Gelli</strong> e Vito Ciancimino; il movimento Sicilia Libera sostenuto dagli uomini del boss Leoluca Bagarella e infine Forza Italia. Antonino Di Matteo invece si è dedicato alla trattativa tra il Ros di Mario Mori e Vito Ciancimino avviata nel 1992.</p>
<p>Vale la pena di riportare qui i passaggi più delicati. Per il pm Tartaglia c’è “unicità di un progetto. Il perseguimento del progetto autonomistico e federalista da parte di <strong>Cosa Nostra</strong> parte già a far data dal 1991, come affermato da <strong>Leonardo Messina</strong> (collaboratore di giustizia catanese, ndr) che per primo ha parlato del progetto maturato in alcune riunioni del 1991 nelle campagne di Enna. I boss della mafia in quella sede parlarono di separare l’Italia in tre macro-aree.</p>
<p>Secondo il pm Tartaglia, il debutto di Dell’Utri nello scenario della Trattativa sarebbe molto precedente alla discesa in campo. “Il linguaggio con cui Cosa Nostra cerca il primo contatto con Marcello Dell’Utri è quello classico di Cosa Nostra: l’intimidazione, la <strong>minaccia</strong>, in questo caso gli <strong>incendi alla Standa</strong>”. Tartaglia si riferisce agli attentati incendiari realizzati dalla mafia ai danni dei supermercati di Berlusconi, avvenuti nei primi anni 90. Se ne parlò già nel processo Dell’Utri, ma qui sono riletti in una logica nuova che li inserisce nella minaccia a corpo politico dello Stato, il reato contestato a Dell’Utri.</p>
<p>Tramite Dell’Utri e <strong>Vittorio Mangano</strong>, i boss Bagarella e Brusca avrebbero chiesto a Berlusconi interventi sulle leggi, i processi e il trattamento carcerario ponendo l’accettazione di questa “proposta che non si può rifiutare” come condizione “ineludibile” per la fine delle stragi e degli attentati. Dell’Utri, quindi, avrebbe sostituito prima Salvo Lima e poi Vito Ciancimino come intermediario delle relazioni con la mafia, agevolando “il progredire della trattativa” e “la ricezione di tale minaccia da Berlusconi, dopo il suo insediamento come capo del governo”.</p>
<p>Il pm Tartaglia ha spiegato come si arrivò al risultato partendo dalle dichiarazioni del 1994 del pentito di Cosa Nostra catanese, <strong>Filippo Malvagna</strong>: “Dopo gli incendi erano scesi a Catania direttamente personaggi del gruppo Berlusconi. So che è sceso – testuale – un alto dirigente del gruppo Berlusconi ed è stato sanato tutto”. Il pm a questo punto ricorda le due perplessità del pentito per come si era svolta la vicenda: da un lato la mafia aveva incassato pochi soldi; dall’altro a gestire la vicenda, nonostante gli attentati fossero nel Catanese, erano stati i Corleonesi. “Il modo in cui era stata chiusa quella vicenda – spiega ai giudici il pm Tartaglia – era la conferma per Malvagna che la finalità era duplice perché l’estorsione era stata chiusa a meno della metà del dovuto (…) e questo dice Malvagna perché la dovevano chiudere i Corleonesi (…) perché non è questione di soldi, è questione di amicizie e basta”. Per il pm Tartaglia tutto inizia alla fine del 1991 quando, come racconta il pentito Leonardo Messina, ci sono riunioni dei boss della Cupola nelle campagne di <strong>Enna</strong> per decidere la <strong>strategia di destabilizzazione</strong>: “I tempi sono questi: fine 1991, riunioni di Enna, fase di malcontento, ricerca nuovi referenti (politici dopo la delusione per Lima, ndr) quello che ci dice Messina (pentito che parla di riunioni con Riina e Provenzano per decidere la strategia stragista di Cosa Nostra nel 1991, ndr) e la situazione viene chiusa con la discesa dell’alto dirigente, dice Malvagna, verso maggio del 1992”. A questo punto, Tartaglia si chiede con enfasi: “Ma chi è questo alto dirigente? Avola (<strong>Maurizio Avola</strong>, altro pentito di Cosa Nostra catanese, ndr) conferma tutto quello che ha detto Malvagna: la collocazione temporale, gli incendi, i Corleonesi eccetera, però dice anche espressamente che l’uomo del gruppo Berlusconi, l’alto dirigente che era sceso a parlare, era Marcello Dell’Utri. Marcello D’Agata (boss di Catania, ndr) aveva detto ad Avola che nel corso di quegli incontri si era visto direttamente con <strong>Nitto Santapaola</strong>.</p>
<p>Sempre sul vero significato profondo dell’operazione Standa di Catania (l’incendio del negozio della catena di Berlusconi, nella centralissima via Etnea, il 18 gennaio 1990, ndr), voglio citare <strong>Giuseppe Di Giacomo</strong> che ha aggiunto in udienza: ‘Fu deliberato da quel potere di Cosa Nostra palermitano di attaccare la Standa affinché potessero assoggettare Berlusconi attraverso questi attacchi e indurlo non solo a un pagamento di una tangente ma affinché potessero realizzare un nuovo progetto politico (…) e anche Di Giacomo dice di aver sentito direttamente da Aldo Ercolano il nome di Dell’Utri come soggetto che era sceso a<strong> Giardini Naxos</strong> che si era incontrato certamente almeno con <strong>Aldo Ercolano</strong>, cugino del boss Nitto Santapaola”. Poi il pm Tartaglia si pone nei panni dell’avvocato di Dell’Utri e formula le solite obiezioni: “Ci potranno dire le difese che i collaboratori lo hanno detto tardi, e non è vero. Ci potranno dire che lo hanno detto con finalità calunniatorie e per avere visibilità, e non è vero”. Allora Tartaglia tira giù un asso che nei due gradi del processo Dell’Utri i colleghi Ingroia e <strong>Scarpinato</strong> non potevano giocare: le intercettazioni in carcere del Capo dei Capi.</p>
<p>“Richiamo solo la conversazione intercettata di Salvatore Riina del 22 agosto 2013. Vi dico da subito che non ci sono nomi. Non c’è Berlusca, Berlusconi, grande, grandissimo non c’è bisogno di utilizzare spettrogrammi o altro”. Qui Tartaglia ironizza sulla frase pronunciata da <strong>Giuseppe Graviano</strong> nel 2016 sulla cortesia a “Berlusca”, secondo l’accusa, o a “bravissimo”, secondo la difesa di Dell’Utri.</p>
<p>A differenza di Graviano che parlava piano, per il pm Tartaglia, con Riina non c’è bisogno di uno strumento come lo spettrogramma per tracciare le onde sonore al fine di decrittare le parole del boss.</p>
<p>Il pm prima di leggere le parole dette da Riina in cella nel 2013 nell’aula bunker, prima di imitare dialetto e tono del <strong>Capo dei Capi</strong> premette ironico: “Vediamo solo se si comprende a chi sta facendo riferimento Salvatore Riina”. Poi Tartaglia come un consumato imitatore di boss inizia a leggere interpretando: “Io mannaggia a questo uomo non sono riuscito a capirlo mai e però lo cercavamo. A questo si cercava. Lo misi sotto per il fatto di Palermo e l’agganciammo. Tant’è vero che poi a Catania gli dettero fuoco alla Standa. <strong>‘Dategli fuoco alla Standa’</strong>, gli dissi. Accussì li metto sotto, accussì, accussì li metto sotto accussì, dategli fuoco alla Standa”.</p>
<p>Poi, dopo avere riportato le parole di Riina, registrate nel 2013 mentre passeggiava nel <strong>carcere di Opera</strong> con il codetenuto <strong>Alberto Lorusso</strong>, Tartaglia prosegue a riportare il Riina-pensiero su un soggetto anonimo che sarebbe proprio Dell’Utri: “E ancora, sulla conclusione di questo assoggettamento intimidatorio per raggiungere il patto ‘mandò a chiddu. Scinnìu (scese, in palermitano, ndr) parlò cu uno e si mise d’accordo. Questo senatore sì, sì, serio era, serio devo dire la verità. Però poi finì in galera questo qua’. Io lascio a voi al di là di ogni equivoco di dizione – chiosa Tartaglia – capire chi è stato messo sotto; chi è il senatore che scinnìu, che era serio serio, però poi finì in galera questo qua, con riferimento agli incendi alla Standa di Catania”. Poi ancora Tartaglia: “Ed è certamente a tutta questa storia che Riina deve aver fatto riferimento anche il 20 settembre 2013, quando ancora Lorusso lo informa che rischiano di arrestare Dell’Utri dopo la sentenza definitiva, e Rina parlando tra sé, quasi in un soliloquio, neanche guarda Lorusso e dice: ‘Ma tanto non se la canta’, lo ripete cinque volte:<strong> ‘Ma tanto non se la canta’</strong>. Chi è che non se la canta?”, è la domanda retorica di Tartaglia.</p>
<p>Poi il pm rievoca il <strong>verbale</strong> di un altro collaboratore ormai defunto, <strong>Salvatore Cancemi</strong>, vicino a Vittorio Mangano e al boss della Noce, <strong>Raffaele Ganci</strong>, prima dell’arresto del braccio destro di Totò Riina. “A fine 1991, inizio 1992, Riina mandò a chiamare Cancemi e si vedono a casa di Guddo. C’è Raffaele Ganci e Riina gli disse di rivolgersi subito, spendendo il suo nome, a Vittorio Mangano (…) e gli dice: ‘Devi fare presente che si doveva mettere da parte rispetto al rapporto con Berlusconi perché a proposito di questo rapporto – dice Cancemi – Riina lo definiva un bene per tutta Cosa Nostra la definizione usata da Riina alludeva per quanto Riina faceva capire all’attualità e all’avvenire. Mangano si deve fare da parte proprio quando partono gli incendi alla Standa perché non serve più il rapporto economico, serve altro”.</p>
<p>Poi il pm Tartaglia analizza il versante opposto della <strong>Trattativa</strong>, il lato politico, e cerca un riscontro alla sua tesi dell’aggancio tra Dell’Utri e Cosa Nostra nel 1992 nella testimonianza di un ex politico di area Dc che svolgeva corsi per i funzionari di <strong>Publitalia</strong>, <strong>Ezio Cartotto</strong>.</p>
<p>“Ancora Ezio Cartotto dice che sempre subito dopo l’omicidio Lima (marzo 1992, ndr) e certamente prima di Capaci (maggio 1992, ndr) Dell’Utri in persona spiega a Cartotto qual era il suo progetto. E le parole che Cartotto riporta di Dell’Utri sono che era necessario sostituire Lima con qualcos’altro. Cartotto chiede: ‘Ma perché con qualcos’altro e non con qualcun altro?’ e Dell’Utri risponde che l’idea sua in quel momento era di andare nella direzione di un partito che fosse alternativo a quello del sistema di cui faceva parte la <strong>Democrazia cristiana</strong>. Quando Cartotto chiede: ‘Ma perché hanno ucciso Lima?’ L’hanno ucciso perché non mantenne la parola. Dell’Utri sa bene che la strategia dell’intimidazione è iniziata, che non si scherza più e capiremo meglio alla luce di questo dato il significato dell’imputazione a Dell’Utri del 1994. C’è la pressione larvata delle <strong>stragi incombenti</strong>, nel 1994, quelle per mantenere il patto. E infine dalla ricostruzione di Cartotto ricaviamo anche che l’idea di Dell’Utri nel marzo 1992 non era solo l’idea di un folle. Dice Cartotto che pochi mesi dopo lui partecipa – siamo tra la fine estate i primi di settembre del ’92 –, in qualità di funzionario a un incontro di Berlusconi a Montecarlo con dirigenti Fininvest e Publitalia. Siamo ancora due anni prima delle elezioni. E, diceva (Cartotto, ndr), abbiamo un primo discorso politico di Berlusconi. Dice: ‘Signori qui le cose vanno male, gli amici contano sempre meno e spariscono. <strong>I nemici contano sempre di più</strong>. Ci vuole fegato, noi dobbiamo cominciare a organizzarci diversamente. E, dice Cartotto, subito dopo Dell’Utri trasforma quell’incarico (che era stato conferito da Publitalia a Cartotto, ndr) sui comitati politici nel primo contratto schiettamente politico ancora nascosto – per non far rendere conto a tutti di quello che covava sotto le ceneri – ‘contratto di marketing politico’, così era denominato. Su questo tema dell’opzione politica di Dell’Utri già nel 1992, dopo l’omicidio Lima, concludo senza commentarle…”.</p>
<p>A questo punto il pm Tartaglia riporta le frasi dette dal boss Giuseppe Graviano al compagno di detenzione <strong>Umberto Adinolfi</strong>, nel 2016: “Perché davvero non hanno bisogno di esegesi, di consulenti, di periti e di tecniche per comprenderne il significato alla luce di tutto quello che abbiamo detto fino a questo momento. 10 aprile 2016, Graviano è intercettato con Adinolfi durante il passeggio: ‘Umbè nel ’92 voleva scendere, ‘92 già voleva scendere, ed era disturbato per acchianari. ‘92 voleva scendere però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi disse <strong>‘ci vulissi una bella cosa’</strong>. Nel 1992 già voleva scendere”.</p>
<p>Più avanti la requisitoria dei pm a gennaio del <strong>2018</strong> entrerà nel dettaglio dei <strong>rapporti triangolari tra Berlusconi e Dell’Utri e tra quest’ultimo e la mafia</strong>. Il pm Tartaglia in questa prima fase ha però puntellato la sua tesi sull’innesco di questo rapporto triangolare dal sapore politico. La tesi dell’accusa è che ci sia una continuità nel disegno politico di tre soggetti, le Leghe del Sud, Sicilia Libera e infine Forza Italia. Tartaglia valorizza al riguardo la presenza ricorrente di alcuni soggetti nei movimenti suddetti e in Forza Italia. “Quando si punta si apre l’ultima fase della nostra imputazione, chi è che finisce nell’esperienza di Forza Italia? C’è <strong>Platania</strong> che è trovato nell’agenda di Dell’Utri proprio con riferimento a <strong>Sicilia Libera</strong>. C’è il fondatore di Sicilia Libera Palermo, iscritto tra i presidenti di circolo di Forza Italia. In particolare <strong>Nino Strano</strong> e <strong>Giuseppe Lipera</strong>, due personaggi presenti nell’esperienza delle <strong>Leghe del Sud</strong> e in Sicilia Libera che poi confluiscono in Forza Italia, Lipera e in <strong>Alleanza Nazionale</strong>, Strano. Il pm Tartaglia vede un filo comune.</p>
<p>“Abbiamo detto all’inizio della continuità di questo percorso da Enna (le riunioni con Riina e Provenzano, ndr) le Leghe e Sicilia Libera, abbiamo visto l’identità soggettiva, abbiamo visto le dichiarazioni dei collaboratori. Richiamo qualche nome (…) per dimostrare questa continuità.</p>
<p>C’è chi finisce esattamente nell’esperienza politica di Forza Italia, c’è Platania trovato nella pagina <strong>19 dicembre 1993</strong> dell’agenda sequestrata a Dell’Utri proprio con riferimento a Sicilia Libera. E ancora c’è il primo fondatore e presidente di Sicilia Libera Palermo, <strong>Vincenzo La Bua</strong>, iscritto all’elenco dei presidenti di club di Forza Italia. C’è ancora Nino Strano, vertice di Catania delle Leghe fondatore di Sicilia Libera Catania, e che fa questo Nino Strano? Strano fa un comunicato in quella data. Dice che da quel momento, il progetto Sicilia Libera Catania si deve ritenere concluso, che tutto il <strong>bacino elettorale</strong> raccolto si deve ritenere inglobato in Forza Italia”. Conclude così Tartaglia: “Più continuità di questa da An (Strano è stato parlamentare di An e poi di altri partiti fino al 2012, ndr) al ’94 non esiste. Presidente io ho concluso questa mia prima parte grazie”.</p>
<p>Nella parte di requisitoria svolta finora, il pm Antonino Di Matteo si è concentrato sull’innesco della Trattativa nel 1992 e sul ruolo del <strong>Ros dei Carabinieri</strong> nel periodo in cui il capo operativo era l’allora colonnello Mario Mori. Di Matteo ha riletto in aula quella che il pm considera “la confessione dell’esistenza di una vera e propria trattativa di tipo politico con la mafia basata e finalizzata sull’elementare concetto del do ut des”.<br />
Per Di Matteo “l’ammissione di una vera e propria trattativa con i capi di Cosa Nostra attraverso Vito Ciancimino” è stata pronunciata dallo stesso Mori e dal suo collaboratore, l’allora capitano, poi colonnello, Giuseppe De Donno. Leggo alcuni passaggi virgolettati – ha detto Di Matteo il 15 dicembre – di queste dichiarazioni rese all’udienza pubblica in Corte d’Assise a Firenze del 27 gennaio 1998: ‘Andammo da Ciancimino e dicemmo: signor Ciancimino che cos’è questa storia qui? <strong>Ormai c’è un muro contro muro</strong>. Da una parte c’è Cosa Nostra, dall’altra parte c’è lo Stato, ma non si può parlare con questa gente?’. Guardate – quasi si indigna Di Matteo nella sua requisitoria, pensando a come è trattata la questione dalla stampa – basterebbero queste parole per dire: ma quale pseudo-trattativa? Il rappresentante del comando operativo del reparto d’eccellenza dei Carabinieri del Ros va da un soggetto, che sa essere in contatto con Riina e Provenzano, e gli dice: ‘Ma cos’è questo muro contro muro?’ Come se fosse strano che ci sia un muro contro muro tra l’organizzazione mafiosa più pericolosa al mondo e che poco tempo prima aveva fatto saltare in aria un pezzo di autostrada a <strong>Capaci</strong> e lo Stato. ‘Cos’è questo muro contro muro? Ma non si può parlare con Cosa Nostra?’. Che cos’è questa, signori giudici popolari? Se non già proprio subito una proposta di mettersi d’accordo per far venire meno il muro contro muro?”. A questo punto, Di Matteo ricorda quanto era diverso l’atteggiamento manifestato in quel periodo dall’ex ministro democristiano <strong>Vincenzo Scotti</strong> che, secondo l’accusa proprio per questo fu sostituito nel 1992 con un altro democristiano, ritenuto più morbido, al ministero dell’Interno, cioè l’imputato odierno per falsa testimonianza del processo Trattativa, Nicola Mancino. “Altro che Scotti alle Camere che dice non ci può essere nessuna ipotesi di mediazione e di compromesso. Ha ragione Riina – chiosa Di Matteo – quando dice: <strong>‘Mi hanno cercato loro’</strong>”. Il pm con un crescendo retorico ripete la frase di Mori: ‘Cos’è questo muro contro muro, non si può parlare con questa gente?’. Mori se lo lascia scappare il <strong>27 gennaio 1998</strong> in una Corte d’assise che giudicava i responsabili degli eccidi di <strong>Roma</strong>, <strong>Firenze</strong> e <strong>Milano</strong> davanti alle parti civili, davanti ai parenti dei morti!”.</p>
<p>Poi Di Matteo precisa il contesto. Mori si fece scappare quella parola quando stava riferendo alla Corte le perplessità di Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo, vicino ai corleonesi e in particolare a Bernardo Provenzano, quando Mori si presentò con la mano tesa per ottenere elementi al fine di catturare Riina, dice lui. Di Matteo riporta così la deposizione di Mori nel 1998 a Firenze: ‘Ciancimino mi chiedeva se io rappresentavo solo me stesso o anche altri e io dissi: ‘Lei non si preoccupi, lei vada avanti. Lui capì e restammo d’accordo che volevamo sviluppare questa trattativa’. A questo punto, Di Matteo con tono tra l’indignato e l’istrionico ribadisce la parola pronunciata 19 anni fa da Mori stesso:<strong> “Trattativa”</strong>. Poi dopo una pausa da consumato attore prosegue: “Non esiste la trattativa? E il frutto avvelenato di <strong>giudici politicizzati</strong>, la presunta trattativa? La pseudo trattativa? La bufala della trattativa? La patacca della trattativa? Mori il 27 gennaio ’98”. Non basta. Di Matteo insiste riportando le frasi dette quel giorno al processo dall’altro suo odierno coimputato. “Capitano De Donno, sempre lo stesso giorno, 27 gennaio ’98: ‘Gli proponemmo di farsi tramite per nostro conto di una presa di contatto con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa di Cosa Nostra al fine di trovare un <strong>punto d’incontro</strong>, un punto di dialogo finalizzato’ (De Donno è ancora più esplicito) alla immediata cessazione di queste attività di contrasto netto e stragista nei confronti dello Stato’. Troviamo un punto di dialogo (…) si capovolgono i termini della questione. Signori giudici popolari questo significa acquisire informazioni? Questo significa fare un’a<strong>ttività investigativa</strong> o questo significa, come io e noi qui diciamo, condurre in maniera spregiudicata <strong>una scellerata e spregevole trattativa con i vertici della mafia</strong> mentre c’era ancora il sangue dei morti in terra?</p>
<p>Proseguo nel citare alcune delle affermazioni rese sotto giuramento da De Donno: ‘Successivamente Ciancimino ci fece sapere che voleva incontrarci e ci disse che l’interlocutore e cioè la persona che faceva da mediatore tra lui e Salvatore Riina…’. Quindi – chiosa Di Matteo – sapevano già tutto. Sapevano che Ciancimino parlava con Riina (…). De Donno dice ai giudici della Corte d’assise di Firenze che – avendo parlato con Riina per capire fino a che punto gli <strong>interlocutori istituzionali</strong> fossero affidabili dal punto di vista mafioso – Riina chiese: ‘Vediamo fino a che punto si spingono. Dategli un passaporto a Ciancimino’. (…) Io mi permetto per l’ultima volta di sottolineare che veramente sono loro i primi a spiegare che loro hanno fatto è stata una trattativa”. Poi Di Matteo ripete ai giudici di Palermo quanto hanno scritto i giudici di Firenze nella loro sentenza sulle stragi: “L’esame congiunto di ciò che hanno detto testi e collaboratori dimostra in maniera indiscutibile che nella seconda metà del 1992 vi fu un contatto tra il Ros dei Carabinieri e i capi di Cosa Nostra attraverso Vito Ciancimino (…) iniziativa del Ros – perché di questo organismo si parla posto che vide coinvolto un capitano, il vicecomandante, lo stesso comandante del reparto – aveva tutte le caratteristiche per apparire come una trattativa. L’effetto che ebbe sui <strong>mafiosi</strong> fu quello di convincerli definitivamente che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione’. Questo è scritto – chiosa Di Matteo – in una sentenza definitiva pronunciata da una Corte d’assise in nome del popolo italiano”. Poi Di Matteo va a leggere la conclusione della sentenza di Firenze: ‘Questa iniziativa al di là delle intenzioni con cui fu avviata (…) ebbe sicuramente un <strong>effetto deleterio</strong> per le istituzioni confermando il <strong>delirio di onnipotenza</strong> dei capi mafiosi e mettendo a nudo l’<strong>impotenza dello Stato</strong>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da: <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/cosi-mori-e-dellutri-trattarono-con-la-mafia/">IlFattoQuotidiano.it</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/cosi-mori-dellutri-trattarono-la-mafia/">“Così Mori e Dell’Utri trattarono con la mafia”</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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		<title>Trattativa Stato-Mafia: si chiude il processo</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/trattativa-stato-mafia-si-chiude-il-processo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pat&#38;Guido]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Dec 2017 13:03:53 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/trattativa-stato-mafia-si-chiude-il-processo/">Trattativa Stato-Mafia: si chiude il processo</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-10004 alignleft" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/aula-bunker-ucciardone4-300x187.jpg" alt="" width="337" height="210" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/aula-bunker-ucciardone4-300x187.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/aula-bunker-ucciardone4-20x12.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/aula-bunker-ucciardone4.jpg 500w" sizes="auto, (max-width: 337px) 100vw, 337px" /></strong><strong><br />
</strong><em>di Miriam Cuccu</em></p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>È il giorno della requisitoria dei pm</strong></span></p>
<p style="text-align: right;"><strong><a href="https://www.radioradicale.it/eventi/3212" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Ascolta la diretta!</em></a></strong></p>
<p>Dal 2013 la Corte d’Assise di Palermo ha passato sotto la stessa lente di ingrandimento una lunga lista di testimoni, dichiarazioni, carteggi e conversazioni registrate di pentiti, mafiosi, e rappresentanti della istituzioni. Si <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/52139-stragi-9293-napolitano-qdallo-stato-ci-si-aspettava-uno-sbandamentoq.html" target="_self"><strong>va dalla deposizione “<em>eccellente</em>” dell’ex presidente Napolitano</strong></a> (le stragi furono un “<em>ricatto a scopo destabilizzante di tutto il sistema</em>”) <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/63770-trattativa-i-dialoghi-riina-lorusso-e-le-telefonate-mancino-d-ambrosio.html" target="_self"><strong>agli “strali” di Totò Riina</strong></a>, passando per <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/63559-trattativa-nelle-agende-ciampi-svela-la-linea-morbida-sul-41-bis.html" target="_self"><strong>le agende di Ciampi sul rischio di un colpo di Stato durante le stragi del luglio ’93,</strong></a> e le parole intercettate in carcere <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/67435-processo-trattativa-berlusca-nelle-parole-di-giuseppe-graviano.html" target="_self"><strong>di Giuseppe Graviano</strong></a> “<em>cortesia</em>” chiesta da “<em>Berlusca</em>”. Tutti elementi confluiti nel processo trattativa Stato-mafia, oggi giunto alla sua fase conclusiva. Salvo imprevisti il Presidente <strong>Alfredo Montalto</strong> chiuderà l’istruttoria dibattimentale dopodiché avrà luogo la requisitoria della pubblica accusa con gli interventi dei magistrati <strong>Nino Di Matteo</strong>, <strong>Vittorio Teresi</strong>, <strong>Francesco Del Bene</strong> e <strong>Roberto Tartaglia</strong>.<br />
Sebbene di trattativa si parli, già la <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/43120-trattativa-stato-mafia-inizia-il-nostro-processo-di-norimberga.html" target="_self"><strong>memoria depositata nel 2012</strong></a>, al termine dell’indagine condotta anche da<strong> Antonio Ingroia</strong>, sottolineava che “<em>nessuno è imputato per il solo fatto di aver trattato</em>”. A fare da “<em>autori immediati del delitto principale</em>”, quello di minaccia ad un Corpo Politico dello Stato, ci sono infatti i boss <strong>Giovanni Brusca</strong> &#8211; oggi collaboratore di giustizia &#8211; <strong>Leoluca Bagarella</strong>, <strong>Antonino Cinà</strong>, il “<em>postino</em>” del papello, insieme a <strong>Totò Riina</strong> e <strong>Bernardo Provenzano</strong>. La posizione di Binnu <em>u’ tratturi</em> era già stata stralciata per le gravi condizioni di salute, che portarono al suo decesso nel luglio 2016. Quanto a Riina, morto il mese scorso nell’ospedale di Parma, la Procura di Palermo ha già anticipato che al termine della requisitoria chiederà alla Corte d’Assise di dichiarare il “<em>non doversi procedere per morte del reo</em>”. Durante l’udienza, però, i pubblici ministeri considereranno ugualmente “<em>i fatti che riguardano direttamente Riina</em>”.<br />
Tra le fila degli ex politici, ad essere accusati di “<em>aver fornito un consapevole contributo alla realizzazione della minaccia</em>” in qualità di “<em>consapevoli mediatori” sono gli ex ufficiali dei Carabinieri <strong>Antonio Subranni</strong>, <strong>Mario Mori</strong> e <strong>Giuseppe De Donno</strong>, insieme agli ex politici <strong>Calogero Mannino</strong> &#8211;<a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/57532-non-ha-commesso-il-fatto-mannino-assolto.html" target="_self"><strong> assolto in primo grado con il rito abbreviato</strong></a> &#8211; e <strong>Marcello Dell’Utri</strong>, già in carcere per concorso esterno. <strong>Massimo Ciancimino</strong>, figlio dell&#8217;ex sindaco di Palermo don Vito, è imputato per concorso esterno in associazione mafiosa per aver fatto da tramite fra il padre e <strong>Bernardo Provenzano</strong>. Infine <strong>Giovanni Conso</strong> e <strong>Nicola Mancino</strong>, rispettivamente ex ministro della giustizia ed ex ministro dell&#8217;interno, sono “colpevoli di una grave e consapevole reticenza</em>”.<br />
Nel corso dell’udienza il presidente Montalto dovrà anche decidere se acquisire o meno i sei documenti della <em>Fondazione Spadolini</em>, richiesti dalla pubblica accusa in quanto da questi si evincerebbe lo stato di minaccia e preoccupazione vissuto a livello istituzionale tra il ‘92 e il ‘93.<br />
La sentenza, prevista per la prossima primavera, chiude tre anni e mezzo di udienze celebrate sotto il fuoco incrociato di critiche e tentativi di delegittimazione provenienti da più parti, a cominciare dal conflitto di attribuzione sollevato dallo stesso Napolitano contro la Procura di Palermo, e dal <a href="http://www.antimafiaduemila.com/rubriche/giorgio-bongiovanni/48297-trattativa-stato-mafia-gioco-sporco.html" target="_self"><strong>tentativo di trasferire il processo</strong></a> lontano da Palermo e dai magistrati del pool da parte di Mori. Proprio sul passato dell’ex generale dei Carabinieri al Sid (Servizio Informazioni Difesa) i legali di Mori e De Donno <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/261-cronaca/52363-stato-mafia-mori-e-de-donno-denunciano-i-pm.html" target="_self"><strong>avevano presentato un esposto</strong></a> in cui si chiedeva conto delle indagini. Anche le minacce contro i magistrati del processo, e in particolare contro Di Matteo (destinatario di una vera e propria condanna a morte da parte del capo di Cosa Nostra), sono finite nel tritacarne della stampa e fatte passare per un tentativo di rilegittimare il dibattimento, a uso e consumo di una maggiore “<em>copertura mediatica</em>”. Nel frattempo, però, i rischi corsi dal pool trattativa continuavano, e continuano, ad essere alti. Forse perché con questo processo &#8211; e l’inchiesta che, parallelamente, prosegue &#8211; ad essere passati sotto il setaccio sono quegli “<em>indicibili accordi</em>” che servirono per traghettare il Paese dalla prima alla seconda Repubblica a suon di bombe e patti tra Stato e mafia. Proprio la prima udienza del “<em>Trattativa</em>” fu inaugurato con una lettera anonima recapitata a Di Matteo: “<em>Attenzione a quando parli, alle auto su cui viaggi, al telefono cellulare. È come se avessi vicino a te una microspia”. </em>Del resto, anche il pentito <strong>Vito Galatolo</strong> aveva riferito, non molto tempo fa, che il pm di Palermo<em> “<a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/55072-stato-mafia-galatolo-testimone-al-processo.html" target="_self"><strong>si è spinto troppo oltre</strong></a></em>”, magari toccando quei fili ad alta tensione che dovevano rimanere sepolti insieme a molti altri segreti di Stato.</p>
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<p>tratto da <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68239-trattativa-si-chiude-il-processo.html">Antimafiaduemila.com</a></p>
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