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	<title>berlusconi Archivi - 19luglio1992.com</title>
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	<description>A Paolo, Agostino, Claudio, Eddie Walter, Emanuela,  Vincenzo Fabio.</description>
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		<title>L&#8217;intervista &#8211; Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/lintervista-riccio-mi-ero-gia-attrezzato-per-prendere-bernardo-provenzano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pat&#38;Guido]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2020 13:21:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Paolo De Chiara INTERVISTA/Seconda parte. ILARDO DIVENTA IL RIFERIMENTO DI PROVENZANO. Parla il colonnello dei carabinieri: «Quando Ilardo mi fa comprendere, e arriviamo al&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/lintervista-riccio-mi-ero-gia-attrezzato-per-prendere-bernardo-provenzano/">L&#8217;intervista &#8211; Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_23003" aria-describedby="caption-attachment-23003" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2020/07/Ilardo.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-23003 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2020/07/Ilardo-300x194.jpg" alt="Luigi Ilardo" width="300" height="194" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2020/07/Ilardo-300x194.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2020/07/Ilardo-20x13.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2020/07/Ilardo.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-23003" class="wp-caption-text">Luigi Ilardo (ph Cronache della Campania) (clicca per ingrandire)</figcaption></figure>
<p><em>di Paolo De Chiara</em></p>
<p><span style="color: #800000;"><em><strong>INTERVISTA/Seconda parte.<br />
ILARDO DIVENTA IL RIFERIMENTO DI PROVENZANO.<br />
Parla il colonnello dei carabinieri: «Quando Ilardo mi fa comprendere, e arriviamo al 31 di ottobre (1995, nda), che c’è la possibilità di arrestare Provenzano io lo comunico a Mori. Ero abituato con il generale Dalla Chiesa. Parliamo di investigatori seri. Il generale mi avrebbe detto ‘se non hai la macchina, rubane una e vieni subito a Roma». Tutto ruota intorno alla figura del collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio del 1996, con otto colpi di pistola. Un omicidio eccellente? Un omicidio di Stato? I due si erano messi in testa di arrestare Provenzano, all’epoca la mente criminale di Cosa nostra. Ed era tutto pronto per il blitz. Binnu u tratturi, però, verrà arrestato undici anni dopo. Chi non ha voluto mettere le mani sul Capo della mafia siciliana?</strong></em></span></p>
<p>Nella <a href="https://www.19luglio1992.com/lintervista-dietro-alle-bombe-e-alle-stragi-ci-sono-sempre-gli-stessi-ambienti/">prima parte di questa lunga intervista</a> con il <strong>colonnello Michele Riccio</strong> abbiamo affrontato il suo rapporto professionale con il <strong>collaboratore di giustizia Luigi Ilardo</strong>, cugino di <em>Piddu</em> Madonia, «organico alla famiglia» catanese, molto vicina al <strong>latitante di Stato</strong> <em>Binnu</em> Provenzano. «La famiglia di <em>Piddu</em> Madonia è quella che ha da sempre supportato le attività di Provenzano. Se Provenzano si è sempre reso invisibile al resto dell’organizzazione perché ha sempre contato sugli appoggi, anche in Palermo, della famiglia di Caltanissetta. Anche per la parte avversaria, ai suoi nemici nell’organizzazione, risultava invisibile», ha spiegato il colonnello Riccio.</p>
<p>I due avevano un obiettivo da raggiunge: scovare e arrestare il <strong>Capo dei Capi di Cosa nostra</strong>. <strong>Ilardo dimostra con i fatti la sua credibilità</strong>. Operazioni importanti cominciano a dare ottimi frutti: diversi latitanti, ad esempio, vengono tratti in arresto. Comincia l’avvicinamento, non basta la fiducia del colonnello e dei magistrati (quelli buoni). <strong>Deve cominciare a fidarsi pure il malandato boss dei Corleonesi</strong>.</p>
<p>Riprendiamo la nostra conversazione dal punto in cui i familiari di Ilardo assistono il vecchio e malato boss. «Provenzano invia una lettera, un primo appunto alla famiglia di Caltanissetta, che lui anche legge, che viene portato ad un imprenditore di Bagheria. <strong>Fontana</strong>, il quale deve imbucare delle lettere per conto di Provenzano dalla Calabria, destinazione Roma. Noi riusciamo a rintracciare le lettere. <strong>Abbiamo l’ulteriore conferma che Provenzano è vivo</strong>, né in Germania o morto, come allora si diceva.</p>
<p><strong>Ilardo mi dice</strong>: <em>‘Guardi, se il capo militare è Riina, la vera mente dell’organizzazione è Provenzano’</em>. Perché Provenzano è quello che sa più ragionare, molto più fine, molto più politico in confronto a Riina. Espone il <em>paesano</em> delle sue decisioni e lui può operare nell’ombra. Ad esempio, anche <strong>la scelta stragista</strong> è stata, pur accettandola, <strong>addebitata a Riina</strong>. E parte dell’organizzazione, mi dice Ilardo, si è rivolta a Provenzano. Il cui compito è quello di ricucire l’organizzazione in un unico corpo, spaccato in <strong>due fazioni</strong>: quella legata a <strong>Riina, Bagarella e soci</strong> e quella di <strong>Provenzano</strong>.</p>
<p>E mi dice che Provenzano è legato ai vecchi ambienti che gli hanno sempre consigliato di stare tranquillo. Mentre<strong> Riina, Brusca, Bagarella e gli altri </strong>si erano buttati nell’attività di fare <strong>soldi</strong> ed erano anche in <strong>contrapposizione</strong> con lo Stato, invece <strong>Provenzano</strong> suggeriva a loro di stare calmi, di ritornare ai vecchi reati di un tempo, con la forma meno di contrapposizione. <em>‘E vedrete che poi tutto si sistemerà’.</em> Dal punto di vista politico, dopo aver tentato strade autonome come le Leghe, cominciavano a guardare con grande interesse, infatti Provenzano dice che avevano già stabilito dei contatti con gli ambienti di <strong>Berlusconi</strong>, con gli ambienti della nascente <strong>Forza Italia</strong>. Sarebbe stato il <strong>punto di riferimento di Cosa nostra</strong>, la quale aveva assicurato che avrebbe preso in considerazione tutte le esigenze e le aspirazioni dell’organizzazione. Sia per la gente ristretta in carcere e sia per quelli che stavano fuori, per riprendere le attività produttive e affaristiche dell’organizzazione. Questo, diciamo, è <strong>il quadro che noi ci troviamo con Ilardo</strong>.»</p>
<blockquote><p><strong>Riuscite ad individuare soltanto una lettera scritta da Provenzano?</strong></p></blockquote>
<p>«A questa prima lettera ne susseguono delle altre indirizzate direttamente a Ilardo. E <strong>Ilardo diventa il riferimento di Provenzano per la Sicilia orientale</strong>, ovvero la famiglia di Caltanissetta, di Catania, da parte di Santapaola, più i suoi contatti con Messina e delle altre parti. <strong>E Ilardo, a sua volta, gli rispondeva</strong>. A me veniva sempre da ridere. Per la prima volta Provenzano si scrive con un colonnello dei carabinieri, in fin dei conti leggevo le lettere e Ilardo preparava con me le risposte.»</p>
<blockquote><p><strong>Ilardo e Provenzano, in quella fase, si sono mai incontrati?</strong></p></blockquote>
<p>«No, ovviamente perché quando Ilardo comincia a ricevere le lettere si apre la prospettiva di un incontro. Auspicavo che si realizzasse al più presto, ma lui diceva: <em>‘Colonnello, lei non mi deve mettere fretta. Sarà lui che mi deve chiamare e se noi ci proponiamo diventa sospettoso. Noi con questa attività di arresti possiamo indirettamente stimolare un avvicinamento</em>. <em>Perché alla fine, mancando i riferimenti, ci sono solo io. Prima o poi mi manderà a chiamare. Sempre in maniera molto soft, perché dobbiamo stare attenti a non scoprirci. Altrimenti ci sarà il solito invito, mi toccherà andare e poi non torno.’</em> Noi rimaniamo in attesa, cominciamo a seguire i famosi bigliettini (i pizzini, <em>nda</em>) per avere una prima panoramica e sperare di avere la fortuna di poter individuare l’autore del bigliettino, che però quando arrivava a Bagheria – dopo alcuni passaggi &#8211; era più difficile. Perché non vai mai a capire quando, effettivamente, passa di mano in mano. Noi stabilivamo i contatti e iniziamo a fare quella famosa rete di fiancheggiatori che, poi, alla fine trarremo in arresto».</p>
<blockquote><p><strong>Lei, nell’agosto del 1995, passa dalla DIA ai Ros.</strong></p></blockquote>
<p>«Esatto. La nostra indagine trovava stimolo e alimento in <strong>De Gennaro</strong>. Mentre, come al solito, dalle altre parti, un po&#8217; per invidia un po&#8217; per altre scelte… già il fatto che eravamo in pochi a lavorare, producendo risultati, ricevendo mai nemmeno un ‘grazie’. Non dico che ci creasse delle ansie, ma non è che ci rendesse tanto sereni. Molte volte ci siamo ritrovati a lavorare non con la piena soddisfazione dei superiori perché venivano inquisiti i loro amici. Quando va via De Gennaro cerco di andare via. Mi sentivo isolato maggiormente e quando non ce l’ho fatta più rientro nell’Arma».</p>
<blockquote><p><strong>Però continua a curare i rapporti con “Oriente”.</strong></p></blockquote>
<p>«Quando mi presento al Comando generale dico che ho una fonte in Sicilia. Ho chiesto di essere messo in un posto da dove potevo passare la notizia a chi di dovere. Stavo lavorando sulla cattura di Provenzano».</p>
<blockquote><p><strong>Come viene presa questa notizia?</strong></p></blockquote>
<p>«Parlo con il mio collego, che io conoscevo già, del Comando generale che mi risponde: <em>‘Lei lo sa meglio di me, ci sono mille investigatori in questi ultimi dieci anni, tutti stanno lavorando su Provenzano’</em>. Tutti stavano lavorando su Provenzano, tutti su Messina Denaro, ma bisogna vedere chi lo fa con cognizione di causa o lo fa solo perché ha l’aria in bocca. A me dicono: <em>‘non ti preoccupare, ti faremo sapere’</em>. Nel frattempo vengo contattato dai Ros. E incontro il generale <strong>Subranni</strong>…»</p>
<blockquote><p><strong>Mi scusi, stiamo parlando del generale dei carabinieri, definito “<em>punciutu</em>” dalla signora Agnese, la vedova del magistrato Paolo Borsellino?</strong></p></blockquote>
<p>«Esatto, quello è. Quello è, che io già conoscevo perché era <strong>Comandante del Ros</strong> quando sono andato via. Dico a Subranni che non mi interessa rientrare nel Ros, voglio solo terminare questa operazione. Avevo intuito, con Ilardo era già un anno e mezzo che si stava lavorando…».</p>
<blockquote><p><strong>Cosa aveva intuito?</strong></p></blockquote>
<p>«Intuivo la portava importantissima e anche i contraccolpi che avrebbero creato ad Ilardo. Avevo capito che lui parlava dei <strong>rapporti con i mandanti esterni</strong>. E quando faceva i riferimenti, ad esempio, su <strong>Moschella, il giudice di Torino</strong> (magistrato della Procura di Torino e poi Procuratore a Ivrea, <em>nda</em>) si capiva dove saremmo arrivati. O altre situazioni del genere.»</p>
<blockquote><p><strong>Ad esempio?</strong></p></blockquote>
<p>«Sulla Calabria, lui andava in Calabria; sui contatti con i <strong>servizi segreti</strong>; sulle <strong>armi che uscivano dalle basi Nato e della Marina in Sicilia</strong>, a Sigonella; i rapporti con la <strong>massoneria</strong>. Faceva riferimento al mio ambiente, ai <strong>miei superiori</strong>. Essendo io colonnello non è che ce ne sono tanti sopra di me. <strong>Sapevo già dove sarebbe andata a finire una collaborazione del genere</strong>. Sarebbe stata <strong>dirompente</strong>. Giorno per giorno acquisivo ulteriori elementi. Tutto sarebbe venuto fuori.»</p>
<blockquote><p><strong>Come finisce l’incontro con Subranni?</strong></p></blockquote>
<p>«Mi dice: <em>‘ti aggreghiamo al Ros, gestisci la tua fonte e le confidenze che fa</em> – lui ovviamente non sa che Ilardo è la fonte – <em>e il Ros le sviluppa con un eventuale input per poter ampliare’</em>. Così vengo aggregato al Ros. E i miei contatti sono di nuovo <strong>Mori</strong>, <strong>Obinu </strong>e il capitano del Ros di Caltanissetta».</p>
<blockquote><p><strong>Come reagiscono Mori e Obinu alle sue informative?</strong></p></blockquote>
<p>«Alla Dia, di ogni mia missione, facevo relazioni scritte di servizio con quanto mi diceva Ilardo. Quello che mi diceva me lo appuntavo velocemente su delle agende, ovviamente in maniera sintetica, in modo da fare subito memoria, e facevo la relazione di servizio che mandavo alla sede centrale della Dia, che poi venivano indirizzate alle sedi competenti. Qualcosa di più urgente la dicevo a Catania e a Palermo. Ad esempio, a Catania avevo stabilito un ottimo rapporto lavorativo con <strong>due ispettori </strong>della<strong> Dia, Ravidà e Arena</strong>, molto seri che, con il loro <strong>PM Marino</strong>, lavoravano come lavoravamo noi. (Con l&#8217;ausilio dei due Ispettori, e <strong>grazie alle indicazioni di Ilardo</strong>, non mancano i risultati: come la cattura dei capi mafia <strong>Aiello Vincenzo</strong> (contabile famiglia Santapaola-Siino Catanese); <strong>Tusa Lucio</strong> capo di una fazione di Cosa nostra operante a Catania ma che dipendeva dai Tusa di Caltanissetta; <strong>Fragapane Salvatore</strong>, capo della Famiglia di Agrigento. Senza dimenticare l&#8217;indagine della DIA di Catania, con la quale vengono azzerati i vertici di &#8220;cosa nostra&#8221; catanese, con l&#8217;identificazione e l&#8217;arresto del capo famiglia <strong>Aurelio Quattroluni – op. “Chiara luce”</strong>, con l&#8217;arresto di circa <strong>50 affiliati</strong> in due distinte operazioni. Tutti appartenenti al <strong>clan Santapaola</strong>, responsabili di omicidi ed estorsioni, <em>(fonte Mario Ravidà, ex Ispettore Dia</em>). Efficaci, determinati e seri.»</p>
<blockquote><p><strong>Alla Dia inviava le sue relazioni di servizio. Cambia qualcosa una volta transitato nel Ros? </strong></p></blockquote>
<p>«Mori mi fa subito presente di non fare relazioni di servizio. Una nota stonata. Soprattutto per la mia tutela, non farle era fuori da ogni logica. Io rispondo che sono abituato a fare le relazioni. Poi poteva farne ciò che voleva. Avevo i miei contatti con l’autorità giudiziaria, il dott. <strong>Caselli</strong> mi aveva indirizzato al dott. <strong>Pignatone </strong>e, quest’ultimo, sapeva che facevo le relazioni di servizio. La prassi era sempre la solita. Ho sempre avuto il riscontro delle relazioni e dei rapporti inviati a Palermo.<strong> E, in questi incontri </strong>(al Ros, <em>nda</em>)<strong>, mi dicono di non scrivere i nomi dei politici</strong>. Ovviamente era una politica a loro vicina, ma io ho sempre scritto tutto ciò che mi dicevano. Questo è il primo indirizzo che mi lascia un po’ perplesso».</p>
<blockquote><p><strong>Perché queste richieste? Qual è la sua opinione?</strong></p></blockquote>
<p>«In quel momento l’ho vista una cosa fuori luogo. Magari, ho pensato, come strategia. Magari non si mette tutto per iscritto e un domani mettiamo una selezione di quello che dicono.»</p>
<blockquote><p><strong>Ma da parte dei suoi superiori (Subranni, Mori, Obinu) c’era l’interesse di mettere le mani sul latitante mafioso Provenzano?</strong></p></blockquote>
<p>«Non l’ho vista in una mentalità subito omissiva. L’ho vista in una maniera strategica, nel senso <em>‘domani scriviamo le cose selezionate’</em>. Ma io non sapendo le scelte che avrebbero potuto fare e sapendo che mi trovavo in Sicilia, e che una Procura tante volte ha un indirizzo diverso dalle altre, dissi: <em>‘Mi dispiace, ma scrivo tutto’</em>. Anche perché non è una risultanza mia, investigativa. Ilardo me la dice oggi ed è convinto che tutto ciò che mi dice viene subito rappresentato. Il rapporto è diverso, non è frutto di una indagine, che posso scriverla oggi e integrarla domani. Quando c’è un collaboratore di giustizia è diverso. Ilardo aveva completa fiducia in me e non potevo tradire questa fiducia che aveva nelle Istituzioni. <strong>In quel momento Ilardo si affida alle Istituzioni</strong>. Non vede in me solo il colonnello dei carabinieri, ma vede lo Stato».</p>
<blockquote><p><strong>Ma lei notava un interesse da parte dei suoi superiori?</strong></p></blockquote>
<p>«In quell’istante non ho nessuna sensazione negativa. A <strong>Mori</strong> riferisco tutta l’attività che ho fatto con la Dia, gli consegno le copie delle relazioni che avevo mandato alla Dia. Perché, ovviamente, non poteva iniziare un’indagine senza sapere il passato. Era lui il responsabile e io l’investigatore di punta. Credevo di essere. L’ho reso edotto di tutto. E anche i primi contatti che riprendo con <strong>Ilardo in Sicilia</strong>, in attesa di entrare, perché non è che io entro subito nel Ros, passano un paio di mesi per formalizzare il mio ingresso. Però, già in quei mesi, faccio riferimento a loro. Tanto è vero che gli mando le relazioni della Sicilia. Quando vado a Catania e incontro Ilardo, anche se non sono organico, <strong>faccio la relazione a Mori</strong>. Non è che andavo in vacanza a Catania, a mangiare il gelato con Ilardo. Sono andato perché c’erano necessità investigative. <strong>In quel momento non ho nessun sospetto che loro non vogliano prendere Provenzano</strong>.</p>
<figure id="attachment_23002" aria-describedby="caption-attachment-23002" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2020/07/provenzano-evoluzione.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img decoding="async" class="wp-image-23002 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2020/07/provenzano-evoluzione-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2020/07/provenzano-evoluzione-300x169.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2020/07/provenzano-evoluzione-20x11.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2020/07/provenzano-evoluzione.jpg 512w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-23002" class="wp-caption-text">(L&#8217;evoluzione del mafioso Provenzano &#8211; ph linformazione.eu) (clicca per ingrandire)</figcaption></figure>
<p>Quando Ilardo mi fa comprendere, e arriviamo al <strong>31 di ottobre</strong> (1995, <em>nda</em>), che c’è <strong>la possibilità di arrestare Provenzano</strong> e io lo dico a <strong>Mori</strong>, già il fatto che quando la mattina gli telefono dicendo <em>‘Guardi, tra due giorni Ilardo si deve incontrare con Provenzano’</em>, Mori non mi dice <em>‘vieni immediatamente a Roma e parliamone’</em>. Già questo lo giudico male. <strong>Ero abituato con il generale Dalla Chiesa</strong>, anche se loro dicono di aver lavorato con il generale ma non ci hanno mai lavorato, al massimo pochi mesi. Io, insieme ad altri, ci ho lavorato sin dall’inizio e conosco la mentalità del generale. Parliamo di investigatori seri. Il generale Dalla Chiesa mi avrebbe detto <em>‘se non hai la macchina, rubane una e vieni subito a Roma e raccontami tutto’</em>. I tempi erano così stretti, per cui non si poteva parlare per telefono di cose così importanti che necessitano di decisioni tempestive».</p>
<blockquote><p><strong>E cosa accade?</strong></p></blockquote>
<p>«Vado subito a Roma e quando presento il fatto e dico <em>‘guardate, se voi non avete la possibilità di utilizzare i segnalatori’</em>, perché <strong>mi ero già attrezzato per prendere Provenzano</strong>. Già in passato, quando lavoravo al Ros ho arrestato dei trafficanti sotto copertura, nascondevo dentro al carico dei <strong>segnalatori</strong> che mi dava <strong>l’Ambasciata americana</strong>, in modo che ero ulteriormente tutelato per non perdere il carico. Perché può succedere di perdere un pedinamento e per una ulteriore garanzia ci mettevo un segnalatore dentro. Per cui <strong>Mori</strong> era a conoscenza di queste mie capacità di avere questi dispositivi elettronici, che erano semplici GPS. Allora erano più sofisticati, utilizzati dai piloti americani quando venivano abbattuti per segnalare la loro posizione.</p>
<p>Avevo preparato una cintura e con Ilardo avevamo anche fatto delle prove. E gli dico: <strong><em>‘quando ti trovi di fronte a Provenzano, per dare a noi la certezza, sposta il pulsante verso la fibbia’</em></strong>. Il segnale da intermittente diventava continuo. Per cui avendo la certezza che Ilardo era di fronte a Provenzano nel giro di pochi istanti, anche perché avevamo fatto tante prove ed eravamo abili ad utilizzare quegli strumenti, potevamo intervenire circondando il posto. Per arrestare il latitante».</p>
<blockquote><p><strong>E Mori cosa le comunica?</strong></p></blockquote>
<p>… &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p><em>Fine seconda parte/continua&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><u>Leggi anche:</u></strong></p>
<p><strong><u>Prima parte:</u> <a href="https://www.19luglio1992.com/lintervista-dietro-alle-bombe-e-alle-stragi-ci-sono-sempre-gli-stessi-ambienti/">«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»</a></strong></p>
<p><strong><a href="https://www.wordnews.it/stato-e-mafie-parla-ravida-ex-ufficiale-della-dia">Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Tratto da: <a href="https://www.wordnews.it/riccio-mi-ero-gia-attrezzato-per-prendere-bernardo-provenzano">www.wordnews.it</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/lintervista-riccio-mi-ero-gia-attrezzato-per-prendere-bernardo-provenzano/">L&#8217;intervista &#8211; Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Di Matteo: &#8221;Su lotta a mafia e corruzione un silenzio assordante della politica&#8221;</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/di-matteo-su-lotta-a-mafia-e-corruzione-un-silenzio-assordante-della-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Garavaglia Fragetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Apr 2018 20:43:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri documenti]]></category>
		<category><![CDATA[I mandanti occulti]]></category>
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		<category><![CDATA[Marcello Dell'Utri]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Travaglio]]></category>
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		<category><![CDATA[trattativa stato-mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Virginia Raggi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il magistrato ricorda la sentenza Dell’Utri al Campidoglio intervenendo al convegno con Travaglio e la Raggi di Aaron Pettinari &#8211;&#160;Foto&#160;e&#160;Video* &#8220;La lotta alla mafia dovrebbe&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/di-matteo-su-lotta-a-mafia-e-corruzione-un-silenzio-assordante-della-politica/">Di Matteo: &#8221;Su lotta a mafia e corruzione un silenzio assordante della politica&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/04/dimatteo-raggi-travaglio-roma-pp-c-jacopo-bonfili1.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-12067" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/04/dimatteo-raggi-travaglio-roma-pp-c-jacopo-bonfili1-300x137.jpg" alt="" width="300" height="137" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/04/dimatteo-raggi-travaglio-roma-pp-c-jacopo-bonfili1-300x137.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/04/dimatteo-raggi-travaglio-roma-pp-c-jacopo-bonfili1-20x9.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/04/dimatteo-raggi-travaglio-roma-pp-c-jacopo-bonfili1.jpg 610w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Il magistrato ricorda la sentenza Dell’Utri al Campidoglio intervenendo al convegno con Travaglio e la Raggi</strong><br />
<strong>di Aaron Pettinari &#8211;&nbsp;Foto&nbsp;e&nbsp;Video*</strong><br />
<em>&#8220;La lotta alla mafia dovrebbe essere il primo obiettivo di ogni governo e così finora non è stato. Un ulteriore segnale di preoccupazione è emerso dalla desolante assenza del tema dal tavolo della campagna elettorale con qualche eccezione, di tutto si è parlato e si continua a parlare, ma il silenzio sulle politiche antimafia in questi casi assume le caratteristiche del silenzio assordante&#8221;.</em>&nbsp;E’ con queste parole che il sostituto procuratore nazionale antimafia,&nbsp;<strong>Antonino Di Matteo</strong>&nbsp;è intervenuto nel corso del convegno&nbsp;<strong>&#8220;Mafia 2.0 &#8211; Azioni di contrasto da parte dello Stato&#8221;</strong>&nbsp;che si è tenuto nella Sala della Piccola Protomoteca in Campidoglio. Un evento organizzato dall’associazione “Themis &amp; Metis” in collaborazione con l’Aiga, l’Ordine degli Avvocati di Roma e la Presidenza dell’Assemblea Capitolina.&nbsp;<em>“Se tutti abbiamo ormai capito quanto mafia e corruzione siano segmenti di un sistema criminale integrato, ci dobbiamo porre un problema</em>&nbsp;&#8211; ha aggiunto ancora Di Matteo &#8211;&nbsp;<em>Oltre 50 mila detenuti affollano le nostre strutture carcerarie, solo un numero irrilevante, credo non superino una decina di unità, sta scontando una pena definitiva per reati di corruzione o per reati tipici del crimine dei colletti bianchi: dieci su 55mila. Immaginate le conseguenze dell&#8217;entrata in vigore della legge di riforma dell&#8217;ordinamento penitenziario recentemente approvata dal Governo che dà la possibilità di scontare in regime diverso da quello carcerario una pena fino a un massimo di 4 anni o gli ultimi 4 anni di una pena più alta</em>&nbsp;&#8211; ha proseguito -,&nbsp;<em>anche quei dieci soggetti che stanno espiando una pena per corruzione lascerebbero immediatamente il carcere. Se la situazione è questa dobbiamo avere il coraggio di dire che sostanzialmente il fenomeno della corruzione in Italia è impunito”.</em>&nbsp;Il magistrato, pm di punta dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, ha evidenziato come il rapporto tra mafia e potere sia da sempre una prerogativa delle criminalità organizzate e che lo stesso, da sempre, non può essere circoscritto ad un fenomeno prettamente meridionale.</p>
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<p class="sigProGalleriaTargetTitle">© Jacopo Bonfili</p>
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<p><strong>Le sentenze dimenticate</strong><br />
<em>“Ho sempre lavorato in Sicilia e mi indignavo e tuttora mi indigno quando viene relegata la questione mafiosa al solo territorio siciliano o al meridione. La questione mafiosa è una questione nazionale</em>&nbsp;&#8211; ha detto Di Matteo -.&nbsp;<em>Come si fa a pensare e sostenere che la questione mafiosa sia una questione locale quando abbiamo avuto delle conclusioni anche di sentenze passate in giudicato in ordine ai rapporti significativi del sette volte presidente del Consiglio Andreotti con le famiglie mafiose palermitane o all’intermediazione assicurata per almeno 20 anni dal senatore Dell’Utri e alla stipula dei patti a cui ha contribuito il senatore Dell’Utri tra l’allora imprenditore&nbsp;<strong>Silvio Berlusconi</strong>&nbsp;e i capi delle famiglie mafiose siciliane?</em>&nbsp;&#8211; ha detto Di Matteo &#8211;&nbsp;<em>Come si fa a relegare a questioni marginali questioni che hanno riguardato ad altissimo livello l’esercizio del potere non solo in Sicilia ma in tutto il Paese? Ecco perché il silenzio mi preoccupa”</em>.<br />
Di Matteo ha quindi evidenziato la necessità della&nbsp;<em>“primazìa della politica nella lotta alla mafia. Da cittadino che ha fatto una determinata esperienza nella lotta alla mafia io continuo a sognare una politica che sia in prima linea nella lotta alla mafia e non come avviene oggi nella migliore delle ipotesi solo al traino dell’azione repressiva della magistratura”.</em>&nbsp;La conseguenza, ha spiegato Di Matteo, è che&nbsp;<em>“la magistratura accerta le eventuali responsabilità penali e la sussistenza di reati ma naturalmente il principio della presunzione di innocenza riguarda le responsabilità penali. Ci sono dei comportamenti che ancor prima di essere descritti in una sentenza definitiva sono accertati e dovrebbero fare scattare delle responsabilità di tipo politico che invece nel nostro Paese troppe poche volte sono state azionate&#8221;.</em>Tra le conseguenze di questo<em>&nbsp;“atteggiamento della politica”</em>, Di Matteo ha citato anche il fatto che&nbsp;<em>“comunque nonostante quello che è stato accertato si è assistito alla santificazione di Andreotti e che nel 2008 il senatore Dell’Utri e il senatore Cuffaro sono stati ricandidati&#8221;.</em>&nbsp;E ricordando le parole della sentenza contro l’ex senatore di Forza Italia, condannato in via definitiva per Concorso esterno in associazione mafiosa, ha evidenziato come&nbsp;<em>“nonostante in una sentenza definitiva ci sia scritto che<strong>Silvio Berlusconi</strong></em>&nbsp;<em>ha mantenuto e rispettato almeno dal 1974 al 1992 quei patti stipulati con Cosa Nostra grazie all&#8217;intermediazione di Dell&#8217;Utri ancora oggi questa persona esercita un ruolo assolutamente importante e assume ruoli decisivi nella politica nazionale anche di stretta attualità</em>&nbsp;(tanto da essere ascoltato al Quirinale nelle consultazioni per la formazione del nuovo Governo,&nbsp;<em>ndr</em>)”.</p>
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<p><strong>Bontà codice etico</strong><br />
Nel suo intervento Di Matteo ha anche voluto tornare su quanto disse in riferimento al codice etico approvato in particolare dal Movimento cinque stelle. Una presa di posizione che fece discutere.&nbsp;<em>&#8220;In un convegno</em>&nbsp;&#8211; ha ricordato il magistrato &#8211;&nbsp;<em>intervenni per sottolineare il carattere positivamente innovativo del codice etico che il M5S aveva approvato. E&#8217; stata considerata come una apertura di credito nei confronti del M5S in quanto organismo politico. In realtà il dato è certamente molto più importante: l&#8217;approvazione di quel codice rappresentava finalmente un momento di separazione tra il concetto di responsabilità penale e il concetto di responsabilità politica. Quello era, e mi auguro che sia ancora, il fattore più apprezzabile di quel codice&#8221;</em>.</p>
<p><strong>Riforme</strong><br />
Il sostituto procuratore nazionale antimafia ha anche affrontato temi importanti come quello delle intercettazioni telefoniche, della riforma penitenziaria ribadendo la necessità di&nbsp;<em>“mantenere fermi certi strumenti giuridici”</em>&nbsp;rilanciando il contrasto contro la mafia e la corruzione anche prevedendo strumenti ulteriori come ad esempio l’utilizzo dell’agente provocatore&nbsp;<em>“già previsto dal nostro codice in materia di reati come il traffico di stupefacenti, traffico di armi o la pedopornografia”.</em>&nbsp;Inoltre ha chiesto che da parte delle istituzioni vi sia l’impegno a salvaguardare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura a cominciare dalla nomina dei membri laici del Csm:&nbsp;<em>“Io condivido la preoccupazione di Davigo quando sostenne il pericolo di una magistratura genuflessa rispetto al potere politico. Una magistratura che ha mutuato dalla peggiore politica gli odiosi sistemi di sparizione del potere con il sistema delle correnti con il rischio che si ragioni in criteri di opportunità politica anziché rispetto alla doverosità del nostro agire. Anche la politica dovrebbe combattere la burocratizzazione e la gerarchizzazione dell’attività giudiziaria perché la difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura è una lotta di libertà del popolo. Un esempio: la Costituzione prevede che nell’elezione dei membri laici del Csm la scelta vada fatta tra professori ed avvocati. Non sta scritto da nessuna parte che debbano essere membri di un partito politico. I parlamentari devono nominare personalità che si pongano il problema di tutelare l’autonomia e l’indipendenza del Csm, non di portarci dentro i desiderata dei loro referenti politici”</em>.&nbsp;</p>
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<p>Infine, a quasi 26 anni dalle commemorazioni delle stragi, Di Matteo ha anche auspicato che lo sforzo per la ricerca della verità su quel delicato periodo storico non sia solo<em>&nbsp;“sulle spalle di pochi magistrati o investigatori”</em>&nbsp;ma riparta proprio dalla politica e dalle considerazioni della Commissione Parlamentare antimafia in cui si afferma come&nbsp;<em>“probabile o concretamente possibile il dato di partecipazione di altri soggetti oltre Cosa nostra alla campagna stragista”</em>.<br />
All’incontro hanno anche partecipato il sindaco di Roma,&nbsp;<strong>Virginia Raggi</strong>, ed il giornalista e direttore de&nbsp;<em>Il Fatto Quotidiano</em>,&nbsp;<strong>Marco Travaglio</strong>. La prima ha voluto ribadire la bontà dell’operato della propria amministrazione:&nbsp;<em>“Cercare di fare le cose nel rispetto della legge implica dei tempi. E&#8217; intollerabile sentirsi dire &#8216;prima si stava meglio’”. “Si stava meglio cosa?”</em>&nbsp;ha incalzato la Raggi parlando di&nbsp;<em>&#8220;appalti truccati&#8221;</em>&nbsp;e del fatto che<em>&nbsp;&#8220;si facevano favori. Noi stiamo pagando i debiti di chi &#8216;faceva le cose meglio&#8217;. In apparenza era tutto bello poi qualcuno ha alzato il tappeto. E bisogna avere un po&#8217; di coraggio e onestà per farlo e a volte si resta soli. Ma si va avanti lo stesso. Noi lo stiamo facendo e andiamo avanti&#8221;</em>.<br />
Poi a prendere la parola è stato<strong>&nbsp;Marco Travaglio</strong>&nbsp;che con la solita chiarezza ha evidenziato le mille contraddizioni della politica che&nbsp;<em>“scientemente”</em>&nbsp;legifera seguendo criteri che alla fine non sono mai per la tutela di tutti ma di pochi.</p>
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<p><em>“Lo Stato è disorganizzato non perché non sa organizzarsi ma sceglie di non organizzarsi scientemente contro la criminalità</em>&nbsp;&#8211; ha detto il giornalista &#8211;&nbsp;<em>E ci sono norme da cialtroni. Leggi spot che in realtà presentano buchi enormi e che vanno incontro alle esigenze specifiche di qualcuno”.</em>&nbsp;Travaglio ha anche fatto degli esempi come la legge sul voto di scambio politico-mafioso (416 ter) che ha portato alla dissoluzione di interi processi come ad esempio il caso del deputato siciliano Antinoro<em>&nbsp;“condannato nei primi due gradi di giudizio e poi assolto dopo l’arrivo della nuova legge che prevede che si dimostri che vi sia il procacciamento di voti con le modalità mafiose”.</em>&nbsp;Poi ancora la normativa sull’Antiriciclaggio definito come un<em>&nbsp;“vero cabaret, laddove si prevede che questo non è punibile quando il denaro e le altre utilità vengono destinati al godimento personale”.</em>&nbsp;Ed infine la legge sulle intercettazioni telefoniche.&nbsp;<em>“In questo caso</em>&nbsp;&#8211; ha detto Travaglio &#8211;&nbsp;<em>è da anni che si pensa a come fermarle. All’inizio pensavano di toglierle dalle mani dei magistrati oggi invece si punta a toglierle dalla disponibilità dei giornalisti e quindi dei cittadini. Una legge assurda che rischia di togliere dagli occhi dei cittadini le informazioni indecenti sui potenti ma anche di privare i pm e gli avvocati di prove importantissime perché ci sarà un soggetto delle forze dell’ordine che arbitrariamente deciderà cosa è rilevante e cosa no”</em>.&nbsp;</p>
<p><a class="jcepopup jcemediabox-image" href="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/manifestazioni/2018/dimatteo-raggi-travaglio-roma-c-jacopo-bonfili.jpg" type="image/jpeg" data-mediabox="1" data-mediabox-title="© Jacopo Bonfili"><span class="jcemediabox-zoom-span"><img loading="lazy" decoding="async" class="" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/manifestazioni/2018/dimatteo-raggi-travaglio-roma-c-jacopo-bonfili.jpg" alt="dimatteo raggi travaglio roma c jacopo bonfili" width="444" height="163"></span></a></p>
<p><em>© Jacopo Bonfili</em></p>
<p>Travaglio ha anche evidenziato come sia bassissimo il numero di articoli di giornale che hanno pubblicato intercettazioni che non erano penalmente rilevanti a dimostrazione che<em>&nbsp;“non c’è alcuna gogna mediatica e per colpire questi reati ci sono già le leggi a tutela della privacy e il reato di diffamazione”.</em>&nbsp;L’auspicio finale è che da queste considerazioni un prossimo governo possa concretamente legiferare contro mafia e corruzione senza che il diritto di pochi sia anteposto a quello dei molti.</p>
<p><em><strong>* A breve verrà pubblicato il video integrale del convegno</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da: <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/69742-di-matteo-su-lotta-a-mafia-e-corruzione-un-silenzio-assordante-della-politica.html">Antimafiaduemila.com</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/di-matteo-su-lotta-a-mafia-e-corruzione-un-silenzio-assordante-della-politica/">Di Matteo: &#8221;Su lotta a mafia e corruzione un silenzio assordante della politica&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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		<title>“Berlusconi subvencionó a la mafia durante años”</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/berlusconi-subvenciono-la-mafia-anos/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pat&#38;Guido]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Feb 2018 13:27:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Artículos en español]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Nino Di Matteo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>por Daniel Verdú El fiscal antimafia Nino Di Matteo, que investiga las negociaciones del Estado italiano con la Cosa Nostra, lamenta la falta de compromiso&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/berlusconi-subvenciono-la-mafia-anos/">“Berlusconi subvencionó a la mafia durante años”</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div id="articulo-titulares" class="articulo-titulares">
<div class="articulo-subtitulos">
<figure id="attachment_10869" aria-describedby="caption-attachment-10869" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-10869 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/1519313372_480674_1519375335_noticia_fotograma-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/1519313372_480674_1519375335_noticia_fotograma-300x169.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/1519313372_480674_1519375335_noticia_fotograma-768x433.jpg 768w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/1519313372_480674_1519375335_noticia_fotograma-20x11.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/1519313372_480674_1519375335_noticia_fotograma.jpg 980w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-10869" class="wp-caption-text">El fiscal Nino di Matteo, en la oficina de la Fiscalía Antimafia de Roma. Foto por Antonello Nusca</figcaption></figure>
<p><em><span class="autor-nombre">por Daniel Verdú</span></em></p>
<p class="articulo-subtitulo"><strong><span style="color: #800000;">El fiscal antimafia Nino Di Matteo, que investiga las negociaciones del Estado italiano con la Cosa Nostra, lamenta la falta de compromiso de la política en la lucha contra el crimen organizado</span></strong></p>
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<div class="compartir__interior">
<div class="autor-texto">
<p> En el pasillo, un grupo de guardaespaldas pasa la tarde charlando. Detrás de la puerta blindada, en un despacho de la Fiscalía Antimafia de Roma al que se accede a través de un interfono, espera el magistrado más protegido de Italia. Nino di Matteo (Palermo, 1961), el fiscal que ha investigado los vínculos entre el Estado italiano y la <a href="https://elpais.com/tag/la_cosa_nostra/a">Cosa Nostra</a>, se encuentra bajo protección desde 1993. Pero en los últimos cinco años, desde que la policía interceptó unas conversaciones en la cárcel del capo de la Cosa Nostra Totò Riina, las medidas han llegado al máximo nivel. El <em>capo dei capi</em> quería verle muerto. Y tenía sus motivos.</p>
<p>Di Matteo es la llave maestra para descifrar una verdad parcial. Una verdad, como él dice, &#8220;negada&#8221; tantos años sobre lo que sucedió en los atentados contra los jueces Giovanni Falcone y Paolo Borsellino en 1992. Pero también sobre el vínculo real entre el crimen organizado italiano y la actual política en un país que encara las elecciones del 4 de marzo obviando un tema crucial.</p>
<p><strong>Pregunta.</strong> Parte del aumento de su seguridad se debe a las amenazas de <a href="https://elpais.com/internacional/2017/11/17/actualidad/1510901034_741628.html">Totò Riina</a>. ¿Qué sintió cuando murió?</p>
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<p><strong>Respuesta.</strong> Pensé que con él no solo moría el gran capo. Fue el punto de referencia de todas las organizaciones mafiosas que operaban dentro y fuera de Italia. En su mentalidad, encarnó la figura de un criminal de éxito que obtuvo resultados insólitos hasta la fecha. Pero también estableciendo relaciones criminales con altos niveles del poder en Italia. Y eso no debe olvidarse.</p>
<p><strong>P.</strong> ¿Hasta qué nivel?</p>
<p><strong>R.</strong> Hay dos sentencias definitivas. La <em>Andreotti</em> demostró que la mafia palermitana tuvo relaciones directas y significativas hasta los años 80 con una persona que fue siete veces presidente del Consejo de Ministros [Giulio Andreotti]. Y hay otra, desaparecida de la agenda política, como la del caso [Marcello] Dell&#8217;Utri, que demuestra que uno de los fundadores de Forza Italia mantuvo relaciones con exponentes de familias mafiosas de Palermo. Pero también que de 1974 a 1992 fue el intermediario de un acuerdo estipulado y respetado de una y otra parte, que tenía como protagonistas a familias históricas como la de Riina, y del otro lado a <a href="https://elpais.com/elpais/2018/02/07/opinion/1518012954_294517.html">Silvio Berlusconi</a>. A ese nivel Cosa Nostra desplegó su capacidad de cultivar relaciones con el poder.</p>
<p><strong>P.</strong> ¿Qué permite pensar que esas relaciones ya no existen?</p>
<p><strong>R.</strong> Cosa Nostra no renunciará nunca a cultivarlas. Están en su ADN. Su fuerza está en la capacidad de mantener esos vínculos. Por eso espero que la política entienda un día, finalmente, que para vencer a la mafia no es suficiente arrestar, procesar y condenar a los mafiosos. Hay que crear las condiciones para liquidar esas relaciones. Pero lamentablemente muchas señales que esperábamos no han llegado.</p>
<p><strong>P.</strong> Durante esta campaña prácticamente no se ha <a href="https://elpais.com/internacional/2018/02/16/actualidad/1518788168_625641.html">tocado el tema</a>.</p>
<p><strong>R.</strong> Es desolador constatar cómo se habla tan poco de mafia y corrupción. Se pretende hacer ver que no son el principal problema de nuestra democracia. Esperaba una atención mayor en los programas y en la dialéctica electoral. Me sorprende que se hable de economía, por ejemplo, y no se entienda que las mafias la adulteran y causan el empobrecimiento de todos los territorios donde tienen fuerza.</p>
<p><strong>P.</strong> ¿Dónde está la frontera entre mafia y corrupción?</p>
<p><strong>R.</strong> Es cada vez más sutil, forman parte de un sistema único. Ya no existe solo la mafia. Y <a href="https://elpais.com/internacional/2017/12/04/actualidad/1512408360_584407.html">la justicia</a> no consigue todavía golpearles del mismo modo. Hoy tenemos en las cárceles italianas más de 60.000 detenidos, pero los condenados por corrupción no llegan a 30. Y, justamente, esos son los delitos con los que consiguen controlar la administración pública. Hoy debería estar en la agenda política la lucha sin cuartel contra la mafia y la corrupción, pero desgraciadamente no es así.</p>
<p><strong>P.</strong> ¿Por qué?</p>
<p><strong>R.</strong> No entiendo si es porque se minusvalora o porque se acepta. En los primeros años noventa hubo un ministro del primer Gobierno Berlusconi [Pietro Lunardi] que dijo que había que aprender a convivir con ellas. Pero en nombre de todos nuestros colegas muertos y la gente que sigue combatiendo, no se puede aceptar nunca.</p>
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<p><strong>P.</strong> ¿Alguna vez ha sentido que se traicionaba la memoria de Falcone y Borsellino?</p>
<p><strong>R.</strong> Sí, su trabajo ha sido muchas veces traicionado. Con los hechos y con los políticos que cuando estaban vivos les acusaban de estar politizados, de comunistas, justicieros. Cuando murieron, hicieron ver que honraban su memoria, pero continuaron acosando a los jueces vivos que pretendían vigilar al poder. La traición a sus figuras y a su compromiso ha sido muy grave por parte de muchos políticos.</p>
<p><strong>P.</strong> ¿Qué sería la mafia sin la política?</p>
<p><strong>R.</strong> Le respondo con las palabras de Salvatore Cancemi, un colaborador de la justicia que pertenecía a la <em>Commissione</em> de la Cosa Nostra y que, para entendernos, fue uno de los que se sentó en la misma mesa con Riina y Provenzano para decidir dónde y cómo matar a Falcone y Borsellino. Después de un interrogatorio larguísimo me dijo: “Dottore, Totó Riina muchas veces me decía: &#8216;Sin la relación con la política, habríamos sido una banda de chacales [criminales comunes]. El Estado nos habría aplastado la cabeza fácilmente. Esa es nuestra fuerza y debemos seguir cultivándola&#8217;”. Nunca lo he olvidado.</p>
<p><strong>P.</strong> <a href="https://elpais.com/elpais/2018/02/04/opinion/1517761919_304932.html">Silvio Berlusconi</a> está en condiciones de seguir influyendo en este país. ¿Qué significa eso para Italia?</p>
<p><strong>R.</strong> Hay una sentencia definitiva que afirma que de 1974 a 1992 Berlusconi tuvo relaciones con la mafia siciliana. La subvencionó, les pagó dinero. Lo preocupante no eso solo que todavía cuente políticamente, sino que nadie hable de esas relaciones demostradas en sentencia definitiva. Incluso los periodistas lo ignoran. Más allá de las ideas políticas de cada uno, los hechos deberían ser siempre recordados.</p>
<p><strong>P.</strong> ¿Qué significaría su retorno a la primera línea?</p>
<p><strong>R.</strong> Cito un dato: sería el retorno al liderazgo del país de un sujeto que una sentencia definitiva ha reconocido que mantuvo relaciones con la Cosa Nostra durante al menos 20 años, hasta el momento en que Cosa Nostra hizo los atentados. Un sujeto que sufragó económicamente a la mafia en el periodo en que mató a decenas de personas de las instituciones. No es una opinión, es el dato de facto reconocido por el Tribunal Supremo.</p>
<p><strong>P.</strong> <a href="https://elpais.com/internacional/2017/12/05/mundo_global/1512496258_487563.html">La Cosa Nostra</a>, según sus investigaciones, ¿puede todavía extorsionar al Estado?</p>
<p><strong>R.</strong> De las investigaciones de los atentados de 1992 y 1993, emerge la probabilidad que junto a la Cosa Nostra hubiera gente de otros ambientes. Mandantes externos. Y hasta que no se descubra la verdad sobre estas personas, Cosa Nostra conservará siempre un arma peligrosísima como es la extorsión. Todavía hay hombres de Cosa Nostra que custodian secretos que implican a parte del poder italiano. Hasta que solo tengamos una verdad parcial sobre lo que pasó, será una verdad negada. Y no lo podemos aceptar.</p>
<p><strong>P.</strong> ¿Borsellino tenía razón cuando dijo que no sería la Cosa Nostra quien lo matase?</p>
<p><strong>R.</strong> Cosa Nostra participó. Pero en tantos delitos, incluido en el de Via d’ Amelio, otros instigaron a Cosa Nostra a llevar a cabo aquel atentado o participaron con los mafiosos ejecutándolo.</p>
<p><strong>P.</strong> ¿Cómo cree que ha evolucionado la aproximación del Vaticano a la mafia?</p>
<p><strong>R.</strong> Le respondo como magistrado, pero también como creyente católico. Durante décadas la Iglesia fue responsable de una gravísima aceptación del poder mafioso. A través del silencio, la desatención, la omisión. Pero en los últimos años, después del famoso discurso de Juan Pablo II, fue muy importante la toma de posición del papa Francisco afirmando que ser mafioso lleva a la excomunión. Y como católico, sueño una Iglesia todavía más valiente, que lleve el discurso a todos los niveles. No puede haber compatibilidad entre el Evangelio y la mafia.</p>
</div>
</div>
<p>fuente: <em><a href="https://elpais.com/internacional/2018/02/22/actualidad/1519313372_480674.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-slimstat="5">elpais.com/internacional</a></em><br />
23 de febrero de 2018<time class="articulo-actualizado" datetime="2018-02-23T11:01:19+01:00"></time></p>
<p><a href="https://www.19luglio1992.com/berlusconi-sovvenzionato-la-mafia-anni/">Enlace al artículo en italiano.</a></p>
<p>Artículos relacionados:</p>
<p><a href="https://www.19luglio1992.com/nino-di-matteo-se-despide-de-las-fiscalias-de-caltanissetta-y-palermo-durante-el-proceso-sobre-la-negociacion-entre-el-estado-italiano-y-la-mafia/">Nino Di Matteo se despide de las fiscalías de Caltanissetta y Palermo durante el proceso sobre la negociación entre el Estado italiano y la mafia</a></p>
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<div class="firma ">
<div class="autor"></div>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/berlusconi-subvenciono-la-mafia-anos/">“Berlusconi subvencionó a la mafia durante años”</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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		<title>Berlusconi, la &#8221;vittima&#8221; che pagava la mafia</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/berlusconi-la-vittima-pagava-la-mafia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Oppo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Feb 2018 13:12:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Processi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Aaron Pettinari L’accordo con Cosa nostra sancito nella sentenza Dell’Utri &#8220;Scrivono che io sono mafioso? Un&#8217;accusa di questo genere è un&#8217;infamia. Io sono al&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-10889 alignleft" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/031500929-37397741-70ac-4ab2-9a0a-8a256afebb73.jpg" alt="" width="273" height="273" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/031500929-37397741-70ac-4ab2-9a0a-8a256afebb73.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/031500929-37397741-70ac-4ab2-9a0a-8a256afebb73-150x150.jpg 150w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/031500929-37397741-70ac-4ab2-9a0a-8a256afebb73-20x20.jpg 20w" sizes="auto, (max-width: 273px) 100vw, 273px" />di Aaron Pettinari</em></p>
<p><em>L’accordo con Cosa nostra sancito nella sentenza Dell’Utri</em></p>
<p><em>&#8220;Scrivono che io sono mafioso? Un&#8217;accusa di questo genere è un&#8217;infamia. Io sono al contrario una vittima della mafia, lo siamo stati io, i miei figli e le mie aziende&#8221;.</em> Parola di <strong>Silvio Berlusconi</strong>.<br />
Pregiudicato, condannato in via definitiva a quattro anni per frode fiscale, il Caimano è tornato protagonista in questi ultimi mesi e sempre più al centro dell’ennesima campagna elettorale, si difende da chi non fa altro che ricordare nient’altro che i fatti.<br />
Dal palco di Milano, alla manifestazione di Forza Italia, punta anche il dito contro la stampa ed in particolare contro <em>Il Fatto Quotidiano</em>: <em>“Il Falso quotidiano, o il Fatto, come si chiama, mi accusa in questi giorni di aver pagato per tanti anni la mafia. Vi rendete conto che infamia buttarmi addosso un’accusa di questo genere? Io sono stato al contrario una vittima della mafia”.</em> E’ evidente l’irritazione dell’ex premier rispetto all’uscita <strong>“B come Basta”</strong>, il libro edito da <em>Paper First</em> in cui<strong> Marco Travaglio </strong>ripercorre la storia dell’ex cavaliere.<br />
<em>“Mi fa star male il Falso quotidiano</em> &#8211; ha aggiunto Berlusconi &#8211; <em>Adesso che ci sono le elezioni tira fuori questa storia e Travaglio ci fa anche un libro”.</em> Berlusconi ha poi sostenuto che tutte le accuse nei suoi confronti sono finite archiviate dalla magistratura e che in passato dovette anche “assumere una polizia privata” a sua tutela e dei figli.<br />
Ovviamente non ricorda che è riuscito sempre a cavarsela con prescrizioni, amnistie e leggi ad personam.<br />
E non ricorda neanche le sentenze definitive, come quella nei confronti del co-fondatore di Forza Italia, <strong>Marcello Dell’Utri</strong>, <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/49426-il-verdetto-della-cassazione-dellutri-colpevole.html"><strong>condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa</strong></a>.<br />
Nelle <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/50279-cassazione-dellutri-socialmente-pericoloso-rafforzo-cosa-nostra.html"><strong>motivazioni della sentenza</strong></a> è scritto che per diciotto anni, dal 1974 al 1992, l’ex senatore è stato il garante “decisivo” dell&#8217;accordo tra Berlusconi e Cosa nostra con un ruolo di <em>“rilievo per entrambe le parti: l’associazione mafiosa, che traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore Berlusconi, interessato a preservare la sua sfera di sicurezza personale ed economica”.</em> Inoltre<em> “la sistematicità nell&#8217;erogazione delle cospicue somme di denaro da <strong>Marcello Dell&#8217;Utri</strong> a Cinà</em> (<strong>Gaetano Cinà</strong>, boss mafioso, <em>ndr</em>) <em>sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all&#8217;accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra”</em>.<br />
La Cassazione ha poi evidenziato come <em>“il perdurante rapporto di Dell&#8217;Utri con l&#8217;associazione mafiosa anche nel periodo in cui lavorava per <strong>Filippo Rapisarda</strong></em> <em>e la sua costante proiezione verso gli interessi dell&#8217;amico imprenditore Berlusconi veniva logicamente desunto dai giudici territoriali anche dall&#8217;incontro, avvenuto nei primi mesi del 1980, a Parigi, tra l&#8217;imputato, Bontade e Teresi, incontro nel corso del quale Dell&#8217;Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi 20 miliardi di lire per l&#8217;acquisto di film per Canale 5”</em>.<br />
Inoltre i giudici della Suprema corte, più che di una polizia privata assunta per proteggere sé e la sua famiglia, parlano di un <em>“patto di protezione andato avanti senza interruzioni”.</em> E Dell’Utri era il garante per <em>“la continuità dei pagamenti di <strong>Silvio Berlusconi</strong> in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa, in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore”</em>.<br />
Parole scritte nero su bianco.</p>
<p><strong>Inchiesta aperta a Firenze sulle stragi</strong><br />
Berlusconi, sempre assieme a Dell’Utri, è anche indagato dalla Procura di Firenze con l’accusa di essere tra i <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/67578-stragi-93-berlusconi-e-dell-utri-indagati-a-firenze.html"><strong>possibili mandanti occulti delle stragi del 1993 a Firenze, Roma e Milano</strong></a>. Un addebito che gli è già stato rivolto due volte sia dai giudici toscani che da quelli della procura di Caltanissetta.<br />
Una riapertura dovuta del fascicolo dopo la trasmissione di atti, pervenuti da Palermo, con le intercettazioni dei colloqui in carcere del boss di Brancaccio<strong> Giuseppe Graviano</strong>, effettuate nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.<br />
<strong><a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/228-cosa-nostra/65876-boss-graviano-in-carcere-berlusca-mi-ha-chiesto-una-cortesia.html"><em>&#8220;Berlusca mi ha chiesto questa cortesia, per questo c&#8217;è stata l&#8217;urgenza”</em> diceva il capomafia durante l’ora di passeggio con il camorrista Umberto Adinolfi</a></strong>.<br />
Parole, quelle del capomafia stragista, che hanno portato anche a numerose polemiche con pareri discordanti tra i periti che hanno analizzato e trascritto i ventuno colloqui nell’ambito del processo trattativa Stato-mafia. <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/67435-processo-trattativa-berlusca-nelle-parole-di-giuseppe-graviano.html"><strong>Quelli nominati dalla Corte d’assise e quelli dell’accusa sono certi di sentire la parola “Berlusca” mentre il perito della difesa Dell’Utri ascolta “Bravissimo”</strong></a>. Il riferimento all’ex Premier compare in altri punti della conversazione ma sempre per il perito della difesa i dialoghi sarebbero incomprensibili mentre in altri punti le perizie non presentano differenze. Certo è che al processo solo 21 intercettazioni sono state depositate ma le registrazioni dei dialoghi del boss sono durate quattordici mesi e nelle carte non mancano gli omissis.</p>
<p><strong>Le parole di Riina</strong><br />
Anche il Capo dei capi, <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/254-focus/51044-dopo-andreotti-berlusconi-riina-a-ruota-libera.html"><strong>Totò Riina, durante il passeggio nel carcere di Milano con il boss pugliese Alberto Lorusso aveva parlato di Berlusconi</strong></a> il 22 agosto 2013: <em>“&#8230;si è ritrovato con queste cose là sotto, è venuto, ha mandato là sotto a uno, si è messo d’accordo, ha mandato i soldi a colpo, a colpo, ci siamo accordati con i soldi e a colpo li ho incassati’’.</em> Quanti? <em>“A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi”</em>.<br />
E sempre Riina aggiungeva: <em>“I catanesi dicono, ma vedi di&#8230; Non ha le Stande, gli ho detto, da noi qui ha pagato. Così, così li ho messi sotto, gli hanno dato fuoco alla Standa. Minchia, aveva tutte le Stande della Sicilia, tutte le Stande erano di lui. Gli ho detto: bruciagli la Standa. A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi, 250 milioni ogni sei mesi. Quello&#8230; è venuto il palermitano&#8230; mandò a lui, è sceso il palermitano ha parlato con uno&#8230; si è messo d’accordo&#8230; Dice vi mando i soldi con un altro palermitano. Ha preso un altro palermitano, c’era quello a Milano. Là c’era questo e gli dava i soldi ogni sei mesi a questo palermitano. Era amico di quello&#8230; il senatore</em> (ovvero Dell&#8217;Utri, <em>ndr</em>)”.<br />
Certo, le parole del boss corleonese, oggi deceduto, non hanno a che fare con la sentenza Dell’Utri ma sono agli atti del processo Stato-mafia che è alle sue battute conclusive. Per i pm del pool <strong>Di Matteo, Del Bene, Tartaglia</strong> e <strong>Teresi</strong> sono elementi utili per ricostruire il <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68718-stato-mafia-del-bene-dell-utri-nuovo-tramite-della-trattativa.html"><strong>ruolo di intermediario svolto da Dell’Utri nella seconda fase della trattativa</strong></a> per cui <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68752-processo-trattativa-chieste-le-condanne-per-gli-imputati.html"><strong>hanno chiesto la condanna a 12 anni di carcere</strong></a>. <em>“La Cassazione</em> &#8211; hanno detto i pm durante la requisitoria &#8211; <em>ci dice che tra Cosa nostra e Berlusconi e Dell’Utri il rapporto era paritario. Dell’Utri era un nuovo autorevole interlocutore del dialogo con Cosa nostra”.</em> Nella requisitoria è stato anche ricordato il ruolo avuto dallo “stalliere” <strong>Vittorio Mangano</strong>, il boss di Porta Nuova assunto da Berlusconi e Dell’Utri nel 1974 (<em>“La presenza di <strong>Vittorio Mangano</strong> ad Arcore mafioso del mandamento di Porta Nuova, per il tramite di Dell’Utri, rappresenta la convergenza di interessi tra Berlusconi e Cosa nostra”</em>). Quel Mangano, che Berlusconi e Dell’Utri hanno definito più volte come “un eroe” dopo la morte. Quello stesso Mangano che, a loro dire in un’intercettazione del 29 novembre 1986, <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/34478-le-affettuose-bombe-di-mangano-la-telefonata-tra-dellutri-berlusconi-e-confalonieri-del-1986.html"><strong>metteva “bombe affettuose”</strong></a>. Anche <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/68166-berlusconi-soldi-e-boss-mafiosi-negli-appunti-di-falcone.html"><strong>Giovanni Falcone aveva annotato in un appunto <em>“Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano”</em></strong></a><em>.</em> Non è dato sapere il perché Falcone aveva scritto quel riferimento sull&#8217;ex Presidente del Consiglio, allora imprenditore. Sicuramente, ad anni di distanza, sono numerosi gli interrogativi che restano senza risposta.</p>
<p><strong>Silvio Berlusconi</strong> è una semplice vittima o anche qualcos’altro? Certo è che in tanti anni non si è mai capito se l’allora imprenditore, poi per oltre vent’anni protagonista assoluto della politica del nostro Paese, pagasse soltanto un’estorsione colossale alla mafia o se fosse inserito in un’opera di riciclaggio. Le inchieste in questo senso sono state archiviate e il Tribunale presieduto da <strong>Leonardo Guarnotta </strong>scrisse in sentenza che <em>“la scarsa trasparenza o l’anomalia di molte delle operazioni finanziarie effettuate dalla Fininvest negli anni 1975-84 non hanno trovato smentite nelle conclusioni del consulente della difesa”.</em> Lo stesso Berlusconi avrebbe potuto fornire spiegazioni ma il 26 novembre del 2002, chiamato a deporre, si avvalse della facoltà di non rispondere. Resta dunque una certezza, sempre sancita dalla sentenza Dell’Utri. Berlusconi è stato un imprenditore <em>“mai sfiorato dal proposito di farsi difendere dai rimedi istituzionali”</em>, ma pronto a rifugiarsi <em>“sotto l’ombrello della protezione mafiosa, assumendo Mangano e non sottraendosi mai all’obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo della protezione”</em>.</p>
<p>In un Paese normale tutto questo verrebbe ricordato quotidianamente dagli organi di informazione ma certi argomenti diventano tabù nelle conferenze stampa, negli incontri pubblici e nelle varie ospitate televisive.<br />
E’ ormai noto che questo è il Paese delle mancate verità, della memoria corta, o peggio, di chi vuol far finta di niente. Come se nulla fosse accaduto. E’ accaduto più volte in questi anni e il “Patto del Nazareno” ci ricorda come le stesse Istituzioni hanno voluto colpevolmente dimenticare. La speranza è che gli italiani, a partire dal prossimo 4 marzo, non facciano altrettanto.</p>
<p>Da: <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/69216-berlusconi-la-vittima-che-pagava-la-mafia.html">www.antimafiaduemila.com</a></p>
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		<title>&#8221;Berlusconi ha sovvenzionato la mafia per anni&#8221;</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/berlusconi-sovvenzionato-la-mafia-anni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Oppo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Feb 2018 23:39:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Daniel Verdú Il PM antimafia Nino Di Matteo che indaga sulla trattativa Stato-mafia lamenta la mancanza di impegno della politica nella lotta contro il&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_10869-2" aria-describedby="caption-attachment-10869-2" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-10869 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/1519313372_480674_1519375335_noticia_fotograma-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/1519313372_480674_1519375335_noticia_fotograma-300x169.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/1519313372_480674_1519375335_noticia_fotograma-768x433.jpg 768w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/1519313372_480674_1519375335_noticia_fotograma-20x11.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/1519313372_480674_1519375335_noticia_fotograma.jpg 980w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-10869-2" class="wp-caption-text"><em>Il giudice Nino Di Matteo presso la DNA, a Roma &#8211; Foto © Antonello Nusca</em></figcaption></figure>
<p><em>di Daniel Verdú</em></p>
<p><span style="color: #800000;"><strong><em>Il PM antimafia Nino Di Matteo che indaga sulla trattativa Stato-mafia lamenta la mancanza di impegno della politica nella lotta contro il crimine organizzato.</em></strong></span></p>
<p>Nel corridoio, un gruppo di agenti della scorta trascorre il pomeriggio scambiando chiacchere. Dietro la porta blindata, in un ufficio della sede della Direzione Nazionale Antimafia a Roma al quale si accede mediante un interfono, attende il magistrato più protetto d’Italia: <strong>Nino Di Matteo</strong> (Palermo, classe 1961), il PM che ha indagato sui rapporti tra lo Stato italiano e Cosa Nostra e che vive sotto scorta dal 1993. Tuttavia, negli ultimi cinque anni, ovvero da quando la polizia ha intercettato alcune conversazioni in carcere del capo di Cosa Nostra <strong>Totò Riina</strong>, le misure di sicurezza adottate nei suoi confronti sono state portate al massimo livello. Il “capo dei capi” voleva vederlo morto. E ne aveva ottimi motivi.</p>
<p>Di Matteo è la chiave di volta per decifrare una verità parziale. Una verità, come egli stesso dice, “negata” da tanti anni su ciò che è successo negli attentati contro i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel 1992. Ma anche sul legame vero tra la criminalità organizzata italiana e l’attuale classe politica, in un paese che si prepara alla tornata elettorale del 4 marzo trascurando una questione fondamentale.</p>
<p><em><strong>D. L’aumento del livello della sua sicurezza è dovuto in parte alle minacce di Totò Riina. Cosa ha provato quando è scomparso?</strong></em><br />
R. Ho pensato che con lui non moriva soltanto il grande capo. È stato il punto di riferimento di tutte le organizzazioni mafiose che operavano in Italia e all’estero. Nella loro mente, ha incarnato la figura di un criminale di successo che ha ottenuto risultati inconsueti fino ad oggi. Ma che ha anche stabilito rapporti criminali con alte sfere del potere in Italia. E questo non va dimenticato.</p>
<p><em><strong>D: Fino a che livello?</strong></em><br />
R: Ci sono due sentenze definitive. La sentenza Andreotti ha dimostrato che la mafia palermitana ha avuto rapporti diretti e significativi fino agli anni ’80 con una persona che è stata 7 volte presidente del Consiglio di Ministri (<strong>Giulio Andreotti</strong>). E ce n’è un’altra, scomparsa dall’agenda politica: è quella su (<strong>Marcello</strong>) <strong>Dell’Utri</strong>, che dimostra che uno dei fondatori di Forza Italia ha intrattenuto rapporti con esponenti di famiglie mafiose di Palermo. Ma pure che dal 1974 al 1992 è stato il mediatore di un accordo stipulato e rispettato dall’una e dall’altra parte, i cui protagonisti erano famiglie storiche come quella dei Riina e dall’altra parte Silvio Berlusconi. Fino a quel livello Cosa Nostra ha dato prova della sua capacità di coltivare rapporti con il potere.</p>
<p><em><strong>D. Cosa ci può far pensare che quei rapporti non esistano più?</strong></em><br />
R: Cosa Nostra non rinuncerà mai a coltivarli. Sono nel suo DNA. La sua forza è nella capacità di mantenere quei rapporti. Ecco perché mi auguro che la politica un giorno capisca finalmente che per vincere la mafia non basta arrestare, processare e condannare i mafiosi. Bisogna creare le condizioni per recidere questi rapporti. Ma, purtroppo, molti segnali che ci aspettavamo non sono arrivati.</p>
<p><em><strong>D. Durante questa campagna elettorale questo argomento non è stato quasi mai trattato.</strong></em><br />
R: È desolante constatare quanto poco si parli di mafia e corruzione. Si cerca di far vedere che non sono il principale problema della nostra democrazia. Mi aspettavo una maggiore attenzione in televisione e nella dialettica elettorale. Mi stupisce che si parli di economia, ad esempio, e non si capisca che le mafie la condizionano e provocano l’impoverimento di tutti quei territori in cui sono potenti.</p>
<p><em><strong>D. Dov’è il confine tra mafia e corruzione?</strong></em><br />
R: È sempre più sottile, fanno parte di un unico sistema. Non esiste più soltanto la mafia. E la giustizia non riesce ancora a colpirle allo stesso modo. Oggi abbiamo nelle carceri italiane oltre 60.000 detenuti, ma i condannati per corruzione non arrivano a 30. E, giustamente, questi sono i reati attraverso cui riescono a controllare la pubblica amministrazione. Oggi dovrebbe figurare nell’agenda politica lo scontro aperto contro la mafia e la corruzione, ma purtroppo non è così.</p>
<p><em><strong>D. Perché?</strong></em><br />
R. Non capisco se sia perché si sottovaluta o perché si accetta. Nei primi anni ’90, c’è stato un ministro del primo governo Berlusconi (<strong>Pietro Lunardi</strong>) che ha detto che bisognava imparare a convivere con le mafie. Ma a nome di tutti i nostri colleghi caduti e di coloro che continuano a combattere, non si può accettare mai.</p>
<figure id="attachment_10868-2" aria-describedby="caption-attachment-10868-2" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-10868 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/1519313372_480674_1519327019_sumario_normal_recorte1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/1519313372_480674_1519327019_sumario_normal_recorte1-300x200.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/1519313372_480674_1519327019_sumario_normal_recorte1-20x13.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/1519313372_480674_1519327019_sumario_normal_recorte1-272x182.jpg 272w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/1519313372_480674_1519327019_sumario_normal_recorte1.jpg 720w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-10868-2" class="wp-caption-text"><em>Nino Di Matteo durante l&#8217;intervista &#8211; Foto © Antonello Nusca </em></figcaption></figure>
<p><em><strong>D. Ha mai avuto la sensazione che la memoria di Falcone e Borsellino venisse tradita?</strong></em><br />
R. Sì, il loro lavoro è stato più volte tradito. Con i fatti e con i politici, che mentre loro erano ancora in vita li accusavano di essere politicizzati, comunisti, giustizieri. Quando poi sono morti, hanno fatto vedere che onoravano la loro memoria, ma hanno continuato ad assillare quei giudici vivi che cercavano di vigilare sul potere. Il tradimento alle loro figure e al loro impegno è stato molto grave da parte di molti politici.</p>
<p><em><strong>D. Cosa sarebbe la mafia senza la politica?</strong></em><br />
R: Le rispondo con le parole di <strong>Salvatore Cancemi</strong>, un collaboratore di giustizia che faceva parte della Commissione di Cosa Nostra e che, per capirci, è stato uno di coloro che si è seduto allo stesso tavolo insieme a <strong>Riina</strong> e <strong>Provenzano</strong> per decidere dove e come uccidere <strong>Falcone</strong> e <strong>Borsellino</strong>. Dopo un lunghissimo interrogatorio mi ha detto: “Dottore, <strong>Totò Riina</strong> mi ripeteva: ‘Senza i rapporti con la politica, saremmo stati una banda di sciacalli (criminali comuni). Lo Stato ci avrebbe schiacciato la testa con facilità. Quella è la nostra forza e dobbiamo continuare a coltivarla.’” Non l’ho mai dimenticato.</p>
<p><em><strong>D. Silvio Berlusconi è in condizioni di influenzare ancora questo paese. Cosa significa questo per l’Italia?</strong></em><br />
R. C’è una sentenza definitiva che afferma che dal 1974 al 1992 Berlusconi ha intrattenuto rapporti con la mafia siciliana. L’ha finanziata, ha dato loro dei soldi. Ciò che preoccupa non è soltanto il fatto che ancora conti qualcosa a livello politico, bensì che nessuno parli di questi rapporti dimostrati con sentenza definitiva. Perfino i giornalisti lo ignorano. Al di là delle idee politiche di ognuno, i fatti dovrebbero essere sempre ricordati.</p>
<p><em><strong>D. Cosa significherebbe il suo ritorno in prima linea?</strong></em><br />
R. Cito un dato: rappresenterebbe il ritorno alla guida del paese di un soggetto che, come si legge in una sentenza definitiva, ha intrattenuto rapporti con Cosa Nostra per almeno 20 anni, fino al momento in cui Cosa Nostra ha commesso gli attentati. Un soggetto che ha sostenuto economicamente la mafia nel periodo in cui ha ucciso decine di persone delle istituzioni. Non è un’opinione, è un dato <em>de facto</em> riconosciuto dalla Corte Suprema di Cassazione.</p>
<p><em><strong>D. In base alle sue indagini, Cosa Nostra può ancora ricattare lo Stato? </strong></em><br />
R. Dalle indagini sugli attentati del 1992 e 1993 emerge la probabilità che insieme a Cosa Nostra ci fossero persone di altri ambienti. Mandanti esterni. E finché non si scoprirà la verità su queste persone, Cosa Nostra avrà sempre in mano un’arma molto pericolosa come quella del ricatto. Ci sono ancora uomini di Cosa Nostra che custodiscono segreti che coinvolgono una parte del potere italiano. Fin quando sapremo soltanto una verità parziale sui fatti accaduti, sarà una verità negata. E non possiamo accettarlo.</p>
<p><em><strong>D. Borsellino aveva ragione quando ha detto che non sarebbe stata Cosa Nostra ad ucciderlo?</strong></em><br />
R. Cosa Nostra ha partecipato. Ma in molti delitti, compreso quello di Via D’Amelio, altri hanno istigato Cosa Nostra a fare quell’attentato o hanno partecipato insieme ai mafiosi nell’esecuzione.</p>
<p><em><strong>D. Secondo Lei, qual è stata l’evoluzione nell’avvicinamento del Vaticano alla mafia?</strong></em><br />
R. Le rispondo come magistrato, ma anche come credente cattolico. Per decenni la Chiesa è stata responsabile di una gravissima accettazione del potere mafioso, con il silenzio, la disattenzione, l’omissione. Ma negli ultimi anni, dopo il famoso discorso di papa <strong>Giovanni Paolo II</strong>, è stata molto importante la presa di posizione di <strong>papa Francesco</strong> quando ha affermato che l’essere mafioso porta alla scomunica. E come cattolico, sogno una Chiesa ancora più coraggiosa, che porti questo discorso a tutti i livelli. Non ci può essere compatibilità tra il Vangelo e la mafia.</p>
<p>da: <em><a href="https://elpais.com/internacional/2018/02/22/actualidad/1519313372_480674.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">elpais.com/internacional</a></em><br />
23 febbraio 2018</p>
<p>versione italiana a cura della redazione 19luglio1992.com</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/berlusconi-sovvenzionato-la-mafia-anni/">&#8221;Berlusconi ha sovvenzionato la mafia per anni&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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		<title>Stato-mafia, la difesa di Brusca: &#8221;Ha raccontato fatti&#8221;</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/mafia-la-difesa-brusca-raccontato-fatti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Oppo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Feb 2018 23:24:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Processi]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Brusca]]></category>
		<category><![CDATA[mangano]]></category>
		<category><![CDATA[processo trattativa]]></category>
		<category><![CDATA[riina]]></category>
		<category><![CDATA[trattativa stato-mafia]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/mafia-la-difesa-brusca-raccontato-fatti/">Stato-mafia, la difesa di Brusca: &#8221;Ha raccontato fatti&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-10833 alignleft" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/brusca-giovanni-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/brusca-giovanni-300x201.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/brusca-giovanni-20x13.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/brusca-giovanni-272x182.jpg 272w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2018/02/brusca-giovanni.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />di Aaron Pettinari</em></p>
<p>“<em>Riteniamo che il nostro assistito, <strong>Giovanni Brusca</strong>, abbia assolto fedelmente il compito del collaboratore di giustizia raccontando fatti veri e realmente accaduti pertanto, in virtù del contributo offerto, chiediamo sia applicata l&#8217;attenuante speciale prevista per i collaboratori di giustizia e la prescrizione per le accuse contestate a Brusca</em>”. E’ con queste parole che gli avvocati Fiermonti e Provenzano, legali di <strong>Giovanni Brusca</strong>, <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68752-processo-trattativa-chieste-le-condanne-per-gli-imputati.html" target="_self"><strong>si sono associati alle richieste dei pm al processo trattativa Stato-mafia</strong></a>.  Durante la loro arringa sono stati ricostruiti i vari passaggi delle dichiarazioni del loro assistito, “<em>mai messe in discussione nei vari procedimenti</em>”.</p>
<p>I due legali hanno ricostruito velocemente i fatti intercorsi tra il 1992 ed il 1994, dalla morte di <strong>Salvo Lima</strong> al fallito attentato al collaboratore di giustizia Contorno, per poi analizzare i fatti inseriti nel capo di imputazione. Brusca, infatti, assieme a Bagarella, avrebbe minacciato il Governo di <strong>Silvio Berlusconi</strong>, per il tramite di <strong>Marcello Dell’Utri</strong> e <strong>Vittorio Mangano</strong>, chiedendo interventi di varia natura, favorevoli a Cosa nostra, in materia di contrasto alla criminalità organizzata, il trattamento penitenziario e lo stato di detenzione.</p>
<p>Le parole riferite da Brusca vengono nuovamente passate in rassegna a cominciare dalle modalità con cui <a href="http://www.antimafiaduemila.com/rubriche/giorgio-bongiovanni/46714-giovanni-brusca-mangano-dellutri-e-berlusconi-e-la-sinistra-che-sapeva.html" target="_self"><strong>fu presa la decisione di puntare su Mangano per contattare Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi e portare avanti le richieste</strong></a>. “<em>Brusca conosceva Mangano che non era solo un chiacchierone che stava nei salotti, ma un killer </em>&#8211; ha ricordato Fiermonti &#8211;<em> Dopo che si era consegnato Cancemi c’è Mangano al vertice del mandamento di Porta Nuova. Lui lo propone perché il padre gli aveva parlato bene di lui e al tempo i referenti erano totalmente spariti. Sicilia Libera era un progetto di carattere provinciale ed interregionale ma non c’erano contatti con politici alti, quindi si era alla ricerca di altri contatti</em>”.<br />
Ancora una volta è stato ricordato che i primi a parlare di trattativa non fu Brusca ma gli ufficiali dei carabinieri Mori e De Donno, al processo di Firenze sulle stragi del 1993.</p>
<p>Così <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/68713-trattativa-del-bene-dell-utri-autorevole-interlocutore-del-dialogo-con-cosa-nostra.html" target="_self"><strong>come aveva fatto il pm Francesco Del Bene durante la requisitoria</strong></a> Fiermonti ha parlato degli incontri tra Brusca e Mangano ed il compito che era stato dato a quest’ultimo, proprio di contattare Belrusconi. “<em>Un riscontro viene dalle dichiarazioni in carcere di <strong>Totò Riina</strong> </em>&#8211; hanno ribadito entrambi i legali &#8211;<em> Riina non va considerato quando dice al Procuratore Lari che lui con la trattativa non ha nulla a che fare, ma va preso in considerazione quando parla spontaneamente senza sapere di essere intercettato</em>&#8220;. In particolare c’è l’intercettazione in carcere tra lui ed il boss pugliese <strong>Alberto Lorusso</strong> in cui il Capo dei capi faceva riferimento a<strong> Silvio Berlusconi</strong>: “<em>Però in qualche modo mi cercava </em>&#8211; diceva il boss &#8211;<em> poi mi ha mandato a questo per incontrarmi e mi cercava… perché l’ho messo sotto per il fatto di Palermo… fatto cadere le antenne…</em>”. E poi ancora continuava: “<em>Ci siamo arrangiati gli abbiamo fatto questo ammonimento e non l’ho cercato più (…). Poi scimuniti di mio cognato e Brusca ci sono andati a parlare… non lo ha capito Bagarella che era inaffidabile?</em>”. E poi ancora: “<em>Mio cognato cercava Dell’Utri, ma che di dovevano dire a Dell’Utri? Ma noi altri abbiamo bisogno di <strong>Giovanni Brusca</strong> per cercare Dell’Utri? Questo Dell’Utri è una persona seria… Che c’è bisogno di Dell’Utri per farsi presentare lo stalliere?</em>”.<br />
“<em>Cosa voleva dire Riina? </em>&#8211; si è chiesto Fiermonti in aula rivolgendosi alla Corte &#8211;<em> Che forse aveva una strada sua? Che forse c’era una strada diversa? E come faceva dal carcere Riina a sapere questa circostanza? Non aspetta a noi indagare ma c’è questa circostanza che dimostra come il contatto vi fu</em>”.<br />
Per i legali, inoltre, conferme vi sarebbero anche nelle dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia che non smentiscono il loro assistito. “<em>Una cosa è smentire </em>&#8211; ha detto Fiermonti &#8211;<em> ed una non conoscere i fatti. Molti di questi pentiti non è automatico che fossero messi a conoscenza di certi fatti</em>”.</p>
<p>Da: <a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/69166-stato-mafia-la-difesa-di-brusca-ha-raccontato-fatti.html">www.antimafiaduemila.com</a><br />
22 febbraio 2018</p>
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		<title>E&#8217; rimorto Falcone</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/e-rimorto-falcone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Garavaglia Fragetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Dec 2017 14:59:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri documenti]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Marco Travaglio Scusate se non parliamo di Babbo Natale e delle sue renne, del presepe, della stella cometa, dei re magi e dell’albero (nemmeno&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/giornalisti/2017/travaglio-lucca2012-c-castolo-giannini.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/giornalisti/2017/travaglio-lucca2012-c-castolo-giannini.jpg" alt="" width="299" height="150" /></a>di Marco Travaglio</strong><br />
Scusate se non parliamo di Babbo Natale e delle sue renne, del presepe, della stella cometa, dei re magi e dell’albero (nemmeno dell’ormai celeberrimo Spelacchio romano). Anche oggi, visto che non lo fa nessun altro, ci tocca rimestare nell’ultima schifezza italiana: quello che i fini dicitori chiamano “<em>caso Dell’Utri</em>”. Un caso che non esiste, visto che l’inventore di Forza Italia è stato condannato definitivamente a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e dovrebbe starsene in carcere fino all’estate del 2021. Ma che, siccome in Italia non c’è nulla di più provvisorio delle condanne definitive dei potenti, è stato riaperto da politici, giornaloni, avvocati e magistrati su più fronti: Dell’Utri deve tornare a casa perché è malato (istanza respinta perché la scarcerazione, specie di un mafioso, può avvenire solo quando le sue condizioni di salute sono incompatibili col carcere, e non è il suo caso, visto che può essere tranquillamente curato nelle strutture sanitarie interne o convenzionate al penitenziario di Rebibbia) o, in subordine, merita la grazia (che però non ha neppure chiesto); Dell’Utri deve tornare a casa perché ha chiesto la revisione del suo processo dopo che la Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo (Cedu) ha dichiarato ineseguibile la pena per <strong>Bruno Contrada</strong>, condannato per il suo stesso delitto (istanza condivisa dal Pg di Caltanissetta, su cui deciderà la Corte d’appello).<br />
Qualcuno si domanderà: perché questo scatenamento proprio adesso, quando il pregiudicato ha scontato appena metà della pena? Noi un’idea ce l’avremmo. Tutto comincia il 9 giugno, quando la Procura di Palermo deposita al processo sulla trattativa Stato-mafia 5 mila pagine di conversazioni intercettate in carcere fra il boss di Brancaccio <strong>Giuseppe Graviano</strong>, mandante delle stragi di via D’Amelio del ’92 e di Firenze, Roma e Milano del ’93, e il suo compagno di “<em>socialità</em>”, il camorrista <strong>Umberto Adinolfi</strong>. Le stesse carte vengono trasmesse alle Procure di Caltanissetta e Firenze che indagano sulle stragi. In quei dialoghi, intercettati fra febbraio 2016 e aprile 2017, Graviano sembra confermare le frasi che il suo killer ora pentito, <strong>Gaspare Spatuzza</strong>, disse di avergli sentito pronunciare ai primi del ’94: e cioè che la strategia stragista era funzionale a B. e Dell’Utri che “<em>ci stanno mettendo l’Italia nelle mani</em>”. “<em>Berlusca &#8211; </em>confida Graviano ad Adinolfi<em> &#8211; mi ha chiesto questa cortesia… per questo è stata l’urgenza… Nel ’92 già voleva scendere… voleva tutto, ed era disturbato… Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi, lui mi ha detto: ci vorrebbe una bella cosa</em>”.<br />
E ancora: “<em>Avevamo acchiappatu un Paisi di chistu ‘ni manu… 25 anni fa, mi sono seduto con te, giusto è?… Traditore… pezzo di crasto che non sei altro, ma vagli a dire com’è che sei al governo, che hai fatto cose vergognose, ingiuste… Ti ho portato benessere. Poi mi è successa una disgrazia, mi arrestano, tu cominci a pugnalarmi. Per cosa? Per i soldi, perché tu ti rimangono i soldi… dice, non lo faccio uscire più e sa che io non parlo perché sa il mio carattere e sa le mie capacità… Tu lo sai che mi sono fatto 24 anni, ho la famiglia distrutta… Alle buttane glieli dà i soldi ogni mese. Io ti ho aspettato fino adesso… e tu mi stai facendo morire in galera senza che io abbia fatto niente…</em>”. Parole che hanno indotto i pm e il gip di Firenze a riaprire le indagini archiviate su B. e Dell’Utri per concorso nelle stragi del ’93. Parole che devono avere spaventato molti ambienti politici e istituzionali, tantopiù che Graviano affidava all’amico &#8211; in procinto di uscire dal carcere &#8211; un messaggio (ricattatorio) da trasmettere a un intermediario verso il mondo berlusconiano. E che, dopo aver ricevuto da Palermo un avviso di garanzia per minaccia a corpo politico dello Stato, il boss discuteva (già sapendo di essere ascoltato) con Adinolfi sull’opportunità o meno di dire ciò che sa ai magistrati. Una prospettiva terrificante per chi ha qualcosa da nascondere sulle stragi e le trattative.<br />
Intanto, a Palermo, è iniziata la requisitoria al processo Trattativa e i pm hanno ricordato ciò che fin dal ’96 raccontò il pentito <strong>Salvatore Cancemi</strong>, unico boss membro della Cupola a collaborare: dopo Capaci, a metà giugno ’92, Riina riunì i capi in casa Guddo per comunicare l’urgenza di eliminare, dopo Falcone, anche Borsellino. E stroncò le perplessità di alcuni per i tempi ravvicinati della nuova strage con parole definitive: “<em>Lo dobbiamo fare presto, la responsabilità è mia, ora e in futuro bisogna appoggiare Berlusconi e Dell’Utri, sarà un bene per tutta Cosa Nostra</em>”.<br />
Ora, quando si dice la combinazione, proprio mentre i fantasmi del passato più buio tornano a turbare i sonni del Caimano di nuovo al centro della scena politica, ecco una circolare del ministero della Giustizia che allenta vieppiù il 41-bis; ed ecco la campagna a più voci e a più teste per liberare Dell’Utri. Una manovra a tenaglia che fa sospettare un bel messaggio ai boss detenuti al carcere duro e al compare di B.: tranquilli e zitti, stiamo lavorando per voi.<br />
Non solo: se la sentenza Cedu su Contrada, fondata su un grossolano errore, rischia di falcidiare tutte le altre condanne per concorso esterno degli ultimi 40 anni, la responsabilità è anche del governo Renzi. Che ha alzato loro la palla per far condannare l’Italia il 14.4.2016 per aver osato punire l’ex numero 3 del Sisde complice di Cosa Nostra. L’ha scritto nero su bianco la Cassazione nella sentenza “Infinito” sulla mafia in Lombardia. I rappresentanti del governo italiano avrebbero dovuto ricordare un dato banale: il concorso esterno in associazione mafiosa esiste da quando esiste l’associazione mafiosa (cioè dalla legge Rognoni-La Torre del 1982, mentre per altri reati, come il brigantaggio, fu applicato dalla Cassazione siciliana già a fine ’800), essendo nient’altro che il combinato disposto fra la norma incriminatrice (l’art. 416 bis del Codice penale sull’associazione mafiosa) e l’art. 110 (il concorso, cioè la complicità in un qualsiasi reato). E se il concorso esterno fu applicato ai complici della mafia solo nel 1987 da <strong>Giovanni Falcone</strong> nel processo maxi-ter, è perché prima nessun giudice aveva osato toccare i rapporti mafia-politica. Invece i “<em>giuristi</em>” del nostro ministero degli Esteri (guidato da <strong>Angelino Alfano</strong>) concordarono e sottoscrissero con i difensori di Contrada una “<em>premessa</em>” che spacciava il concorso esterno per una costruzione di “<em>origine giurisprudenziale</em>”, non normativa e dunque non prevedibile dai cittadini. Spalancando la strada alla bizzarra tesi difensiva che lo riteneva non punibile fino al 1994, quando fu definitivamente tipizzato dalla Cassazione a sezioni unite. Così, con un autogol (o, per dirla con la Cassazione, con una “<em>affermazione giuridicamente inesatta</em>”), il governo Renzi ha fatto condannare l’Italia a risarcire i danni a Contrada per aver violato il principio di irretroattività della legge penale: cioè per averlo punito per un reato che lui non poteva prevedere. Una sciocchezza sesquipedale: Contrada, quando faceva fuggire i boss avvertendoli dei blitz della Squadra Mobile da lui guidata, sapeva benissimo che stava commettendo reati: ammesso e non concesso che non prevedesse il concorso esterno (peraltro già esistente nel Codice), metteva almeno in conto di rischiare il favoreggiamento o l’associazione mafiosa tout court.<br />
Ma siamo poi sicuri che l’autogol del governo sia stato involontario? Noi no, visto l’uso che si fa della sentenza Contrada per mandare a casa Dell’Utri con tante scuse. Come se anche Dell’Utri non sapesse, nei 30 anni in cui fece da “<em>mediatore fra Cosa nostra e l’imprenditore <strong>Silvio Berlusconi</strong></em>” (sentenza della Cassazione), che rischiava di finire in galera per concorso esterno o interno in mafia, o per favoreggiamento mafioso, o per concorso in estorsione mafiosa. Di questo passo, prima o poi toccherà scusarsi pure con gli eredi di <strong>Vito Ciancimino</strong> e dei cugini Salvo. E condannare gli eredi di <strong>Giovanni Falcone</strong>, che per primo applicò il concorso esterno anche alla mafia. Il tutto per assicurare la tenuta stagna dei tanti mafiosi, esterni o interni, che restando dentro un altro po’ potrebbero cedere e parlare. Indovinate di chi.</p>
<p><strong>Foto <span class="st">©</span> Castolo Giannini</strong></p>
<p><strong>Tratto da</strong>: <em><a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Il Fatto Quotidiano</a></em></p>
<p>da: <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/opinioni/236-societa/68355-e-rimorto-falcone.html">AntimafiaDuemila.com</a></p>
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		<title>“Così Mori e Dell’Utri trattarono con la mafia”</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/cosi-mori-dellutri-trattarono-la-mafia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Garavaglia Fragetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Dec 2017 11:11:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[I mandanti occulti]]></category>
		<category><![CDATA[In Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Ciancimino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Marco Lillo Nel deserto dell’aula bunker di Palermo e nel quasi disinteresse della stampa nazionale e delle tv, un gruppo di magistrati sta tentando&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/cosi-mori-dellutri-trattarono-la-mafia/">“Così Mori e Dell’Utri trattarono con la mafia”</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/ED-img12170988-990x648.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-10083 alignleft" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/ED-img12170988-990x648-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/ED-img12170988-990x648-300x196.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/ED-img12170988-990x648-768x503.jpg 768w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/ED-img12170988-990x648-20x13.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/ED-img12170988-990x648.jpg 990w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>di Marco Lillo</p>
<p>Nel deserto dell’aula bunker di <strong>Palermo</strong> e nel quasi <strong>disinteresse</strong> della stampa nazionale e delle tv, un gruppo di magistrati sta tentando di ricostruire un tornante fondamentale della<strong> storia d’Italia</strong> della fine del secolo scorso. Il pm <strong>Antonino Di Matteo</strong>, che si alterna con i colleghi <strong>Vittorio Teresi</strong>, <strong>Francesco Del Bene</strong> e <strong>Roberto Tartaglia</strong>, continuerà a esporre la <strong>requisitoria</strong> nell’aula bunker dell’Ucciardone per il processo sulla cosiddetta <strong>trattativa Stato-mafia</strong> davanti alla Corte d’Assise presieduta da Alfredo Montalto.</p>
<p>L’insufficiente copertura mediatica di queste prime udienze è stata una grande occasione sprecata per accendere una luce su un periodo oscuro della storia italiana. I pm in aula stanno tentando di ricostruire infatti la trama dei rapporti tra politica, mafia e istituzioni nel biennio che va dalle<strong> stragi del 1992</strong> ai primi vagiti della Seconda Repubblica dopo l’insediamento del <strong>governo Berlusconi</strong> nel 1994. Ovviamente è il punto di vista dell’accusa e sarà interessante anche ascoltare quello delle difese, ma l’impegno e il tema meriterebbero un’attenzione ben diversa dei media.</p>
<p>Nel processo sono imputati tre ex ufficiali del Ros dei Carabinieri (i generali <strong>Mario Mori</strong> e <strong>Antonio Subranni</strong> e il colonnello<strong> Giuseppe De Donno</strong>) un politico della Prima Repubblica (l’ex ministro dell’Interno <strong>Nicola Mancino</strong>, accusato di falsa testimonianza) e uno della Seconda (l’ex parlamentare di Forza Italia <strong>Marcello Dell’Utri</strong>) più i mafiosi detenuti <strong>Leoluca Bagarella</strong> e <strong>Antonino Cinà</strong>, il boss pentito <strong>Giovanni Brusca</strong>. L’ex ministro <strong>Calogero Mannino</strong> è stato assolto in primo grado, avendo scelto il rito abbreviato mentre i boss <strong>Totò Riina</strong> e <strong>Bernardo Provenzano</strong> sono morti.</p>
<p>È contestato l’articolo 338 che punisce con la reclusione da uno a sette anni “chiunque usa violenza o minaccia a un corpo politico(…) per impedirne, in tutto o in parte, anche temporaneamente, il funzionamento o per turbarne comunque l’attività”. La trama complessa dell’accusa si dipana dall’omicidio del politico della Democrazia cristiana, l’andreottiano <strong>Salvo Lima</strong>, nel marzo del 1992 fino all’insediamento del governo Berlusconi nel 1994, grazie alla vittoria di <strong>Forza Italia</strong>, fondata con l’apporto dell’imputato Marcello Dell’Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa per le sue condotte fino al 1992.</p>
<p>La tesi dell’accusa, già anticipata in una memoria del 2012 (quando era ancora pm <strong>Antonio Ingroia</strong>, poi candidatosi come leader di una nuova formazione ma non eletto nel 2013) è quella del <strong>cedimento dello Stato al ricatto della mafia corleonese</strong>. I politici e gli ufficiali sono imputati perché avrebbero agevolato il condizionamento delle istituzioni da parte dei boss.</p>
<p>Riina e Provenzano puntavano a ottenere a suon di bombe i mutamenti delle leggi condensati nei punti del “papello” consegnato da <strong>Massimo Ciancimino</strong> e contenente le richieste di Riina alle istituzioni. Nell’ipotesi dell’accusa lo Stato, con l’uniforme del Ros, si sarebbe seduto al tavolo con l’accordo di alcuni politici per ottenere la fine delle stragi.</p>
<p>L’accusa è pesante e, secondo giuristi come <strong>Giovanni Fiandaca</strong>, con fatica può essere supportata dal fragile articolo 338. Dopo cinque anni di processo e polemiche è però arrivato il momento della verità, almeno quella giudiziaria. La sentenza potrebbe arrivare poco dopo le elezioni o a ridosso delle urne ma in pochi sembrano interessati.</p>
<p>In questo clima surreale i pubblici ministeri vanno avanti sulla loro strada. In salita e disseminata di ostacoli come l’assoluzione di Mannino e le due assoluzioni definitive di Mori per la mancata perquisizione del<strong> covo di Riina</strong> nel 1993 (con Giuseppe De Donno) e per la <strong>mancata cattura di Provenzano</strong> nel 1995 (con <strong>Mario Obinu</strong>). Non aiuta anche la sentenza Dell’Utri, condannato per concorso esterno ma assolto (dopo un esito diverso in primo grado) per il periodo a partire dal 1993 sul quale pende l’accusa del processo.</p>
<p>I pm nei giorni scorsi hanno iniziato a lumeggiare la notte che segna il passaggio dal tramonto della Prima all’alba della Seconda Repubblica. Il 1992 è stato ricostruito dai pm Roberto Tartaglia e Antonino Di Matteo sotto due punti di vista diversi. Tartaglia ha illustrato il <strong>filo rosso</strong> che lega l’appoggio della mafia corleonese a tre movimenti politici sorti tra 1992 e fine 1993: le Leghe del sud, con la partecipazione attiva di <strong>Licio Gelli</strong> e Vito Ciancimino; il movimento Sicilia Libera sostenuto dagli uomini del boss Leoluca Bagarella e infine Forza Italia. Antonino Di Matteo invece si è dedicato alla trattativa tra il Ros di Mario Mori e Vito Ciancimino avviata nel 1992.</p>
<p>Vale la pena di riportare qui i passaggi più delicati. Per il pm Tartaglia c’è “unicità di un progetto. Il perseguimento del progetto autonomistico e federalista da parte di <strong>Cosa Nostra</strong> parte già a far data dal 1991, come affermato da <strong>Leonardo Messina</strong> (collaboratore di giustizia catanese, ndr) che per primo ha parlato del progetto maturato in alcune riunioni del 1991 nelle campagne di Enna. I boss della mafia in quella sede parlarono di separare l’Italia in tre macro-aree.</p>
<p>Secondo il pm Tartaglia, il debutto di Dell’Utri nello scenario della Trattativa sarebbe molto precedente alla discesa in campo. “Il linguaggio con cui Cosa Nostra cerca il primo contatto con Marcello Dell’Utri è quello classico di Cosa Nostra: l’intimidazione, la <strong>minaccia</strong>, in questo caso gli <strong>incendi alla Standa</strong>”. Tartaglia si riferisce agli attentati incendiari realizzati dalla mafia ai danni dei supermercati di Berlusconi, avvenuti nei primi anni 90. Se ne parlò già nel processo Dell’Utri, ma qui sono riletti in una logica nuova che li inserisce nella minaccia a corpo politico dello Stato, il reato contestato a Dell’Utri.</p>
<p>Tramite Dell’Utri e <strong>Vittorio Mangano</strong>, i boss Bagarella e Brusca avrebbero chiesto a Berlusconi interventi sulle leggi, i processi e il trattamento carcerario ponendo l’accettazione di questa “proposta che non si può rifiutare” come condizione “ineludibile” per la fine delle stragi e degli attentati. Dell’Utri, quindi, avrebbe sostituito prima Salvo Lima e poi Vito Ciancimino come intermediario delle relazioni con la mafia, agevolando “il progredire della trattativa” e “la ricezione di tale minaccia da Berlusconi, dopo il suo insediamento come capo del governo”.</p>
<p>Il pm Tartaglia ha spiegato come si arrivò al risultato partendo dalle dichiarazioni del 1994 del pentito di Cosa Nostra catanese, <strong>Filippo Malvagna</strong>: “Dopo gli incendi erano scesi a Catania direttamente personaggi del gruppo Berlusconi. So che è sceso – testuale – un alto dirigente del gruppo Berlusconi ed è stato sanato tutto”. Il pm a questo punto ricorda le due perplessità del pentito per come si era svolta la vicenda: da un lato la mafia aveva incassato pochi soldi; dall’altro a gestire la vicenda, nonostante gli attentati fossero nel Catanese, erano stati i Corleonesi. “Il modo in cui era stata chiusa quella vicenda – spiega ai giudici il pm Tartaglia – era la conferma per Malvagna che la finalità era duplice perché l’estorsione era stata chiusa a meno della metà del dovuto (…) e questo dice Malvagna perché la dovevano chiudere i Corleonesi (…) perché non è questione di soldi, è questione di amicizie e basta”. Per il pm Tartaglia tutto inizia alla fine del 1991 quando, come racconta il pentito Leonardo Messina, ci sono riunioni dei boss della Cupola nelle campagne di <strong>Enna</strong> per decidere la <strong>strategia di destabilizzazione</strong>: “I tempi sono questi: fine 1991, riunioni di Enna, fase di malcontento, ricerca nuovi referenti (politici dopo la delusione per Lima, ndr) quello che ci dice Messina (pentito che parla di riunioni con Riina e Provenzano per decidere la strategia stragista di Cosa Nostra nel 1991, ndr) e la situazione viene chiusa con la discesa dell’alto dirigente, dice Malvagna, verso maggio del 1992”. A questo punto, Tartaglia si chiede con enfasi: “Ma chi è questo alto dirigente? Avola (<strong>Maurizio Avola</strong>, altro pentito di Cosa Nostra catanese, ndr) conferma tutto quello che ha detto Malvagna: la collocazione temporale, gli incendi, i Corleonesi eccetera, però dice anche espressamente che l’uomo del gruppo Berlusconi, l’alto dirigente che era sceso a parlare, era Marcello Dell’Utri. Marcello D’Agata (boss di Catania, ndr) aveva detto ad Avola che nel corso di quegli incontri si era visto direttamente con <strong>Nitto Santapaola</strong>.</p>
<p>Sempre sul vero significato profondo dell’operazione Standa di Catania (l’incendio del negozio della catena di Berlusconi, nella centralissima via Etnea, il 18 gennaio 1990, ndr), voglio citare <strong>Giuseppe Di Giacomo</strong> che ha aggiunto in udienza: ‘Fu deliberato da quel potere di Cosa Nostra palermitano di attaccare la Standa affinché potessero assoggettare Berlusconi attraverso questi attacchi e indurlo non solo a un pagamento di una tangente ma affinché potessero realizzare un nuovo progetto politico (…) e anche Di Giacomo dice di aver sentito direttamente da Aldo Ercolano il nome di Dell’Utri come soggetto che era sceso a<strong> Giardini Naxos</strong> che si era incontrato certamente almeno con <strong>Aldo Ercolano</strong>, cugino del boss Nitto Santapaola”. Poi il pm Tartaglia si pone nei panni dell’avvocato di Dell’Utri e formula le solite obiezioni: “Ci potranno dire le difese che i collaboratori lo hanno detto tardi, e non è vero. Ci potranno dire che lo hanno detto con finalità calunniatorie e per avere visibilità, e non è vero”. Allora Tartaglia tira giù un asso che nei due gradi del processo Dell’Utri i colleghi Ingroia e <strong>Scarpinato</strong> non potevano giocare: le intercettazioni in carcere del Capo dei Capi.</p>
<p>“Richiamo solo la conversazione intercettata di Salvatore Riina del 22 agosto 2013. Vi dico da subito che non ci sono nomi. Non c’è Berlusca, Berlusconi, grande, grandissimo non c’è bisogno di utilizzare spettrogrammi o altro”. Qui Tartaglia ironizza sulla frase pronunciata da <strong>Giuseppe Graviano</strong> nel 2016 sulla cortesia a “Berlusca”, secondo l’accusa, o a “bravissimo”, secondo la difesa di Dell’Utri.</p>
<p>A differenza di Graviano che parlava piano, per il pm Tartaglia, con Riina non c’è bisogno di uno strumento come lo spettrogramma per tracciare le onde sonore al fine di decrittare le parole del boss.</p>
<p>Il pm prima di leggere le parole dette da Riina in cella nel 2013 nell’aula bunker, prima di imitare dialetto e tono del <strong>Capo dei Capi</strong> premette ironico: “Vediamo solo se si comprende a chi sta facendo riferimento Salvatore Riina”. Poi Tartaglia come un consumato imitatore di boss inizia a leggere interpretando: “Io mannaggia a questo uomo non sono riuscito a capirlo mai e però lo cercavamo. A questo si cercava. Lo misi sotto per il fatto di Palermo e l’agganciammo. Tant’è vero che poi a Catania gli dettero fuoco alla Standa. <strong>‘Dategli fuoco alla Standa’</strong>, gli dissi. Accussì li metto sotto, accussì, accussì li metto sotto accussì, dategli fuoco alla Standa”.</p>
<p>Poi, dopo avere riportato le parole di Riina, registrate nel 2013 mentre passeggiava nel <strong>carcere di Opera</strong> con il codetenuto <strong>Alberto Lorusso</strong>, Tartaglia prosegue a riportare il Riina-pensiero su un soggetto anonimo che sarebbe proprio Dell’Utri: “E ancora, sulla conclusione di questo assoggettamento intimidatorio per raggiungere il patto ‘mandò a chiddu. Scinnìu (scese, in palermitano, ndr) parlò cu uno e si mise d’accordo. Questo senatore sì, sì, serio era, serio devo dire la verità. Però poi finì in galera questo qua’. Io lascio a voi al di là di ogni equivoco di dizione – chiosa Tartaglia – capire chi è stato messo sotto; chi è il senatore che scinnìu, che era serio serio, però poi finì in galera questo qua, con riferimento agli incendi alla Standa di Catania”. Poi ancora Tartaglia: “Ed è certamente a tutta questa storia che Riina deve aver fatto riferimento anche il 20 settembre 2013, quando ancora Lorusso lo informa che rischiano di arrestare Dell’Utri dopo la sentenza definitiva, e Rina parlando tra sé, quasi in un soliloquio, neanche guarda Lorusso e dice: ‘Ma tanto non se la canta’, lo ripete cinque volte:<strong> ‘Ma tanto non se la canta’</strong>. Chi è che non se la canta?”, è la domanda retorica di Tartaglia.</p>
<p>Poi il pm rievoca il <strong>verbale</strong> di un altro collaboratore ormai defunto, <strong>Salvatore Cancemi</strong>, vicino a Vittorio Mangano e al boss della Noce, <strong>Raffaele Ganci</strong>, prima dell’arresto del braccio destro di Totò Riina. “A fine 1991, inizio 1992, Riina mandò a chiamare Cancemi e si vedono a casa di Guddo. C’è Raffaele Ganci e Riina gli disse di rivolgersi subito, spendendo il suo nome, a Vittorio Mangano (…) e gli dice: ‘Devi fare presente che si doveva mettere da parte rispetto al rapporto con Berlusconi perché a proposito di questo rapporto – dice Cancemi – Riina lo definiva un bene per tutta Cosa Nostra la definizione usata da Riina alludeva per quanto Riina faceva capire all’attualità e all’avvenire. Mangano si deve fare da parte proprio quando partono gli incendi alla Standa perché non serve più il rapporto economico, serve altro”.</p>
<p>Poi il pm Tartaglia analizza il versante opposto della <strong>Trattativa</strong>, il lato politico, e cerca un riscontro alla sua tesi dell’aggancio tra Dell’Utri e Cosa Nostra nel 1992 nella testimonianza di un ex politico di area Dc che svolgeva corsi per i funzionari di <strong>Publitalia</strong>, <strong>Ezio Cartotto</strong>.</p>
<p>“Ancora Ezio Cartotto dice che sempre subito dopo l’omicidio Lima (marzo 1992, ndr) e certamente prima di Capaci (maggio 1992, ndr) Dell’Utri in persona spiega a Cartotto qual era il suo progetto. E le parole che Cartotto riporta di Dell’Utri sono che era necessario sostituire Lima con qualcos’altro. Cartotto chiede: ‘Ma perché con qualcos’altro e non con qualcun altro?’ e Dell’Utri risponde che l’idea sua in quel momento era di andare nella direzione di un partito che fosse alternativo a quello del sistema di cui faceva parte la <strong>Democrazia cristiana</strong>. Quando Cartotto chiede: ‘Ma perché hanno ucciso Lima?’ L’hanno ucciso perché non mantenne la parola. Dell’Utri sa bene che la strategia dell’intimidazione è iniziata, che non si scherza più e capiremo meglio alla luce di questo dato il significato dell’imputazione a Dell’Utri del 1994. C’è la pressione larvata delle <strong>stragi incombenti</strong>, nel 1994, quelle per mantenere il patto. E infine dalla ricostruzione di Cartotto ricaviamo anche che l’idea di Dell’Utri nel marzo 1992 non era solo l’idea di un folle. Dice Cartotto che pochi mesi dopo lui partecipa – siamo tra la fine estate i primi di settembre del ’92 –, in qualità di funzionario a un incontro di Berlusconi a Montecarlo con dirigenti Fininvest e Publitalia. Siamo ancora due anni prima delle elezioni. E, diceva (Cartotto, ndr), abbiamo un primo discorso politico di Berlusconi. Dice: ‘Signori qui le cose vanno male, gli amici contano sempre meno e spariscono. <strong>I nemici contano sempre di più</strong>. Ci vuole fegato, noi dobbiamo cominciare a organizzarci diversamente. E, dice Cartotto, subito dopo Dell’Utri trasforma quell’incarico (che era stato conferito da Publitalia a Cartotto, ndr) sui comitati politici nel primo contratto schiettamente politico ancora nascosto – per non far rendere conto a tutti di quello che covava sotto le ceneri – ‘contratto di marketing politico’, così era denominato. Su questo tema dell’opzione politica di Dell’Utri già nel 1992, dopo l’omicidio Lima, concludo senza commentarle…”.</p>
<p>A questo punto il pm Tartaglia riporta le frasi dette dal boss Giuseppe Graviano al compagno di detenzione <strong>Umberto Adinolfi</strong>, nel 2016: “Perché davvero non hanno bisogno di esegesi, di consulenti, di periti e di tecniche per comprenderne il significato alla luce di tutto quello che abbiamo detto fino a questo momento. 10 aprile 2016, Graviano è intercettato con Adinolfi durante il passeggio: ‘Umbè nel ’92 voleva scendere, ‘92 già voleva scendere, ed era disturbato per acchianari. ‘92 voleva scendere però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi disse <strong>‘ci vulissi una bella cosa’</strong>. Nel 1992 già voleva scendere”.</p>
<p>Più avanti la requisitoria dei pm a gennaio del <strong>2018</strong> entrerà nel dettaglio dei <strong>rapporti triangolari tra Berlusconi e Dell’Utri e tra quest’ultimo e la mafia</strong>. Il pm Tartaglia in questa prima fase ha però puntellato la sua tesi sull’innesco di questo rapporto triangolare dal sapore politico. La tesi dell’accusa è che ci sia una continuità nel disegno politico di tre soggetti, le Leghe del Sud, Sicilia Libera e infine Forza Italia. Tartaglia valorizza al riguardo la presenza ricorrente di alcuni soggetti nei movimenti suddetti e in Forza Italia. “Quando si punta si apre l’ultima fase della nostra imputazione, chi è che finisce nell’esperienza di Forza Italia? C’è <strong>Platania</strong> che è trovato nell’agenda di Dell’Utri proprio con riferimento a <strong>Sicilia Libera</strong>. C’è il fondatore di Sicilia Libera Palermo, iscritto tra i presidenti di circolo di Forza Italia. In particolare <strong>Nino Strano</strong> e <strong>Giuseppe Lipera</strong>, due personaggi presenti nell’esperienza delle <strong>Leghe del Sud</strong> e in Sicilia Libera che poi confluiscono in Forza Italia, Lipera e in <strong>Alleanza Nazionale</strong>, Strano. Il pm Tartaglia vede un filo comune.</p>
<p>“Abbiamo detto all’inizio della continuità di questo percorso da Enna (le riunioni con Riina e Provenzano, ndr) le Leghe e Sicilia Libera, abbiamo visto l’identità soggettiva, abbiamo visto le dichiarazioni dei collaboratori. Richiamo qualche nome (…) per dimostrare questa continuità.</p>
<p>C’è chi finisce esattamente nell’esperienza politica di Forza Italia, c’è Platania trovato nella pagina <strong>19 dicembre 1993</strong> dell’agenda sequestrata a Dell’Utri proprio con riferimento a Sicilia Libera. E ancora c’è il primo fondatore e presidente di Sicilia Libera Palermo, <strong>Vincenzo La Bua</strong>, iscritto all’elenco dei presidenti di club di Forza Italia. C’è ancora Nino Strano, vertice di Catania delle Leghe fondatore di Sicilia Libera Catania, e che fa questo Nino Strano? Strano fa un comunicato in quella data. Dice che da quel momento, il progetto Sicilia Libera Catania si deve ritenere concluso, che tutto il <strong>bacino elettorale</strong> raccolto si deve ritenere inglobato in Forza Italia”. Conclude così Tartaglia: “Più continuità di questa da An (Strano è stato parlamentare di An e poi di altri partiti fino al 2012, ndr) al ’94 non esiste. Presidente io ho concluso questa mia prima parte grazie”.</p>
<p>Nella parte di requisitoria svolta finora, il pm Antonino Di Matteo si è concentrato sull’innesco della Trattativa nel 1992 e sul ruolo del <strong>Ros dei Carabinieri</strong> nel periodo in cui il capo operativo era l’allora colonnello Mario Mori. Di Matteo ha riletto in aula quella che il pm considera “la confessione dell’esistenza di una vera e propria trattativa di tipo politico con la mafia basata e finalizzata sull’elementare concetto del do ut des”.<br />
Per Di Matteo “l’ammissione di una vera e propria trattativa con i capi di Cosa Nostra attraverso Vito Ciancimino” è stata pronunciata dallo stesso Mori e dal suo collaboratore, l’allora capitano, poi colonnello, Giuseppe De Donno. Leggo alcuni passaggi virgolettati – ha detto Di Matteo il 15 dicembre – di queste dichiarazioni rese all’udienza pubblica in Corte d’Assise a Firenze del 27 gennaio 1998: ‘Andammo da Ciancimino e dicemmo: signor Ciancimino che cos’è questa storia qui? <strong>Ormai c’è un muro contro muro</strong>. Da una parte c’è Cosa Nostra, dall’altra parte c’è lo Stato, ma non si può parlare con questa gente?’. Guardate – quasi si indigna Di Matteo nella sua requisitoria, pensando a come è trattata la questione dalla stampa – basterebbero queste parole per dire: ma quale pseudo-trattativa? Il rappresentante del comando operativo del reparto d’eccellenza dei Carabinieri del Ros va da un soggetto, che sa essere in contatto con Riina e Provenzano, e gli dice: ‘Ma cos’è questo muro contro muro?’ Come se fosse strano che ci sia un muro contro muro tra l’organizzazione mafiosa più pericolosa al mondo e che poco tempo prima aveva fatto saltare in aria un pezzo di autostrada a <strong>Capaci</strong> e lo Stato. ‘Cos’è questo muro contro muro? Ma non si può parlare con Cosa Nostra?’. Che cos’è questa, signori giudici popolari? Se non già proprio subito una proposta di mettersi d’accordo per far venire meno il muro contro muro?”. A questo punto, Di Matteo ricorda quanto era diverso l’atteggiamento manifestato in quel periodo dall’ex ministro democristiano <strong>Vincenzo Scotti</strong> che, secondo l’accusa proprio per questo fu sostituito nel 1992 con un altro democristiano, ritenuto più morbido, al ministero dell’Interno, cioè l’imputato odierno per falsa testimonianza del processo Trattativa, Nicola Mancino. “Altro che Scotti alle Camere che dice non ci può essere nessuna ipotesi di mediazione e di compromesso. Ha ragione Riina – chiosa Di Matteo – quando dice: <strong>‘Mi hanno cercato loro’</strong>”. Il pm con un crescendo retorico ripete la frase di Mori: ‘Cos’è questo muro contro muro, non si può parlare con questa gente?’. Mori se lo lascia scappare il <strong>27 gennaio 1998</strong> in una Corte d’assise che giudicava i responsabili degli eccidi di <strong>Roma</strong>, <strong>Firenze</strong> e <strong>Milano</strong> davanti alle parti civili, davanti ai parenti dei morti!”.</p>
<p>Poi Di Matteo precisa il contesto. Mori si fece scappare quella parola quando stava riferendo alla Corte le perplessità di Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo, vicino ai corleonesi e in particolare a Bernardo Provenzano, quando Mori si presentò con la mano tesa per ottenere elementi al fine di catturare Riina, dice lui. Di Matteo riporta così la deposizione di Mori nel 1998 a Firenze: ‘Ciancimino mi chiedeva se io rappresentavo solo me stesso o anche altri e io dissi: ‘Lei non si preoccupi, lei vada avanti. Lui capì e restammo d’accordo che volevamo sviluppare questa trattativa’. A questo punto, Di Matteo con tono tra l’indignato e l’istrionico ribadisce la parola pronunciata 19 anni fa da Mori stesso:<strong> “Trattativa”</strong>. Poi dopo una pausa da consumato attore prosegue: “Non esiste la trattativa? E il frutto avvelenato di <strong>giudici politicizzati</strong>, la presunta trattativa? La pseudo trattativa? La bufala della trattativa? La patacca della trattativa? Mori il 27 gennaio ’98”. Non basta. Di Matteo insiste riportando le frasi dette quel giorno al processo dall’altro suo odierno coimputato. “Capitano De Donno, sempre lo stesso giorno, 27 gennaio ’98: ‘Gli proponemmo di farsi tramite per nostro conto di una presa di contatto con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa di Cosa Nostra al fine di trovare un <strong>punto d’incontro</strong>, un punto di dialogo finalizzato’ (De Donno è ancora più esplicito) alla immediata cessazione di queste attività di contrasto netto e stragista nei confronti dello Stato’. Troviamo un punto di dialogo (…) si capovolgono i termini della questione. Signori giudici popolari questo significa acquisire informazioni? Questo significa fare un’a<strong>ttività investigativa</strong> o questo significa, come io e noi qui diciamo, condurre in maniera spregiudicata <strong>una scellerata e spregevole trattativa con i vertici della mafia</strong> mentre c’era ancora il sangue dei morti in terra?</p>
<p>Proseguo nel citare alcune delle affermazioni rese sotto giuramento da De Donno: ‘Successivamente Ciancimino ci fece sapere che voleva incontrarci e ci disse che l’interlocutore e cioè la persona che faceva da mediatore tra lui e Salvatore Riina…’. Quindi – chiosa Di Matteo – sapevano già tutto. Sapevano che Ciancimino parlava con Riina (…). De Donno dice ai giudici della Corte d’assise di Firenze che – avendo parlato con Riina per capire fino a che punto gli <strong>interlocutori istituzionali</strong> fossero affidabili dal punto di vista mafioso – Riina chiese: ‘Vediamo fino a che punto si spingono. Dategli un passaporto a Ciancimino’. (…) Io mi permetto per l’ultima volta di sottolineare che veramente sono loro i primi a spiegare che loro hanno fatto è stata una trattativa”. Poi Di Matteo ripete ai giudici di Palermo quanto hanno scritto i giudici di Firenze nella loro sentenza sulle stragi: “L’esame congiunto di ciò che hanno detto testi e collaboratori dimostra in maniera indiscutibile che nella seconda metà del 1992 vi fu un contatto tra il Ros dei Carabinieri e i capi di Cosa Nostra attraverso Vito Ciancimino (…) iniziativa del Ros – perché di questo organismo si parla posto che vide coinvolto un capitano, il vicecomandante, lo stesso comandante del reparto – aveva tutte le caratteristiche per apparire come una trattativa. L’effetto che ebbe sui <strong>mafiosi</strong> fu quello di convincerli definitivamente che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione’. Questo è scritto – chiosa Di Matteo – in una sentenza definitiva pronunciata da una Corte d’assise in nome del popolo italiano”. Poi Di Matteo va a leggere la conclusione della sentenza di Firenze: ‘Questa iniziativa al di là delle intenzioni con cui fu avviata (…) ebbe sicuramente un <strong>effetto deleterio</strong> per le istituzioni confermando il <strong>delirio di onnipotenza</strong> dei capi mafiosi e mettendo a nudo l’<strong>impotenza dello Stato</strong>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da: <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/cosi-mori-e-dellutri-trattarono-con-la-mafia/">IlFattoQuotidiano.it</a></p>
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		<title>Ordigni a Roma: inquietanti messaggi?</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/ordigni-a-roma-inquietanti-messaggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Garavaglia Fragetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Dec 2017 12:02:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/01.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-10028 alignleft" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/01-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/01-300x225.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/01-20x15.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/01.jpg 480w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><em>di G. D&#8217;Antonio</em></p>
<p>Due episodi preoccupanti si sono verificati nei giorni scorsi a Roma.<br />
Il primo dei due è l&#8217;esplosione nella notte fra il 6 e 7 dicembre di un pacco bomba di fronte alla caserma dei Carabinieri di Via Britannia nella zona di <strong>San Giovanni</strong>. L&#8217;azione è stata rivendicata dalla &#8220;Federazione anarchia informale &#8211; fronte rivoluzionario internazionale, Cellula Santiago Maldonado&#8221;.<br />
Il secondo episodio riguarda il lancio di una bomba molotov contro una camionetta della Polizia del commissariato di Prati che si occupa, tra l&#8217;altro, della sicurezza presso lo Stadio Olimpico.<br />
I due avvenimenti fanno riemergere paure di tragedie passate: la stagione stragista del 1993-1994, quella per cui sono indagati <strong>Silvio Berlusconi e Marcello Dell&#8217;Utri</strong>  (cui recentemente è stata confermata la compatibilità con la reclusione in carcere), ha visto colpita la basilica di San Giovanni nella notte del 26-27 luglio 1993 con autobomba. Quella azione non provocò vittime.<br />
Ancora più inquietante è invece ciò che per difetti tecnici, fortunatamente, non si verificò presso lo <strong>Stadio Olimpico</strong> a fine della partita Lazio-Udinese o Roma-Udinese (fine 1993-inizio 1994): un&#8217;ulteriore autobomba era stata riempita di ritagli di ferro e sarebbe dovuta esplodere in via dei Gladiatori all&#8217;uscita dei pullman dei Carabinieri, provocando decine se non centinaia di morti.<br />
La preoccupazione che gli episodi odierni possano essere legati a quanto avvenuto nel 1993 è stata espressa dalla Presidente dell&#8217;Associazione tra i familiari delle Vittime di Via de&#8217; Georgofili, <strong>Giovanna Maggiani Chelli</strong>:</p>
<p>&#8220;Pecchiamo di dietrologia e lo facciamo volentieri per non piangere dopo.<br />
Non ci piacciono i “messaggi” prima in zona “San Giovanni” e oggi alla camionetta che di solito fa servizio all’Olimpico a Roma.<br />
C’è una Requisitoria in corso a Palermo per la certissima trattativa Stato mafia , ci sono persone in odore di mafia che vogliono uscire dal carcere, ci sono navigati politicanti che soffiano sul fuoco e le parole “SAN GIOVANNI e OLIMPICO” legati a ordigni esplosivi inquietano.&#8221;</p>
<p>Il <strong>processo trattativa Stato-mafia</strong> è infatti giunto alle sue fasi conclusive, con la requisitoria dei Pubblici Ministeri che si sta tenendo in un silenzio assordante della grande stampa. Prosegue così la signora Chelli:</p>
<p>&#8220;Sappiamo tutti benissimo che alla fine del 1992 l’Italia che conta sapeva che sarebbero esplose delle bombe, ne esplosero 7 in meno di un anno, chi deve non faccia gli stessi errori che poi fanno piangere una vita intera quelli come noi.&#8221;</p>
<p>Il riferimento è ad un piccolo ordigno ritrovato nel famoso giardino di Boboli a Firenze nel novembre 1992. L&#8217;azione, compiuta dal boss catanese Santo Mazzei, venne rivendicata dalla sigla &#8220;<strong>Falange Armata</strong>&#8221; e venne identificato come l&#8217;anticamera delle stragi del 1993-1994.<br />
ARTICOLI CORRELATI</p>
<p><a href="http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Roma-anarchici-rivendicano-esplosione-davanti-caserma-carabinieri-c3a528f7-1718-4216-a82b-d919c844a39e.html">http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Roma-anarchici-rivendicano-esplosione-davanti-caserma-carabinieri-c3a528f7-1718-4216-a82b-d919c844a39e.html</a></p>
<p><a href="http://www.ansa.it/lazio/notizie/2017/12/15/lanciata-molotov-davanti-a-un-commissariato-a-roma-_eb963364-58b4-4db6-b06d-71fec06226f3.html">http://www.ansa.it/lazio/notizie/2017/12/15/lanciata-molotov-davanti-a-un-commissariato-a-roma-_eb963364-58b4-4db6-b06d-71fec06226f3.html</a></p>
<p>http://www.antimafiaduemila.com/home/rassegna-stampa-sp-2087084558/cronache-italia/68267-ass-georgofili-non-si-facciano-gli-errori-del-passato.html</p>
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		<title>Berlusconi, soldi e boss mafiosi negli appunti di Falcone</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/berlusconi-soldi-boss-mafiosi-negli-appunti-falcone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pat&#38;Guido]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Dec 2017 22:13:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri documenti]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Bontade]]></category>
		<category><![CDATA[Falcone]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Paparcuri]]></category>
		<category><![CDATA[mangano]]></category>
		<category><![CDATA[Marcello Dell'Utri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Aaron Pettinari Ritrovato un foglio A4 nell&#8217;ex ufficio del giudice, oggi museo   “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/berlusconi-soldi-boss-mafiosi-negli-appunti-falcone/">Berlusconi, soldi e boss mafiosi negli appunti di Falcone</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-9972 alignleft" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/falcone-giovanni-bunkerino-300x164.jpg" alt="" width="425" height="232" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/falcone-giovanni-bunkerino-300x164.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/falcone-giovanni-bunkerino-20x11.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/12/falcone-giovanni-bunkerino.jpg 660w" sizes="auto, (max-width: 425px) 100vw, 425px" /></em></p>
<p><em>di Aaron Pettinari</em></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Ritrovato un foglio A4 nell&#8217;ex ufficio del giudice, oggi museo</strong></span></p>
<p><em>  “<strong>Cinà</strong> in buoni rapporti con <strong>Berlusconi</strong>. <strong>Berlusconi</strong> dà 20 milioni a <strong>Grado</strong> e anche a <strong>Vittorio Mangano</strong>”.</em> Ecco l&#8217;appunto di <strong>Giovanni</strong> <strong>Falcone</strong> scritto su un foglio di block notes a quadretti. E&#8217; stato ritrovato nei giorni scorsi da <strong>Giovanni</strong> <strong>Paparcuri</strong>, uno dei più stretti collaboratori del magistrato, che dopo essere andato in pensione oggi è il responsabile del “bunkerino” del pool antimafia, oggi museo, con gli uffici di <strong>Giovanni Falcone</strong> e <strong>Paolo Borsellino</strong>. A raccontare il fatto è il quotidiano <em>La Repubblica</em>.</p>
<p>Paparcuri stava sfogliando alcuni scritti di Falcone, nello specifico quelli contenenti vecchie dichiarazioni del pentito <strong>Francesco Marino Mannoia</strong>. È tra queste carte che ha ritrovato l&#8217;appunto in cui si parla dell&#8217;ex Premier. Immediatamente è stata informata la Procura. Come mai in tanti anni nessuno aveva notato quello scritto? Ad alimentare il giallo è poi l&#8217;assenza di riferimenti a Berlusconi nei verbali ufficiali del collaboratore di giustizia Mannoia, risalenti al 1989. Interpellato dal cronista del quotidiano su questo appunto Mannoia ha semplicemente risposto: <em>“Non ricordo. Sono ormai anziano e malato. E poi non posso rilasciare alcuna dichiarazione alla stampa”</em>.</p>
<p>Un silenzio dietro a cui si era trincerato anche nel 2003 quando, al processo Dell&#8217;Utri, si avvalse della facoltà di non rispondere.</p>
<p>Diversamente Mannoia ha risposto alla domanda su altri elementi contenuti nell&#8217;appunto, ad esempio su <strong>Michele Graviano</strong>, il padre dei boss stragisti <strong>Giuseppe</strong> e <strong>Filippo</strong>. <em>“<strong>Michele Graviano</strong> ha perso una gamba per mettere una carica esplosiva”</em> aveva scritto Falcone. E Mannoia, rispondendo alle domande del cronista ha subito ricordato che <em>“doveva fare un attentato a un cantiere”</em> e che <em>“rimase ferito”.</em> Negli appunti di Falcone ci sono argomenti tagliati con un tratto di penna su argomenti che poi compaiono nei verbali di Mannoia. Poi ce ne sono tre che restano integri. Oltre a quello su Graviano e Berlusconi c&#8217;è anche un appunto su un noto imprenditore palermitano, <strong>Toluian</strong>, e <strong>Giovanni Bontade</strong> (<strong>“Tappeti Toluian, rapporti con Giovanni Bontade: dollari”</strong>). Restano aperte diverse domande. Perché Falcone aveva scritto quel riferimento sull&#8217;ex Presidente del Consiglio, allora imprenditore? Possibile che Mannoia abbia rifiutato di mettere a verbale quell&#8217;argomento?</p>
<p>Ufficialmente, non è mai risultata alcuna indagine di Falcone su Berlusconi ma quel foglio oggi diventa un elemento importante.</p>
<p><strong>Silvio Berlusconi</strong> è infatti indagato dalla Procura di Firenze assieme al suo braccio destro, <strong>Marcello</strong> <strong>Dell&#8217;Utri</strong> (già in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa), nell&#8217;<a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/67578-stragi-93-berlusconi-e-dell-utri-indagati-a-firenze.html">inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del 1993</a>. Certo è che i nomi contenuti nell&#8217;appunto non sono di poco conto.</p>
<p><strong>Gaetano Grado</strong> è uno dei boss palermitani che frequentava Milano negli anni Settanta. <strong>Gaetano</strong> <strong>Cinà</strong> è il boss mafioso molto amico di Dell&#8217;Utri, considerato il <em>“tramite, l&#8217;intermediario di alto livello fra l&#8217;organizzazione mafiosa e gli ambienti imprenditoriali del Nord”.</em> <strong>Vittorio Mangano</strong> è il mafioso assunto da Berlusconi come stalliere nella sua villa di Arcore.</p>
<p>Nelle <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/50279-cassazione-dellutri-socialmente-pericoloso-rafforzo-cosa-nostra.html">motivazioni della sentenza di condanna nei confronti di Dell&#8217;Utri</a> è scritto che per diciotto anni dal &#8217;74 al &#8217;92, l&#8217;ex senatore è stato il garante dell’accordo tra Berlusconi e la mafia per proteggere interessi economici e i suoi familiari e <em>“la sistematicità nell&#8217;erogazione delle cospicue somme di denaro da <strong>Marcello Dell&#8217;Utri</strong> a Cinà</em> (<strong>Gaetano Cinà</strong>, <em>ndr</em>) <em>sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all&#8217;accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra”</em>. In quella sentenza i giudici mettevano anche in rilievo come <em>“il perdurante rapporto di Dell&#8217;Utri con l&#8217;associazione mafiosa anche nel periodo in cui lavorava per Filippo Rapisarda e la sua costante proiezione verso gli interessi dell&#8217;amico imprenditore Berlusconi veniva logicamente desunto dai giudici territoriali anche dall&#8217;incontro, avvenuto nei primi mesi del 1980, a Parigi, tra l&#8217;imputato, Bontade e Teresi, incontro nel corso del quale Dell&#8217;Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi 20 miliardi di lire per l&#8217;acquisto di film per Canale 5”</em>.</p>
<p>ARTICOLI CORRELATI</p>
<p><a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/67580-berlusconi-e-dell-utri-indagati-verita-su-mandanti-esterni-stragi-93.html">Berlusconi e Dell&#8217;Utri indagati: verità su mandanti esterni stragi &#8217;93!   </a></p>
<p><a href="http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/57368-dell-utri-a-roma-mentre-spatuzza-parlava-con-graviano-della-strage.html">Dell&#8217;Utri a Roma mentre Spatuzza parlava con Graviano della strage  </a></p>
<p><a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/65879-stato-mafia-berlusconi-dietro-le-stragi-del-93.html">Stato-mafia: Berlusconi dietro le stragi del &#8217;93?  </a></p>
<p><a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/64089-quando-ciampi-scriveva-di-forza-italia-p2-e-falange-armata.html">Quando Ciampi scriveva di Forza Italia, P2 e Falange Armata</a></p>
<p><a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/65898-graviano-berlusconi-il-41bis-e-quel-passato-che-ritorna.html">Graviano, Berlusconi, il 41bis e quel passato che ritorna</a></p>
<p><a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/rassegna-stampa-sp-2087084558/114-mafia-flash/65897-intercettazioni-graviano-e-silvio-grida-al-complotto-spazzatura-per-screditarmi-a-due-giorni-dalle-elezioni.html">Intercettazioni Graviano. Silvio grida al complotto: &#8221;Spazzatura per screditarmi a due giorni dalle elezioni&#8221;</a></p>
<p><a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/di-la-tua/237-vedi/66497-l-intervista-smarrita-di-borsellino-si-preferiscono-le-fiction-ai-filmati-veri.html">L&#8217;intervista smarrita di Borsellino. Si preferiscono le fiction ai filmati veri</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da <a href="http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/68166-berlusconi-soldi-e-boss-mafiosi-negli-appunti-di-falcone.html">Antimafiaduemila.com</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/berlusconi-soldi-boss-mafiosi-negli-appunti-falcone/">Berlusconi, soldi e boss mafiosi negli appunti di Falcone</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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