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Vicenda Genchi: due pesi e due misure.

Apprendo con sorpresa silente la decisione del capo della Polizia Antonio Manganelli, di destituire il vicequestore della Polizia di Stato, Gioacchino Genchi. Sono rimasto basito! Ho letto le motivazioni che hanno dato luogo al provvedimento e conoscendo il prefetto Manganelli, sono certo che non sia stata una decisione presa a cuor leggero. Anzi, ritengo molto sofferta. Destituire un appartenente alla Polizia di Stato è sempre una sconfitta per l’Amministrazione. A Gioacchino Genchi è stato contestato di aver reso dichiarazioni pubbliche “dal contenuto lesivo del prestigio di organi e istituzioni dello Stato alle quali è stata data ampia diffusione sui mass media a livello nazionale”.
Cosa abbia detto Genchi, non lo so, tuttavia a me sembra davvero eclatante la decisione adottata, poiché faccio il paragone con casi ancor più gravi e lesivi delle istituzioni dello Stato, commessi da appartenenti alla Polizia, senza che sia intervenuta nessuna destituzione.
Parimenti, faccio notare che c’è un autorevole esponente politico, che in sfregio alle basilari espressioni di educazione civica e trincerandosi dietro il ruolo istituzionali, si permette di offendere l’onore e il decoro della Polizia di Stato e dell’intera Magistratura italiana. E, tutto con l’assordante compiacenza silenziosa di chi per dovere istituzionale dovrebbe difendere le parti offese. Ma, si sa abbiamo due Italie, che viaggiano a doppio binario: in uno, l’arroganza del citato politico che offende mediante l’esposizione mediatica e nell’altro un semplice dipendente statale che deve pagare per aver osato dire qualcosa che non avrebbe dovuto dire.

Ma per ritornare alla Polizia di Stato, devo far rilevare che i conti non tornano. Sia chiaro che nel caso Genchi e nel caso che citerò ad esempio, i regolamenti e leggi ritengo siano stati rispettati. Semmai, visto che anch’io ho fatto parte della commissione disciplinare, in veste di difensore, occorrerebbe tener conto della personalità del giudicando piuttosto che dare una valenza politica all’assunto.
In seno alla Polizia, così come del resto in tutte le Amministrazioni, si sono verificati fatti vergognosi che hanno gettato in cattiva luce l’intera categoria. Cito soltanto i reati più odiosi; sfruttamento della prostituzioni e violenza sessuale, ma l’elenco è lungo. Ebbene, mi consta che gli autori di detti reati, poliziotti, dopo essere stati condannati ad una pena detentiva, passata in giudicato, solo perché avevano riportato una condanna inferiore a quella prevista per la destituzione, sono stati riammessi in servizio. E, vederli nuovamente indossare la divisa mi ha offeso nella mia dignità. Mi spiace, ero e sono contrario al loro inserimento in servizio.
Ora chiedo è più grave il comportamento di Genchi che ha: “ulteriore espressione di una ostentata pertinacia in un comportamento fortemente scorretto, connotato da una persistente e riprovevole inosservanza dei doveri propri dello status di funzionario della Polizia di Stato” o quello dei poliziotti lenoni e violentatori?
Non sarebbe ora di modificare le norme della legge 121, ovvero la riforma della Polizia di Stato?
Non sarebbe congruo poter citare in giudizio, qualsiasi politico che si permette di offendere l’onore il decoro di un’istituzione dello Stato, dando la possibilità di adire alla class action?
Ad ogni buon conto a Gioacchino Genchi va tutta la mia solidarietà e spero che l’eventuale ricorso al Tar, sia a lui favorevole.

Pippo Giordano

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