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Via D’Amelio. Vent’anni di ordinaria bugia

I soloni della legalità, il Colle ligio e pronto a proporre il conflitto d’attribuzione, taluni cultori di Diritto, che ad ogni piè sospinto attaccano i magistrati palermitani, non vedono nessuna anomalia sul grande depistaggio compiuto in via D’Amelio? E allora mi domando: perchè questo silenzio tombale su un eclatante abbaglio istituzionale posto in essere in via D’Amelio? Deduco, sulla scorta delle investigazioni recenti, ma anche pregresse, che il dolo abbia avuto un ruolo determinante per nascondere, mistificare e soprattutto depistare per non svelare una  menzogna dello Stato. Scarantino, questo personaggio a cui l’ultimo agente della Mobile palermitana non avrebbe nemmeno rivolto nessuna “attenzione”, di fatto viene santificato come l’unico oracolo di verità. A me spiace moltissimo che alcuni attori principali nel proscenio della trattativa Stato-mafia non possano più testimoniare, perchè defunti. Ma La Barbera, prima, e Parisi, poi, avrebbero potuto dare un notevole contributo alle indagini del depistaggio in via D’Amelio. Obietto anche che personaggi in vita potrebbero raccontare fatti e circostanze in grado di dare una svolta alla verità. Per esempio l’ex PM del maxi-processo Giuseppe Ayala potrebbe e dovrebbe, proprio per i vetusti legami con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, “ricordare” esattamente quel che fece in via D’Amelio. Insomma, l’Agenda Rossa di Borsellino “cu sa futtiu, dr Ayala?” (chi l’ha rubata?).
E c’è un altro personaggio, l’ex ministro Nicola Mancino che a distanza di vent’anni, dopo averlo tenacemente negato, ora ricorda che forse ha stretto la mano seppure per un attimo a Paolo Borsellino. Recentemente, commentando con Gaspare Mutolo il comportamento di Nicola Mancino, abbiamo convenuto che negare ad oltranza un fatto talmente lecito e pacifico, lascia supporre motivazioni da “ragion di Stato”: non c’è altra spiegazione. Le dichiarazioni da me raccolte dai collaboratori di giustizia, provenienti da Cosa nostra, hanno di fatto acclarato che la sentenza di morte nei confronti di Falcone e Borsellino, è stata emessa sin dai primi anni ottanta e segnatamente contro Falcone, ‘u curtu’ di Corleone, avrebbe detto, per rafforzare la sentenza, “a chistu c’haiu a rumpiri li corna”. Ora, che nei confronti di Falcone ci sia stato un accanimento maggiore rispetto a Borsellino, da parte dei “corleonesi” è del tutto evidente. E, quindi l’esecuzione della condanna, seppure diluita nel tempo, era prevedibile. Invero, sull’attentato contro Paolo Borsellino, anch’esso in larga misura preventivato, c’è stata un’accelerazione spaventosa che va oltre il modus operandi di Cosa nostra. In buona sostanza, Cosa nostra nel portare a termine azioni cruente non è mai stata avventata o improvvida: le azioni sono state sempre condotte senza fretta alcuna. Cosa che non è avvenuta in via D’Amelio. Allora, è verosimile che “pressioni esterne” a Cosa nostra, siano intervenute: il furto dell’Agenda Rossa è il compendio di un disegno molto più ampio. E, che la trattativa Stato-mafia, passi per via D’Amelio, oramai è un dato di fatto. Anzi, gli “accordi” sarebbero alla base dell’attentato. Eppoi, vorrei far emergere un mio piccolissimo dubbio. Nel mancato attentato dello stadio Olimpico di Roma, ove un’autobomba avrebbe dovuto uccidere centinaia di carabinieri, lo Spatuzza afferma che il telecomando per innescare l’esplosione, non funzionò! Ora, poiché i fratelli Graviano non sono avvezzi a farsi folgorare sulla via di Damasco, siamo sicuri che il telecomando non fosse stato reso inutilizzabile, all’insaputa di Spatuzza, per aumentare la posta nelle Trattative? Come dire al soggetto che loro “avevano in mano” o cali le braghe o faccio una carneficina. Lo Stato ha calato le braghe? Sembrerebbe proprio di sì, visto che la “folgorazione” ha evitato altre stragi. E, intanto, vent’anni di ordinaria bugia coprono la verità su via D’Amelio.

Pippo Giordano

Palermo, 19 luglio 1992

 


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