9 gennaio 2012. Da via D’Amelio, spariscono i presunti appartenenti ai servizi segreti che, a vario titolo erano stati indagati nella strage del ’92. Il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, ha dichiarato: ‘Sono stati cancellati dal registro degli indagati’. Poi ha aggiunto: ‘L’indagine va avanti, ma contro ignoti’. Ciò sta a significare che l’inchiesta per scoprire “menti raffinatissime” che potrebbero avere avuto un ruolo nella strage, sarà incanalata in uno di quei binari che ben conosciamo, ovvero il “binario morto”, dove allo stato giace anche l’esito del furto dell’Agenda Rossa, che la stessa Cassazione con kafkiana sentenza si è affrettata a porre in quiescenza.
Non sono per niente sorpreso delle dichiarazioni del procuratore Lari e se devo essere onesto, nutro anche seri dubbi che l’inchiesta su via D’Amelio, ci farà conoscere la verità. Può darsi che conosceremo i nomi del gotha e della manovalanza che commise la strage, ma ahimè dopo Scarantino, sono ottimista con riserva.
Non so per quale motivo e davvero non riesco a spiegarmelo, con riferimento a via D’Amelio. mi continua a ronzare in testa il processo di Catanzaro, meglio noto dei “114” che si tenne nel 1968. Quasi tutti i mafiosi siciliani, compreso Liggio, Riina, Badalamenti, vennero assolti. Poi, l’anno successivo a Bari, seguì un altro processo di 64 appartenenti a Cosa nostra, a carico di Salvatore Riina. Calogero Bagarella, Luciano Liggio, Bernardo Provenzano, tutti assolti per insufficienza di prove. Entrambi i processi furono istruiti dal pubblico ministero Cesare Terranova, assassinato a Palermo il 25 settembre del 79, insieme al maresciallo della P.S. Lenin Mancuso.
Il ronzio, forse nasce dalla mia presa d’atto che per anni e anni siamo stati “indirizzati” ad indagare nei confronti di una Cosa nostra, già preconfezionata ad uso e consumo di noi addetti al lavoro. Ci sono voluti tre magistrati per invertire gli indirizzi investigativi contro la mafia, Chinnici, Falcone e Borsellino.
Ma la mia inquietudine su tutto il comparto mafia, parte da lontano, molto lontano, allorquando un alto prelato dopo la strage di Ciaculli (io sentii la deflagrazione), scrisse a Papa Paolo VI: “Un alto funzionario di polizia, ben addentro alle segrete cose e abilissimo, proponeva il dubbio: che cosa si dovesse intendere per mafia, e rispondeva egli stesso che trattasi di delinquenza comune e non di associazione a largo raggio. Spesso sono vendette per torti ricevuti, altre volte contrasti per interessi privati, che creano gelosie e invidie; tal’altra sono giovinastri disoccupati che tentano di far fortuna con furti e ricatti; ma in nessun caso è gente che frequenta la Chiesa. In tanti anni di sacro ministero non ho mai potuto rilevare la più piccola relazione del clero con i delinquenti”. Continuava, gli atti di violenza in Sicilia erano anche ricondotti alle condizioni di degrado economico dell’Isola “dimenticata dal governo nazionale”, con ampie fasce di poveri e analfabeti. Allo stesso modo “l’inchiesta in corso sulla mafia non raggiungerà lo scopo voluto se non si provvederà a rafforzare la polizia”.
Era l’anno di grazie 1963, 29 anni prima della strage di via D’Amelio.
Ecco, perché non credo che la verità su via D’Amelio ci verrà data nella sua interezza, forse avremo una mezza verità edulcorata e formattata per i posteri.
Pippo Giordano

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