Press "Enter" to skip to content

Verso via d’Amelio: 23 maggio – 19 luglio 1992: 57 giorni /20

Venerdì 17 luglio 1992
In mattinata Paolo Borsellino incontra a Roma il capo della polizia Vincenzo Parisi per rivolgergli una richiesta particolare: il rafforzamento della propria scorta. La richiesta è stata formulata da dieci agenti del nucleo scorte di Palermo che si rendono conto che il magistrato è in immediato pericolo di vita e le misure per proteggerlo sono insufficienti. Gli agenti chiedono a Parisi solo di essere armati e di avere il via all‟operazione. Dopo il colloquio con Parisi il sistema con cui viene organizzata la scorta di Borsellino resta immutato.

Di ritorno da Punta Raisi, Borsellino fa un salto in procura per mettere i verbali in cassaforte, fare qualche telefonata e salutare i colleghi. Li abbraccia anche, uno per uno. «Loro si meravigliano – racconta Rita Borsellino – perché è una cosa che Paolo non ha mai fatto. Almeno tre o quattro di loro, e tra questi Ignazio De Francisci e Vittorio Teresi, affermano di essere rimasti sconvolti da quell‟episodio: “Paolo, ma che stai facendo?” E lui, al solito scherzando: “E perché vi stupite? Non vi posso salutare?”»*

Dalla procura, Borsellino torna a casa in auto. A guidare la Croma c‟è una carabiniere della Dia. Il magistrato tira fuori dalla tasca il suo cellulare, compone un primo numero, poi un secondo e parla concitatamente. Il carabiniere che lo ascolta riferisce che era “stravolto”. Riesce a captare solo qualche parola: “Adesso noi abbiamo finito, adesso la palla passa a voi”. I due cellulari chiamati dal magistrato sono intestati al comune di Nicosia ed alla procura di Firenze.

“Mi pare che poi si accertò – dirà Gioacchino Genchi, consulente informatico delle procure – che uno fosse il dottor Vigna e l‟altro il dottor Tinebra, in quanto il cellulare era allora a lui in uso”.*

Borsellino arriva in famiglia nel tardo pomeriggio, teso, nervoso. A casa, però, trova spazio per un momento di ottimismo. Dice a Manfredi: “Sento che il cerchio attorno a Riina sta per chiudersi, stavolta lo prendiamo”.
Non fa il nome di Mutolo, non può farlo, ma confida a suo figlio che c‟è un nuovo pentito, uno che sa tante cose, che ha fatto rivelazioni su uomini d‟onore vicini a Riina. Ma c‟è di più, anche se quel di più Manfredi lo verrà a sapere solo dopo: il giorno precedente, Mutolo ha promesso di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ecco perché Borsellino è così nervoso. Ad un tratto propone ad Agnese: “Andiamo a Villagrazia, ho bisogno di un po‟ d‟aria, ma senza scorta, da soli”.
Agnese è stupita. “Da soli, Paolo, cosa c‟è? È successo qualcosa?”
“Andiamo”, ordina.
La moglie lo conosce, lo segue. In macchina, in silenzio, mentre cala la sera, Agnese lo guarda, capisce che è tormentato da mille angosce, mille dubbi. Riesce a fargli ammettere che qualcosa è successo: Mutolo ha parlato, ha detto cose gravissime, ha accusato personaggi al di sopra di ogni sospetto. Paolo è sconvolto, confida ad Agnese che alla fine dell‟interrogatorio era così traumatizzato da avere addirittura vomitato.*


*
L’Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007

Verso via d’Amelio: 23 maggio – 19 luglio 1992: 57 giorni
Scarica l’Agenda rossa di Paolo Borsellino

Parte 1

Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5
Parte 6
Parte 7

Parte 8
Parte 9
Parte 10
Parte 11
Parte 12
Parte 13
Parte 14
Parte 15
Parte 16
Parte 17
Parte 18
Parte 19

Be First to Comment

Lascia un commento