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Vent’anni dopo i Georgofili ancora in cerca della verità

di Giovanna Maggiani Chelli – 26 maggio 2013

Trattativa ci fu. Una trattativa vera, non una trattativa presunta, come ancora ci si affanna a definirla con una prudenza che a noi puzza sempre di bruciato. Trattativa. Non esiste un sinonimo per definire cosa fece lo Stato per fermare le stragi del 1993. Fa paura, a dirlo, ed è spaventoso anche solo pensarlo: uomini dello Stato non trovarono di meglio che provare a trattare con la mafia per togliersi dagli impicci.

Questo è quello che noi crediamo con forza. Per questo saremo a Palermo il 27 maggio, nel giorno dell’anniversario dell’attentato terroristico eversivo che ha distrutto le nostre famiglie. Lo faremo per i nostri morti che ancora attendono giustizia e verità, e lo faremo per i nostri feriti le cui invalidità irreversibili ancora oggi non sono riconosciute nella loro completezza.
Ma sono coloro che sono rimasti vivi la causa di una sorta di negazione di ciò che è successo? Chi è uscito vivo dal disastro della democrazia di questo Paese viene visto solo come qualcuno che resta a ricordare ciò che è successo, in tutta la sua gravità? Ed è per questo motivo che i diritti di queste persone, che certe volte si sentono quasi in colpa per essere rimasti in vita, è per questo motivo che i diritti di questi sopravvissuti vengono quasi negati?

E’ per questo che qualcuno osa insinuare il dubbio che, in fondo, alcuni organismi di Stato possano sostenere che la strage mica è stata colpa loro, in fondo; potrebbero dire: noi abbiamo applicato “tecniche investigative” con le migliori intenzioni, e se siete morti o invalidati che ci facevate all’1.04 del 27 maggio del 1993 in via dei Georgofili, mentre lo Stato cercava con una trattativa con i capi di cosa nostra di fermare le stragi? E’ amarissimo il nostro bilancio dopo 20 anni dalla tragica notte dei Georgofili. Davanti alla Torre del Pulci, davanti a ciò che rappresenta gli amanti della terra per il mondo intero, cosa nostra è potuta arrivare con 277 chili di tritolo, senza che nessuno abbia osato fermarla.
Oggi eccoci ancora qui, con forza, come ogni anniversario a chiedere verità e quindi giustizia. Dopo 20 anni, con la stessa tenacia con la quale come certosini chiediamo di ora in ora, verità e giustizia per morti e invalidi o l’arresto di Matteo Messina Denaro, ci viene contrapposta retorica quando non silenzio. Volutamente sempre messi in seconda fila.
Guardiamo con ansia e preoccupazione crescente l’ennesimo attacco alla magistratura, l’ennesimo tentativo di imbavagliamento dell’informazione che è già abbastanza imbavagliata da sé per ovvi motivi economici delle varie editorie.
Comprendiamo, è inequivocabile, che i governi possono cambiare quanto vogliono, ma mai cambiano la solita solfa: le stragi del 1993? Come se non ci fossero state.
Quelle maledette stragi, soprattutto quella di Firenze di via dei Georgofili, non hanno da passare nel messaggio di riordino del Paese; si spreca il termine strategia della tensione, ma quello della notte del 27 Maggio 1993 non era strategia della tensione, era tragica realtà unilaterale, tutti insieme appassionatamente hanno cercato di stabilizzare i propri affari con l’aiuto della mafia che degli affari ne divideva gli utili. E’ per questo che non si esce dall’empasse. In via dei Georgofili, c’erano tutti.
E come diciamo noi ormai da tempo, da troppo tempo: in via dei Georgofili c’erano tutti, hanno comprato un etto di tritolo a testa.
Noi vogliamo sapere in quale conto corrente è passata pare la cifra di 700 milioni delle vecchie lire per l’acquisto del tritolo di via dei Georgofili, così come vogliamo che siano riaperte le indagini con un numero ben preciso di protocollo e anno 2013 scritto a fianco.
Basta con la formula “le indagini sono sempre aperte”. Che se fossero sempre aperte, la magistratura sarebbe meno limitata nelle proprie operazioni di ricerca verità.
Venti anni sono lunghi, sapete. Sono più di settemila giorni. Sono quasi duecentomila ore. E quelli come noi non hanno pensieri a intermittenza, o impegni saltuari. Quelli come noi non hanno più avuto una vita, per come la conoscevamo prima. Quello che vorrebbero, quelli come noi, è poter dire una volta per tutte la parola: fine. Ed è per questo che da venti anni lottiamo, perché si disveli ogni mistero che ancora ci angoscia. La parola fine, che dia pace ai nostri morti, a noi, e, speriamo, a questo povero paese martoriato dalle menzogne.

Giovanna Maggiani Chelli

Presidente
Associazione tra i Familiari delle Vittime della strage di via dei Georgofili

 

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