In un periodo così buio della storia dell’Italia, in una cornice di contiguità e collusione tra criminalità ed alcuni brandelli delle Istituzioni e della politica, è bene ricordare che c’è o c’è stato qualcuno che ha agito controtendenza, nell’assoluto interesse del Paese e della società. Uno degli uomini che hanno navigato col vento contrario fu sicuramente Piersanti Mattarella, esponente siciliano della Democrazia Cristiana, ucciso da Cosa nostra in questo stesso giorno di festa di trent’anni fa.
Mattarella era un uomo il cui pensiero politico era stato forgiato quando non sapeva ancora mettere un passo dietro l’altro; suo padre Bernardo, infatti, era stato uno dei capi democristiani del secondo dopoguerra, sottosegretario al governo nel 1944, più volte ministro e antifascista convinto. Uno dei principali bersagli politici dell’epoca, accusato di aver intrattenuto rapporti con i picciotti di Cosa nostra, Bernardo Mattarella aveva spianato la strada al figlio, se non altro per l’eredità del nome, ma, nonostante “avesse studiato tutte le arti per diventare Mazzarino – come scrisse di lui Pippo Fava – improvvisamente divenne Pericle”.
Nato a Castellammare del Golfo il 24 maggio 1935, crebbe con un’istruzione religiosa nella scuola dell’Azione cattolica; nel 1967 fu eletto all’Assemblea regionale siciliana, nella quale restò per tre legislature; dal 1971 al 1978 fu assessore regionale alla Presidenza; nel 1978 la svolta: con una delle elezioni siciliane più applaudite della storia, con 71 voti su 87, Piersanti Mattarella fu nominato presidente della Regione Sicilia. E’ da qui che ha inizio la sua battaglia per la realizzazione di un sogno, che, in una realtà come quella isolana, non può non essere ritenuto un’utopia. Il suo obiettivo non era quello di conservare il più possibile una carica così prestigiosa, bensì la volontà di cambiare un intero sistema e di eliminare il luogo comune secondo il quale, in Sicilia, mafia e politica sono la stessa cosa. Egli agì allo stesso tempo con discrezione e ostinazione e, nello stesso anno, fu approvata la sua legge regionale sugli appalti pubblici, che ambiva a rendere più trasparenti le gare d’appalto, apportando delle modifiche alle procedure di assegnazione, e richiese tempestivamente l’elenco dei funzionari regionali nominati collaudatori di opere pubbliche, affinchè potesse conoscere nome e cognome di coloro che agivano nel campo degli appalti pubblici, per poter intervenire in maniera spedita e sicura in caso di irregolarità.
La sua attività non si limitò solamente ad un’opera di prevenzione e di controllo, ma aspirava ad una politica pervarsa di moralità, eticità e rettitudine. Nel 1979, alla Conferenza regionale dell’agricoltura, Mattarella appoggiò l’onorevole Pio La Torre, accusando di collusione con la criminalità e il malaffare lo stesso assessore all’agricoltura e, sempre nel ’79, aprì un’idagine sulle procedure di appalto per la realizzazione di sei scuole, per il valore complessivo di 5 miliardi e seicento milioni di lire, che avevano presentato delle grosse irregolarità. Piersanti Mattarella era, insomma, un incorruttibile, una personalità forte e decisa che mai sarebbe scesa a patti con la mafia e mai avrebbe rinunciato a battersi per eliminare la corruzione dalle Istituzioni e per renderle nuovamente credibili agli occhi della società civile. Il Presidente della Regione aveva portato in Sicilia il vento del cambiamento e Cosa nostra sapeva di doverlo placare se non voleva ritrovarsi in balia di un uragano.
Seguendo questa logica opportunistica e confacente, la mafia isolana tornò a sparare contro un altro esponente della Dc, il partito favorito delle cosche, lo stesso di Salvo Lima per intenderci, dopo aver ammazzato Pasquale Almerico, il coraggioso sindaco di Camporeale, Vincenzo Lo Guzzo, il vicesindaco di Licata, Vito Montaperto, avvocato e dirigente della Dc a Campobello di Licata, Vincenzo Campo, segretario provinciale di Agrigento e Michele Reina, segretario provinciale di Palermo. Tutti uomini che andavano contro corrente, che si rifiutavano di respirare la stessa aria viziata della mafia.
Come era prevedibile, dunque, come succede ad ogni uomo che tenta di intralciare il pericoloso cammino della mafia e che non piega la testa dinanzi al potere criminale, anche Piersanti Mattarella fu ucciso dal piombo di Cosa nostra mentre rientrava a casa. Arriva l’Epifania e tutte le feste si porta via… Quella volta l’Epifania si era portata via un politico valido e coraggioso, uno di quegli uomini di cui oggi se ne vedono davvero pochi. Pare che il Senatore Giulio Andreotti fosse a conoscenza dell’insofferenza dei boss mafiosi nei confronti del Presidente della Regione e pare che egli stesso avesse indicato la linea da seguire sulla delicatissima questione rappresentata proprio da Mattarella (S. Lodato, Trent’anni di mafia, cit. p. 439), tanto che il delitto dell’esponente siciliano della Dc è considerato uno dei più misteriosi gialli della storia italiana.
Nella ricorrenza del trentennale dell’omicidio di Piersanti Mattarella, i familiari dell’uomo politico scomparso saranno ricevuti al Quirinale dal capo dello Stato Giorgio Napolitano il 7 gennaio.
Sulla targa posta sul luogo del delitto, sono state riportate le seguenti parole dell’apostolo Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”.
Serena Verrecchia

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