Press "Enter" to skip to content

Trattativa: scontro su Napolitano testimone

I PM CHIEDONO CHE IL CAPO DELLO STATO DEPONGA IN AULA. È L’UNICO CHE PUÒ SPIEGARE I TIMORI DEL SUO CONSIGLIERE D’AMBROSIO. L’AVVOCATURA È CONTRARIA
di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza – 27 settembre 2013

Giorgio Napolitano deve venire nell’aula bunker di Palermo perché la sua testimonianza è “pertinente e rilevante”: per i pm di Palermo il capo dello Stato è l’unico a poter spiegare i timori esternati dal suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio che, nella lettera del 18 giugno 2012, poco prima di morire per un infarto, scrisse di sentirsi come “un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”, risalenti al periodo tra l’89 e il ‘93. Per questo motivo ieri mattina, alla riapertura del processo sulla trattativa Stato-mafia, i pm di Palermo hanno reiterato alla Corte d’assise la richiesta di citare come testimone il presidente della Repubblica, insieme agli altri 177 testi della lista già depositata nella scorsa primavera.
Una richiesta alla quale si è immediatamente opposto l’avvocato dello Stato, Giuseppe Dell’Aira, che ha chiesto di espellere dal processo tutti i testimoni del “Romanzo Quirinale”: dagli ex pg di Cassazione Vitaliano Esposito e Gianfranco Ciani, all’ex capo della Dna Piero Grasso (oggi presidente del Senato), al segretario generale del Quirinale Donato Marra, trascinati dai timori di Mancino nelle fibrillazioni sulla necessità di un coordinamento delle indagini sulla trattativa. Il motivo? Dopo avere sostenuto che a Napolitano sarebbe affidato un inedito compito costituzionale di “coordinamento politico e operativo”, Dell’Aira si richiama alle garanzie di assoluta riservatezza che riguardano “sia le attività pubbliche che quelle informali” dell’inquilino del Colle, stabilite dalla recente sentenza della Consulta, emessa proprio nell’ambito del conflitto di attribuzione con la procura di Palermo. E siccome gli altri testi “si riferiscono alla funzione presidenziale”, lo stop vale anche per loro: no, quindi, anche alla trascrizione delle intercettazioni telefoniche di D’Ambrosio. “È anomalo e paradossale – ha commentato il neo-avvocato di parte civile Antonio Ingroia – che l’Avvocatura dello Stato si opponga ad una testimonianza chiesta dalla procura per fare luce sulla verità, e che la difesa di Mancino, sul punto, si dimostri più aperta”.
Il ruolo del Quirinale e il frenetico “attivismo” di Mancino, oggi imputato per falsa testimonianza, nel contesto dei “dialoghi occulti” tra mafia e Stato durante la stagione delle stragi, riguardano uno dei passaggi ricostruiti ieri in aula dai pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene in sei temi da provare che hanno impegnato i magistrati per quattro ore di fila: dall’avvio della strategia stragista di Cosa Nostra, decisa a dichiarare guerra a nemici storici come Falcone e Borsellino e a politici “re” di non avere garantito vecchi accordi, al tentativo da parte della mafia, attraverso l’ex senatore Marcello Dell’Utri, di condizionare il governo Berlusconi, fino all’attività svolta dagli ex ufficiali del Ros “di far protrarre la latitanza del boss Bernardo Provenzano”. É il punto che ha scatenato la reazione del-l’avvocato Basilio Milio, difensore dei generali dell’Arma Antonio Subranni e Mario Mori, accusati entrambi di violenza e minaccia a corpo politico dello Stato, e recentemente assolti dall’accusa di aver favorito nel 1995 la latitanza del boss corleonese: il legale ha annunciato il deposito del dispositivo di sentenza. Di segno opposto l’intervento dell’avvocato Danilo Ammannato, parte civile per i familiari della strage dei Georgofili, che invece ha lanciato un appello a tutti i politici perchè “vengano in aula a dire la verità”. Al suo fianco, nell’inedito ruolo di “sostituto processuale”, in aula ha fatto la sua comparsa Antonio Ingroia che, al debutto come patrocinatore di parte civile, ha detto: “alla fine, tra pm e parti civili, non c’è tanta differenza: entrambi si battono perché venga alla luce la verita”. “Lo abbiamo scelto per la sua competenza tecnica – ha precisato Giovanna Maggiani Chelli – affiancherà Ammannato nella ricerca della verità.” L’ultimo colpo di scena è toccato a Massimo Ciancimino, presente in aula nella doppia veste di superteste e imputato, che ha letto in aula una lettera ricevuta in coincidenza con l’apertura del processo, in cui un anonimo lo invita a “non collaborare più con i magistrati”.
Nella missiva, dai toni minacciosi, si dice che il presidente della Corte di assise, il gip, il pm, “fino all’ultimo giurato”, vengono seguiti e tenuti sotto osservazione. Il suo avvocato, Roberto D’Agostino, ha comunicato di aver già denunciato l’intimidazione alla procura.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Be First to Comment

Lascia un commento